di Edoardo Mantega
È morto un vecchio amico.
È morto oggi, questa mattina, trent’anni fa. Se n’è andato come chi non ha niente da perdere, giocando con il mondo in silenzio.
È il sei di settembre del duemilaventicinque, sono un insegnante di lettere e quest’anno attraverso il mare per prendere servizio sull’isola di San Pietro. Città di Carloforte. A vederla da lontano, la sensazione che provo è come uno smarrimento. Il mare è agitato, le vie del centro storico salgono verso la chiesa battute dalla spuma e dal vento. Guardo fuori dagli oblò mentre lentamente mi sciolgo sulla moquette della sala da pranzo, mentre divengo parte delle poltrone in poliestere smangiate dal sale e dai residui di caffè. L’estate sta finendo e realizzo che non c’è niente da ridere.
Il mio amico è morto qui.
E di lui, ora che ci penso, si è detto tanto. L’hanno affogato di parole. Anche io, mentre scrivo queste mie, gli tengo la testa giù; ora che si dimena, che salgono le ultime bolle d’aria in superficie ed esplodono, ora che le mie mani scompaiono nel riccio scomposto dei suoi capelli. E allora devo ricordarmi perché lo faccio. Perché scrivere di lui.
Perché, in fondo, sono convinto che basterebbe ciò che ha scritto lui. E anche, senza dubbio, quello che non ha scritto. Il bianco tra le pagine.
Il battello corre il su e il giù del mare e l’isola di San Pietro è lì di fronte ma non arriva mai.
Il mare è in tumulto e il sole si è nascosto via. L’imbarcazione piange in tonalità gravi e sconnesse.
Ci sono voci che ti attraversano. Voci che sembrerebbero la tua, in cui pensi di riconoscerti, in cui provi un senso di ritorno a casa, quasi un esercizio della memoria. Questo è il gioco della letteratura: indovinarsi in quel preciso momento che intercorre tra la sospensione e il lasciarsi andare. Tra il prima e il dopo.
Io Sergio Atzeni l’ho conosciuto che avevo appena iniziato gli studi universitari a Cagliari. C’era in me, allora, me lo ricordo bene, come l’urgenza di una voce, di una geografia emotiva. Io volevo appartenere a qualcosa e non appartenere a niente mai. Era qualcosa di più di quella città, di quelle voci nuove, qualche cosa di più dei venti anni appena sbocciati e delle luci impazzite tutto intorno.
Era qualcosa di più: era la città stessa che muoveva dentro con parole che io sentivo di avere, da qualche parte, ma che non trovavo. Era una voce che non s’attenuava, era agitazione, era una grande festa e un canto all’efficienza delle storie.
Perché tutto comincia con un libro alla fine di una serata alcolica. Io mi apprestavo, e questo non lo sapevo mica in quel momento, a consumare gli ultimi scampoli di una lunga e cogliona adolescenza. Dentro la bettola dell’amico Bangla che ci forniva da bere e da fumare. Lì, in quel preciso momento, poco prima dei saluti, poco prima della notte, prima dell’ognuno per i fatti suoi, il mio amico Fmi aveva regalato un libro, un libricino, una cosa modesta e mi aveva detto solo: Leggilo, parla di te. E io ero uscito, mi ricordo, guadagnando la strada di casa con una certa velocità, godendomi le vie libere della notte come un ratto per il su e per il giù del quartiere. In mezzo all’acciottolato, aprivo il libro.
Io non so cosa sia successo, in quel momento, ma la vita mi si è spaccata in due tra le mani. La vedo e la rivedo, ancora adesso, tutta bella sfilacciata cadere giù scivolare e poi ricomporsi da sé.
Una frase, una su tutte, per me valeva più di ogni libro letto, valeva come un buon disco, valeva come qualcosa di reale, di doloroso e di bello: valeva come un pugno, come un lutto, come una piazza in festa. E io non ero che un giovane, e insicuro, coglione. Ora, invece, non sono più né giovane né insicuro. Eppure, mentre camminavo quella sera, e singhiozzavo, ed era inverno e faceva freddo, Cagliari era la città, era il moderno, era un residuo di qualcosa che sentivo, per la prima volta, appartenermi.
E proprio in quel momento, invece, la stavo lasciando.
Il traghetto sul quale ero appena salito, quella sera, e dal quale non sarei mai più sceso, era il traghetto del mio amico. Io non lo conoscevo ancora, ma qualche cosa di lui mi entrava dentro e percuoteva, era come un’ode al disordine, un’ode alla precarietà della vita, un’ode alla ricerca. Si ma la ricerca di che cosa?
Bocca aperta alle mosche, Ruggero Gunale guarda con occhi umidi e impietriti la città che si allontana.
Il battello procede dentro le pieghe più nere della tempesta. Ora l’isola di San Pietro non si vede più. Ho quasi terminato i miei flaconcini di grappa barrique. Iniziamo a imbarcare acqua. Li vedo, fuori, i mozzi pieni di onde e di stormi negli occhi, pieni di porti, tenere a bada la tempesta, il mare, loro stessi. Fumano e la sigaretta non si spegne. Io mi sdraio del tutto, ora, m’appiattisco sulla poltrona in poliestere e mi riparo, come riesco, mentre inizia a deformarsi la sala da pranzo dello scafo.
Ci siamo solo io e il mio amico, ora. È morto oggi, questo amico, trent’anni fa. Certo è che è da un po’ ormai che non lo sento. Non una telefonata, non un messaggio. Mi sembra però di vederlo camminare lungo i corridoi demodé della sala ristoro, pieni di quadri di pittori locali prossimi a cadere, come un esserino, un insetto di mare, appollaiato da una parte che mi guarda e mi dice Ciao, Coglione.
la croce d’oro sulla cupola della cattedrale e attorno a corona digradando i palazzi color catarro dei nobili ispanici decaduti, circondati da bastioni pietrosi invalicabili a piede d’uomo, dove pendono chiome di capperi al vento, di un verde che ride.
Quella sera, anni fa, mentre la vita mi si schiantava tra le mani, e continuavo a leggere, pagina dopo pagina, mentre le impalcature delle lettere si sformavano nel bianco della riga libera, nella pagina vuota lattescente che mai mi era sembrata così piena, e piena di cosa, piena di musiche, di ombre, di violenza e di carità, piena di me, ma io cosa ero, in fondo, in fondo all’epoca ero un abbozzo di qualche cosa, in quel momento ho sfrondato la via di casa e ho continuato a camminare.
Qualcuno mi ha cercato. Parenti, amici, amanti. Io, nel frattempo, sgusciavo e sgusciavo per le vie ripide della città vecchia, imprendibile, invisibile. M’inerpicavo lungo le torri carcerarie, divenivo pietra di cattedrale. E poi la città nuova, quella che conoscevo pure io: dentro le costruzioni popolari, voce di marmitta, di ferraglia, di porte sfondate, di cocci.
Luce e vapori avvolgono la città, pare staccarsi dai colli, nube guidata al cielo dalla croce. Visione da monaco medioevale. Sciocchi e astuti nella Gerusalemme che sale al Signore. Così vede la città Ruggero Gunale e pensa: “è pulita e secca. Il sole la asciuga e il vento spazza via i fetori”.
Il mare è un timore indicibile ora. Anche i mozzi, come pesci da tana, si son chiusi nelle cuccette interne. Per fortuna c’è la grappa. Mentre tazzine piattini bicchieri posate macchina del caffè tostapane e affini volano da una parte all’altra, mentre l’intera sala da pranzo è uno schianto e nulla più, riesco a musicarmi la scena, a sillabare la paura che provo, ad accogliere il caos della fine.
E mi ricordo, ancora:
La nave puzza di piscio e ammoniaca.
Quella sera, vagabondando con piedi e occhi, finendo per inciampare tra quartieri e pagine, ero giunto al porto. E una nave, una più scura, salpava di lì a poco. Non sapere dove sarebbe andata, me lo ricordo, era l’unica cosa che importava. Anche quel libro, quello che avevo appena letto, non andava da nessuna parte. Eppure, cercava qualcosa. Era.
L’acqua ora mi raggiunge le braccia, le spalle. La poltrona in poliestere è l’unica cosa a separarmi dalla fine, dall’abisso, dal mio amico. Oggi non andrò a scuola. Non tornerò neanche a quella sera, la sera in cui ho preso il mare e non ho fatto ritorno.
Perché ultimamente, da quando tutti hanno ripreso a parlare di questo amico, mi pare che abbiano messo in evidenza solo la figura di scrittore e intellettuale ordinato, pulito, profumato. Uno da commemorazione, uno da nostalgia canaglia negli occhietti umidi. Uno da chiacchiericcio continuo, dai grandi sorrisi e dal riflettore facile. Un morto, perdio!
E quindi non farò ritorno oggi, non lascerò la nave, perché il mio amico, per me, è vivo più che mai. Non serva alla vostra pubblica lappatura di coscienza o ancor peggio di carriera, non serva alla mia! Perché Atzeni è stato tanto, ma sopra ogni cosa è stato un ultimo. È stato un grande disordinato. Un convinto precario. Pulirlo e imbellettarlo, ora, non gratterebbe via il sale del mare né l’odore di nafta. Ne sono impregnate le pagine, le parole. Soprattutto le parti bianche, in cui ha concesso di navigarci le nostre vite.
È morto un vecchio amico.
È morto oggi, questa mattina, trent’anni fa. Se n’è andato come chi ha tutto da perdere, giocando incosciente e vedendo nel vecchio mondo la possibilità di un mondo nuovo.
Ora che chiudo quasi gli occhi e m’affogo, gli lascio la testa e gli chiedo scusa.
Per aver scritto di lui, e perché in fondo non penso di aver trovato ancora una ragione valida per averlo fatto.
Solo il disordine e la precarietà dell’esistere. Tutto è già nelle sue parole.
E da questa barca non si scende, e se lo si fa, c’è sempre un prezzo da pagare.
Fuggi. Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone, ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura.
In cambio sarai libero.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
___________________________________________________________________________
Edoardo Mantega, scrittore. Ha vinto nel 2023 il premio Salvatore Mannuzzu con il racconto La promessa di esserci. Nel 2024 ha pubblicato con la casa editrice Il Maestrale il suo primo romanzo, Annìle, con cui ha vinto il Premio Gramsci.
_____________________________________________________________







