“Il castello indistruttibile” (2025) è un film di Danny Biancardi, Virginia Nardelli e Stefano La Rosa, prodotto da ZaLab e co-prodotto con la francese Société Du Sensible. I protagonisti del film sono tre bambini, Angelo, Mary e Rosy, che vivono a Danisinni, quartiere di Palermo, poco distante dal centro della città. Intorno alla loro amicizia, i loro giochi e i loro sogni si sviluppa l’intero film documentario. I tre autori infatti li hanno conosciuti durante laboratori di cinema partecipativo che hanno tenuto con la comunità del quartiere nel corso di due anni. Il documentario, con significativi tratti di finzione, nasce e cresce con loro nel gioco e nell’avventura di esplorare un asilo abbandonato nel cuore del loro quartiere. Qui tra le macerie di uno spazio abbandonato e sospeso, provano a costruire uno spazio tutto per loro, intimo, dove potersi sottrarre agli sguardi degli altri.
I tre bambini trasformano una stanza dell’edificio abbandonato in un rifugio segreto, dove possono essere liberi, giocare, raccontare storie, condividere sogni e dare libero sfogo alla fantasia, lontani dalle difficoltà di tutti giorni e dalla violenza del mondo esterno. Tuttavia, varie pressioni esterne minacciano questa loro fortezza di libertà, culminando nella sua inevitabile fine quando iniziano i lavori di ristrutturazione dell’asilo. Anche quando il loro castello viene smantellato, questo permane “indistruttibile” nell’immaginario e nell’esperienza condivisa, in cui Mary, Angelo e Rosy si abbracciano e salpano insieme, continuando a navigare nella loro crescita personale e relazionale.
Il film si apre con inquadrature rapide, camera a mano, su uno spazio urbano con case diroccate e addossate una contro l’altra; spazio delineato anche da suoni come schiamazzi, chicchirichì di un gallo, rombo di motorini. Poi una voce bianca fuori campo “questa è tutta Danisinni” esplicita il contesto e introduce i bambini protagonisti di questa storia. “Questa è la tua casa, la casa di Angelo e la casa mia”: ciò che li circonda ed è familiare viene mostrato attraverso un binocolo che permette un tipo di osservazione, quella ingrandita della realtà. Sguardi e voci in dialetto dei protagonisti si intervallano mentre cercano di scrutare a fondo, esprimendo al contempo la loro personalità e l’alchimia che li lega. La loro attenzione, in particolare, si sofferma su un edificio “dentro l’asilo dobbiamo guardare”, un asilo da tempo abbandonato su cui aleggiano storie di siringhe e di anime, dove i grandi non vogliono che vadano. “Io sono coraggioso, poi ti faccio vedere, io scendo”.
I tre bambini scavalcano la recinzione, oltrepassano il giardino che nel tempo è diventato una discarica e si addentrano nell’asilo. Sono proprio i loro corpi che, attraversando i vari spazi di quello che era l’asilo, restituiscono vita alle macerie e creano quella tensione/relazione – su cui si sviluppa l’intera narrazione del film – tra il dentro dell’asilo abbandonato e il fuori del quartiere.
La camera segue i bambini con cura, quasi lasciando che siano loro a ‘dirigere’, anche con le loro domande curiose, sincere, scomode. Gli autori stessi dichiarano in un’intervista che non erano sicuri dove li avrebbe portati, ma hanno scommesso che quel luogo, in cui i bambini avevano paura a entrare, li avrebbe condotti in una dimensione nuova, inesplorata. Hanno adottato l’approccio del video partecipativo che mescola osservazione e creazione partecipata, permettendo ai tre bambini di rappresentare se stessi e raccontare la loro storia in totale libertà.
Non c’era un copione, solo un’idea a grandi linee, poi a livello pratico partiva da loro il cosa e il come. Angelo, ad esempio, immagina inizialmente di parlare con un lupo, poi quel lupo nel corso della storia diventa lui stesso, come uno spirito incarnato, un gioco della maschera, un altro sé. Qui da spettatrice ho ripensato al saggio Medusa allo specchio. Maschere fra antropologia e psicopatologia (2001) scritto da Bruno Callieri e Laura Faranda. Nel denso libricino sono riportate in una prospettiva fenomenologica riflessioni sulla maschera. La maschera rompe ogni regola, è trasgressione, spazio polisemico, configurazione e veicolo di messaggi evocanti cose invisibili. La trasgressione dell’identità attraverso la maschera permette di passare ad un orizzonte dell’identità come racconto che prevede il gioco di una molteplicità di figure, di un processo di identificazione multipla. La maschera consente di dimorare dentro l’estraneità che è in noi: lo straniero non abita fuori di noi, ci abita. Solo allora, dando spazio all’altro e all’altrove, può veramente narrarsi. Queste riflessioni sono rievocate tutte nel momento magico in cui Angelo e il Lupo dialogano.
La capacità immaginifica di questi bambini permette loro di trasformare parte della realtà, parte di un edificio in frantumi, in uno spazio intimo dove potersi rifugiare “questa casetta è un castello indistruttibile e noi potremmo stare qui per sempre”, rivela Mary a Angelo davanti a uno specchio recuperato. E evadere da una dimensione scomoda, di incomunicabilità per cui “fuori non è tranquillo per niente” dice Angelo, manifestando l’incompatibilità dell’esterno con il suo sentire. Il fuori coincide con il mondo degli adulti, governato da regole rigide e antiche, che nel film per lo più rimane sullo sfondo o si sente fuori campo, riflettendo in qualche modo la lontananza fisica e affettiva dalla vita dei bambini.
Eppure questa presenza assenza dei grandi si tocca con mano, per la consapevolezza e profonda sincerità emotiva, nei discorsi dei bambini. Raccontano di risse e sangue nel quartiere, di padri in carcere e madri sovraccariche del peso della vita, della paura di diventare grandi e di desideri differenti dalla realtà che vivono. L’arrivo di Giada, che avviene in un secondo momento, apre argomenti sulla sfera femminile che forse Rosy e Mary da sole non avrebbero trattato. Anche quel momento tutte insieme è stato una magia. Stavano giocando a Obbligo o Verità e poi hanno iniziato spontaneamente a collegare i possibili fidanzati ai possibili futuri mariti e, di conseguenza, si sono immedesimate nelle loro madri: “se prima o poi avrò una figlia, vorrei avere una famiglia buona” dice Mary ad esempio.
Danisinni, in cui è ambientato il film, è un antico quartiere arabo normanno di Palermo, incastonato in una depressione naturale che un tempo raccoglieva le acque del fiume Papireto. Questo piccolo territorio è stato a lungo dimenticato dall’amministrazione comunale e perciò segnato dall’isolamento e dall’abbandono a se stesso, diventando una zona franca. La comunità che abita Danisinni prima è rimasta esclusa e negletta dalla città, poi si è dovuta scontrare con le notizie di cronaca che hanno alimentato una cattiva reputazione del quartiere. L’asilo nel cuore del quartiere era l’unica struttura istituzionale e l’unico presidio sociale pubblico, ma è stato chiuso nel 2007, lasciando alle famiglie e alla parrocchia Sant’Agnese tutte le responsabilità sociali ed educative.
Da diversi anni vari attori sociali hanno avviato un percorso di rigenerazione urbana e contestuale con l’obiettivo principale di restituire una nuova visione agli abitanti del luogo in cui vivono, una visione altra rispetto alla rappresentazione come cronaca di un’unica realtà. In questo contesto si inserisce il laboratorio di cinema partecipativo guidato dai tre registi Danny Biancardi, Virginia Nardelli e Stefano La Rosa con la comunità del quartiere. Coniugando documentario e video partecipativo, il laboratorio è una pratica di produzione audiovisiva condivisa che si realizza attraverso luoghi di formazione informale, focalizzati sia sul processo di trasformazione sociale che sul prodotto audiovisivo. È uno strumento di interpretazione della realtà e di autodeterminazione, che coinvolge la comunità e aiuta a trasformare la percezione che questa ha di se stessa, restituendo la possibilità di auto-narrazione a chi viene abitualmente narrato. I partecipanti infatti collaborano per raccontare la realtà da prospettive diverse, costruendo nuove narrazioni che spesso sfidano stereotipi e luoghi comuni, dando spazio e voce a chi solitamente resta ai margini della narrazione.
I bambini che attraverso questo film documentario ci raccontano in prima persona la propria esperienza e visione del mondo, mi sembra che vivano una doppia marginalizzazione, per essere bambini ignorati nel quartiere trascurato di Danisinni. Così è palpabile la paura e la delusione di Angelo, Mary e Rosy quando vedono la fine del loro castello indistruttibile, per cui le loro aspettative vengono disattese. In una assemblea di piazza presieduta da fra Mario viene annunciato l’imminente inizio dei lavori di ristrutturazione dell’asilo, attesi per più di 15 anni, dopo una battaglia che tutta la comunità di Danisinni ha portato avanti. Con le parole del prete “noi crediamo che l’asilo nido possa essere punto di partenza per prenderci cura del nostro territorio (…) la cosa importante per noi non è sistemare un edificio ma il valore che ha questo edificio per tutti i bambini e tutte le famiglie del territorio, perché significa un luogo in cui i bambini possono crescere, possono giocare, possono coltivare un sogno di vita” possiamo facilmente trovarci d’accordo, ma non di certo Angelo, Mary e Rosy che nel frattempo avevano aperto insieme, contando sulle loro forze, una nuova via.
Per concludere, la visione del film mi ha fatto pensare al tema dell’incanto (e reincanto), come sia strettamente legato al mondo dei bambini. L’antropologa Stefania Consigliere in Favole del reincanto (2020) riflette sulla modernità occidentale che appare come un’operazione storica e culturale all’insegna del disincanto, inteso come quel processo sistematico di distruzione colonialista della molteplicità degli immaginari umani. Il reincanto diventa così pratica insieme individuale e collettiva, critica ed esistenziale, attraverso cui riattivare la potenza del molteplice e dell’alterità e immaginare altri modi di abitare il mondo. Già Max Weber aveva parlato di “disincantamento del mondo” nel saggio La scienza come professione (1919), per descrivere come la crescente razionalizzazione della società occidentale abbia causato la perdita di una dimensione “magica” legata ad uno sguardo aperto alla meraviglia e ad una ricerca di senso fuori dalle logiche della tecnica e dalla ragione scientifica.
Anche il pensiero ecologico contemporaneo, specialmente le teorie ecomaterialiste e ecofemministe, sembra muoversi verso le stesse coordinate: making kin e making kind (parentela e cura, al di là del legame di sangue) di Donna Haraway esortano a ripensare il nostro vivere attraverso l’immaginazione di uno scenario radicalmente diverso, che decostruisca il nostro linguaggio e il nostro rapporto con ciò che ci circonda. Immaginare relazioni diverse tra esseri umani, luoghi, animali, piante, sassi, stelle, nella consapevolezza della molteplicità delle relazioni che dominano ogni aspetto, con empatia tra i diversi soggetti agenti che formano queste relazioni, aperti alla visione dell’invisibile, del fantastico e del perturbante (v. saggio di Serenella Iovino, Un viaggio non sentimentale, 2014).
Il reincanto del film esclude il mondo degli adulti, statici e addormentati nel loro disincanto, impossibilitati a una visionaria libertà di ripensare il presente. Ribaltando le consuetudini, sono i bambini a mostrare agli adulti come riconnettersi con ciò che li circonda e con loro stessi, aprendosi al tempo del mondo magico e allo spazio di luoghi incantati.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
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Giulia Panfili vive attualmente a Roma. Ha studiato antropologia visiva a Lisbona e ha concluso il dottorato in antropologia, politiche e immagini della cultura, museologia con una tesi di ricerca etnografica in Indonesia sul wayang come patrimonio immateriale dell’umanità. Ha partecipato a convegni di antropologia e arte in Portogallo, Brasile, Inghilterra, Indonesia, e a mostre collettive di fotografia, illustrazione e stampa grafica presso gallerie e festival in Italia, Spagna, Portogallo, Indonesia. Tornando in Italia ha frequentato la Scuola Romana del Fumetto, dedicandosi quindi a disegno e illustrazione, con cui ha elaborato parte della tesi di dottorato. Ha approfondito in seguito tecniche e linguaggi della fotografia e del documentario audiovisivo con corsi formativi e progetti vincitori di bandi di concorso.
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