Nel novembre del 1974 entrai a far parte, poco più che trentenne, della neonata Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, con l’incarico di insegnarvi Storia del Risorgimento. Anche Giorgio Giorgetti vi era appena giunto, fresco di nomina a professore ordinario di Storia moderna, dopo alcuni anni di insegnamento nell’ambito del corso di laurea di Scienze politiche aperto presso la facoltà di Giurisprudenza della città in cui viveva e operava dalla fine degli anni Cinquanta.
Cominciò così, nel piccolo Istituto di Storia e Geografia (si chiamava proprio così, come una delle voci delle pagelle scolastiche), una collaborazione che nessuno poteva immaginare così breve – di fatto, un anno appena… – e che si rivelò subito quanto mai intensa e affettuosa, grazie anche alla comune militanza nel Partito comunista, vissuta da entrambi come impegno e testimonianza quotidiana, anche se io ero una semplice iscritta e lui un apprezzato dirigente cittadino (e non solo).
Del resto, era proprio in quell’ambito che io lo avevo conosciuto di persona, o meglio visto in azione, vari anni prima.
L’occasione era stato un grande convegno internazionale su Agricoltura e sviluppo del capitalismo tenutosi a Roma presso la sede dell’Istituto Gramsci in via delle Zoccolette alla fine di aprile del 1968, proprio mentre crescevano le tensioni all’interno del movimento studentesco dell’università di Paris-Nanterre, dove gli uffici restavano occupati e dove un giovanissimo studente di sociologia, Daniel Cohn-Bendit, invitava alla disubbidienza civile e alla rivolta aperta contro le ipocrisie del mondo borghese.
Io, laureata di fresco con una tesi sull’economia toscana di primo Ottocento, dovevo solo ascoltare e restituire il senso e le articolazioni di quel convegno scrivendone su “Critica marxista”, come subito feci. Ero fiera di quel compito e anche un po’ emozionata di poter vedere da vicino e dal vivo tanti studiosi di cui avevo letto saggi e libri, a partire dall’amato Eric J. Hobsbawm che, appena tornato da un viaggio in Bolivia (per sapere qualcosa di più del Che Guevara, sussurravano tutti) e in Perù, parlò delle tendenze “rifeudalizzanti” in atto in un’area di questo Paese. Ma nonostante che a suggerire il tema del convegno, in preparazione da più di due anni, fossero state anche le tensioni in atto in molti ambienti rurali del cosiddetto Terzo mondo, l’attenzione (e le relazioni) erano concentrate sull’Europa: una Europa larga, comprensiva della Russia, dove qua e là era in atto una incerta transizione al pieno dispiegamento del capitalismo nelle campagne; come accadeva per esempio in Italia, dove ancora alla fine degli anni Sessanta erano più i segni di un crollo dell’agricoltura che quelli di un possibile, radicale cambiamento della sua struttura produttiva.
Mario Mirri e la sua giovane allieva Giuliana Biagioli, così come Giorgio Giorgetti, erano intervenuti a più riprese – discutendo fra loro e con altri – sulle dinamiche dell’agricoltura toscana tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, in cerca di strade che le permettessero di mantenere quel nesso tra grande proprietà e coltivazione che la caratterizzava; e già allora mi avevano molto colpito l’assenza, nei suoi interventi, di qualsiasi tono polemico, ma anche la calma fermezza con cui aveva difeso le piste di ricerca da lui perseguite e i dubbi interpretativi che lo animavano, ma anche convinto della tendenziale proletarizzazione di gran parte dei mezzadri, della necessità di tener conto dell’assai diversa redditività dei terreni della regione e della loro vicinanza o meno a città e a importanti vie di comunicazione.
Perché mai la Toscana era venuta proprio allora differenziandosi da aree come quelle lombarde e piemontesi, caratterizzate da un generale riflusso della mezzadria e da un netto incremento dei rapporti di produzione capitalistici nelle campagne? Perché in Toscana gli affitti medi e grandi avevano continuato a mirare allo sfruttamento immediato delle opportunità offerte dal mercato, senza mai indirizzarsi verso una valorizzazione capitalistica dei terreni e delle colture? E perché anche i tentativi leopoldini di incrementare la piccola proprietà coltivatrice erano risultati così poco ricchi di virtù espansive?
C’erano, nella sua attenzione a evitare una riduzione del mondo agricolo toscano all’eminenza mezzadrile e a tener conto di fattori irriducibili ai rapporti di produzione, spunti e sollecitazioni che mi sembrarono preziose anche per le mie ipotetiche ricerche future, nonostante la diversità di temi e di impostazione della mia ricerca.
Anni dopo, ormai alla vigilia della nostra convergenza nella Facoltà senese, lessi d’un fiato il lungo saggio sugli Annali della Storia d’Italia Einaudi su Contratti agrari e rapporti sociali nelle campagne, per quanto avessi messo da parte gli studi sul mondo economico e politico della Toscana di primo Ottocento, acquistando subito dopo e iniziando a leggere quel prezioso Contadini e proprietari nell’Italia moderna che si chiudeva con uno sguardo lucido e incisivo sull’arduo crinale storico che l’agricoltura italiana stava ancora vivendo, in bilico fra regressioni latifondistiche e sviluppo di giovani aziende capitalistiche altamente specializzate. Ma di tutte queste cose, a dire il vero, ci capitò di parlare raramente nei mesi – poco più di un anno… – della nostra convivenza universitaria: tanto più che i Consigli di facoltà piacevano poco a Giorgio e io cercavo di ridurre al minimo la presenza a Siena perché a ottobre mi era nato un figlio e all’epoca per le docenti che erano semplici incaricate annuali non era previsto (né possibile) nemmeno un giorno di maternità.
Parlavamo piuttosto di politica, anche se di solito per semplici cenni e battute sulle novità dei tempi, che erano molte ed eccitanti in quegli ultimi mesi dello “straordinario 1974”, fitto di voci su possibili colpi di Stato e sul moltiplicarsi di manovre eversive, lacerato da stragi drammatiche e da attentati inquietanti, ma segnato a fuoco anche dalla grande vittoria del referendum sulla legge di divorzio e dalla fine vittoriosa della guerra del Vietnam con la fuga americana da Saigon.
Del resto, anche il mondo universitario in cui ci trovavamo a operare era in subbuglio, animato com’era da impetuose ribellioni a tutto ciò che ricordava il passato e da sperimentazioni entusiaste di novità non sempre fruttuose: ricco di spunti vitali, ma anche quanto mai dispersivo rispetto a quello degli anni della nostra formazione, avvenuta in tempi e in luoghi assai diversi, ma seguendo di fatto norme e percorsi molto simili. Strutture e rapporti istituzionali, forme e contenuti dell’insegnamento, tutto era ormai in discussione; e a Siena la presenza di un corpo docente complessivamente giovane e aperto ai venti del Sessantotto rendeva particolarmente diffusa la disponibilità a innovare.
Il salto, rispetto alla Firenze in cui mi ero formata, era davvero notevole. Il clima generale e i rapporti con i colleghi si delinearono subito molto diversi da quelli a cui ero abituata in ambito fiorentino: meno formali e assai meno attenti a titoli, fama e anzianità di ruolo. Mi sentivo protagonista del processo di costruzione e consolidamento della nuova Facoltà e del suo ancora modesto polo storico, ed ero decisa a fare del mio meglio per qualificarne e valorizzarne il ruolo e l’apporto, trovando sempre in Giorgetti una sponda disponibile all’ascolto delle difficoltà e delle proposte. Il rapporto fra noi era amicale, ma lui restò sempre, per me, prima di tutto una figura di riferimento, una persona su cui contare e il cui giudizio contava. Giorgio aveva appena quattordici anni più di me; ma bastavano per renderci appartenenti a due generazioni – a due storie – diverse: lui era diventato adulto negli anni della guerra, io di quel periodo ricordavo appena qualche suono e qualche fotogramma. Ma mi fece un gran piacere che un bel giorno mi invitasse a fare una scappata a casa sua, per farmi conoscere Anna, la moglie, che trovai intenta a stirare i panni di casa, mentre una bimbetta piccola – chissà, forse decenne – ci osservava curiosa.
Non so che cosa Giorgio avesse detto di me ad Anna in precedenza; mi presentò come “una brava compagna” e una collega preziosa: e quelle parole mi fecero un gran piacere. Con lui mi sentivo a mio agio; sapevo di poterci contare e sentivo che il suo modo di guardare al mondo era simile al mio. Soprattutto, sentivo di condividere con lui una concezione della ricerca che, per quanto idealmente “impegnata”, ne curava gelosamente l’autonomia, unica garanzia non solo di serietà scientifica, ma di utilità pratica e politica.
Non riesco proprio a ricordare con sicurezza se fu all’aprirsi di una seduta di tesi estiva o autunnale che me lo vidi davanti col viso giallastro, anche se – come sempre – ridente, e inopportuna come spesso mi capita di essere gli chiesi ansiosa che cosa mai avesse. “Non lo so”, rispose, “stasera vado dal dottore, e vediamo”. Da allora, non lo rividi più, ma seppi presto che la sua sorte era segnata. Toccò a me prenderne temporaneamente il posto nella direzione dell’Istituto, ove tutto mi parlava dei pochi mesi in cui Giorgio si era impegnato a irrobustirlo. Ma a lungo né quell’impegno né il lavoro di preparazione del convegno su Contadini e proprietari nella Toscana moderna che si sarebbe tenuto nel marzo del 1977 per onorarne la memoria discutendo degli argomenti e dei problemi che gli erano stati cari servirono a colmare il senso di vuoto che avvertivo entrando in quelle stanze che erano state per così breve tempo animate dalla sua calda umanità e magari – perché no? – dai suoi inni a qualche buon pranzo di campagna fatto in compagnia di uomini e donne che condividevano le sue stesse passioni e le sue stesse speranze in un mondo di liberi ed eguali.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
_________________________________________________________________________________
Simonetta Soldani, a lungo docente in Storia del Risorgimento all’Università di Siena (1974-1988) e in Storia contemporanea all’Università di Firenze (1988-2017) e ha diretto, dal 2007 al 2016, il dottorato in storia. È stata tra le fondatrici della Sissco (Società italiana di storia contemporanea) e della Sis (Società italiana delle storiche). Ha collaborato alle riviste “Studi Storici” e “Movimento operaio e socialista”. Dalla fondazione al 2024 ha fatto parte della direzione di “Passato e presente. Rivista di storia contemporanea”, su cui ho scritto vari saggi. Si è occupata soprattutto di Storia del “lungo Ottocento”, con saggi sulle rivoluzioni europee del 1830 e del 1848, sulla formazione del sistema scolastico nei primi decenni del Regno d’Italia, sulla Prima guerra mondiale, sugli studenti dell’Istituto di studi superiori di Firenze. Nel 2011 ha curato un volume su L’Italia alla prova dell’Unità (Franco Angeli). Dalla fine degli anni Ottanta si è però occupata soprattutto di storia delle donne, con saggi in riviste e opere collettanee (fra cui Il Risorgimento delle donne, nel volume sul Risorgimento a cura di Banti e Ginsborg)), e la cura dei volumi su L’educazione delle donne (Franco Angeli, 1989), Fare gli italiani (Il mulino, 1982); Donne e Giornalismo (Franco Angeli, 2004); Giornali di donne in Toscana, 1770-1946, (Olschki, 2007); Di generazione in generazione. Le italiane dall’Unità a oggi (Viella, 2014).
_____________________________________________________________






