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Un assente sempre presente. Il padre come una patria

copertina-costa-001di Cinzia Costa

Ci sono delle letture appassionanti, intrecciate, ma allo stesso tempo magnetiche, al tal punto da rendere la lettura un esercizio di piacere e di svago. È così, in effetti, per la maggior parte dei romanzi che generalmente mi trovo a leggere per diletto nel mio tempo libero. C’è, però, un altro tipo di scrittura, e dunque di lettura, che, superando il livello del fascino accattivante del romanzo narrativo, costringe il lettore ad un livello di attenzione superiore, sfidandolo ad un gioco intellettuale che richiede uno sforzo non indifferente. È questo il caso di I domani di ieri [1] di Ali Bécheur, pubblicato nel 2017 in francese dalla casa editrice Éditions Elyzad di Tunisi e giunto in Italia nel 2019, con una traduzione di Giuseppe Giovanni Allegri [2] grazie a Francesco Brioschi Editore. L’autore, tra i più noti scrittori tunisini francofoni del momento, ha regalato al pubblico un testo prezioso, quasi uno scrigno, contenitore di numerosissimi riferimenti e citazioni colte, una scrittura densa e un linguaggio realistico ed insieme espressionistico, piani narrativi e temporali intrecciati e, talvolta, difficilmente distinguibili tra di loro, livelli di dialogo sovrapposti e lunghe descrizioni o monologhi riflessivi. È questo un tipo di scrittura che riporta prepotentemente alla memoria Vincenzo Consolo, Gabriel Garcia Marquez, Marcel Proust. Una lettura che costringe a ritornare qualche paragrafo indietro per riallacciare il senso del discorso, a consultare il vocabolario per ricercare il senso di certi lemmi, a digitare sulla stringa del motore di ricerca “storia della Tunisia”, per comprendere meglio gli episodi storici menzionati rapidamente.

I domani di ieri, in questo senso, è un romanzo impegnativo che trasmette però al lettore un grande bagaglio di contenuti storici e profonde riflessioni individuali e sociali, attraverso una narrazione estremamente poetica e raffinata.

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Tunisi (ph. Getty images)

Una delle frasi di apertura del romanzo è «Arriva senza avvisare, l’ineluttabile»; l’episodio che dà inizio alla narrazione è, infatti, la morte del padre dell’autore, avvenuta il 22 novembre 2008 (come recita il titolo del primo capitolo). Da questo episodio, come un vaso di Pandora scoperchiato, scaturisce un lungo percorso disordinato a ritroso, una disordinata sequenza di immagini associate, così come fa la memoria quando vogliamo raccontare una lunga storia e abbiamo bisogno di mettere insieme i pezzi del nostro passato [3], o del passato delle generazioni precedenti a noi. È questo quello che fa Bécheur, un lungo salto indietro nel tempo, nella storia di suo padre, della sua famiglia paterna, del suo Paese, la Tunisia, e di sé stesso. Storie tra di loro indissolubilmente legate, giacché la storia individuale di ciascuno di noi, non può mai essere compresa o raccontata a tuttotondo se svincolata dalla cornice della storia collettiva, o, per così dire, dalla Storia (con la “s” maiuscola).

E la Storia che contiene questo racconto è quella di un Paese colonizzato, attraversato da repentini cambiamenti, tangibili nella vita quotidiana dei protagonisti, che non sono dei protagonisti qualunque, ma sono, per l’appunto, dei colonizzati. Il padre, Omar, vero protagonista del romanzo, sebbene sia quasi sempre l’interlocutore, il Tu, del narratore e mai la voce narrante, nasce infatti nella Tunisia del Protettorato francese; figlio di un umile barbiere e fratello minore di un soldato rimasto invalido dopo aver partecipato alla «maledetta gran carneficina dei rumi [4]. Lui ne era tornato – sia lode a Dio  –, ma la sua gamba destra no»[5]. Le sue grandi capacità da studente (non solo della scuola coranica, ma anche di quella francese) e, soprattutto, la volontà del padre di risparmiare al secondogenito l’infelice destino del fratello maggiore, condurranno Omar ad un lungo percorso di ascesa sociale che lo porteranno, dopo una lunga gavetta, ad affermarsi come un importante avvocato nella Tunisi dei primi decenni del Novecento.

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Tunisi (ph. Getty images)

Un uomo rispettabile e rispettato, saldo nei principi, impegnato nella difesa legale dei connazionali oppositori del regime coloniale, e severo nel suo ruolo di padre. Poche informazioni, ricucite con grande difficoltà, perché Omar, come ripete in più occasioni il figlio, non era un uomo loquace, particolarmente generoso di confidenze, ciò che ha contribuito a creare un alone di inaccessibilità seppure nella intimità del rapporto. Si legge, infatti, «Niente. Di sé non diceva niente, nemmeno a sua moglie, credo. Della sua infanzia, della sua adolescenza, non una parola. Di lui conoscevo solo il suo presente che a trent’anni di distanza interferiva col mio. E solo per la parte emersa, oltretutto. Bisogna, dunque, che mi arrangi con questo niente».

Dal canto suo il narratore, presumibilmente Ali [6], riporta alla memoria la sua infanzia:

 «La mia infanzia è un cimitero dove sono sepolti uliveti a perdita d’occhio, sterrati abbandonati dove giocavamo a pallone in mezzo alla polvere e al pietrisco, spiagge deserte dove flutti dorati si alternavano a flutti color turchese, siepi di fichi d’India irti di spine a guardia di distese di crudeli ortiche e di papaveri dai petali amaranto. La mia giovinezza, pensavo, è un abbozzo di romanzo abortito, buttato in fondo a un cassetto di cui ho perso la chiave. Mi resta solo una maglietta scolorita. Alla fine ci s’inventa un’infanzia, se non si riesce a ritrovarla. Il tempo si ritrova solo nell’immaginario».

Un’infanzia che sa di Mediterraneo, non solo per i colori, i sapori e i paesaggi dipinti, ma anche per il crocevia di amici e vicini di casa che la popolano, da Éric l’ebreo, a Nino l’italiano di Palermo, al maltese Monsieur Micalef, e suo figlio Bernard:

 «Gli amici erano amici, amici e basta, un diritto di cittadinanza. Non erano cristiani, non erano ebrei, non erano musulmani, che si festeggiasse il Natale, lo Yom Kippur o l’‘Aid, a nessuno gliene fregava niente, era solo una buona occasione per ricevere regali, biglie, palloni, Meccano, Monopoli, e per rimpinzarsi di panettone, di sfoglie dolci di pane azzimo o di agnello allo spiedo».

È a partire da questi ricordi che, tassello dopo tassello, si va componendo il mosaico della relazione padre-figlio; un rapporto di sangue, di un’intimità così intrinseca che non ha bisogno di essere esercitata. In questa relazione i ruoli sono quelli atavici, stabiliti dalla tradizione, che prevedono una imparità naturale ed incolmabile: una gerarchia che vede gli adulti, e poi gli anziani al vertice, e i giovani sempre molti passi indietro; una gerarchia che prevede che il padre sia sempre, prima di tutto, un genitore, e dunque un esempio da seguire, e solo poi, eventualmente, un uomo, con le sue fragilità e debolezze.

«Padre e figlio. Ognuno al suo posto. L’uguaglianza è una nozione straniera, un’innovazione rivoluzionaria. Ci vogliono due uomini per instaurare un dialogo. E io uomo non ero, ancora ce ne voleva, tutt’al più ero in divenire. […] Fra noi due si apriva l’abisso insondabile della filiazione. Ascendente, discendente. […] Lui puntava sempre al gradino più in alto e io rimanevo sempre inchiodato al primo che faticavo a superare. Quel goffo ascendere si chiama diventare grandi».

Un’educazione, quella ricevuta dall’autore, caratterizzata dal pudore dei sentimenti, nonché da una visione patriarcale del rapporto tra i sessi e dunque dei ruoli di genere. Questi elementi della rigorosa formazione ricevuta cominciano ad essere messi in discussione da Ali nel momento in cui si allontana dall’ambiente familiare, prendendone le distanze per andare a studiare a Parigi. È solo questo allontanamento, faticoso come un tradimento o una sconfessione delle proprie origini [7], che permette ad Ali di iniziare a pensarsi come un individuo, in assoluto, e non più solo in relazione al valore del padre.

protettorato-franceseParallelamente alle vicende personali corre la trama della storia della Tunisia. Alle età dei personaggi, corrispondono periodi della storia tunisina, con i relativi cambiamenti delle abitudini, dei paesaggi e dei sentimenti del popolo nei confronti dei Preponderanti, è così che l’autore nomina i coloni francesi.

La vita sotto il protettorato francese cambia infatti tangibilmente le abitudini del popolo: «passeggiatine vesperali, lente e rilassate, a braccetto, uomini che si tolgono il cappello davanti alle signore che restituiscono il saluto con un sorriso appena accennato o un grazioso cenno del mento».

E ancora strade larghe ortogonali, facciate art noveau, bistrot, giardini pubblici, gioielli e brindisi con champagne; «e ovunque la bandiera tricolore che garrisce al vento d’Africa. Allons enfants de la patrie, le jour de gloire est arrivé».

Dall’altro lato, il cambiamento arriva forte anche nelle zone rurali, dove i fellah, i contadini, e i meskin, a cui hanno rubato la terra, sono schiacciati dalla siccità e dall’indigenza, afflitti da epidemie e provano qualsiasi cosa pur di sfamare le bocche dei propri figli, anche partire per la Francia per fare i lavori più pericolosi in condizioni di para-schiavitù.

La colonizzazione lascia una forte impronta anche nella vita di Ali, cresciuto con un’identità ibrida che, se da un lato offre qualche strumento utile (per esempio il bilinguismo), dall’altro rende spaesati, ponendo l’individuo in una condizione di doppia assenza [8]. «Sono nato fra due mondi, non ho scelto, ero un indigeno e lo sono ancora […]. Essere colonizzato significa essere destinato a non sapere su quale piede appoggiarsi».

Questa è la storia della colonizzazione, che immerge gli individui in relazioni strutturali che alterano i rapporti interpersonali, e gli individui stessi, come dimostrano gli studi di Frantz Fanon. Il colonizzato è automaticamente un figlio della violenza, perché vive costretto da una condizione di violenza strutturale. È così che un giorno Omar si trova nel pieno di una celebrazione cristiana insieme al suo fraterno amico e mentore Amin:

«ogni evviva, uno schiaffo. Ogni ovazione, un’umiliazione. Ogni strombazzata, una mortificazione. Ogni rullo di tamburo, un affronto. Bocche secche. Un sasso nello stomaco. Amin, fronte alta sotto i ricci corvini, occhio castano, bocca orlata di polpa vermiglia, naso fine e dritto come una lama di coltello che gli taglia in due il volto color terracotta[9]. Il suo amico. Il fratello scelto. Che gli sussurra nell’incavo dell’orecchio: maledetto il buco che li ha messi al mondo. Zitto, che ci fai beccare, risponde Omar lanciando un’occhiata al cordone delle forze dell’ordine».
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Bourguiba a Biserta

Il romanzo acquisisce un valore aggiunto per il lettore europeo, in quanto mostra alcuni eventi della storia contemporanea da una prospettiva inedita, che non è certo quella che troviamo espressa sui libri di storia su cui abbiamo studiato, in particolare relativamente alle pagine della colonizzazione, una lunga e decisiva fase di avvenimenti su cui mai abbastanza ci siamo soffermati.

In un passo molto interessante del romanzo l’autore evidenzia, infatti, la doppia faccia della Francia, che se da un lato sventolava il vessillo dei valori della Rivoluzione francese, Liberté, Eglité e Fraternité, dall’altro negava palesemente e spudoratamente quegli stessi valori ai popoli che opprimeva [10]. E ancora, se da una parte nel 1950 il Ministro francese degli Affari esteri, Robert Schuman, pronunciava il suo famoso discorso, ben imbastito di princìpi come pace e collaborazione [11], che gli valse il riconoscimento come uno dei padri fondatori dell’Unione Europea, dall’altra, poco più di un anno dopo, egli stesso inviava una lettera al primo ministro del governo beilicale, rimarcando, ancora una volta, «il carattere definitivo che unisce la Tunisia e la Francia», screditando di fatto i princìpi su cui si bassava la neonata alleanza europea.

Quella che applichiamo sulla storia, come spesso facciamo nelle nostre vite, è dunque una memoria selettiva, che cancella troppo spesso ciò che non ci fa piacere ricordare. Intrecciando i due piani narrativi, e scavando nel profondo della storia del padre, l’autore finisce per ricucire i pezzi di un’identità smembrata. L’autore ha trascorso decenni guardando con riverenziale timore alla figura del genitore e cercando di allontanarsene quanto più possibile, per poi scoprire nel momento della sua morte, di assomigliargli “sempre di più”. «Come se l’ereditarietà, con la pazienza dell’eternità, avesse atteso che lui si assentasse per modellarmi a sua immagine». Comunque vada il padre rimarrà «l’assente sempre presente».

Una figura così vicina e così lontana, che attraversa la storia del protagonista e la vita dell’autore e stringe i loro destini in una consustanziale identità. Metafora dello scontento e del desiderio, orizzonte invisibile e irraggiungibile eppure immanente e incancellabile. Una condizione simbolica, forse universale, che mi ha ricordato i versi di una bella poesia di Piero Calamandrei: ««Padre e figlio finché vivono/ Marciano uno dietro l’altro sullo stesso sentiero./Finché sono vivi/ Non possono né avvicinarsi né guardarsi in faccia/ Solo quando il padre si ferma nella morte/ La distanza comincia a diminuire./ Allora egli si riposa e si volge indietro / Ad aspettare il suo figliolo che sale./ Il figlio può finalmente vedere il volto del suo babbo/ E riconoscersi in lui sempre meglio, via via che la distanza decresce./ Come quando a guardar controluce / un momentaneo abbaglio dà l’illusione / di veder camminare sulla strada/ due persone distinte».

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
Note

[1] Titolo originale: Les lendemains d’hier.
[2] E a cura di Elisabetta Bartuli.
[3] A questo proposito è interessante notare che i titoli di tutti i capitoli fanno riferimento a date, persone o luoghi.
[4] Dal Glossario dei termini arabi al termine del volume: «letteralmente “romano”, “bizantino”, “greco”. Spesso usato dagli arabi in modo spregiativo per indicare sia i cristiani sia in generale gli europei».
[5] Il riferimento è qui, quasi certamente, alla Prima guerra mondiale.
[6] Non abbiamo tuttavia gli strumenti per poter affermare con certezza che il romanzo sia autobiografico.
[7] Me ne sono andato via come fanno i disertori.
[8] Cito, in questo caso, il sociologo Abdelmalek Sayad, che viene, presumibilmente, citato a sua volta dall’autore che parla, invece di “doppio esilio”.
[9] Gli aspetti dei tratti somatici sono fondamentali perché, come sosteneva anche Fanon, tracciano a monte e indiscutibilmente una differenza tra indigeni e colonizzatori. Nessuno dei due potrà mai essere scambiato per l’altro, la loro egemonia e subalternità è scritta sul corpo e nel colore della loro pelle.
[10] «Era una bella cosa incidere LIBERTÉ sul marmo dei monumenti – anche noi la volevamo, la libertà –, ÉGALITÉ, anche noi ci auguravamo di essere uguali a tutti loro, FRATERNITÉ – benissimo, ma allora fraternità fra tutti i popoli della terra».
[11] Una delle frasi più note è: «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano» (https://europa.eu/european-union/about-eu/symbols/europe-day/schuman-declaration_it).
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Cinzia Costa, dopo aver conseguito la laurea in Beni demoetnoantropologici all’Università degli Studi di Palermo si è specializza in Antropologia e Storia del Mondo contemporaneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia con una tesi sulle condizioni lavorative dei migranti stagionali a Rosarno, focalizzando l’attenzione sulla capacità di agency dei soggetti. Si occupa principalmente di fenomeni migratori e soggettività nei processi di integrazione. Collabora con l’Associazione Sole Luna – Un ponte tra le culture.

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