Tunisi fra accelerazione e compressione. Appunti di un viaggio

 Cartagine (foto Ruggirello)

Cartagine (foto Ruggirello)

di   Marzia Sorrentino

  Agosto 2013. Una breve vacanza nel nord tunisino, in cui torno dopo dieci anni, ricordi di una regione povera e piena di speranza, lontana e vicina. Partire per una vacanza in questa terra in rivolta non sembra proprio una buona idea. Un po’ di preoccupazione inizia a sorgere qualche settimana prima della partenza. È il 25 luglio 2013 quando i notiziari informano che Mohamed Brahmi, leader del Movimento Popolare è stato assassinato per strada e la al-Thûrât al-‘Arabiyy, la rivoluzione araba (così preferiscono definirla, perché con i gelsomini non c’entra nulla!), iniziata nel dicembre del 2010 a Sidi Bouzid, vicino Tunisi, non cessa la sua protesta dopo la cacciata/fuga del presidente Zine El-Abidine Ben Ali. Lo scenario descritto è quello di una capitale non rasserenata né rassegnata. Coprifuoco e continue manifestazioni sempre più irruenti, da parte dei giovani, attanagliano la città.

Tutto è programmato ormai o in parte, nessun tour operator, solo l’esperienza di chi pur stando al di qua conosce gli Altri e la loro città. Si parte. Viaggio in nave con pochi turisti, sparuti gruppi di ragazzi e qualche famiglia, pronta ad andare nei sicuri villaggi-vacanze per catturare un po’ di etnicità. Molti, invece, i tunisini che tornano per le vacanze estive, testimoni di una dura dispersione sociale, di lunga data, e della più recente e grave crisi economica. Sono i migranti che vivono al di là della costa, che con le loro rimesse incrementano parte delle entrate tunisine, spesso ultimo baluardo di speranza per le famiglie. Un ragazzo seduto a lato, nato e cresciuto a Palermo, con grandi cuffie alle orecchie che gli consentono di non ascoltare nulla intorno a sé e con una certa aria annoiata per il suo di viaggio, mi chiede il perché della mia meta, parla con fastidio e distacco della Tunisia dove ogni estate è costretto a tornare per ritrovare i parenti materni e paterni, mentre la madre con gioia racconta qualcosa di quella terra che lei stessa definisce «inaridita». Un radicale divario generazionale sembra separare pensieri, sentimenti, speranze e progetti di chi riempie questa nave. Sul ponte-garage, auto modello station wagon stracolme con pochi posti a sedere; bagagliai e porta pacchi carichi di ogni cosa: valigie, televisori, wc, lavandini, motorini e di certo molte altre cose “essenziali” per chi vive al di là della costa, nelle zone interne e meridionali, storicamente trascurate dai programmi di sviluppo della dittatura di Ben Ali.

2 Tunisi, Porta di Francia (foto Sorrentino)

Tunisi, Porta di Francia (foto Sorrentino)

L’arrivo al porto di Tunisi si prolunga nella notte e dopo una breve e  concitata contrattazione tra taxisti improvvisati, saliamo velocemente in due taxi non regolari. Si percepisce tra la gente una freneticità del fare, contrariamente all’agire lento e occhiuto della polizia doganale! Nei pressi della Goulette e giunti a Tunisi osservo che non c’è alcun presagio di quanto era stato comunicato dal Tg. Nessun coprifuoco né nella capitale né in prossimità. È quasi l’una di notte, c’è un discreto afflusso di giovani nell’Avenue Habib-Bourguiba, il grande viale alberato, scenario delle manifestazioni, su cui si affacciano il teatro municipale di Tunisi, due importanti alberghi e quasi in prossimità della città vecchia la cattedrale cattolica di Saint Vincent de Paul. Tutto mi sembra immutato, ma solo per poco. Lungo il viale, si dispiegano enormi rotoli di filo spinato, jeep dell’esercito e della polizia locale: un sistema di segni che porta a immergersi in un mondo parallelo. La città che mi appresto a visitare e ri-visitare si mostra dilaniata da più acute povertà, convivono a fatica costernazione e speranza, paura e ottimismo, ingiustizia e rivendicazione, subbuglio e calma apparente, ma una cosa sembra ancora rimanere, almeno come sottintesa aspirazione collettiva: la condivisione, l’esigenza, in qualche modo, di restare uniti.

In questa breve nota di viaggio provo a raccontare Tunisi città araba che, come molte, vive un equilibrio precario tra tradizione e rivoluzione, tra sure coraniche e modernità, tra resistenze e migrazioni. Tunisi è oggi area di transito privilegiata dei flussi migratori provenienti dalla vicina Libia e dal Corno d’Africa, attraversata e stravolta da una sequenza di arrivi, partenze e ritorni che innescano inevitabili dinamiche globalizzanti. L’economia globale detta le regole del vivere, così che tutto è sottoposto alla circolazione acquisizione di merci e beni materiali. La realtà tunisina sembra muovere i primi passi verso il vortice del dinamismo mondiale, contesto che, secondo Serge Latouche, necessita di un nuovo tipo di politica, non più fondata su estremismi politico-religiosi, bensì sulla ricomposizione del cosmos umano, un riequilibrio che ristabilisca l’interazione uomo/territorio per il raggiungimento di una equa “sostenibilità sociale”. Ipotesi di rinascita non solo per il Sud del mondo ma anche per l’intera Europa.

Come in un teatro dal palcoscenico mobile, le città sono sempre più affollate, strutturate e de-strutturate, a metà tra questa e quell’altra costa del Mare Nostrum, miraggio di salvezza e di speranza. Nel turbinìo dell’andare, del ritornare e del ripartire, chi emigra non lascia solo gli affetti più intimi ma lascia la città, luogo paradigmatico dell’identificazione sociale e culturale. Convenzionalmente gli effetti delle migrazioni sulle città sono osservati dall’al di qua della sponda. Ma cosa resta dall’altra parte? Quale ruolo oggi assolve la città araba, quella città nata e plasmata in forma consustanziale alla religione?

Tunisi mi appare per certi aspetti ancora intrappolata e avviluppata nelle spire della tirannia del passato. Ci rifletto mentre una mattina attraverso, senza nessuno dei compagni di viaggio, l’Avenue Bourguiba direzione minimarket. Facendomi spazio tra la folla, sotto i portici, mi accorgo di procedere ad un’andatura veloce, forse troppo, con lo sguardo chino che non mi consente di vedere neppure dove sono. Giunta a destinazione, aspettando il turno alla cassa, la mia corsa fatta di ansia e paura si arresta. Comprendo che non ho alcuna ragione per avere simili atteggiamenti, intorno a me c’è una città che vuole dignità e normalità, che sta affrontando gli effetti della disperazione e dove è probabilmente illogico vedere la gente sorridere per strada! Ripercorrendo il tragitto al contrario, per tornare nella casa in cui ero ospite [presso l’istituto delle suore “Serve del Signore e della Vergine di Matará”, della Famiglia Religiosa del Verbo Incarnato], mi sembra di vedere davvero la città fatta di uomini e donne, quelle donne che in questa rivoluzione sono presenti con il loro attivismo, desiderose di essere parte della Tunisia, di dare voce alla dignità invocata dalla rivoluzione. Sono donne capaci di far coesistere tradizione coranica e cittadinanza, di districarsi con accortezza e duttilità dentro un sistema socio-religioso, a volte labirintico, a somiglianza dell’antica struttura urbana.

manifestazione a Tunisi

manifestazione a Tunisi

Tra i Paesi arabi la Tunisia vanta una popolazione molto giovane, con un livello d’istruzione tra i più alti, impegnata a combattere un’esclusione sociale, economica e politica che ha indotto molti a fuggire, perlopiù verso l’Italia, la Francia e la Germania [1], o a restare per secondare e potenziare l’onda d’urto innescata da Brahmi. Il graduale raggiungimento di una maggiore libertà di movimento nel vivere la città ha consentito alla società civile la libertà di azione e di parola nell’uso dei mezzi di comunicazione. Si tratta di un percorso che porta inevitabilmente a una riappropriazione del centro urbano, nonostante i pattugliamenti dell’esercito e della polizia locale. La conquista degli spazi come contenitori sociali della mobilitazione, nuclei di confluenza e di condivisione dell’unità sociale per una nuova gestione del territorio, è evidenziata dal consumo urbano, dal vivere la città anche con manifestazioni pacifiche anti Mohamed Morsi a sostegno dell’Egitto, come quella organizzata la mattina del 16 agosto 2013, sull’Avenue Bourguiba. Gli effetti di ciò che è stato sono ancora visibili e non molto lontano dal centro, dove sembra di stare in una terra di frontiera, in cui vi è una vera depressione. Strade e stradine più o meno popolate stracolme di rifiuti, palazzi in stile franco-arabo in parte abbandonati e del tutto fatiscenti. Nel mezzo un lustrascarpe, come se nulla fosse mutato, continua incurante l’unica attività che forse ha sempre svolto, rassegnato ad una malinconica e lenta decadenza.

Mesi dopo il mio viaggio rifletto su questa città che, in quanto araba, è ontologicamente diversa da qualsiasi altra città occidentale, soprattutto dopo una rivoluzione. Rifletto su quanto ancora c’è di quello spirito creatore, quell’al-tawhīd, principio di Unità Divina, fondamentale per tutte le religioni monoteiste. Il termine arabo per indicare la città è al madinah, che identifica lo stabilirsi permanentemente in un luogo e prenderne la residenza, in opposizione a badawa, con il quale si designano la transumanza e il nomadismo. Al madinah racchiude in sé particolare e generale. Città per eccellenza, città del Profeta è la culla dell’Islàm, sulla quale si fonda lo Stato che porta alla non dispersione degli uomini, al vivere tutti insieme, all’imprescindibile unità sociale. Lo studioso tunisino Ibn Khaldun (1332-1406), in qualità di storico sociale e di antropologo ante litteram, considerò la città un unicum con la civiltà, spazio in cui la pianificazione urbana rappresenta un aspetto caratterizzante sia per la cultura sia per il progresso, e il vivere nella città presuppone la cooperazione per il mantenimento della coesione e dell’ordine della comunità. Geografia urbana e sociale si fondono fin dall’hegira, emigrazione/passaggio, dal nomadismo alla sedentarizzazione, secondo l’esempio del Profeta, guidato da insegnamenti socio-religiosi che non sono mai venuti meno nella vita del musulmano. Ci si muove da una unicità divina, tawhīd, ad una unità sociale, madinah, ed è qui, nella consustanzialità socio-politica e religiosa, che la città e civiltà araba trovano le loro fondamenta: «Aggrappatevi tutti insieme alla corda di Allah e non dividetevi».[2]

Il centro della città trova la sua ragion d’essere nel luogo di culto, la masjid, la moschea, luogo di prostrazione e della preghiera per eccellenza. La Medina di Tunisi, struttura policentrica, ne ospita otto tra piccole e grandi masājid, ma la più grande è al-Zaytūna. Per comprendere la città araba, anche oggi, non si può creare una linea di demarcazione tra la dimensione laica della urbanità e la sfera religiosa, che è fulcro generatore dell’organizzazione sociale. Ancora dopo secoli, anche dopo la recente rivoluzione, anche dopo l’ininterrotto processo di emigrazione, la Medina resta il cuore vitale della comunità, sebbene sia sempre più un’attrattiva e una risorsa turistica. Oggi di pochi turisti!

Piazza della Vittoria, o più comunemente, Porta di Francia, è passaggio architettonico dal nuovo al vecchio; segna la linea di confine tra tradizione e modernità urbana che immette nella Medina, cristallizzazione dell’antica pianificazione, percorso labirintico di strade affollate, oggi perlopiù mercato, un tempo dimora. Sul basolato, al centro della piazza, si nota una griglia, ormai in disuso, dalla quale sarebbe dovuta zampillare dell’acqua, presenza essenziale nell’antica città araba [3].

Tunisi,-Avenue Bourguiba (foto Sorrentino

Tunisi,-Avenue Bourguiba (foto Sorrentino)

Nel centro della città, nella piazza e nell’Avenue che la precede, sembra festa, sventolano delle bandiere tunisine di forma triangolare. Tanta, tantissima gente, donne perlopiù velate si fanno spazio camminando frettolosamente in direzione dei suk; gli uomini, grandi fumatori, sono per gran parte seduti negli affollatissimi bar dell’Avenue Bourguiba. Su quei tavoli il tempo pare scorrere lento, sulle strade la città appare invece frenetica, paragonabile alle grandi metropoli occidentali, i tram vi sfrecciano incuranti degli attraversamenti pedonali.

Gli abitanti di Tunisi sembrano essere dilaniati tra accelerazione e compressione degli eventi, da un’impazienza generatrice di disordine, irrequietezza, da un’instancabile e irraggiungibile voglia di fare, di andare, di cercare, di ri-creare…Ecco cosa resta di là della riva sud del Mediterraneo, ecco cosa resta di una città nata su fondamenta religiose. Così mi appare Tunisi che trascina con fatica e tenacia quell’eredità destinata a muovere i fili storico-religiosi tra al-tawhīd e al madinah e orientata forse a tornare a quel principio enunciato da Khaldun che, dall’alto della sua statua posta sull’Avenue Bourguiba, sembra osservare la lotta tra de-strutturazione e cooperazione, tra nuove spinte urbane e irresistibili nostalgie della coesione sociale.

Dialoghi Mediterranei, n.6, marzo 2014
Note

[1]  Sebbene la Tunisia abbia importanti rapporti commerciali con l’Unione Europea, Francia, Italia e Germania sono i principali partner commerciali per importazione ed esportazione.

[2]   Sacro Corano, sura III, 103, sura III Âl ‘Imrân, La Famiglia di Imran, consultabile su http://www.corano.it (ultimo accesso 15/01/14).

[3]   Ogni casa doveva possedere una fontana, fonte di purificazione nelle abluzioni rituali e dono da preservare con una distribuzione equa della preziosa risorsa.

Riferimenti bibliografici

F. Fubini, Noi siamo la rivoluzione, Mondadori ed., Milano 2012

S. Latouche, Mondializzazione e decrescita. L’alternativa africana, Dedalo ed., Bari 2007

G. Paolucci, Libri di pietra. Città e memoria, Liguori ed., Napoli 2007

A. Pellitteri, Introduzione allo studio della storia contemporanea del Mondo Arabo, Laterza ed., Roma-Bari 2008

A. Pellitteri, La città crocevia di incontri in ambito arabo-islamico e mediterraneo. Fonti storiche, letterarie, viaggi, memorie, Atti del Convegno, Accademia Libica in Italia, Università di Palermo, Palermo 2007

B. Scarcia Amoretti, Il Corano, una lettura, Carocci ed., Roma, 2009

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