di Francesca Spinola
Crisi dei diritti umani, concentrazione del potere e nuove forme di controllo sociale nel Nord Africa
Il Medio Oriente e il Nord Africa stanno attraversando una fase di forte instabilità, aggravata dal conflitto tra Israele e Hamas che ha innalzato il livello di violenza e provocato una destabilizzazione generale nell’area. I cambiamenti in atto stanno influendo anche sui difficili equilibri religiosi specialmente in Nord Africa. I gruppi sunniti, già maggioritari, hanno guadagnato influenza, mentre le fazioni sciite, minoritarie, legate all’Iran, si sono indebolite. Il tumulto politico, le difficoltà economiche e l’escalation dei conflitti, soprattutto tra Israele e Iran, hanno accentuato l’instabilità, ostacolando la diplomazia regionale, lo sviluppo e le prospettive di una pace duratura. Questa crescente instabilità politica sta evidenziando derive che, pur manifestandosi in forme differenti, rivelano tratti comuni inquietanti.
In Libia, il vuoto istituzionale e le forti divisioni nella gestione dell’Est, dell’Ovest e del Sud del Paese, favoriscono abusi sistematici e un potere frammentato che esercita un controllo sistematico attraverso la forza. In Tunisia, invece, il progressivo accentramento decisionale nelle mani di un solo uomo, Kais Saied, l’attuale presidente in carica, gli arresti arbitrari e il controllo su intellettuali e attivisti dei diritti umani, stanno erodendo le garanzie democratiche e restringendo con la repressione gli spazi di dissenso. Due contesti profondamente diversi, dunque, ma uniti da dinamiche che mettono a rischio diritti fondamentali e libertà civili faticosamente conquistati negli ultimi due decenni del XXI secolo.
Instabilità regionale e islamizzazione della vita pubblica in Libia
In questo contesto, specialmente in Libia, l’instabilità continua a pesare: la divisione del Paese in sfere di influenza separate, la concorrenza fra milizie, la debolezza del sistema giudiziario e le tensioni permanenti mantengono fermo lo stallo politico, mettendo a rischio qualsiasi tentativo concreto di riconciliazione o di elezioni credibili. Il Governo di Unità Nazionale (GNU), con sede a Tripoli, che continua a essere l’amministrazione riconosciuta a livello internazionale come governo legittimo del Paese intero, anche se sul terreno esercita un controllo solo sul versante occidentale della Libia e sulla capitale, sul piano istituzionale porta avanti politiche contradditorie.
Da una parte, ha compiuto un passo rilevante nel maggio 2025 quando ha depositato una dichiarazione presso la International Criminal Court (ICC), accettando la giurisdizione del tribunale per crimini commessi in Libia dal 2011, una mossa che formalizza, almeno sul piano internazionale, l’intenzione di cooperare con misure di giustizia e rendicontazione [1].
Dall’altra parte si osserva una crescente islamizzazione della vita pubblica, che non è soltanto un fenomeno culturale, piuttosto sembra essere una strategia di potere per ottenere consenso e legittimazione politica. Come spesso accade, nel contesto del caos istituzionale e dell’assenza di uno Stato forte, la religione offre dunque a capi tribù, miliziani, rappresentanti religiosi e alle élite governative un terreno su cui radicare autorità, consenso sociale e capillare controllo [2].
Molti cittadini, in particolare nelle aree controllate dal Governo di Unità Nazionale o da gruppi ad esso vicini, riconoscono nel ruolo pubblico dell’Islam un elemento di identità e stabilità. Secondo diversi analisti internazionali, la maggioranza teme che un governo laico possa favorire corruzione e degradare una società tradizionalista e perciò si attende che l’Islam svolga un ruolo guida nella vita politica. Parallelamente, forze politiche ed esponenti religiosi, in passato marginali o clandestini, hanno guadagnato terreno. Alcuni gruppi vicini a correnti islamiste stanno infatti cercando di influenzare istituzioni, tribunali religiosi, media e scuole, rendendo l’interpretazione religiosa un criterio di legittimazione pubblica: una mossa che, in un contesto di fragilità statale, permette di sopperire con religione e morale a istituzioni deboli o corrotte [3].
Il risultato è una “islamizzazione del potere” che, pur evocando valori tradizionali e religiosi, finisce per minare le libertà civili e la pluralità sociale. Quello che sta accadendo oggi è che minoranze religiose o critici della corrente dominante rischiano persecuzioni, censura o discriminazione, mentre la linea di confine tra Stato e dottrina religiosa si fa sempre più sfocata [4]. In un Paese lacerato da conflitti, milizie e rivalità regionali, l’uso strumentale della religione come fondamento del potere è quindi diventato una delle leve più efficaci, e per molti pericolose, di costruzione e mantenimento del consenso, in assenza di una reale stabilità politica e di istituzioni democratiche consolidate.
In questo clima, già nel novembre 2024, il Ministro dell’Interno dello GNU libico, Emad Trabelsi, ha riattivato la “polizia morale”, imponendo alle donne l’obbligo del velo islamico e la necessità di essere accompagnate da un tutore maschile per uscire o viaggiare. La polizia della “moralità” ha avuto quindi la libertà di poter sorvegliare strade e social media, perseguendo chi viola i “valori e le tradizioni della società libica”, secondo le parole di Trabelsi alla conferenza stampa di lancio di queste nuove misure restrittive specialmente per le donne [5]. Trabelsi, in quella occasione, ha definito le libertà personali e i diritti umani “concetti europei” incompatibili con la tradizione e la religione islamica libica, invitando chi desidera tali libertà a trasferirsi in Europa. Il programma “Guardiani della Virtù”, lanciato nel 2023, mira inoltre a combattere le “deviazioni religiose, intellettuali e morali” [6]. In questo modo le donne in Libia rischiano oggi più che mai di subire discriminazioni, violenze e esclusione dalla vita pubblica, anche online, semplicemente per aver esercitato i propri diritti umani. Il sistema di tutela maschile le obbliga infatti a chiedere l’approvazione di un tutore per sposarsi o viaggiare, e le restrizioni ai viaggi solitari sono ormai sempre più frequenti.
La Libia, pertanto, a quattordici anni dalla caduta del regime di Muhammar Gheddafi, resta intrappolata in una spirale di divisioni e rivalità che sembrano essersi ulteriormente consolidate nell’ultimo anno. Il Paese continua a essere teatro di una competizione aspra tra due governi contrapposti: da un lato, il Governo di Unità Nazionale guidato da Abdul Hamid Debibeh, che amministra l’ovest da Tripoli con il sostegno di Turchia, Qatar e delle Nazioni Unite; dall’altro, il Governo di Stabilità Nazionale di Khalifa Haftar, che mantiene il controllo sulla Cirenaica, ad di Bengasi, appoggiato da Egitto ed Emirati Arabi Uniti.
In questo scenario, il sogno di una Libia civile, democratica e prospera rimane ancora lontano. Le speranze nate con la rivoluzione del 2011 si sono infrante contro la realtà di un potere polverizzato, dove la lotta per il controllo politico e per i proventi del petrolio prevale sull’interesse nazionale e sul bene collettivo. Come ha sottolineato Rosemary DiCarlo, responsabile dell’Ufficio ONU per gli Affari Politici e il Consolidamento della Pace, nel suo rapporto al Consiglio di Sicurezza del febbraio 2025, «i leader del Paese e gli attori della sicurezza non riescono a mettere l’interesse nazionale al di sopra della loro competizione per il potere politico e il guadagno personale».
Così, la Libia resta sospesa tra passato e futuro, prigioniera di una transizione incompiuta in cui la mancanza di istituzioni solide e inclusive impedisce la costruzione di una pace duratura e di una reale prospettiva di sviluppo per la popolazione [7].
Tunisia: autoritarismo, crisi sociale e sfide mediatiche
Anche la Tunisia, Stato vicino ma diversissimo dalla Libia, attraversa una delle fasi più delicate della sua storia recente, e molti osservatori si chiedono come il Paese sia arrivato a questo punto. Crocevia strategico del Mediterraneo, la Tunisia ha conosciuto per decenni un modello di governo laico, inaugurato da Habib Bourguiba, padre dell’indipendenza e promotore di riforme che trasformarono profondamente la società, in particolare sul fronte dell’emancipazione femminile.
Il successivo regime di Zine El-Abidine Ben Ali, durato oltre vent’anni, accumulò tensioni sociali e politiche che esplosero nel 2011 con le proteste popolari, dando avvio alla cosiddetta Primavera Araba e accendendo speranze di democrazia in tutto il mondo islamico. Tuttavia, quelle aspettative si sono progressivamente infrante.
Dopo anni di transizione incerta, l’elezione del giurista Kaïs Saïed nel 2019 sembrò aprire una nuova fase. Ben presto, però, il suo mandato ha assunto tratti autoritari: sospensione del Parlamento, riscrittura della Costituzione e progressivo accentramento dei poteri nelle mani del presidente. Dal 2021, Saïed ha poi consolidato il proprio controllo sul Paese, ridimensionando il ruolo di Parlamento e della magistratura. Le opposizioni hanno denunciato un “colpo di mano istituzionale” e boicottato le elezioni legislative del 2022.
Il culmine di questa deriva è arrivato nel 2024, quando Saïed ha ottenuto un secondo mandato con oltre il 90% dei voti, in un contesto elettorale fortemente contestato: solo due candidati ammessi, affluenza al 29% e campagna elettorale ridotta al minimo tra inviti al boicottaggio e accuse di deriva autocratica. Oggi la Tunisia si trova di fronte a un bivio: le promesse di rinnovamento democratico appaiono lontane, mentre cresce la preoccupazione per il futuro politico ed economico del Paese.
Anche la politica estera riflette il nuovo orientamento di Saïed. La Tunisia ha rafforzato i legami con Russia, Iran, Cina e Arabia Saudita, mentre cresce la diffidenza verso Stati Uniti ed Europa. Tuttavia, i rapporti con l’Algeria mostrano i limiti del sovranismo: Tunisi è spesso costretta ad allinearsi alle posizioni algerine su dossier strategici come prestiti e forniture di gas.
La concentrazione del potere nelle mani del presidente ha avuto un impatto diretto sul panorama mediatico. Giornalisti e voci critiche sono sempre più esposti a pressioni e repressioni, con arresti e procedimenti giudiziari in aumento. La legge del 2022 contro la disinformazione, inizialmente pensata per contrastare notizie false, è stata spesso utilizzata per soffocare il dissenso. Lo spazio online, pur formalmente aperto, è segnato dall’autocensura dovuta alla diversa sensibilità politica. In questo contesto, piattaforme digitali e media alternativi come Nawaat, Tunisie Numerique e Babnet stanno assumendo un ruolo sempre più centrale.
Negli ultimi mesi, le autorità hanno intensificato le misure contro il partito d’opposizione Ennahda e altre voci critiche, tra cui giornalisti, avvocati e organizzazioni della società civile. All’inizio del 2025, il leader di Ennahda, Rachid Ghannouchi, ex parlamentare e principale rivale politico di Saïed, ha visto estendere la propria condanna di 22 anni [8]. Contestualmente, la repressione ha coinvolto arresti di massa e detenzioni arbitrarie, colpendo in particolare chi osa criticare il governo. La pressione sulle istituzioni indipendenti è aumentata: avvocati e giudici sono stati arrestati o condannati in procedimenti segnati da violazioni del diritto a un equo processo, compromettendo l’indipendenza della magistratura e il corretto funzionamento della giustizia. Anche le organizzazioni della società civile sono finite nel mirino del governo.
Le autorità tunisine hanno infatti intensificato la repressione contro i difensori dei diritti umani e le organizzazioni non governative indipendenti, ricorrendo ad arresti arbitrari, detenzioni, congelamenti di beni, restrizioni bancarie e sospensioni imposte dai tribunali. Tutto ciò avviene sotto il pretesto di combattere finanziamenti esteri “sospetti” e di proteggere gli “interessi nazionali”, denuncia Amnesty International. In un caso senza precedenti, sei dipendenti di ONG e attivisti del Consiglio tunisino per i rifugiati (CTR) sono finiti sotto processo con accuse legate esclusivamente al loro lavoro legittimo di sostegno a rifugiati e richiedenti asilo.
Nel primo semestre del 2025, almeno quattordici ONG, tunisine e internazionali, hanno ricevuto ordini giudiziari che impongono la sospensione delle loro attività per trenta giorni. Tra le organizzazioni colpite, nelle ultime settimane figurano alcune delle principali realtà storiche del Paese: l’Associazione tunisina delle donne democratiche (ATFD), il Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES), Nawaat e la sezione tunisina dell’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT) [9].
L’insieme di misure legali, restrizioni finanziarie e intimidazioni sta creando un clima sempre più difficile per chi lavora in difesa dei diritti fondamentali e della società civile in Tunisia. La combinazione di repressione politica, attacchi alla magistratura e limitazioni della società civile descrive ormai un Paese in cui il dissenso è sempre più marginalizzato e la libertà di espressione sottoposta a severe restrizioni.
Tuttavia, sul fronte interno, il malcontento sociale continua a crescere. Proteste contro l’inquinamento industriale a Gabès e manifestazioni contro le restrizioni sui diritti umani a Tunisi dimostrano la vitalità della società civile, nonostante arresti e limitazioni. La Tunisia appare sempre più sospesa tra controllo e resistenza: tra la volontà del presidente di mantenere il controllo sovranista e le pressioni interne ed esterne. Senza riforme economiche profonde e senza un reale rilancio della democrazia il Paese rischia di restare intrappolato in un circolo di tensioni e condizionamenti, con la popolazione sempre più in prima linea per difendere diritti, ambiente e libertà civili.
Conclusioni: Tunisia e Libia, due destini a confronto
Tunisia e Libia, confinanti ma con percorsi politici e sociali profondamente diversi, si trovano, dunque, oggi ad affrontare sfide complesse. In Tunisia, l’accentramento del potere e la fragilità delle istituzioni democratiche generano incertezze politiche e sociali, mentre la società civile cerca di ritagliarsi spazi di resistenza. In Libia, il lungo conflitto e la frammentazione del potere continuano a ostacolare la stabilità e lo sviluppo, lasciando la popolazione esposta a difficoltà quotidiane.
Nonostante le differenze però, entrambi i Paesi condividono un nodo cruciale: il futuro dipenderà dalla capacità dei cittadini, dei governi e della comunità internazionale di promuovere istituzioni solide e inclusive. La posta in gioco non è solo politica, ma anche sociale ed economica: la sopravvivenza delle aspirazioni democratiche e il benessere delle popolazioni saranno il vero termometro della resilienza di queste due nazioni mediterranee così importanti e centrali anche per la stabilità dell’Italia e dell’Europa.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Libya’s acceptance of the International Criminal Court’s Jurisdiction: stakes and implications. International Commission of Jurists, Agust 2025. https://www.icj.org/wp-content/uploads/2025/08/ICJ-report-EN-11.pdf?utm_source=chatgpt.com (Consultato il 5 dicembre 2025).
[2] Francesco Meriano, “I rapporti fra religione e politica nella Libia divisa”, Medor Italian Foundation. https://www.med-or.org/news/i-rapporti-tra-religione-e-politica-nella-libia-divisa?utm_source=chatgpt.com (Consultato il 2 dicembre 2025).
[3] Moustafa Fetouri, “Are extremists dragging Libya into a dangerous form of Islam?”, Whashington Post on Middle East Affair. https://www.wrmea.org/north-africa/are-extremists-dragging-libya-into-a-dangerous-form-of-islam.html?utm_source=chatgpt.com (Consultato il 29 novembre 2025).
[4] Religious freedom conditions in Libya. USCIRF. 2023 https://www.uscirf.gov/sites/default/files/2023-12/2023%20Factsheet%20Libya.pdf (Consultato il 25 novembre 2025).
[5] Libyan Minister’s “Morality” Measures would violate women’s rights, Human Ritghs Watch, november 2024. https://www.hrw.org/news/2024/11/13/libyan-ministers-morality-measures-would-violate-womens-rights?utm_source=chatgpt.com (Consultato il 5 dicembre 2025)
[6] Autorità Generale per i Beni Religiosi e gli Affari Islamici. Maggio 2023.
[7] https://www.wilsoncenter.org/article/political-swings-middle-east-2025
[8]https://www.newarab.com/news/tunisia-opposition-leader-ghannouchi-handed-new-jailentence#:~ text=Tunisia’s%20opposition%20leader%20Ghannouchi%20handed%20new%2022%2Dyear,official%2C%20was%20handed%2013%20years%20in%20prison.
[9] Tunisie. Le durcissement de la répression contre les organisations de défense des droits humains atteint des niveaux critiques. Amnesty International. Novembre 2025. https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2025/11/tunisia-escalating-crackdown-on-human-rights-organizations-reaches-critical-levels/ . (Consultato il 6 dicembre 2025).
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Francesca Spinola, giornalista professionista attualmente residente a Tunisi, ha conseguito un diploma in Studi arabi e islamistica presso l’Istituto Dar Comboni al Cairo e un master in Studi arabi e islamici presso il PISAI – Pontificio istituto di studi arabi e islamica. È laureata in scienze politiche indirizzo politico internazionale (Università “La Sapienza”). Sta associando al giornalismo la ricerca in studi islamici con un focus sulle questioni di genere. È autrice di numerosi articoli giornalistici e di alcuni saggi di cui l’ultimo è Blu Tunisi: viaggio nella città e nei suoi cinque storici villaggi edizioni Infinito, 2024.
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