di Alessandro Lutri
«Gli uccelli […] per molti aspetti sono più simili a noi di quanto non lo siano gli altri mammiferi. Costruiscono elaborate abitazioni per allevarvi la famiglia. Fanno lunghe vacanze invernali in posti caldi […] Esiste, tuttavia, una capacità essenziale che gli esseri umani possiedono e gli uccelli no: quella di dominare l’ambiente. Gli uccelli non sono in grado di proteggere le zone umide, di gestire una zona di pesca, di climatizzare il proprio nido. […] Forse avrete sentito dire che le popolazioni di uccelli sono importanti indicatrici della salute ecologica di un territorio. La triste verità è che gli uccelli selvatici, di per sé, non contribuiranno mai all’economia umana. Loro vogliono solo mangiare i nostri mirtilli. Ciò che invece gli uccelli possono utilmente indicarci è lo stato di salute dei nostri valori etici. Un motivo per cui sono importanti, è che rappresentano il nostro ultimo, migliore legame con un mondo naturale che sta scomparendo […] La radicale alterità degli uccelli è una delle cose essenziali della loro bellezza e del loro valore. Sono sempre fra noi ma non ci appartengono. Sono gli unici altri dominatori del mondo che l’evoluzione abbia mai prodotto, e la loro indifferenza nei nostri confronti dovrebbe servirci a ricordarci che non siamo la misura di tutte le cose» (Franzen, 2019: 33-39).
Un dovuto prologo non proprio felice
L’ecologia del paesaggio insegna che le perturbazioni ambientali ed ecologiche possono essere sia di natura antropica (consumo di suolo, deforestazione, ecc.), che naturale (alluvioni, incendi, frane, ecc.) e sono costanti nel tempo. Parlare di un laboratorio ibrido del vivente a proposito di uno dei luoghi diventato, nella seconda metà del Novecento, simbolo delle perturbazioni antropogeniche nella Sicilia – il paesaggio tardo-industriale gelese –, che in queste ultime settimane è tornato alla ribalta delle cronache giornalistiche nazionali per via dell’ulteriore grave caso di ingiustizia ambientale e sociale che questa volta ha subìto l’abitato urbano – edificato su una collina argillosa sovrastante la piana di Gela – e la cittadinanza di Niscemi, potrà probabilmente sembrare paradossale. L’ingiustizia ambientale e sociale qui evidenziata è quella provocata dall’ignavia dell’azione amministrativa e tecnico-politica (locale e regionale) nei confronti delle significative perturbazioni geologiche che in questi ultimi trent’anni si sono avvicendate a Niscemi (questa volta lo smottamento franoso si è esteso per oltre 4 km con 350.000.000 mq di terra franata, giudicato “peggio di quello del Vajont”, con circa 1500 cittadini sfollati).
Se qui mi cimento a parlare di questo comprensorio territoriale della Sicilia del sud-est come un laboratorio ibrido del vivente, richiamando per un momento l’attenzione su questo ennesimo caso di ingiustizia ambientale e sociale non lo faccio per affondare il dito in una atavica piaga amministrativa e politica caratterizzata dalle molteplici e gravi criticità che lo riguardano (vedi la non buona gestione e programmazione amministrativa e politica locale e regionale, comune a livello nazionale), ma, al contrario, per richiamare eticamente e ecologicamente l’attenzione su degli emergenti fenomeni di iridescenza ecologica che in una prospettiva more-than-human animano questo paesaggio ibrido vivente. A questi emergenti fenomeni ecologici stanno facendo seguito nella politica locale e regionale certi virtuosi comportamenti etico-politici, che ci fanno moderatamente auspicare sugli esiti futuri del “cosmopolitismo ecologico” (Pollo, 2025) che ci sembra animare le molteplici agentività (umane e non umane) coinvolte a collaborare tra loro (intenzionalmente e non) per migliore le condizioni di abitabilità più-che-umana in questa porzione del pianeta Terra. Una prospettiva etica e politica che ha la sua ragion d’essere nell’idea della dipendenza di tutti gli esseri viventi.
Agentività e temporalità multiple in azione: l’emergere di un nuovo paesaggio ibrido
Se nel XVIII sec. costruire su una collina argillosa un abitato urbano era possibile perché non si possedevano delle conoscenze scientifiche e tecniche adeguate a valutarne la fattibilità geologica, la sua espansione urbana, tra gli anni settanta-ottanta del XX secolo, verso il fronte a sud-est sopra la grande depressione alluvionale della piana di Gela sarebbe stato auspicabile fermarla, rendendo inabitabile alla fine degli anni novanta quella parte delle abitazioni che furono interessate da un primo significativo smottamento franoso. Un rilevante episodio geologico su cui le diverse amministrazioni locali nell’arco di trent’anni hanno fatto orecchio da mercante, senza chiedere più puntuali indagini geologiche e senza programmare un eventuale piano edilizio pubblico da realizzare in altre aree dell’abitato urbano, per le famiglie niscemesi con maggiori esigenze abitative.
I riferimenti temporali e agentivi differenti (naturali e sociali) che animano questo contingente caso drammatico recentemente verificatosi nel paesaggio ibrido tardo-industriale gelese della Sicilia del sud-est, evidenziano chiaramente quanto per comprendere come sia stato possibile il suo verificarsi c’è bisogno di un pensiero (ontologico ed epistemologico) non dualista, che non contrappone natura/cultura, natura/società, ma di un pensiero ibrido del vivente intrinsecamente relazionale, che concepisca in stretta connessione tra loro l’agire storico del vivente umano con l’agire profondo del vivente non umano, dove, in maniera reciproca, il primo agisce sul secondo e il secondo reagisce al primo. Un pensiero ibrido del vivente (umano e non umano) che dovrebbe estendersi oltre questo singolo caso, orientando sia le indagini conoscitive dei saperi specialistici e tecnici chiamati a trovare le responsabilità etiche e politiche implicate, sia le riflessioni di quegli studiosi che a partire dalle proprie ricerche disciplinari sappiano in maniera responsabile superare questi confini, cercando delle sintesi trasversali tra varie discipline.
Tornando con i piedi per terra, iniziamo il cammino in uno dei luoghi siciliani simbolo dell’Antropocene, il paesaggio tardo-industriale del gelese, in cui in cui a partire dagli anni sessanta si è affermata in maniera egemonica l’agency estrattivista del sistema economico ed ecologico delle piantagioni capitalistiche industriali (agricole e fossili), prodotto principalmente dall’ENI, che oltre a alimentare il sogno del progresso economico e tecnologico in un territorio rappresentato come fortemente arretrato, ha anche prodotto danni ambientali e economico-sociali.
L’egemonico manifestarsi dell’agency estrattivista, con cui i produttori industriali (agricoli e petrolchimici) si sono appropriati in maniera utilitaristica delle risorse naturali, ha anche prodotto una mercificazione della natura e un ampio spettro di danni ambientali – riduzione della biodiversità, contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria, deterioramento ed erosione del suolo –, e danni sociali ed economici (Gudynas, 2018).
Il camminare con i piedi per terra nel paesaggio “rovinato” della piana di Gela, mi ha portato incredibilmente a scoprire l’emergere di significativi segni sperimentali di un’agency riparativa prodotta dalla cooperazione di agentività umane e non umane. Una scoperta che non pensavo proprio avrei fatto quando circa dieci anni fa ho iniziato a osservare come i principali attori sociali (economici, politici, sociali) di questo territorio si erano andati a confrontare con il declino di parte delle attività industriali fossili e petrolchimiche dell’ENI iniziato negli anni novanta, cercando di comprendere come questi si erano organizzati per affrontare la profonda crisi ambientale-economica-sociale. L’impensabilità della nuova situazione ecologica con cui sono andato sempre più a confrontarmi nell’ultimo decennio, era il prodotto dello strabismo del mio sguardo antropogenico, ancora fortemente attratto dalla distopica fede nei confronti delle nuove opportunità di sviluppo economico proposte dal mondo produttivo industriale, condivise dal mondo della politica (locale, regionale e nazionale) e del lavoro.
Il secondo decennio degli anni duemila sono stati infatti gli anni in cui questi mondi tornavano a stipulare, dopo una lunga negoziazione politica coordinata da un ex lavoratore industriale della raffineria petrolchimica dell’Eni di Gela, diventato successivamente sindaco e poi presidente dalla Regione siciliana, Rosario Crocetta, un nuovo contratto economico-energetico (un “protocollo di intesa”) per il rilancio dello sviluppo industriale. Un nuovo contratto che è andato più o meno abilmente a mascherare, dietro la disponibilità alla “svolta green”, le nuove attività di raffinazione del cane a sei zampe (la Biorefinery), per cercare di compensare le conseguenze ambientali e economiche della crisi della produzione fossile (soprattutto quella petrolifera), e le bonifiche ambientali delle aree industriali all’interno dei confini della raffineria fossile dismessa, la ripresa di una nuova stagione estrattivista con l’estensione delle sue attività nel mare del canale di Sicilia, resa possibile dalle nuove concessioni governative.
Nonostante il riaffermarsi dell’egemonica agency estrattivista, in questi ultimi anni il paesaggio tardo-industriale gelese in cui sono emerse le “rovine” dell’industrializzazione fossile (ambientali, biologiche e sociali), ha conosciuto l’incremento della biodiversità (animale e vegetale) che può essere considerato come uno degli effetti non attesi dall’Antropocene, prodotto dall’emergere di una divergente agency riparativa multispecie.
La stipula del contratto industriale a Gela (anni sessanta)
Sono passati poco più di sessant’anni da quando il mondo della politica italiana in maniera compatta (quella locale, regionale e quella nazionale), ha stipulato un contratto energetico industriale con la cittadinanza gelese e siciliana per il suo sviluppo economico e sociale, fondato sull’estrazione dal suo suo sottosuolo e dalla raffinazione sul suo territorio della materia greggia fossile (gas e petrolio). Un contratto che ha generato profondi “sconvolgimenti” materiali e immateriali al paesaggio di Gela, con la costruzione della Raffineria petrolchimica dell’ENI e la non governata crescita urbana della città. Una scelta politico-economica di cui si riteneva che nel secondo dopoguerra avesse bisogno non solo il territorio gelese e siciliano, vista la sua particolare arretratezza economica e sociale, ma l’intera Italia per alimentare il sogno della modernizzazione industriale.
Un sogno che è stato alimentato solo per trent’anni, quando negli anni novanta, per fattori endogeni ed esogeni, le opportunità proposte dal contratto energetico industriale sono andate profondamente a ridimensionarsi, riducendosi in maniera significativa la produzione di carburanti e di prodotti chimici di sintesi per l’agricoltura, mantenendo quasi esclusivamente le sue attività estrattive (sulla terraferma e nel mare del suo golfo). Il declino del sogno della modernizzazione industriale a Gela ha prodotto dei profondi sconvolgimenti ambientali, biologici, sociali e territoriali, che negli anni duemila hanno fatto emergere sul territorio gelese ben visibili “rovine industriali”, certificate dagli enti preposti ma mai sanzionate dal punto di vista civile e penale.
Danni che nel secondo decennio sono stati parzialmente compensati dando vita a un nuovo contratto industriale stipulato tra la Regione siciliana, il Ministero delle attività produttive, Confindustria e le organizzazioni sindacali, in cui se il cane a sei zampe dell’ENI ha cercato di cambiare d’abito, da nero a verde, mettendosi a produrre biocarburanti con una propria BioRefinery, ha integralmente conservato il suo vizio estrattivista, incrementando le attività estrattive di gas in mare con nuove piattaforme nel Canale di Sicilia a cui il governo Meloni ha sbloccato le concessioni.
Ad aggravare questa critica situazione ambientale ed economico sociale locale, nel nuovo millennio ci si metterà il persistente strabismo della politica (regionale e nazionale) nei confronti delle strutturali criticità ambientali e territoriali siciliane [1] (servizi idrici molto carenti, mobilità interna molto critica, trasporti pubblici extraurbani insufficienti, smaltimento rifiuti poco sostenibile, servizi sanitari sotto la soglia nazionale, ecc.), e l’incapacità di sapere elaborare delle visioni future per migliorare la vivibilità più-che-umana sulla Terra, non solo per le generazioni a venire ma anche per le altre specie viventi. Uno strabismo della politica regionale che è una delle con-cause croniche della strutturale crescente fuga fuori dalla Sicilia, verso altre regioni italiane o Paesi europei, delle generazioni più giovani in possesso di una buona formazione culturale, desiderose di vivere in condizioni di vita migliori (dal punto di vista ambientale, economico, sociale e territoriale).
Una prospettiva ecologica multispecie: in cammino in un nuovo paesaggio ibrido
Per quanto le narrazioni contemporanee a livello ambientale e economico-sociale sono sempre più declinate in termini globali (l’Antropocene, la sesta estinzione, le migrazioni Sud globale-Nord globale, il potere delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale), è ben noto che i cambiamenti avvengono in modo disomogeneo [2], in quanto sono il risultato della combinazione di processi globali e locali, dove eventi su larga scala causano imprevedibili conseguenze alle piantagioni industriali su piccola scala.
Nel camminare a a piedi sulla linea di costa che disegna il golfo di Gela e inoltrandomi sulla “fascia costiera trasformata” in direzione del fiume Dirillo verso est, lasciandomi alle spalle gli impianti dismessi per la raffinazione industriale fossile dell’ENI (ciminiere, pontile navale, depositi di stoccaggio, ecc.), raggiungo dopo pochi chilometri i “macconi” (alte dune sabbiose) su cui si ergono le infrastrutture delle “fabbriche di plastica” delle piantagioni agricole al chiuso, e facendomi largo fra queste mi è stato possibile fare la scoperta di come questo paesaggio costiero non sia stato interamente “rovinato” dalla presenza antropogenica dell’economia ed ecologia estrattivista delle piantagioni capitalistiche industriali (Tsing, Mathews, Bubandt, 2019).
Virando verso l’interno, oltre le fabbriche di plastica, mi sono immerso in un rigoglioso mondo composto da una pluralità di forme di vita organica – biotiche e abiotiche – (aree umide, associazioni vegetali formati da alberi mediterranei – il carrubo, il lentisco, l’olivastro e la palma nana; cespugli come il rosmarino e timo selvatico; fiori e orchidee endemiche; piante acquatiche e di riva –, che danno rifugio e cibo a molti animali tra cui diversi volatili migratori), che in quel mondo tra loro danno vita a un “coro di voci” (Ingold, 2025), che con la loro singolarità, vulnerabilità e contingenza configurano un paesaggio polifonico tanto da minacciare, con la sua capacità di dialogo e di ascolto, l’ordine economico ed ecologico sino ad ora dominante in questo territorio siciliano, quello tardo-industriale. Il valore del paesaggio non deriva da solo ciò che «è visibile e che ha significato in quanto forma materiale di cose [ma da ciò che] allo stesso tempo è prodotto, come cosa e come valore, da processi mentali, sociali e naturali che in gran parte non sono visibili» (Dematteis, 2021: 96).
Il coro di voci (il fruscio delle piante, i vocalizzi dei volatili terrestri e d’acqua, l’ondeggiarsi dell’acqua) che animano la vita del più antico paesaggio lagunare costiero d’acqua dolce siciliano, il Biviere di Gela, è stato riconosciuto sin dagli anni ottanta come Zona Ramsar (area umida di rilievo), e successivamente nel 1997 la Regione Siciliana vi ha istituito la Riserva Naturale Orientata “Biviere di Gela” gestita dalla LIPU, in cui è possibile partecipare a un mondo più-che-umano in cui le diverse agentitvità (umane e non-umane) interagiscono strettamente tra di loro. Questo particolare paesaggio ibrido, prodotto dalla plurale e congiunta azione ecologico-politica avviatasi alla fine degli anni Novanta ha inoltre avuto il riconoscimento europeo di sito “Natura 2000” (direttiva Uccelli e direttiva Habitat).
Dall’incontro e confronto con il responsabile della Riserva Naturale Orientata del “Biviere di Gela” della LIPU, quest’area di interesse naturalistico mi è stata presentata più che come un “luogo di conservazione” come un “luogo di resistenza”, azione esercitata nei confronti delle due principali forze produttive estrattiviste industriali locali, gli impianti serricoli costieri dell’agricoltura industriale e gli impianti di estrazione di raffinazione fossile dell’ENI. Un’efficace azione di resistenza ecologica-politica che nei successivi anni duemila ha gettato i semi per dar vita anche in quest’angolo di Sicilia alla creazione di un migliore mondo possibile (Ingold, 2023), coinvolgendo le forze naturaliste della vicina cittadina di Niscemi.
Camminando dal territorio costiero della riserva del “Biviere di Gela” verso il paesaggio rurale della piana di Gela, ho iniziato a fare esperienza di un nuovo “coro di voci” che danno vita all’emergente paesaggio ibrido di Geloi wetland. Un paesaggio che vede la presenza di particolari animali migratori che, come evidenzia il saggista e esperto ornitologo americano Jonathan Franzen, sono
«molto più simili a noi di quanto non lo siano altri mammiferi [gli uccelli] nel costruire elaborate abitazioni per allevarvi la famiglia, e nel fare lunghe vacanze invernali in posti caldi […] Esiste, tuttavia, una capacità essenziale che gli esseri umani possiedono e gli uccelli no: quella di dominare l’ambiente. Gli uccelli non sono in grado di proteggere le zone umide, di gestire una zona di pesca, di climatizzare il proprio nido» (Franzen 2019).
L’imprevedibile ritorno a abitare anche nel paesaggio siciliano della piana di Gela, “rovinato” dalle attività antropogeniche estrattive industriali (agricole e fossili), di diverse specie di volatili migratori che hanno deciso di abitare nel corso della loro vita stagionale (da dicembre a maggio-giugno), ha orientato l’immaginario e animato agire delle giovani forze dell’ambientalismo gelese e niscemese, le quali adoperandosi a cercare di dare loro una migliore accoglienza dal punto di vista ambientale, sono state motivate a ri-appropriarsi di parte del paesaggio rovinato dall’economia ed ecologia delle piantagioni industriali, attraverso una cultura riparativa più che estrattiva. Una profonda motivazione che ha portato alcuni degli attivisti ambientalisti niscemesi, convinti dell’opportunità di avviare con i volatili migratori delle ecologie collaborative e riparative, a dar vita a un nuovo “assemblaggio ibrido” (tra umani e non-umani) con cui consolidare le sue capacità agentive (affettive, cognitive, relazionali), e estendere le sue innovative relazioni socioecologiche. L’attivismo che contraddistingue l’agency riparativa degli operatori di Geloi wetland. non è infatti solo di tipo ambientalista e ecologico, ma anche giudiziale nei confronti dell’attività di bracconaggio esercitata indiscriminatamente anche sulle specie volatili proibite, che dopo ripetute azioni di controllo ha portato finalmente la Regione siciliana a dichiarare la riserva naturale privata un’area proibita alla caccia [3].
Tra le diverse specie di volatili migratori c’è ne è una che è particolarmente significativa dal punto di vista simbolico, quella delle cicogne (in questo caso la Ciconia Ciconia, ovvero la cicogna bianca), che con la costruzione dei loro numerosi grandi nidi sui tralicci elettrici dell’alta conduzione hanno dato vita alla più grande colonia italiana (circa cinquanta).
Una significativa presenza ecologica e simbolica, la cui esistenza è resa però molto vulnerabile dall’alto voltaggio che scorre dentro i cavi dell’elettro conduzione in cui spesso i volatili rimangono fulminati.
Il senso di stupore che ho iniziato a provare sempre più nell’immergermi in questi diversi “cori di voci” che mi hanno fatto scoprire le potenzialità di un “paesaggio ibrido”, in cui l’umano e il non umano hanno iniziato da tempo a sperimentare forme di collaborazione agentiva diffusa e multispecie, ha avviato in me una profonda metamorfosi (cognitiva, emotiva, etica e politica, relazionale) verso questo paesaggio antropogenico. Una metamorfosi che, nella concezione geopoetica proposta dal geografo Giuseppe Dematteis, si configura come «un io in movimento che descrive un paesaggio in movimento» (Dematteis, 2021: 97), che mi ha portato in maniera empatica a sforzarmi di
«leggere la crisi [ambientale globale] partendo dal presente e dai nostri luoghi, e a riconoscerne i segni attorno a noi: non solo i segni dello sfacelo, ma anche quelli che ci parlano di resistenza, di altri modi di interpretare le ferite [sentendo la necessità di] intervenire, interferire, creare alleanze e diventare parte di qualcosa che cambia mentre lo comprendiamo» (Iovino, 2022: 223).
Nel fare esperienza di ciò che sta accadendo nel paesaggio antropogenico gelese con il manifestarsi della presenza delle nuove rilevanti agentività non-umane e delle innovative e proficue collaborazioni e progettualità avviate con esse, mi sono reso conto sia di quanto esso non si esaurisse con la presenza delle rovine industriali prodotte nella seconda metà del Novecento dall’economia e l’ecologia estrattiva delle piantagioni capitalistiche, ma che la sua vivibilità più-che-umana racchiude nuove possibilità e che le sue propensioni non sono soltanto quelle di tipo estrattivo. Sia quanto il comprendere in profondità le capacità dell’azione trasformativa nel mondo e del mondo, non sia assolutamente una prerogativa umana (prodotta dall’intenzionalità, la volontà e l’intelligenza), bensì è distribuita in maniera differenziata tra tutti gli esseri viventi (animali, vegetali, umani).
Lo stupore per questa scoperta si è empaticamente tradotto in un crescente coinvolgimento nell’esperienza dei nuovi “cori di voci” gelesi, per partecipare attivamente all’impegno con cui ognuno dei differenti agenti terrestri (umani e non umani), con le proprie capacità, collaborano tra di loro per riparare quel paesaggio che l’impronta antropogenica ha profondamente “rovinato”. Un impegno verso il miglioramento della vivibilità più-che-umana di questa realtà siciliana che tra gli anni settanta-ottanta ha patito una profonda ingiustizia ambientale e sociale in nome della modernizzazione industriale, che è anche di tipo etico e politico, ed è orientato da una delle figure dell’oblio che è quella del “ri-cominciamento”, che ambisce a «ritrovare il futuro dimenticando il passato, di creare le condizioni per una nuova nascita» (Augè, 2025: 56).
In cammino verso la giustizia ambientale e multispecie: emergenti segni di iridescenza politica per Gela
Il mondo della politica (soprattutto nella sua scala nazionale e internazionale) manifesta ormai da tempo non solo la perdita della sua capacità di ascolto e di osservazione di ciò che accade nel mondo (nell’ambiente sempre più inquinato dalle risorse fossili; nell’economia sempre meno produttiva e sostenibile; nelle società sempre più disgregate e diseguali, ma alcune anche molto creative; nel mondo della cultura e della ricerca con le proprie conoscenze – esperte e tradizionali), ma anche la perdita della sua capacità di sapere elaborare dei validi e condivisi immaginari etici e politici per migliorare la vivibilità (ecologica, economica e sociale) più-che-umana delle generazioni future, adoperandosi a creare dei futuri possibili per il pianeta in cui viviamo.
Sebbene siano ormai palesi i limiti di un sistema di produzione e di consumo fondato sull’uso dissennato delle energie fossili, sullo sfruttamento del suolo e sull’avvelenamento dell’atmosfera, dove l’economia, la finanza, la guerra, la democrazia, il clima si tengono tutti quanti tra di loro, lo strabismo della politica preferisce passare dall’emergenza climatica alla pandemia, dalle guerre alla crisi energetica, ai sommovimenti geopolitici come se si trattasse di singole crisi ognuna delle quali scavalca le altre, in una sorta di concorrenza per reperire fondi, attrarre l’attenzione dei media e la partecipazione dei cittadini. Questi interessi della politica contemporanea risiedono nella sua incapacità di sapere rinegoziare il nostro patto con l’ambiente.
Diversamente dalla politica (soprattutto quella nazionale e internazionale), una conoscenza aperta sul mondo ritiene che sia eticamente e politicamente imprescindibile cercare di impegnarsi a migliorare la vivibilità più-che-umana del pianeta Terra, andando alla ricerca di possibili divergenti legami col mondo, aprendosi con la propria sensibilità ai segnali corporei, ai suoni e alle voci che evidenziano nei territori la presenza di ecologie più-che-umane fondate su etiche collaborative tra esseri umani ed esseri non-umani. Una esperienza di questi possibili e divergenti legami col mondo è quella emergente nel paesaggio antropogenico “rovinato” del gelese, con il progetto Geloi wetland.
Nella ricerca gelese di una prospettiva futura diversa da quella estrattivista industriale, in questi ultimi mesi la società civile e parte della politica locale gelese hanno timidamente iniziato a manifestare un loro impegno, oltre che a sostenere nuove opportunità di sviluppo sostenibile alternative a quelle estrattiviste (il turismo ambientale, balneare e archeologico, oltre che un’agricoltura di qualità), di empatizzare nei confronti dell’emergente e divergente esperienza di Geloi wetland, prodotta dalla collaborazione tra agentività e temporalità umane e non umane. Un impegno empatico che da parte dell’amministrazione locale vuole invitare, nell’epoca dei cambiamenti climatici, a prendere atto della vulnerabilità ecologica e politica terrestre; della pluralità di forze agenti – un animale, un albero, pianta, ecc. – e di processi coinvolti (erosione dei suoli, siccità, ecc.), nonché sulla ricerca di relazioni più-che-umane col mondo. Relazioni con tutto il vivente (umano e non umano) che ci attraversano e ci trasformano, nell’impegnarsi individualmente e collettivamente a cercare maggiormente di riparare i danni ambientali e sociali prodotti.
Un esempio di come la nuova amministrazione comunale gelese in un certo qual modo sembra avere intrapreso il cammino verso un’emancipazione dal quel contratto industrialista che a partire dagli anni sessanta ha sancito la sua duratura dipendenza politica ed economica con il mondo industriale dell’ENI [4], per cercare di creare le condizioni economiche e ecologiche per una nuova nascita della città di Gela, viene dall’apertura dello spazio della politica verso una più ampia cittadinanza ecologico politica, considerando anche le esigenze di quegli animali non-umani tornati a abitare nel paesaggio tardo-industriale gelese – i volatili migratori [5] –, che sembrerebbe considerare ecologicamente come soggetti morali e di diritto da tutelare. Un’apertura ecologico-politica dell’amministrazione gelese che ha dato il proprio sostegno al Cicogna day del 2025, organizzato dagli operatori del progetto Geloi wetland presso locali del Comune di Gela: qui gli operatori hanno potuto dare espressione ai propri desideri e speranze con cui cercare di riparare, dal punto di vista socioecologico, il proprio paesaggio, dai danni che la cultura estrattivista delle generazioni antropogeniche hanno prodotto; in collaborazione con altre associazioni e centri di ricerca universitari.
L’impegno empatico verso la tutela dei volatili migratori che dopo una lunga assenza sono tornati ad abitare nella piana di Gela riproducendosi e svernando sui tralicci elettrici di media tensione, sembra aver contagiato anche l’amministrazione regionale siciliana, la quale rispondendo alle ripetute richieste avanzate nel tempo dagli attivisti della Lipu di Gela e di Niscemi, si è fatta garante della stipula di un nuovo patto ecologico con l’ENEL, a cui è stato chiesto soprattutto di ridurre gli impatti delle linee elettriche di media tensione sull’avifauna con particolare riguardo all’elettrolocuzioni e alle collisioni [6]. Due piccoli ma significativi imprevisti gesti compiuti dalle amministrazioni gelese e regionale, che in un certo qual modo ci portano a auspicare quanto il loro impegno empatico a ri-abitare la Terra, a partire dalla più o meno marcata consapevolezza che viviamo in un nuovo paesaggio in cui umano e non umano configurano i parametri del mondo vivente, possa tradursi in ulteriori scelte e impegni concreti verso gli innovativi eco-assemblaggi che finalmente sono emersi in questo luogo siciliano simbolo dell’Antropocene.
Lo stupore verso questi emergenti gesti risiede nel fatto che da questi sembrerebbe emergere una prospettiva istituzionale more-than-human, motivata sia da un’idea di “giustizia multispecie” (Chao, Bolender, Kirksey, 2022), sia da una nuova sensibilità ecologica, volta a migliorare la vivibilità del “mondo comune” in cui co-esistono umani e non-umani. Un mondo comune in cui l’esistenza delle cicogne bianche è resa molto vulnerabile dalla loro nidificazione sulle infrastrutture dell’elettro-conduzione presenti nel territorio della piana di Gela. Per comprendere quanto la rilevanza della presenza di questi volatili migratori abbia una certa consistenza statistica, si pensi che da quando nel nuovo millennio sono tornati a nidificare più o meno stabilmente ogni anno nei terreni agricoli della piana di Gela, hanno dato vita alla più grande colonia italiana, con circa cinquanta coppie che stagionalmente (da dicembre a maggio-giugno) tornano a abitare nello stesso nido, andandovici anche a riprodursi, prima di riprendere il loro volo migratorio verso le regioni del nord Europa che sono climaticamente più miti (Zafarana et. al., 2020).
Lo spiraglio di “giustizia multispecie” che è possibile intravedere dietro l’accordo istituzionale tra il mondo ambientalista, il mondo estrattivista dell’industria elettrica nazionale e la Regione siciliana, sembrerebbe mosso sia dall’intento di fare un po’ di giustizia verso un territorio la cui vivibilità è stata sacrificata in nome della sua modernizzazione produttiva industriale (agricola e fossile). Sia dal cercare di sostenere un nuovo ethos socio-ecologico, in cui l’ambiente viene concettualizzato come un costrutto ibrido dove l’esistenza di esseri umani e di esseri non-umani è fortemente intrecciata. Un ethos ecologico proiettato dal punto di vista temporale a includere passato-presente-futuro, orientandosi verso la tutela della coesistenza e dell’interdipendenza fra esseri umani e non-umani, a partire dal riconoscimento della reciproca vulnerabilità e cura, che conferisce a entrambi soggetti una loro rilevanza politica e giuridica. Sarebbe veramente stupefacente se questo nuovo accordo istituzionale more-than-human, riuscisse a «aprirsi cognitivamente alle possibilità di rappresentazione di interessi e prerogative di entità [e soggetti] non-umani, per decidere con responsabilità in merito alla tutela di tutti, comprese le generazioni future» (Petters Melo, 2024).
Il riconoscere in un certo qual modo valore alla vulnerabilità ecologica, a partire dalle interdipendenze ecologiche tra questi volatili migratori e il contesto ambientale locale, si estende anche alle emergenti relazioni sociali, affettive e cognitive (Chao et. al., 2022) che con questi particolari specie di attanti (i volatili migratori) si stanno generando nel territorio gelese. Camminando fra le strade del centro storico della città di Gela, è possibile incontrare vicino a alcune attività commerciali la presenza di piccoli nidi di cicogne, che esprimono simbolicamente un certo desiderio che si diffonde sempre più tra la cittadinanza gelese, quello di una nuova vita per Gela.
Il riconoscimento del valore etico e socioecologico prodotto dall’assemblaggio ibrido e multispecie e i risultati raggiunti dal progetto Geloi wetland, hanno fatto maturare l’idea della sua candidatura al “Premio Nazionale del Paesaggio” che viene assegnato ogni due anni dal Ministero della cultura.
Una candidatura che vuole evidenziare come, rispetto al senso di impotenza ecologica oggi molto diffuso, l’esperienza del progetto Geloi wetland rappresenti la concreta possibilità more-than-human di riparare il paesaggio in uno dei luoghi siciliani simbolo dell’Antropocene, attraverso la cooperazione di agentività e temporalità umane e non umane.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Si considerino tra l’altro le infrastrutture della mobilità -molto carenti e critiche nelle aree interne, ed i lunghi tempi dei cantieri per la manutenzione delle strade extraurbane a alta percorrenza; quelle dei trasporti -soprattutto di tipo ferroviario; e quelle per lo smaltimento dei rifiuti.
[2] Alcuni antropologi ambientali si sono fatti interpreti di questa prospettiva analitica denominandola “patchy anthropocene” (Tsing, Mathews, Bubandt, 2019). Ruscio
[3] Sul recente emergere di un’agency riparativa a tutela degli animali (i volatili) e dell’ambiente in Campania, attraverso forme di polizia volontaria volontaria da parte degli attivisti ambientalisti della Lipu, il WWF e Legambiente, si veda Manceron, Gugg, 2024.
[4] Nel 2014 l’amministrazione gelese è stata tra le più convinte sostenitrici della negoziazione politica economica sostenuta dall’amministrazione regionale di centro-sinistra, guidata dall’ex lavoratore Eni ed ex sindaco di Gela, Rosario Crocetta. Una negoziazione che ha portato queste due amministrazioni (locale e regionale), insieme al Ministero delle attività produttive, Confindustria e le organizzazioni sindacali a stipulare un accordo per cercare di dare al territorio gelese l’ulteriore piano di sviluppo industriale, i cui esiti sono stati, per il territorio il garantirgli un minimo di tenuta occupazionale con un decimo di posti di lavoro rispetto al picco occupazionale degli anni ottanta (circa 800 posti), con la costruzione di una Bioraffineria per produrre biocarburanti (bio-diesel e bio-olii); e per il cane a sei zampe, l’estensione delle concessioni estrattive di gas in mare nel canale di Sicilia.
[5] Tra i più significativi vi sono la cicogna bianca, la ghiandaia marina, la pernice di mare, il piviere dorato, l’occhione, il biancone, ecc.
[6] Tra gli impegni stipulati dall’ENEL vi sono, oltre che l’isolamento elettrico delle linee interessate dalla nidificazione o dalla posa delle cicogne, l’installazione di nidi artificiali, la valutazione di progetti di restauro ambientale con il coinvolgimento della Riserva naturale “Biviere di Gela” della Lipu.
Riferimenti bibliografici
Augè, M., 2025, Le forme dell’oblio. Dimenticare per vivere, Meltemi, Milano
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Alessandro Lutri insegna discipline etnoantropologiche (Antropologia ambientale, Antropologia patrimoniale, Antropologia culturale, Antropologia applicata e pubblica) presso il dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania. Accanto al percorso accademico affianca l’impegno civico e politico con innovativi progetti orientati alla riparazione ambientale e paesaggistica, e alla collaborazione con realtà ecomuseali siciliane volte alla valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale territoriale.
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