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“Tutto quello che non ci dicono”. An-negare

Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2020 @ 00:15 In Cultura,Società | No Comments

dialoghi sul negazionismo

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Paolo Veronese, La dialettica, Sala del Collegio, Palazzo Ducale Venezia, 1571

di Riccardo Talamo

Sono tempi difficili. Le stime sulla vita media dei ghiacciai, e in generale sulla futura abitabilità del nostro pianeta, propongono impietosi countdown, una spada di Damocle sempre più vicina. Da un lato gli ignoranti, beata categoria. Dall’altro gli spaventati e sventurati difensori del pianeta che sentono il peso di tutto: incendi dolosi, plastiche abbandonate, aria irrespirabile. Nel mezzo il resto dell’umanità, coloro che ne parlano con preoccupazione e si arrendono all’inefficacia delle loro azioni.

Personalmente rimbalzo tra penultimo e ultimo gruppo per spirito di sopravvivenza e, tra la speranza che il miracolo possa ancora accadere e la rassegnazione, guardo mio figlio con profondo senso di colpa. Le domande impertinenti e puntuali che mi pongo sono tanto infantili quanto disarmanti: perché l’irresponsabilità di alcuni non può, come per magia, ricadere sugli stessi? Com’ è bello vedere il padrone pestare inavvertitamente i bisogni del proprio cane o lo studente distratto rovinare i jeans sulla chewing gum che aveva appiccicato sul bordo della sedia il giorno prima, insomma poter vivere le proprie responsabilità con un diverso senso civico, una sorta di patente a punti che penalizzi soltanto chi lo merita! Al contrario, continuiamo a vivere nella speranza che qualcosa migliori e, continuando a soffrire le negligenze altrui, vediamo il nostro spazio vitale ridursi e soffrire.

Ma siamo stati sempre così disorganizzati e menefreghisti? Com’è possibile che migliaia di anni di storia, invenzioni strabilianti e complesse società organizzate non riescano a trovare una soluzione e debba essere una bambina a sensibilizzare, o almeno provare a farlo, il resto della popolazione? La risposta a quest’ultimo interrogativo devia per poche righe il mio discorso. Durante i miei studi ho ritrovato risposte culturali in princìpi di sopravvivenza, davvero sorprendenti e in controtendenza con l’andamento attuale. Per spiegare meglio, prendo in esame il temuto e tanto propagandato problema del sovrappopolamento terrestre. 

È lecito parlare di tendenze culturalmente connotate come più o meno razionali nel perseguire un comportamento riproduttivo responsabile e lungimirante, legato principalmente ad un senso di responsabilità nei confronti della possibile prole. A tal proposito interessante citare il paradigma Hajnal-Laslett sul modello anglosassone che, per oltre un ventennio dal 1965, ha influenzato gli studi di storia della famiglia e di demografia della storia. John Hajnal avanza l’ipotesi di una interrelazione funzionale tra il ritardo nell’età al matrimonio e la struttura nucleare degli aggregati familiari. In questo modo il matrimonio ritardato nella società europea occidentale sarebbe causato dalla necessità per le coppie giovani di lavorare e accantonare ricchezza sufficiente per mettere su famiglia (cfr. Benigno, 1989: 142).

81jbkshstilPeter Laslett, in The world we have lost (1965) e in Household and family in past time (1972), andava smontando il luogo comune di eredità tardo positivistica che vedeva nella famiglia nucleare e nell’età avanzata al matrimonio tipici fenomeni moderni dimostrando come, almeno in Inghilterra, essi fossero riscontrabili sin dal XVI secolo. Lo storico britannico, fondatore del celebre gruppo di studiosi di Cambridge, sosteneva che proprio questa varietà di norme sociali ruotanti attorno alla famiglia nucleare e al relativo controllo sul matrimonio (tra cui la regola di mandare i giovani a servizio per un periodo della loro vita) aveva costituito il cuore della tradizione occidentale e la ragione ultima del suo successo. Così il delinearsi di componenti psicologiche che, in Tony Wrigley (1987) e Roger Schofield (1989), vengono definite preventive checks, riprendendo le opere malthusiane, propongono la volontaria limitazione della capacità riproduttiva attraverso restrizioni della nuzialità. Pertanto, proprio in contrapposizione con la tradizione mediterranea, il mondo anglosassone sarebbe stato capace di limitare la propria natalità con azioni razionali definite «prudential marriage» che ne garantivano bassa pressione demografica. In questa lettura vi è un preciso sviluppo economico nella condivisione della norma sociale che obbliga il raggiungimento di un basic minimum living standard prima di sposarsi (Benigno, 1989).

Prudential marriage e preventive checks, che miracolo, che accostamento semantico appropriato e quanta delicatezza in questo paradigma! In poche parole, il successo dell’Europa risiede nelle misure preventive e nella prudenza con la quale i giovani affrontavano, o ritardavano, il matrimonio. Insomma, a Londra “a fuitina” non era concessa con annessi e connessi di “accollamenti” economici e sociali da parte dei genitori.

Questo breve accenno è solo un piccolo esempio, un pretesto per ripercorrere il rapporto tra responsabilità e tendenze che mi porta ai nostri giorni. Il presente, sulla scorta del passato, parte da una fitta esperienza e dall’elaborazione di regole ben precise che ci salvano dai pericoli. L’età contemporanea avrebbe dovuto proporre la maturità del genere umano, invece i pretesti per dimostrarci irrimediabilmente distratti e guasconi confluiscono quasi sempre nell’evento più deplorevole da verificare: ignorare, negare. La prima operazione è colpevole, la seconda premeditata.

Partire da Irving e Raissinier vorrebbe dire appesantire queste pagine con discorsi su forni e fonti che non sono degni di essere citati. Insomma, scanso immediatamente l’Olocausto, aggrappandomi all’art.4 della legge Scelba, piazzando un punto e accapo gigantesco. Vorrei invece approfondire il concetto di negazione, un errore di pensiero che confonde spesso ribellione, complottismo e libertà di espressione. Vado avanti per esempi, due su tutti: la terra è piatta, il Covid non esiste.

51lzracyrl-_sx326_bo1204203200_Dichiaro fin da subito che i terrapiattisti mi stanno simpatici. Una grande distesa di terraferma circondata da cascate e mostri in difesa dei confini, almeno per me, sarebbe la trama ideale per un ottimo Tim Burton. Terrapiattisti in volo su razzi artigianali che vogliono fotografare la Terra, vere e proprie missioni per dimostrare la veridicità di queste affermazioni, testi pubblicati, convegni surreali, non so, non me la sento di controbattere, a patto che tutta questa buffa storia rimanga una breve parentesi e non si esageri.

L’esempio del Covid, ahimè, è un po’ diverso. Il fatto che i poteri forti vogliano inocularci dosi massicce di chip sottoforma di vaccino, o qualcosa di simile e che, per ragioni a me non chiare, si stia inventando una catastrofe di proporzioni cosmiche per perseguire fini diabolici, inizialmente poteva anche rientrare nel novero delle perle complottiste insieme a quelle del precedente esempio. Il problema, a questo punto è un altro, grave e di immediata comprensione, citato in precedenza: la responsabilità e, aggiungo un altro elemento, la violenza. Cerco di argomentare di seguito.

Negare, nel gioco del revisionismo d’avanguardia, può essere un’operazione d’interesse collettivo quando con scientificità si mettono in gioco vecchie convinzioni in funzione del progresso. Giocare a chi la spara più grossa aggrappandosi alla libertà d’espressione equivale a confondere le idee, fino ad offendere l’intelligenza umana con insopportabile violenza. Negare, in quel caso, equivale ad an-negare la ragione e minare i provvedimenti a tutela della collettività: proibito, bandito, apologia all’anarchia e all’inciviltà, anticostituzionale, pericoloso e altro punto.

Il problema è sorto probabilmente dopo qualche film e youtuber fantasioso. Dall’11 settembre in poi è stata un’escalation, di “tutto quello che non ci dicono”, incontrollata. Premetto che le cose che non ci dicono non ce le dicono, per carità, ma non credo in alcun grande segreto mondiale. Le ricostruzioni complottiste e deliranti degli attentati sulla Rambla hanno spento un lievissimo interesse sulle ragioni nascoste dello schianto sulle Twin Towers che, durante i miei 20 anni, potevano trovare delle corrispondenze in tesi affascinanti. Oggi realizzo una verità che ritengo assoluta: mettere in discussione ogni cosa, solamente perché non si hanno le prove che sia accaduta come ce la raccontano, è non credere a nulla, uscire dal pensiero razionale, in sintesi equivale a cancellare la storia e l’uomo.

Perché i negazionisti hanno tanto successo? La verità corrisponde ad un principio vero da sempre: la violenza e l’estremo attirano l’attenzione di molti. È un gioco di significati, limiti e regole da trasgredire, decostruire con semplicità ciò che non si comprende, sminuire la scienza per sentirsi al di sopra delle parti. Una cultura del sospetto che in buona sostanza consente di avere un ruolo d’eccezione e costringe il mondo a controbattere, a perdere tempo con te. Ma questo non è un fatto che coinvolge pochi distratti e dimenticati, anzi appartiene ad un metodo comunicativo ben preciso e collaudato.

978880624152higSe si trattasse soltanto di dire la propria, discorsi che scompaiono nel giro di qualche ora, si potrebbe anche soprassedere. In realtà il negazionismo subisce gli impulsi, neanche impercettibili, di chi fa la voce grossa in nome di una libertà che non esiste. Sparare sentenze prive di fondamento scientifico è difatti la propensione per una vasta compagine politica che cavalca l’onda emotiva fomentando, talvolta, il delirio assoluto. Riprendendo il pensiero di Edward Bernays, ciò che vuole la gente in una democrazia è un senso di intimità con i propri governanti: non essere ascoltati o rappresentati, ma ottenere una sensazione di vicinanza rispetto al potere. La democrazia, in tal senso, viene letta come la possibilità di suscitare tale vicinanza. L’alternativa sarebbe rischiare una crescente discrepanza tra i desideri delle persone e le politiche messe in atto. La propaganda diventa uno strumento indispensabile per evitare che la democrazia precipiti nel caos (Davies, 2019).

Cosi, nei giorni della pandemia, tra una mascherina e l’ennesima doccia di Amuchina, stanchi e stremati da una condizione di deprivazione notevole, quale miglior rimedio dell’accodarsi all’impavido grido del temerario di turno? Ne abbiamo sentite tante, opinioni, cure e rimedi low cost si alternavano su bocche semplicemente frettolose, e ci andava bene quando il pulpito arrivava da sventurati virologi. Mentre ascoltavamo fiduciosi e sorridenti tesi e tesine, le bare passavano silenti. Morti senza nome, senza funerali né storia, dimenticati con l’estate. Un mare provvidenziale che col suo sale ha lavato le ferite dei vacanzieri sotto lo sguardo luttuoso di chi è rimasto a casa a piangere i propri cari.

Dunque, mi chiedo, come siamo arrivati fin qui. Noi del prudential marriage incartati nella definizione e gestione di un fatto evidente. Abbiamo pensato semplicemente di non seguire le regole, non tutto è chiaro, ma in fondo durante questa immane tragedia ogni tanto ci ha fatto piacere non lavarci le mani, ci ha resi liberi e opportuni, ribelli contro l’esagerazione dei comitati tecnico scientifici.

Anno 2020, ancora si discute su fatti di disarmante evidenza scientifica. I su citati comitati, per intenderci, sono un deterrente per principi fascisti, ignorarli è dittatura, trionfo del “faccio come mi pare”, il fallimento definitivo della nostra specie che fa rima con l’esigenza di negare ciò che è e non potrà mai sembrare. Appare evidente, dunque, la confusione generata da continui e inutili dibattiti sull’opportunità dello sputacchiarsi vicendevolmente, una sorta di débâcle collettiva in un teatro del grottesco in cui Archimede è costretto a spiegare a Homer Simpson la convenienza di rimanere con la testa fuori dall’acqua.

Dialoghi Mediterranei, n. 46, novembre 2020
Riferimenti bibliografici
Benigno, F.
1989    Famiglia mediterranea e modelli anglosassoni, in “Meridiana”, n.6: 141-165.
Davies, W.
2019    Stati nervosi, Einaudi editore, Torino. 
Laslett, P.       
1965    The world we have lost, Routledge, London.
1972    Household and family in past time, Cambridge University Press, Cambridge.
Schoefield, R.
1989    The Population History of Englad 1541-1871, Cambridge University Press, Cambridge.
Wall E., Robin J., Laslett P. (a cura),
1984    Forme di famiglia nella storia europea, Il Mulino, Bologna.
Wrigley, E.A.
1987    People, cities and wealth: the transformation of traditional society, Basil Blackwell, Oxford.

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Riccardo Talamo, da oltre dieci anni nel mondo della formazione si occupa di antropologia e studi storici. È interessato ai mutamenti cerebrali come riferimenti biologici e culturali. Dallo studio del Triune Brain di Paul MacLean nasce l’esigenza di indagare su caratteristiche evolutive e dipendenze endogene ed esogene afferenti al neocortex, quindi esclusivamente umane. Dall’analisi del fenomeno migratorio, nel 2019, la tesi che affonda l’indagine sull’utilizzo strumentale di dispositivi emozionali ad uso e consumo di specifiche narrazioni. Dopo la partecipazione a diversi seminari su realtà distopiche e psicologia evolutiva il lavoro di ricerca si arricchisce di nuovi spunti legati alla sociologia del social network e alla costruzione semantica e culturale di identità per opposizione. 

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