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«‘U jornu era ‘ncimatu»: luoghi e umanità residuali nei versi di Nino De Vita

Posted By Comitato di Redazione On 1 gennaio 2021 @ 02:01 In Cultura,Letture | No Comments

71eb5m6dljldi Nicola Grato

«Questo strano fatto emerso dalle voci del niente, dai silenzi che si urtano nel grande mare prima di ogni cosa, prima che ci sia “cosa”, albero, frutto e mano, che coglie la mela amara di saperlo ‒ questo strano fatto, in cui qualcosa si prende addosso la vita, o se la trova, e dice “Io”, mentre nomina il mondo, è la poesia. Cioè noi, nella nostra sostanza di parola. Il “mondo” (essere, noi, cose) è istituzione di parola. Di questa istituzione linguistica del mondo, la poesia (quella dei poeti “necessari”) è la custodia. Custodia della soglia del senso, nella carne del mondo».

Queste parole di Eugenio Mazzarella [1] riferiamo alla poesia di Nino De Vita, a tutta la sua produzione e in particolare all’ultima silloge, Il bianco della luna (Le Lettere, Firenze 2020) . Una antologia, meglio una autoantologia, del poeta marsalese, certo; a nostro avviso però questo libro non è sic et simpliciter una raccolta delle poesie più belle del nostro, ma un libro che segna un punto importante nella vita umana e poetica di Nino De Vita, vedremo perché.

Il libro contiene testi tratti da sette raccolte, in più cinque poesie dalla silloge ancora inedita Tuttu ‘u munnu si rruri. Da queste cominciamo la nostra lettura, dalla fine; qui il mondo si tormenta, qui De Vita ci parla delle lacrimae rerum: «Sti cusuzzi/chi ggìranu, ri notti, /attornu ȏ lumi e trùzzanu: cci nn’è/nna tavula sminnati,/abbruciati pi ddintra/ ȏ tubbu, ncapu ‘u libbru/cci nn’è, nne fogghi, chi/sbarìanu» (‘U strallàscitu). “Sti cusuzzi”, questi piccoli insetti che volteggiano attorno al lume notturno tempo, che si bruciano, che cadono feriti sul tavolo. Questo mondo di lepidotteri che soffre e geme è il mondo intero: sono le cose che chiedono udienza al nostro orecchio, che gridano e schiamazzano, e invocano pietà al nostro occhio.

«Comu l’òmini ‘i cosi/pinìanu; e s’avissiru/’a palora ‘i sintissinu/angusciari, vuciari,/viremma, ‘unn’u sapemu,/priari» (Quann’è chi tartaddia): la cose forse pregano, sentono pena come gli uomini.  Come il bambino che si stupisce e sente pena per la gallina ammazzata divenuta il giorno dopo pasto per la famiglia: «Un cci pinzari rissi/me’ patri. ‘Un cci pinzari». Dal silenzio primordiale una voce; dal cozzare di particelle nel niente dell’origine la parola della poesia: “lo strano fatto”, come lo definisce Mazzarella, è la rete di relazioni che si intesse quando si scrive, quando si fa poesia. Nino De Vita ha informato tutto il suo lavoro poetico di questa ricerca di relazione: letteratura come vita e come dialogo, come ricerca di senso. Un grido, una voce ci chiama, ci chiama all’attenzione nei confronti delle cose, ed è la poesia.

L’attenzione verso le cose del mondo è attenzione verso le persone: nella poesia di De Vita restano memorabili Martinu, Mimiddu, Lucianu, Rrusulia, nomi che ci raccontano vite, persone che hanno lasciato una traccia nel mondo, un segno vivo, attraverso la loro vita e la poesia. Rucchittu fa parte di questa umanità residuale tanto cara al poeta marsalese: un uomo stretto nelle sue spalle che immaginiamo magre, un uomo stretto nel suo dolore.  Scorre la vita, il giorno non ha posa, il dolore cresce: «tuttu ‘u munnu si rruri», le cose e le persone si tormentano ma forse una luce c’è, ed è l’amicizia intesa come fraternità: «Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi»[2].

9788846920492_0_0_626_75I nomi delle donne e degli uomini ma anche dei santi, delle loro apparizioni improvvise o del confondersi di umano e divino nel racconto: come nelle Parità del Guastella o in certe poesie di Rocco Brindisi, i santi sono umani con pose umane, e magari spuntano dai quadri alle pareti; gli angeli discorrono coi bambini: è questa l’infanzia del mondo, la magia che costituisce l’orizzonte di senso dei bambini che nel racconto diventa motore dell’azione drammatica.

Dicevamo di come la sensibilità del poeta senta profondamente le cose, anche i loro odori: nella poesia L’aranciaru si sente odore di mosto, di rose, gelsomini e carrubi. Ma soprattutto c’è silenzio, un silenzio profondissimo, il silenzio che invoca chi pesca quale condizione per poter fare buona scorta di pesce. C’è silenzio allo Stagnone, un silenzio così perfetto che si sentono i pesci guizzare, le ali degli uccelli. C’è un pescatore di granchi, che le sue prede insacca e annoda così che le povere bestiole fanno un tramestìo nel sacco che turba il poeta che ascolta: «‘Un mi piaci ascutari/’a làstima chi fannu”/cci rissi./’U cristianu si fici/ursignu. M’ammicciau,/schifiatu/ “Puru niatri”/accuminciau a vuciari/”semu pi ddintra ȏ ‘n saccu;/e lastimiamu, avemu/l’accupazzioni, ‘i còlluri chi cci hannu/l’aranci, tuttu ‘u munnu/si rruri”». Questo profondo ascoltare è condizione di acuta sensibilità che ci riporta alla mente la dichiarazione di Franco Loi: «E dovrei parlare anche dello scrosciare delle piogge e della danza delle gocce sulle pietre e dello sciacquìo giù dalle gronde. Ma ecco che m’accorgo anche dello stormire delle foglie, del fruscìo delle erbe che mi giunge quasi come una carezza, e persino la terra emana ogni sorta di suoni o crepitii. Tutto è vivo e parla in natura (…). Il problema vero è che non sappiamo ascoltare, e che i rumori prodotti dall’uomo soverchiano spesso le possibilità d’ascolto»[3].

Questo è un punto, a nostro avviso, molto importante: soverchiati dai rumori di fondo, siamo incapaci di ascoltare profondamente: un suono, un amico che ci parla, un libro. Abbiamo bisogno di parole vere e di discorsi veri. Dobbiamo cercare nella poesia più che una facile risposta una nuova domanda, forse l’unica che onestamente ci possiamo porre, secondo Agamben: a che punto siamo? A che punto è la nostra storia di uomini sulla Terra? Quale immaginario oggi possiamo dire di aver costruito? Nino De Vita ci propone poeticamente una strada, la strada che porta al baglio Lipari, luogo misterioso, luogo geografico e potente centro d’immaginazione: il poeta vi arrivava percorrendo “un violu”, cioè un viottolo, luogo della scoperta per chi abbia giocato nei quartieri o in paese, sulla strada. Imponente il baglio Lipari si vedeva tra i vigneti; dentro, le casette torno torno e il vento, elemento naturale che sommuove ed evoca memorie, come nelle poesie di Tonino Guerra: mai uguale a se stesso è questo vecchio baglio, mai uguale nelle stagioni e nelle ore della giornata: elemento mobile, esso ci dice della nostra storia, ci racconta della nostra vita attraverso lo sguardo che noi poniamo sulle cose vecchie, sulle porte semiaperte o spalancate del tutto:  c’era una volta la vita, in questo luogo.

tiatruIl parallelismo tematico con Tonino Guerra, prima appena adombrato si fa più evidente nella scelta di De Vita di raccontare questi luoghi abbandonati e remoti che hanno un’aura magica, luoghi di agnizioni e apparizioni: oltre al baglio Lipari le case di Luciano, pastore; la stanza che Nino aveva al pensionato universitario Santi Romano, a Palermo; tutti i luoghi e le strade di Cutusìu, la contrada che è protagonista della poesia di De Vita: né locus amoenus o buen retiro che dir si voglia, quanto piuttosto teatro drammatico, palcoscenico di azioni raccontate con un «dialetto integro», come lo ha definito Roberto Sottile [4]. Ci torna alla memoria la definizione di Contini del dialetto di Tonino Guerra come «qualcosa di barbarico e irsutamente inedito», un codice linguistico che esprime la preistoria interiore del romagnolo. La poesia di De Vita è in questo senso ugualmente primordiale e fondamentalmente orale, si  dispiega in una lingua ormai conosciuta soltanto dai vecchi ma che deve essere conservata non già per resistenza, ma per esistenza della memoria anche in un presente che sembra senza tensioni, senza valori, piatto più che profondo. C’era una volta la vita nei luoghi, ma c’è ancora se la poesia se ne occupa: sono i luoghi che hanno memoria di noi [5].

C’è ed è profondissima questa memoria di noi attraverso i luoghi nella poesia di De Vita: una stanza («la stanza: un armadietto,/un lettino, due sedie;/e in alto una finestra/piccola con la grata»); la vigna nella quale Nino e suo padre estirpavano gramigna; il cortile di Alberta, vecchia pettinatrice novantenne; la cappelletta del Santo Padre delle Perriere; le chiese, le case, le finestre dalle quali si vede il mare d’Occidente e le Isole Egadi. Lo Stagnone, luogo carico di miti e di voci, di segreto e riti ancestrali aggrumati nell’ondeggiare verde della posidonia. Luoghi carichi di elettricità, galvanizzati dalla presenza degli uomini e dei loro cunti. Già, i cunti, i racconti che Nino sin da piccolo ha amorevolemnte ascoltato e che lo hanno fatto uomo e poeta: questi cunti, queste storie, diventano materia poetica, e grazie ai versi vivono ancora persone, case, luoghi scomparsi da tempo.

9788846921468_0_0_626_75Poesia dei luoghi e del passaggio del tempo, quella di Nino: sono fulminei e quasi nascosti nell’ordito lirico questi passages, ma sono fondamentali perché evocano atmosfere e situazioni: «P’u timpuni, nno custuni ra Conca/’u jornu era ncimatu»; «come arrossa/il sole quando scende/a mare»; «I patri abbunazzati/ – stanchi pi ddu circari – /aspittàvanu, fermi/’ncapu i rrami, c’u suli/calummassi nno funnu/ru mari e si facissi/sira».

Non per vezzo abbiamo cominciato la lettura di questo libro di Nino De Vita dalla fine, dalle poesie che faranno parte di una nuova raccolta: in queste liriche ravvisiamo un elemento che è filo conduttore di tutto il libro, ovvero l’esattezza delle parole, il loro ordine preciso nel discorso, che è poi più profondamente prendersi cura del mondo e ricerca costante della verità delle cose; a questo proposito ci ritornano alla memoria queste parole di Leopardi tratte dai suoi Pensieri:

«(…) sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un’azione non simulata ma vera, e di conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia tra i detti e i fatti. La quale, essendo i fatti, per esperienza oramai bastante, conosciuti e immutabili, e non convenendo che gli uomini si affatichino più in cerca dell’impossibile, resterebbe che fosse accordata con quel mezzo che è, ad un tempo, unico e facilissimo, benché fino a oggi intentato: e questo è, mutare i detti, e chiamare una volta le cose coi nomi loro» [6];

e queste di Rocco Brindisi :«Vi sono gesti che rimangono sospesi, come quello di non accarezzare un bambino, nel timore di turbarlo; gesti che ci addolciscono, da morti, quando ci stancherà la memoria dei gesti portati a compimento»[7].  Nelle poesie de Il bianco della luna le cose, i fatti, gli uomini hanno nomi che sono consistenza, presenza viva: farne memoria attraverso la poesia è il gesto che può salvare questi nomi, queste parole, e noi che le ascoltiamo e le leggiamo. Nino ci parla di vite minute chiamando «le cose coi nomi loro», riempiendo di cose vere i nomi: ricordiamo quel bellissimo luogo di Consolo ne Il sorriso dell’ignoto marinaio in cui Enrico Pirajno afferma: «Ah, tempo verrà in cui da soli (“i dannati della terra” n.d.r.) conquisteranno que’ valori, ed essi allora li chiameranno con parole nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perché i nomi saranno intieramente riempiti dalle cose» [8].

1520089158-0-solitudini-nino-vitaÈ questo meravigliarsi delle cose, sentirne suoni e odori, la caratteristica etica e formale della poesia di Nino De Vita: questo risultato è raggiunto con un linguaggio asciutto ma non scarno, elegante ma di una eleganza che mai si risolve in lusus, ma in discorso concreto e vero e, come notava Gianmario Lucini [9], “polisemico” nel senso che avevano i racconti popolari di un tempo, veri e propri romanzi di formazione delle generazioni dei nostri padri. Le parole adoperate, l’amore con cui Nino scrive in dialetto rispettando la forma e la misura di ogni singolo vocabolo, il recupero e l’uso di una parlata ormai marginale ha l’obiettivo politico di fare luce sui luoghi residuali, così pieni di storie da raccontare; non è il vezzo di un erudito, il passatempo di un annoiato bensì l’appassionata ricerca di un uomo cha ama la vita e le parole.

La poesia rappresenta la nostra vita aumentata, la cagione profonda del nostro essere nel mondo: persino dentro Auschwitz, dentro al male assoluto, alcune donne hanno scritto delle poesie per tenersi disperatamente attaccate alla vita, ce ne parla Ferdinando Camon in un suo articolo per “Avvenire” del 12 novembre 2020 [10]. La poesia ha a che fare con l’uomo: è un unico poema umano quello di De Vita, un poema dei nomi e delle storie, delle vicende di splendore e di dannazione dell’uomo sulla Terra: «La poesia è una forma d’arte, forse la più elevata del linguaggio umano, che serve a fare luce e materialità sulle nostre vite. La poesia non è che la vita messa in parole», afferma il poeta messicano Mario Bojòrquez [11], e queste parole, nella poesia di Nino, hanno forma di racconto che tende al dialogo e alla ricerca di relazione col lettore, senza tuttavia mai ammiccare ma proponendo sempre nuove domande a chi ascolta. 

Così Nino De Vita ci sollecita ad ascoltarci, a fermarci per un momento a considerare la vita come un dono; la “lunga fedeltà” di Nino alla poesia si esprime con Il bianco della luna in modo chiaro, lasciando presagire nuovi spunti nella sua futura produzione: al centro dell’obiettivo del poeta è il mondo offeso, che si rruri; gli strumenti stilistici adoperati dal Nostro hanno avuto e sempre avranno l’esattezza e il rigore etico che ogni maestro deve mostrare non già per senso egemonico nei confronti degli allievi, ma perché l’amore è attenzione per il più piccolo, per il più solo e nascosto: «Parlai ra luna/tunna e a fàuci;/ra mezzaluna;/ru jocu ra luna/chi s’ammuccia nne nèvuli/e e s’affaccia…/E a ccorpu Martinu/mi firmau,/ “è bedda”/rissi “‘a luna”».

Dialoghi Mediterranei, n. 47, gennaio 2021
Note
[1] Cfr. Eugenio Mazzarella, Perché i poeti. La parola necessaria, Neri Pozza, Vicenza 2020: 7
[2]  Papa Francesco, Fratelli tutti. Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020: 8
[3]  Franco Loi, Il silenzio, Mimesis accademia del silenzio, Milano – Udine 2012: 8-9
[4] Cfr. Roberto Sottile, Il sentimento del contrario nel teatro lirico di Nino De Vita, in “Dialoghi Mediterranei” n. 36, Marzo 2019
[5] Cfr. A proposito dei luoghi che hanno memoria degli uomini V. Teti e W. Wenders, In difesa dei luoghi, Donzelli, Roma 2010.
[6]  Giacomo Leopardi, Pensieri, Adelphi, Milano 2017: 33
[7]  Rocco Brindisi, Morte di un amico che guardava, Ad est dell’Equatore, Rende (CZ) 2019: 25
[8]  Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Mondadori, Milano 1997: 114
[9] Cfr. La nota che Gianmario Lucini ha scritto a introduzione di alcune poesie di Nino De Vita contenute in L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni, G. Nava, R. Renzi, C. Sinicco,  Gwynplaine, Camerano (Ancona) 2014: 424-426.
[10] Cfr. Ferdinando Camon, Il quaderno di poesie scritte ad Auschwitz. Versi a testa alta dentro il male, in Avvenire”, 12 novembre 2020
[11] Cfr. La poesia come bene supremo, intervista di Christian Sinicco a Mario Bojòrquez in Confini, Istos Edizioni, Ancona 2018: 51.

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Nicola Grato, laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo, insegna presso le scuole medie, ha pubblicato tre libri di versi, Deserto giorno (La Zisa 2009), Inventario per il macellaio (Interno Poesia 2018) e Le cassette di Aznavour (Macabor 2020) oltre ad alcuni saggi sulle biografie popolari (Lasciare una traccia e Raccontare la vita, raccontare la migrazione, in collaborazione con Santo Lombino); sue poesie sono state pubblicate su riviste a stampa e on line e su vari blog quali: “Atelier Poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Poetarum Silva”, “Margutte”, “Compitu re vivi”, “lo specchio”, “Interno Poesia”, “Digressioni”,“larosainpiù”,“Poesia Ultracontemporanea”.

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