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Un cuntu ca s’avia a cuntari

Da L'amore che ho i paolo Licata

Da L’amore che ho di Paolo Licata

di Nuccio Zicari 

L’amore che ho di Paolo Licata non è un semplice omaggio biografico a Rosa Balistreri; è un pugnale affilato nell’anima della Sicilia più profonda, un’opera che squarcia il velo su esistenze straziate e, in un balzo temporale, le proietta con cruda lucidità nella realtà stringente del nostro presente. Licata al suo secondo lungometraggio compone un’opera densa, viscerale e coraggiosa, capace di restituire al cinema italiano una delle voci più autentiche e tormentate della nostra cultura popolare.

Cantautrice, interprete ruvida, anima inquieta della Sicilia del dopoguerra, Rosa è stata molto più di una figura musicale: è stata coscienza civile, urlo di denuncia, poesia urlata con rabbia e amore per la sua terra. Basato sul romanzo L’amuri ca v’haiu di Luca Torregrossa (nipote dell’artista), il film è un ritratto emotivo e frammentato, costruito per flash e suggestioni. Licata non racconta Rosa, la evoca, la interroga, la attraversa. E lo fa con un rispetto profondo, ma senza timore di mostrare anche le sue contraddizioni, le ombre, la fatica del vivere e del cantare. Il film, presentato al 42° Torino Film Festival, si distacca dalla mera cronaca per divenire un’esperienza viscerale, un mosaico emozionale che, attraverso la narrazione non lineare, ci costringe a confrontarci con le ferite mai sanate di un’epoca, ma che, con agghiacciante precisione, si ripresentano nelle piaghe del nostro quotidiano.

Frammenti di dolore, echi di resilienza

La scelta di Licata di disarticolare la narrazione cronologica non è un vezzo stilistico, ma una necessità drammatica, è la chiave per esplorare le diverse sfaccettature della vita di Rosa, per evidenziare le sue lotte personali e artistiche. Ogni frammento – ogni salto tra l’infanzia violata, la giovinezza ribelle, la maturità segnata e la vecchiaia tormentata di Rosa – serve a scolpire un ritratto di donna che non è mai solo vittima, ma incarnazione di una resilienza feroce. Si apre nella Palermo del 1990, con una Lucia Sardo monumentale che, nei panni di una Rosa anziana e disillusa, tenta di riannodare i fili strappati del rapporto con la figlia Angela. Da questo presente carico di rimpianti, erompono i ricordi: dalla povertà più nera, ai soprusi subiti in gioventù, al matrimonio imposto che si rivela un incubo di violenza domestica, alle fughe, al carcere, fino alla rinascita attraverso la musica e al lento declino, fino alla solitudine.

Questo flusso interrotto non permette allo spettatore di prendere fiato, lo costringe a vivere, con Rosa, ogni sopruso, ogni umiliazione. Un montaggio franto e sensoriale, che può risultare disorientante per chi si aspetta un racconto lineare, è invece uno degli aspetti più riusciti dell’opera. Ogni fase della vita di Rosa viene evocata non solo per costruire un percorso narrativo, ma per indagare la sua interiorità: le ferite, le ribellioni, l’urgenza espressiva, la voglia disperata di dignità. La frammentarietà diventa così linguaggio dell’anima, specchio dell’identità spezzata e ricomposta di una donna mai riconciliata col mondo. Non c’è edulcorazione, solo la verità nuda e cruda di un’esistenza che si fa metafora di migliaia di altre.

Da L'amore che ho i paolo Licata

Da L’amore che ho di Paolo Licata

Un coro femminile che lacera l’anima

Il cuore pulsante di “L’amore che ho” risiede nella sinfonia di interpretazioni femminili che danno vita a Rosa nelle diverse età. Martina Ziami dà volto alla bambina Rosa, smarrita e già dura, cresciuta in una Sicilia patriarcale e senza diritti. Anita Pomario interpreta la Rosa adolescente e giovane donna, segnata da eventi drammatici ma ancora capace di sognare. Donatella Finocchiaro, con la sua presenza magnetica, incarna la Rosa adulta, cantautrice consapevole e ferita. Infine, Lucia Sardo, che con la sua presenza scarnificata e la sua voce graffiante buca lo schermo, regala al pubblico una Rosa anziana straordinaria, intensa, affaticata ma mai domata, capace di momenti di commovente vulnerabilità e una potenza espressiva rara. Tutte insieme compongono un coro che offre una prospettiva unica destinata ad amplificare il dolore, la rabbia, la disperazione, ma anche la forza indomita di questa donna coerente, complessa, stratificata. Le interpretazioni non si limitano a una somiglianza fisica o a un esercizio attoriale: sono immersioni nella carne viva del personaggio. Le loro performance non sono semplici recitazioni, ma trasfusioni di anima, che restituiscono la complessità di un personaggio che si è ribellata a un destino già scritto.

La voce come arma: l’attualità di un grido

La colonna sonora, curata con maestria da Carmen Consoli, che pure appare in un cameo significativo, non è un mero accompagnamento; riesce a mantenere l’intensità e la crudezza dell’universo musicale balistreriano. È il sangue che pulsa nelle vene del film. Le canzoni di Rosa Balistreri, intrise di dolore e speranza, non sono solo musica popolare, ma autentici manifesti sociali. Sono il suo grido contro il patriarcato che soffoca, contro la mafia che opprime, contro le disuguaglianze sociali che stritolano. E qui, Licata, con la sua regia asciutta e penetrante, eleva il racconto personale a denuncia universale.

Un ritratto politico e intimo di una donna indomabile

Le tematiche affrontate nel film – la violenza domestica, i matrimoni combinati, l’oppressione femminile, il classismo, la lotta contro la mafia – non sono reliquie di un passato remoto. Sono piaghe aperte nella società contemporanea, che ogni giorno ci investono con la loro brutalità attraverso le cronache. Il film ci sbatte in faccia come la forza di una donna, che ha trovato nella sua voce e nella sua arte l’unica via di fuga e di protesta, sia un monito e un’ispirazione ancora oggi. Rosa non è mai una vittima passiva; la sua forza, la sua determinazione e la sua capacità di reagire alle ingiustizie la rendono un esempio di femminismo ante litteram. Una donna che ha saputo trasformare la propria sofferenza in un atto di ribellione collettiva.

Disegno di Rosa donato da Renato Guttuso a Rosa Basterieri, da L'amore che ho" di Paolo Licata

Una rosa per Rosa, disegno donato da Renato Guttuso a Rosa Balestrieri, da L’amore che ho di Paolo Licata

Un’opera imperfetta e necessaria

Dal punto di vista visivo, “L’amore che ho” alterna momenti di grande ispirazione – alcune sequenze poetiche hanno un respiro quasi documentaristico – ad altri in cui il linguaggio cinematografico si fa più tradizionale, vicino a una dimensione televisiva. Questa scelta, che privilegia la narrazione diretta e accessibile, non indebolisce l’efficacia del racconto, che rimane potente e sincero. Licata predilige la forza del contenuto alla ricerca formale: mette in primo piano la verità emotiva e la profondità del personaggio, rinunciando volutamente a virtuosismi estetici. Il risultato è un film che colpisce più per la sua intensità narrativa e umana che per l’elaborazione stilistica.

Un’eredità che commuove e scuote

“L’amore che ho “non è un film “facile” ma urgente e necessario perché racconta una storia dimenticata; perché parla al presente con le parole del passato; perché dà voce a chi è stato zittito troppo a lungo. È un’opera che commuove, interroga, inquieta. Non cerca facili celebrazioni, ma costruisce un ritratto onesto e vibrante di una donna che ha saputo trasformare la sofferenza in arte, e l’arte in una forma di libertà. Paolo Licata restituisce al pubblico italiano e internazionale una Rosa Balistreri umana e leggendaria, fragile e indomita, reale e simbolica. È un omaggio profondo a una figura imprescindibile della nostra cultura e, insieme, una riflessione sul ruolo della donna, sul potere della voce, e sulla forza della memoria. È un’opera che commuove in profondità e, al contempo, scuote con violenza.

Licata, con una narrazione emotiva ma mai retorica, offre un ritratto di Rosa Balistreri che è al tempo stesso un omaggio sentito e un’indagine spietata sulla condizione umana. Il film ci costringe a riflettere sulla tenacia dell’animo, sulla capacità di resistere e di trovare nella propria arte la forza per non arrendersi. L’eredità di Rosa Balistreri, magistralmente riproposta da Licata, non è solo un capitolo della cultura siciliana e italiana; è un urlo silente che ancora oggi risuona, un monito potente per le battaglie che la nostra società deve ancora combattere. Un film da vedere, ascoltare, sentire. Un atto d’amore e di giustizia. Un cuntu ca s’avia a cuntari. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025

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Nuccio Zicari, fin da principio manifesta la sua poliedricità di interessi associando gli studi medici a quelli artistici. Agli esordi si dedica alle arti figurative, dal disegno alla pittura, ma in seguito il suo incontro con la fotografia fa sì che questa diventi il suo strumento di comunicazione più congeniale. Da autodidatta studia meticolosamente la storia dell’arte e della fotografia, frequenta a Milano corsi presso la Fondazione Internazionale per la Fotografia FORMA, la Nuova Accademia di Belle Arti NABA, l’Accademia di Fotografia JOHN KAVERDASH e la LEICA Akademie. Il suo principale interesse è l’aspetto documentario, antropologico, sociale e umanitario della fotografia, sia nel racconto di storie che nei progetti a lungo termine di interesse collettivo. Nel 2017 e 2018 i suoi lavori HUMANITY WITHOUT BORDERS ed SS-115, frutto di anni di reportage sull’immigrazione nel Mediterraneo, sono inseriti all’interno della “Italian Collection”, piattaforma che celebra ogni anno le più importanti storie fotografiche degli autori italiani. I suoi lavori sono stati esposti in Italia e all’estero e pubblicati su riviste nazionali, internazionali e su testi universitari. Dal 2019 scrive articoli per riviste di approfondimento culturale.

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