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Tropicale periferico. Necropolitica e controllo della favela brasiliana

Complexo da Penha (ph.Bruno Itan)

Complexo da Penha (ph. Bruno Itan)

di Lisa Regina Nicoli [*]

Bahia, Sono le 21:00 passate. Nove da noite. 

Siamo seduti in una tavola calda in una ladeira a bordo strada, abbiamo ordinato la cena ormai un’ora fa, ma non abbiamo più tempo per mangiarla, tra venti minuti abbiamo appuntamento in un terreiro di Candomblé fuori città. Thiago ha poco più di due anni e ha sonno.

Si avvicina un uomo malconcio e chiede qualche spicciolo. Come ti chiami? Bruno? Ti va di prendere la nostra moqueca? Noi dobbiamo andare, è pronta tra pochi minuti. È di gamberi. Sì? Perfetto, se aspetti un minuto chiedo alla cameriera di preparare una quentinha [1]Lui? Sì è mio figlio, si chiama Thiago, ha due anni. Dai! anche tuo figlio si chiama Thiago? Non vive con te? E dove sta? A Rio, wow! E cosa fa di bello? Il trafficante? Ah dai… 

Negli anni a venire ogni tanto mi capitava di ripensare a questa strana conversazione con Bruno, e all’esistenza di un altro Thiago, che nella vita faceva il trafficante e di come per Bruno fosse semplice esplicitarlo. 

Thiago oggi ha 19 anni, vive a Rio de Janeiro con sua madre Clara, che di anni ne ha 35. Ha avuto Thiago poco più che adolescente; vivono in una casa costruita in cima a una salita stretta, nel Complexo da Penha, periferia della capitale fluminense. Clara lavora come cuoca privata nella casa di Dona Rosa, poco distante dalla Escadaria do Convento de Santa Teresa, meglio conosciuta come Escadaria Selarón. 20 km, a volte percorribili anche in due ore con i mezzi pubblici. Ci sono giorni in cui Clara pensa che quando inizierà l’estate sarà bello andare a passeggiare con Thiago, anche se sarà affollata di turisti.

Complexo da Penha (ph.Bruno Itan)

Complexo da Penha (ph. Bruno Itan)

Questa sera fa già molto caldo nonostante sia solo ottobre, Thiago sistema i capelli, Boca li ha nevati [2] con acqua ossigenata e ammoniaca, ma non sono venuti platino come li voleva, tendono al rosa; in più gli brucia la testa. Si rovescia addosso un bicchiere di acqua gelata che allevia il fastidio e attenua il calore.

Prende la maglia del Flamengo [3] e l’appoggia sulle spalle, la indosserà più tardi. La catenina argentata brilla nel riflesso del lampione che soffocato dai cavi a volte funziona, ma più spesso no. Scende le scale in fretta, quasi perde un infradito scansando i cani che si litigano una busta di plastica verde con i ratti, il cellulare scivola dall’elastico morbido dei pantaloni, Porra! [4] Lo prende al volo e si appoggia al muro umido e scrostato per visualizzare il messaggio.

Lui, Boca, Madeira e gli altri hanno in programma un churrasco sul tetto della casa di Boca. È nella parte alta del vicino Complexo do Alemão, dalla spianata si vede l’Igreja da Penha e sembra molto più vicina di quanto non sia realmente.

Se avesse la moto che ha pubblicato su instagram sarebbe già arrivato. Se avesse il fucile della foto precedente forse non avrebbe nemmeno bisogno della moto. Non è suo, gliel’ha dato un compare di Boca da tenere un momento.  Ma oggi è lunedì 27 ottobre, e lui non ha né l’uno né l’altra. Tra qualche settimana inizierà l’estate, le cose forse cambieranno.   

Complexo do Alemão (ph.Bruno Itan)

Complexo do Alemão (ph. Bruno Itan)

Dalla biopolitica alla necropolitica

Quando il filosofo francese Foucault iniziò a teorizzare il concetto di Biopolitica inteso come relazione tra il potere e la vita, Thiago non era ancora nato. Eppure probabilmente il filosofo stava lavorando a qualcosa che l’avrebbe riguardato da vicino: come la politica e quindi come chi esercita la sovranità si relaziona con problematiche di vita quotidiana della popolazione governata, relative in particolare alla cura del corpo e alle pratiche di salute.

Come stanno i cittadini? Come viene gestita la sanità? Hanno accesso paritario alle cure? I vaccini sono disponibili per le fasce più vulnerabili? La sessualità è controllata? Le famiglie possono programmare la propria composizione? L’aborto è garantito in strutture sanitarie adeguate? I farmaci salvavita sono gratuiti?

Molte delle risposte a questi quesiti, scontate in passato, sono rimaste invariate nel tempo; infatti la modernità non ha abbattuto le disuguaglianze che pongono le varie categorie sociali in posizioni differenti in una scala umana di gerarchie di privilegio.

Foucault sostiene che la piramide gerarchica non sia affatto casuale, ma frutto di una programmazione costruita per garantire nei diversi livelli quella stabilità necessaria affinché ciascuno sia mantenuto nella posizione occupata, seppur una sorta di mobilità centrale sia inevitabile, in particolare per quanto riguarda le basi e i vertici.

In altre parole, la biopolitica è la materia che utilizza la conoscenza, i saperi e le pratiche in senso politico per esercitare una forma di controllo sulla popolazione e distribuire in modo differenziato le risorse disponibili, il tutto in una cornice di senso giustificato da una lettura empirica della società civile. Attraverso saperi scientifici, indiscutibili in quanto tali, è possibile determinare ciò che è accettabile e ciò che è da escludere, il confine tra follia e normalità, tra salute e malattia e a chi il potere debba dedicarsi con maggior cura per il progresso. Attraverso la disciplina dei corpi si riflette l’ordine sociale.

Eppure, neppure l’empirismo della scienza sfugge alla storia e solo una lettura contestualizzata dei processi che l’hanno prodotta può restituire una visione complessiva di alcuni meccanismi considerati naturali. Siamo nell’epoca della decolonizzazione massiccia, gli anni della nascita degli Stati post-coloniali, del fiorire delle democrazie, del pentimento degli orrori del passato e della rassicurazione che siamo tutti liberi e uguali. Ma liberi da cosa? Uguali rispetto a chi?

Complexo do Alemão (ph.Bruno Itan)

Complexo do Alemão (ph. Bruno Itan)

La colonizzazione ha concretizzato il concetto di stato di eccezione, di schmittiana memoria [5], rendendo evidente che il biopotere assume valore specifico quando si arroga il diritto di sospendere il normale esercizio di legge in alcuni luoghi e per alcune categorie di persone dove e con cui è possibile concedersi libertà politiche e pratiche senza incorrere in sanzioni, perché guidati da un presunto interesse superiore e diffuso. Il governo, attraverso l’esercizio del biopotere, diviene così autorizzato nella scelta di chi o cosa sia sacrificabile per un vantaggio ad uso collettivo.

D’altronde, seguendo Foucault, se la politica è esercizio della ragione, l’esercizio della ragione equivale a esercizio di libertà. La sovranità esercita un immaginario comune, pertanto è legittima in quanto tale.

Lo studioso Goldberg spiega bene le ragioni che collocano alcune politiche, in particolare quelle che hanno fondato le basi teoriche per la colonizzazione, nella possibilità di settorializzare il diritto alla vita e alla libertà per ragioni legate al presupposto di inferiorità, quello che l’autore chiama naturismo, o per storicismo, il presupposto di immaturità generalizzata di alcune popolazioni. In entrambi i casi la sovranità è legittimata a sovrastare alcune categorie di persone considerate meno degne di altre, meno umane. Il biopotere in questo caso potrebbe essere considerato quasi un atto di misericordia, volto a salvare l’inciviltà da sé stessa. E così ha lavorato la biopolitica teorizzata da Foucault nel corso della storia, impegnata a risanare spazi collettivi attraverso sfratti ed espropri, esponendosi come tutelante della vita, ma di fatto operando settorialmente tra le possibilità individuali e comunitarie, creando disparità e giustificando privilegi. 

Complexo do Alemão (ph.Bruno Itan)

Complexo do Alemão (ph. Bruno Itan)

La modernità fondata sulla decolonizzazione degli Stati ha cambiato il linguaggio ma non la politica. I governatori e gli storici moderni ci dicono che il dominio coloniale è stato una pagina turpe della nostra storia, ma… non parliamone più e andiamo avanti! Così gli Stati proseguono le loro esistenze e la gestione della biosovranità più o meno consapevolmente, senza smontare la struttura violenta e razzista fondativa, a cavallo tra la cecità del privilegio e il sacro terrore di una verità che potrebbe ribaltare lo stato di calma apparente.

In questa fase storica di passaggio da Stato coloniale a Stato post-coloniale, Fanon ci racconta che lo spazio continua a essere lo specchio che riflette il pensiero sociale e politico. Se nel periodo coloniale la spaccatura tra dominante e dominato era rigorosamente evidenziata e sottolineata anche nell’occupazione dei luoghi, pensiamo alla Senzala [6] del periodo schiavista in Brasile, negli Stati post-coloniali i muri vengono abbattuti fisicamente, ma non simbolicamente. Dominante e dominato non cambiano i propri posizionamenti, questi divengono impliciti, e si manifestano in alcuni ambiti piuttosto che in altri, ad esempio nella settorializzazione e nella frequenza e libertà di fruizione degli spazi.

L’attraversamento della linea di confine tra i comparti è possibile, ma poco desiderabile. È soprattutto il dominato che visita lo spazio del dominante, tendenzialmente in una relazione di subordine, difficilmente il contrario. Se Clara attraversa il confine della favela del Complexo tutte le mattine per raggiungere la casa di Dona Rosa, che ragioni avrebbe Dona Rosa di salire al Complexo? E quando Clara arriva nel quartiere della Escadaria, quanto è visibile la sua non appartenenza identitaria a quello spazio agli occhi degli abitati?

Complexo do Alemão (ph.Bruno Itan)

Complexo do Alemão (ph. Bruno Itan)

Così i comparti iniziano a costruire identità parallele e significati-altri per creare un frame in cui riconoscersi, dove dentro e fuori sono espressioni anche di opportunità e status; al tempo stesso gli spazi di potere rimasti vuoti nel “dentro”, iniziano a riempirsi, infestati da forme di sovranità alternativa, come quella che ha introdotto un fucile tra gli amici di Boca.

È proprio pensando anche a questi territori liminarizzati, fortemente segregati e fragilizzati, che Achille Mbembe, filosofo camerunense, figlio della decolonizzazione, inizia a comprendere che il concetto di biopolitica non è più sufficiente a rappresentare l’evoluzione del biopotere. Per i governi post-coloniali non si tratta più di costruire politiche per la vita, anche se su livelli differenziati, ma della legittimazione da parte del potere sulla potenziabile eliminabilità di chi non è desiderabile senza troppe conseguenze. La necropolitica teorizzata da Mbembe rappresenta così l’esercizio della sovranità della morte, di un potere che decide chi ha diritto di vivere e chi no.

Non è più il lasciare morire di Foucault, ma l’esercizio di un potere attivo di privazione della vita. Le società post-coloniali hanno conservato una profonda aggressività tradotta dalla violenza strutturale che le ha fondate che si esprime in una tensione costante, generatrice di angoscia, tale da consentire il controllo delle fasce marginalizzate. Non essendo lo stato di eccezione una consuetudine, la necropolitica ha necessità di giustificarsi attraverso azioni violente mascherate da pratiche a favore della comunità o a protezione di una parte di essa che ha diritto di vivere sicura, protetta dai non desiderabili, che rappresentano un pericolo per la propria stabilità.

Ecco che le sue azioni di morte sono mosse da necessità superiori, come liberare uno spazio occupato perché insalubre o pericolante e rischioso per gli stessi occupanti, senza previsione di soluzioni alternative, oppure coordinare maxi operazioni contro la criminalità organizzata in luoghi dove i grandi criminali sicuramente non risiedono, come le operazioni militarizzate estremamente diffuse nei grandi quartieri popolari più marginali, dove vive Thiago, che finiscono per colpire la popolazione civile più che i poteri delle fazioni criminali. In questa tensione costante, dove il morto è soggetto e il potere non ha limiti, nessuno all’interno dello spazio controllato è al sicuro. 

Complexo do Alemão (ph.Bruno Itan)

Complexo do Alemão (ph. Bruno Itan)

La favela come sintomo

Un pensiero malizioso e serpeggiante che attraversa le menti e a volte la lingua di chi detiene il privilegio di non doversi occupare quotidianamente di non essere più povero, è che la precarietà risieda nella responsabilità individuale del non impegnarsi abbastanza per la propria emancipazione.

Il processo di fondazione e sviluppo delle favelas brasiliane evade da questa retorica moralista, rappresentando come gli insediamenti informali abusivi, oggi intere città, siano naturali discendenti di un’evoluzione storica e di una pianificazione urbana, più che della pigrizia dei loro abitanti.

Siamo alla fine del XIX secolo: la storia del Brasile entrava in una fase turbolenta. Dopo quasi tre secoli di sfruttamento agricolo intensivo attraverso la manodopera deportata e ridotta in schiavitù dal continente africano, la produzione commerciale di caffè e canna da zucchero rappresentava quasi il 90% dell’economia dell’intero Paese. Il traffico degli schiavizzati dalla Costa d’Oro proseguiva costantemente, con un flusso continuo di persone deportate per sostenere la richiesta esorbitante di lavoratori nelle piantagioni.

Cominciava però a insinuarsi un sussurro di dissenso nei salotti degli intellettuali e tra le fasce medie della popolazione, rispetto alla pratica della schiavitù e il malcontento rendeva la vita degli schiavisti meno confortevole. Inoltre, oltreoceano alcuni Paesi si erano già espressi rispetto all’abolizione della schiavitù, tra cui la Gran Bretagna, e questo rendeva tese le relazioni diplomatiche tra i governi che questionavano l’opportunità di mantenere rapporti commerciali con un Paese dichiaratamente schiavista come il Brasile, oltre a proporre un effettivo boicottaggio alle navi dei trafficanti intercettate nell’oceano, causando importanti perdite di risorse per il Paese.

Complexo do Alemão (ph.Bruno Itan)

Complexo do Alemão (ph. Bruno Itan)

Lo spontaneo dissenso dell’élite brasiliana nasceva probabilmente anche dall’evidenza che qualcosa a livello di società stava cambiando: a inizio secolo più del 30% della popolazione in Brasile era afro-discendente [7] e già, intorno alla seconda decade del secolo, gruppi di uomini e donne schiavizzati avevano iniziato a riunirsi e a ribellarsi apertamente organizzando resistenze strutturate difficilmente controllabili e nel 1835 nel nord est la rivolta dei Malê [8] lasciava presagire che le ondate di ribellione non si sarebbero placate; il numero crescente di persone potenzialmente coinvolte iniziava a preoccupare il governo.

Infine, molti uomini e donne un tempo schiavizzati erano riusciti a emanciparsi e a comprare la propria libertà, favorendo a loro volta l’acquisto della libertà altrui e iniziando a vivere da uomini e donne liberi: nuovi cittadini. Era solo questione di tempo.

Nel 1850 il governo varò la Lei da Terra 61/1850 che attribuiva la proprietà delle terre libere ancora disponibili allo Stato. La legge sembrava costruita appositamente per organizzare privatamente la distribuzione dei latifondi non occupati e di fatto precludeva la possibilità di disporre di un appezzamento per chiunque provenisse da un percorso di emancipazione, dato che l’unico modo di entrare in possesso di un terreno da quel momento in poi sarebbe stato acquistarlo.

Gli schiavizzati liberati lasciavano le Senzala senza aver nessun posto dove andare, condannati a rimanere nuovamente schiavi anche da liberi. Durante la colonizzazione e la tratta, la vita della persona in schiavitù si rappresentava in una triplice privazione. Lo schiavizzato era privato di una casa propria, privato del diritto di esercitare dominio sul proprio corpo, spesso oggetto di pornografia della violenza e privato di uno status politico proprio. Le persone in schiavitù erano ridotte in uno stato non-morte, una condizione di ferita permanente, avendo valore esclusivamente in quanto strumento di proprietà del padrone.

Complexo do Alemão (ph.Bruno Itan)

Complexo do Alemão (ph. Bruno Itan)

Con il processo di superamento della schiavitù, lo schiavizzato ritornava solo apparentemente soggetto titolare di diritti, di fatto però continuava a non avere diritto ad una casa, a non essere desiderabile e a non essere considerato nemmeno più utile, venendo deliberatamente escluso dalla società e messo nella condizione di rimanere ciò che avrebbe dovuto essere: subalterno.  

La Lei Áurea, Lei Imperial n. 3.353 nel 1888 concluse il processo di abolizione della schiavitù in Brasile, ultimo Paese delle Americhe a concedere, almeno legalmente, lo status di persone libere a oltre 700.000 persone ancora in schiavitù. Libere di arrangiarsi. Negli stessi anni, al di là dell’oceano stava per prendere il via un altro fenomeno storicamente rilevante che avrebbe inciso sulla società brasiliana. Dalle banchine dei porti d’Europa, migliaia di persone povere e disperate si affacciavano nel nuovo mondo, come raccontano le carte dell’epoca, e seppur sporche e malconce erano ben più desiderabili degli ingrati ex-schiavizzati. Ben presto i migranti europei iniziarono a sostituire la manodopera sfruttata nelle piantagioni, rispondendo alla vecchia domanda di lavoro a bassissimo costo e ad una neonata necessità delle élite brasiliana: lavorare al progressivo sbiancamento della popolazione.

Non è difficile immaginare il processo che ha guidato i gruppi di ex schiavizzati a riunirsi nella costruzione di comunità improvvisate in alcune aree delle grandi città. A Rio de Janeiro iniziarono a sorgere i cortiços, caseggiati popolari improvvisati, sovraffollati, con condizioni igienico-sanitarie precarie che ospitavano lavoratori portuali, sarte, colf, lavandaie che non potevano permettersi una condizione abitativa alternativa. La grande spinta commerciale inoltre favoriva l’attrattività di Rio anche per i progetti migratori interni, così gli assembramenti informali divennero presto comuni nella metropoli.

Favela (ph.Bruno Itan)

Favela (ph. Bruno Itan)

La storia carioca racconta di un cortiço molto grande e conosciuto, abitato da migliaia di persone che si era sviluppato in Rua Barão São Felix. Il piccolo villaggio, conosciuto come Cabeça de Porco, era nato spontaneamente in una zona centrale della città ed era abitato prevalentemente da operai e lavoratori neri. Nel 1893 l’allora prefetto ne ordinò lo sgombero e la distruzione per rispondere ad un’epidemia di febbre gialla che stava colpendo la città. Ordine, igiene e pulizia: attraverso la strategia not in my backyard l’intento del sindaco era dare respiro ai quartieri centrali della città, sanare le epidemie e arieggiare le strade, estirpando alla radice le cause del degrado e dell’insalubrità che cozzavano con l’immagine di una città pulita e rigogliosa, degna di una capitale.

Lo sgombero si concluse in una sola giornata e in poche ore 4000 persone si trovarono improvvisamente senza un posto dove andare. Nello smarrimento generale gli abitanti iniziarono a raccogliere tutto ciò che tra le macerie poteva essere salvato e con lamiere, travi di legno e latte di kerosene vuote si spostarono poche centinaia di metri più lontano, risalendo le spalle di una collina infestata da un’erba irritante, tipica della flora brasiliana, comunemente chiamata favela [9]. Agli abitanti di Cabeça de Porco si unirono i combattenti traditi della Guerra dos Canudos [10], a cui il governo non aveva mai riconosciuto le terre promesse alla fine del conflitto, e ben presto Morro da Providência, la collina che separa naturalmente due tra i quartieri più centrali di Rio, mantenne fede al proprio nome, accogliendo i dannati della terra, i cittadini che non erano stati espulsi non solo dalla società, ma anche dalla stessa terra.

Tra il 1900 e gli anni 2000 si svilupparono nei dintorni di Rio de Janeiro più di 1.000 comunità informali che oggi ospitano un milione e mezzo di abitanti[11]. L’abolizione della schiavitù aveva avviato il processo di favelização di Rio. Da questa storia di resistenza e disperazione nacquero il Complexo do Alemão, fondato da un gruppo di immigrati di origine europea, e già dagli anni ’90 occupato da 13 comunità, per circa 80.000 abitanti, e, separato solo  da un lembo verde chiamato Serra da Misericórdia, il vicino Complexo da Penha, un luogo storico dell’identità afrodiscendente della popolazione, perché fondato da un gruppo di ex schiavizzati sul modello dei quilombos [12] nordestini, che conta oggi 13 comunità e circa 100.000 persone.

Igreja de Penha complexo da Penha (ph.Bruno Itan)

Igreja de Penha Complexo da Penha (ph. Bruno Itan)

Dalla storia della loro nascita le comunità delle favelas hanno dovuto farsi strada tra precarietà e pregiudizio, lastricando mattone dopo mattone il proprio presente, spesso senza possedere nulla, arredando un altro-luogo privo delle più basiche infrastrutture, in contrasto con i quartieri rinnovati della metropoli fluminense che nel frattempo si espandevano e strutturavano l’immagine del Brasile moderno, abbracciati dallo sguardo compassionevole del Cristo Redentore. Dal morro della favela scendono tutti i giorni migliaia di lavoratori e lavoratrici necessarie insieme a Clara, affollando i mezzi pubblici per accaparrarsi un pezzo di vita quotidiano. Muratori, falegnami, gari [13], cuoche, Baby sitter, insegnanti, vivono come lavoratori essenziali metà della loro giornata e come cittadini periferici l’altra metà.

La struttura generica delle favelas è generata da un’architettura d’azione, che mira a raggiungere il proprio obbiettivo abitativo con i mezzi a disposizione. Si costruisce dove lo spazio lo consente, con i materiali che si hanno a disposizione: lamiere, mattoni, calcestruzzo, plastica, grosse latte, montando le case un po’ alla volta in un eterno divenire. Prima si posa il pavimento, poi un muro con un’apertura, un altro muro e una tenda per separare la cucina. Gli allacci sono presi direttamente dalla strada. Il risultato è un pittoresco puzzle di piccole case attaccate al fianco della collina come disordinati denti in una bocca. Il maltempo, le invasioni, i conflitti armati tra le bande interne, cambiano continuamente le anatomie dei contesti abitativi, ma alcune favelas con il tempo sono riuscite a strutturare un’urbanistica d’urgenza dalle caratteristiche stabili.

Agglomerati urbani da più di 100.000 unità oggi provvedono internamente a moltissimi servizi di cui lo Stato li priva: scuole, ambulatori, centri ricreativi, associazioni musicali, dimostrando una spinta creativa e un valore sociale inestimabile, oltre ad essere il motore economico dei principali settori produttivi di riferimento. Di contro negli spazi delle favelas si insinuano anche costole della criminalità organizzata che approfittano dell’informalità degli spazi, della facilità del controllo e della precarietà e insicurezza degli abitanti per costruire le proprie centrali operative. Le zone poco controllate delle periferie e la prossimità con aree verdi o montuose favoriscono la possibilità di fuga o di detenzione di merce e armi, contribuendo alla profonda percezione di insicurezza di chi abita gli spazi.

Igreja de Penha complexo da Penha (ph.Bruno Itan)

Igreja de Penha Complexo da Penha, invasione (ph. Bruno Itan)

Nel dibattito pubblico è comune opinione che le favelas siano l’espressione di un problema del Brasile, ma la favela è in realtà il sintomo, l’indicibile verità che nascondere le diseguaglianze consente il lusso di non doverle affrontare. Dagli anni ‘90 le favelas di tutto il Brasile sono state interessate da una serie di operazioni militari che hanno coinvolto reparti speciali esperti, dotati di attrezzatura militare specialistica, nati alla fine degli anni’70 per combattere l’avanzata del crimine organizzato e del narcotraffico nelle periferie. I battaglioni BOPE [14] composti da militari addestrati per contrastare la guerriglia urbana, sono dotati di attrezzatura militare di precisione e di assalto, come il noto caveirão [15], il blindato utilizzato per entrare in favela, attrezzato con strumenti da sfondamento, sul cui utilizzo Amnesty International ha già criticato la sproporzione della forza e l’elevata pericolosità collaterale. Obbiettivo dell’impiego dei corpi speciali, come recitano gli slogan di addestramento, è la vittoria sulla morte, ossia la decapitazione dei gruppi di criminalità organizzata che controllano i territori delle favelas al posto dello Stato.

L’effetto collaterale della guerra ai gruppi di criminalità organizzata è uno smodato uso di violenza militare diffusa e indiscriminata ai fini del controllo urbano, spesso extragiudiziale ed esercitata sulla base di una valutazione urgente fatta con uno sguardo criminalizzante rivolto a persone molto visibili nella favela, giovani neri, con un’estetica riconducibile ad uno stile musicale o artistico specifico che facilita una superficiale profilazione e identificazione come potenziale sospetto, solo per il fatto di riflettere una specifica esteticità per cui sono colpevolizzati preventivamente. Preto parado è suspeito correndo è ladrão [16] .

Se la sommaria profilazione è comune nella vita quotidiana, dentro e fuori della favela, durante le operazioni diviene un pericoloso fattore di rischio che può portare a gravi conseguenze, come arresti per sospetta collaborazione con le fazioni per il fatto di avere un taglio di capelli evocativo, un tatuaggio o anche solo per comportamenti considerati ambigui, come utilizzare un cellulare durante un’operazione militare [17]. Così il numero di vittime “collaterali” della polizia aumenta, crescendo del 92% nel 2019 [18] di cui nello Stato di Rio l’86% sono nere e solo il 14% bianche. Tra questi numeri ci sono numerosi civili che nel corso delle operazioni sono colpiti dalle cosiddette balas perdidas [19] o che rimangono feriti nel tentativo spesso inutile di cercare un riparo nell’estrema fragilità strutturale delle abitazioni.

Igreja de Penha complexo da Penha (ph.Bruno Itan)

Igreja de Penha Complexo da Penha (ph. Bruno Itan)

Durante le invasioni vengono danneggiati edifici e abbattuti muri quando non intere abitazioni allo scopo di raggiungere l’obbiettivo, stanare i trafficanti, cercare la droga o intervenire a sorpresa, con danni che si accumulano alla già difficile situazione socio-abitativa degli occupanti della favela e che non sono mai oggetto di riparazione o risarcimento da parte delle istituzioni. Insieme alle abitazioni vengono pregiudicate scuole, istituti ricreativi, ambulatori ospedalieri, costringendo la popolazione ad un estenuante ciclo resiliente che lascia sempre più frammentati e vulnerabili.

Solo nell’ultimo decennio il Complexo do Alemão è stato invaso dalle forze di polizia in ben cinque interventi militari che hanno ucciso complessivamente 75 persone. Durante la preparazione alle Olimpiadi del 2016 il governo federale di Rio ha autorizzato un incremento di operazioni militari con l’obbiettivo di intervenire preventivamente sulle situazioni di rischio, espropriando terre e sfollando gli abitanti, espellendoli man mano sempre più all’esterno dalla cintura metropolitana. Nelle aree limitrofe della regione, solo negli ultimi anni si contano centinaia di persone uccise dalle operazioni di polizia, che trasformano i comparti delle favelas in spazi militarizzati dove le operazioni sono strumenti di morte e di distruzione di ciò che con fatica gli abitanti costruiscono quotidianamente.

Nel corso delle operazioni, le forze speciali recuperano oltre a quantitativi di sostanze stupefacenti, materiale bellico in uso ai cartelli dei trafficanti, droni, armi da taglio, fucili di precisione a dimostrazione della legittimità di uso della forza per via dell’organizzazione strutturata dei gruppi che approfittano della composizione della favela per costruire un quartier generale.

Bombe, droni, fucili… come entra un fucile di precisione in una favela? Quanti confini deve superare un’arma prodotta all’estero per terminare nelle mani di Thiago? I trafficanti non gestiscono direttamente il trasporto marittimo o aereo, servono innumerevoli contatti in grado di sfruttare la propria posizione per favorire l’accesso e il transito delle armi attraverso i controlli di confine. È necessario il coinvolgimento politico, la complicità di agenti alla polizia di frontiera, della polizia di Stato, una rete di trasporti riconosciuta e fidata che si occupi del trasporto e dell’accesso in favela.  Quindi la domanda forse non è quanto costi introdurre un fucile di precisione in una favela, ma quanto renda farlo. 

Mappa

Mappa

Necropolitica tropicale 

All’alba del 28 ottobre 2025, le strade dei Complexo erano già brulicanti di lavoratori e lavoratrici che iniziavano a spostarsi verso le aree commerciali della città quando ha preso il via l’Operação Contenção: una consistente azione militare autorizzata dal governo federale che ha previsto il coinvolgimento di polizia militare, Batalhao do Choque e dei corpi speciali BOPE. Più di 2500 agenti hanno invaso [20] il Morro do Alemão e da Penha equipaggiati per le emergenze con un mandato di cattura contro un centinaio di persone, accusate di fare attivamente parte dell’organizzazione criminale Comando Vermelho [21]. Lo scontro a fuoco tra forze di polizia e trafficanti, nel giro di poche ore si è trasformato in una guerra urbana, fatta di barricate, elicotteri, auto in fiamme, droni e bombe sganciate tra gli abitanti disperati, in cerca di riparo.

A metà giornata i media parlavano già di 70 morti accertati, tra cui 4 militari. Dalle prime immagini diffuse dagli stessi abitanti, appariva evidente che la città di Rio stava scrivendo una nuova pagina dopo gli orrori del massacro di Carandiru [22];  La Mega Operação stava diventando l’operazione più letale mai avvenuta dal 1990 [23]. Presto le immagini hanno iniziato ad essere rilanciate dai media internazionali contribuendo ad accendere i riflettori oltre oceano su quanto stava avvenendo nella periferia fluminense. Alla fine dell’operazione, le forze armate hanno provveduto all’arresto di un centinaio di persone, di cui solo 17 nella lista del mandato, tra i fermati anche 10 minorenni. Nessun membro apicale del gruppo criminale è stato individuato. 

Conclusi gli scontri e ritirato l’esercito, all’appello mancavano ancora troppe persone tra i vivi come tra i morti e mentre il governatore annunciava il successo di una missione senza precedenti, gli abitanti della favela cercavano gli assenti senza il supporto di istituzioni o pompieri e soccorritori, allargando sempre di più la ricerca ai confini tra Penha e Alemão. Man mano che i corpi venivano raccolti e caricati sulle moto, sui furgoni, sui pick up raggiungevano l’obitorio del grande ospedale Getúlio Vargas, in un’incessante, macabra processione. Eppure sul far della sera ancora decine di persone risultavano disperse, così la ricerca è stata ulteriormente estesa interessando la cerniera verde che collega i due complessi, la Serra da Misericórdia.

Militari durante l'invasione. Igreja de Penha complexo da Penha (ph.Bruno Itan)

Militari durante l’invasione. Igreja de Penha Complexo da Penha (ph. Bruno Itan)

Proprio nella vegetazione si era nascosto l’effettivo orrore dell’operazione: tra la boscaglia sono stati ritrovati decine e decine di corpi, alcuni legati mani e piedi, altri mutilati, altri ancora con segni di tortura, con ferite da arma da fuoco alla nuca e nella schiena e chiare tracce di esecuzione. I corpi, strappati alla serra a braccia, avvolti nei lenzuoli e negli indumenti che indossavano, invece di essere portati all’ospedale sono stati adagiati al centro di Praça São Lucas della Penha. inizialmente 10, poi 15, 20, ne arrivavano in continuazione, un macabro flusso di assassinati 30, 40. Come se non finissero mai. Alla fine si contavano 55 corpi distesi lungo la piazza, in attesa di essere identificati, tutti maschi, tra i 14 e i 55 anni.

Piano piano la voce si è sparsa e i famigliari hanno iniziato a riversarsi ai bordi della piazza per identificare corpi. Uno era un minore con una denuncia di scomparsa pendente. L’età media era di 28 anni, l’età dei sopravvissuti [24]. L’odore di morte e di polvere da sparo rendeva l’aria irrespirabile, il suolo dissestato interamente ricoperto di cartucce evase riluceva di un bagliore squallido, le urla delle madri e delle compagne squarciava il silenzio attonito. La pornografia del massacro compiuto renderà la piazza l’eterna immagine di un atto di violenza istituzionale senza precedenti nella storia del Brasile.

Ma l’odore metallico del sangue sparso e l’acredine dei corpi non sono destinati a fermarsi nei polmoni. Continua il suo viaggio di devastazione, si infila nelle narici, invadendo la mente e spaccando la psiche dei presenti in un trauma collettivo che non racconta solo la perdita della vita di una persona conosciuta o amata, ma anche della propria, obbligando la popolazione della favela a guardare i corpi distesi come se si trovasse davanti ad uno specchio.

Necropolitica significa quindi considerare un agglomerato urbano vulnerabilizzato uno stato di eccezione permanente, dove chi detiene la sovranità può autorizzare un’invasione militare con un mandato di arresto e considerare un grande successo uno sterminio di civili. Sono più di cento le persone giustiziate, condannate senza processo; tutto senza il timore di possibili conseguenze.  Significa naturalizzare, minimizzare e giustificare la morte di cittadini in nome di operazioni votate alla legalità i cui effetti in termini di ricadute all’effettivo contrasto dei fenomeni criminali non sono sufficienti a giustificarne la portata.

Operacao contencao, Igreja de Penha complexo da Penha (ph.Bruno Itan)

Operacao contencao, Igreja de Penha Complexo da Penha (ph. Bruno Itan)

Necropolitica è creare territori-altri, di cui la politica non si preoccupa, e a cui non garantisce protezione dal traffico né dalla criminalità organizzata che come un cancro ne infetta le membra, approfittando del suo status sospeso; una politica che anzi, fragilizza ulteriormente le comunità impoverite con azioni di controllo e violenza, e le condanna con la sua assenza. Solo tra Alemão e Penha vivono 180 mila persone, di cui la maggior parte senza luce, senza acqua corrente e senza un sistema strutturato di fognature. Una totale assenza di servizi che impone agli abitanti di sopravvivere e di arrendersi all’evidenza che non arriverà un reale appoggio pubblico. Le operazioni militari nella favela sono dispositivi di necropolitica, azioni che normalizzano l’uso della violenza, della repressione, della morte, nei confronti di persone povere, fragili e considerate scartabili, pratiche politiche che utilizzano la paura e l’angoscia come strumento di controllo.

Operação Contenção, Igreja de Penha complexo da Penha (ph.Bruno Itan)

Operação Contenção, Igreja de Penha Complexo da Penha (ph. Bruno Itan)

Necropolitica è lasciare che i cittadini riscattino morti civili dal cuore di una foresta, se li carichino sulle spalle e li depositino in una piazza, nella consapevolezza che per lo Stato si tratta di vuoti senza identità e valore. Il governatore Claudio Castro ha espresso soddisfazione per l’impresa e cordoglio per le uniche 4 vittime, in riferimento ai militari rimasti uccisi. 121 corpi senza Stato distesi in una piazza sono il messaggio brutale di un sistema che non ha interesse a proteggere i propri cittadini allo stesso modo. Il sociologo Bauman ha annotato che le diseguaglianze non sono la prova di un sistema monco, ma sono anzi la dimostrazione di un sistema perfettamente funzionante.

Poco importano le indagini aperte contro i crimini commessi dalla polizia militare durante l’invasione, i furti registrati dalle body-cam dei fardados rese obbligatorie proprio per contenere le violenze indiscriminate che purtroppo hanno avuto le batterie scariche nelle zone più delicate.  Poco importa la presa di posizione dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’ONU che si è dichiarato inorridito da quanto emerso.

Gli abitanti della favela chiedono che al posto del caveirão entrino nella favela progetti sociali, servizi di istruzione validi, presenza di reti che rompano l’isolamento di una comunità condannata in partenza, dalla storia come dalla politica. La favela chiede un’opportunità degna di esistenza che consenta ai giovani periferici di immaginare un futuro fuori dai percorsi criminali, facile attrattiva per chi ha poco da perdere.

E poi ci sono i dati [25]: un terzo degli uomini uccisi nella Mega Operação non è registrato con il nome del padre, ad indicare che si tratta di figli di madri sole. Spesso sono poco più che adolescenti, come Clara. Le stesse madri che a mani nude hanno riportato a casa i loro figli strappandoli dalle braccia della foresta, chissà se hanno percepito quanto il peso dei corpi dei loro morti sulle spalle fosse rappresentativo dell’insostenibile assenza di una società intera, di un abbandono istituzionale, di una precisa volontà politica che parla di scelta e di desistenza, che in un triste paragone machista e patriarcale riproduce la violenza dell’assenza, della mancanza di cure, di supporto e di riconoscimento dei propri figli-cittadini, attribuendo alle madri la colpa di non fare abbastanza. 

Praça São Lucas - Penha - (Bruno Itan)

Praça São Lucas – Penha – (Bruno Itan)

Anche Clara ha aspettato in fila al Getúlio Vargas per ore. A lungo non le è stato permesso di vedere Thiago. Le autorità volevano che lei firmasse la dichiarazione di morte senza vederlo. Ma lei si è opposta e la sua comunità con lei. Sapeva cos’era accaduto e voleva vederlo con i suoi occhi. È servita un’autorizzazione giudiziale per permetterle di entrare all’obitorio a riconoscere suo figlio. Lo hanno trovato nella serra, disteso ai piedi di un albero con le braccia spalancate, come in croce. Il corpo era pulito, alla fine non aveva indossato la maglia del Flamengo e la collanina d’argento gli era stata strappata. Così come la testa, appesa ad un albero.

Dicono di Thiago che si fosse affiliato da poco tempo al Comando Vermelho e che i capelli non avessero virato sul rosso per errore, ma in omaggio al gruppo, questo secondo i militari della BOPE indagati per torture e omicidio, lo dimostrano le foto rinvenute sui suoi social mentre imbraccia un fucile. 

E quando un AK – 47 arriva nelle mani di una cria da favela [26], figlio della storia della sua gente e del contesto di profonda deprivazione sociale, affettiva, economica, istituzionale vissuta fino a quel momento, della scarsità di opportunità, della necropolitica e infine certamente delle sue scelte, possiamo senza dubbio attribuire alla mano che imbraccia il fucile la responsabilità dell’intero processo? 

Rocinha (ph. Bruno Itar)

Rocinha (ph. Bruno Itan)

Epilogo 

Il 3 dicembre 2025 il Supremo Tribunal Federal [27] ha emanato il mandato di carcerazione preventiva nei confronti di Rodrigo Barcellar, presidente dell’assemblea legislativa dello Stato, con l’accusa di avere gravemente compromesso l’operazione Zargun, un’investigazione massiccia avviata a settembre 2025 all’interno delle più importanti istituzioni politiche e militari allo scopo di smantellare l’ampia rete di corruzione istituzionale che opera in appoggio ad alcune fazioni criminose legate al Comando Vermelho.

Barcellar avrebbe passato informazioni sensibili a persone coinvolte e corrotte nelle attività criminose al fine di inquinare le indagini e consentire la distruzione di prove prima dell’operazione. L’azione si è conclusa con l’arresto dell’ex deputato, TH Joias, accusato di traffico internazionale di armi, droga, riciclaggio, corruzione e soprattutto di essere l’intermediario tra i vertici del CV, i politici e gli investitori. In particolare il suo compito pare fosse procurare droni, armi militari e fucili di precisione ai criminali che consentissero loro di contrastare gli interventi delle forze speciali.

L’arresto di una tra le più alte cariche dello Stato e le significative prove di inquinamento di un’indagine finalizzata a svelare l’impalcatura di potere che si muove fuori dalla favela evidenza che il fenomeno della criminalità organizzata non si può sintetizzare con l’immagine di un giovane che imbraccia un fucile, ma che si struttura su un’organizzazione complessa, infiltrata in vari livelli di potere istituzionale e che interroga sull’opportunità di dirigere il caveirão altrove.

La domanda è sempre questa. Quanto rende introdurre un fucile in una favela, e soprattutto, a chi? 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
[*]  Le fotografie presenti nell’articolo sono realizzate dal fotografo Bruno Itan, cria da favela del Complexo do Alemão, il quale racconta quotidianamente la vita delle favelas di Rio de Janeiro e dei suoi abitanti.
Note
[1] Contenitore termico per il cibo d’asporto.
[2] Pratica di ossigenare i capelli artigianalmente, è uno stile che si è diffuso in particolare nelle periferie.
[3] Popolare squadra di calcio di Rio. L’utilizzo delle magliette delle squadre di calcio come abbigliamento quotidiano è una moda diffusa.
[4] Espressione di imprecazione.
[5] Shmitt – “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione” inteso come la capacità di differenziare l’azione politica in casi specifici in cui lo stato lo ritenga necessario, giustificando anche azioni extra-lege.
[6] Case e baracche estremamente precarie dedicate a ospitare le persone schiavizzate nelle proprietà dei latifondisti.
[7] https://www.ibge.gov.br/
[8] 1835 – un gruppo di più di 1500 persone nere tra schiavizzati e uomini liberi di religione musulmana ha organizzato una rivolta strutturata che mirava a ribaltare il dominio dei latifondisti e alla fondazione di una microsocietà islamica autonoma e resistente. La rivolta venne sedata ma aprì la strada al percorso di emancipazione.
[9] Cnidoscolus quercifolius.
[10] Conflitto armato tra esercito brasiliano e un gruppo di rivoltosi originari di Canudos nello stato di Bahia. Iniziata nel 1896 coinvolse migliaia di soldati con la promessa mai mantenuta che alla fine della guerra avrebbero ricevuto terre e benefici.
[11] IBGE – https://www.ibge.gov.br/
[12] Comunità auto-sussistenti fondate dalle persone schiavizzate in fuga dalle piantagioni.
[13] Operatori ecologici.
[14] Batalhão de Operações Policiais Especiais
[15] Caveirão significa grande teschio, è il nome gergale dato al Pacificador, il veicolo blindato attrezzato con ruspa integrata per eliminare ostacoli e barricate durante le invasioni.
[16] Una persona nera appare sospetto, se corre è sicuramente colpevole. Cit. dalla canzone Caso De Polícia
del cantante Rappin’Hood. La frase usata in contesti informali è Preto parado è suspeito, correndo è culpado. 
[17] Esistono vere e proprie indicazioni pratiche sui comportamenti da tenere durante le operazioni, per non essere identificati come bersaglio. Evitare di parlare al telefono è una di queste per non suggerire l’idea che si stia informando membri della fazione sui movimenti della polizia.
[18] Universidad federal fluminense GEN/UFF Grupo de estudo dos novos illegalismo. 2020.
[19] Durante gli scontri spesso si verificano tiroteios, sparatorie con armi automatiche senza controllo di precisione che possono colpire aree limitrofe direttamente o rimbalzando. Nella promiscuità della favela è comune che vengano colpite donne e bambini che hanno cercato riparo durante le operazioni.
[20] Si utilizza comunemente il termine “invadere” per esplicitare l’entrata dei militari in una favela.
[21] Organizzazione criminale attiva dagli anni ’70 dedita al controllo di alcuni grandi comparti delle favelas brasiliane in particolare a Rio de Janeiro. L’organizzazione di stampo mafioso è legata al commercio e traffico di droga e armi e ha comprovati contatti e infiltrazioni con il mondo della politica.
[22] Il massacro di Carandiru è riferito alla più grave strage di persone ad opera della polizia militare. Durante una rivolta all’interno di un carcere paulista nel 1992, la polizia uccise 111 detenuti disarmati. I sopravvissuti raccontano che non ci fu resistenza e che la maggior parte dei detenuti furono colpiti mentre erano in fuga o inseguiti. Si tratta della più grave violazione dei diritti umani nella storia brasiliana.
[23] Universidad federal fluminense GEN/UFF Grupo de estudo dos novos illegalismo.
[24] Racionais MC, versículo 4 capítulo 3.
[25]https://www.bbc.com/portuguese/articles/ce3xwk9z59ko; https://www.cnnbrasil.com.br/nacional/sudeste/rj/governo-do-rio-divulga-lista-com-nomes-de-115-mortos-em-megaoperacao/.
[26] Cria è colui che nasce e cresce in contesto.
[27] Corte suprema del Brasile – massima autorità giudiziale del Paese. Le decisioni sono inappellabili. 
Riferimenti bibliografici 
Bauman, La società dell’incertezza, il Mulino, Bologna, 2014
Goldberg, The racial state, Blackwell, Malden, 2002.
Fanon, I dannati della terra, piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2007.
Foucault, Nascita della biopolitica, Feltrinelli, Milano, 2015.
Schmitt, La dittatura. Dalle origini all’idea moderna di sovranità alla lotta della classe proletaria, Laterza, Roma 1921.
Mbembe, Necropolitica, Ombre Corte, Verona, 2003.
Azvedo, O cortiço, EA, Lisbona, 1998.
Soares, Batista, Pimentel, Tropa de elite, Bompiani, Milano, 2008.
Panorama das favela do Estado do Rio de Janeiro, Governo do Estado d Rio de Janeiro, 2022.
RAMOS, Silvia (coord.). A cor da violência policial: a bala não erra o alvo. Relatório de pesquisa. Rio de Janeiro: Rede de Observatórios da Segurança/CESeC, dezembro de 2020. 
Sitografia 
https://riomemorias.com.br/
https://www.gov.br/pf/pt-br/assuntos/noticias/2025/09/pf-deflagra-a-operacao-zargun-para-desarticular-braco-politico-e-financeiro-de-organizacao-criminosa-no-rio-de-janeiro 

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Lisa Regina Nicoli, antropologa e ricercatrice esperta di religioni afro-brasiliane e afro-caraibiche si occupa dell’approfondimento delle culture e tradizioni di matrice africana. Negli ultimi anni si è dedicata allo studio delle culture e delle tradizioni dell’Africa Occidentale, con focus specifico sulle religioni Vodoun.

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