di Mario Sarica [*]
Interazione fra sistemi fisici, variabili, valori, dissipazione, granularità, circolarità, prospettive multiple, contestualità, interferenze, probabilistica, circolarità, tempo e spazio, assenza di modelli assoluti, sia concettuali che fisici. È questo un glossario essenziale di elementi basici della fisica quantistica che, sorprendentemente, trovano una corrispondente-applicazione anche nei complessi ed interrelati sistemi di conoscenza e sapere culturale, secondo quanto scrive Carlo Rovelli Sull’uguaglianza delle cose (Adelphi, 2025).
La scoperta dei fenomeni quantistici è la novità più rivoluzionaria della scienza del XX secolo che, assieme al principio della relatività, ha profondamente modificato la nostra comprensione della realtà, rivelandosi di grandissima efficacia nel rendere conto dei fatti del mondo, dall’atomo al cosmo. «Prima della scoperta dei quanti – scrive Carlo Rovelli – credevamo di poter pensare il mondo come formato da oggetti con proprietà proprie, indipendenti da tutto il resto, dotate di un valore definito in ogni momento». Ciò ci induceva a ritenere le variabili di ogni sistema, sia nella fisica che nella metafisica, esclusive e per sempre definite di ogni entità, anche concettuale e filosofica, indipendentemente dalle reciproche interazioni. «Il salto che la meccanica quantistica ci chiede di fare – aggiunge Rovelli – è smettere di pensare che le variabili abbiano valori definiti anche al di fuori da queste interazioni». Ancora meglio, la meccanica quantistica ci rivela che i valori delle variabili di ogni sistema sono relativi ad un altro sistema, e sono realizzate solo in interazioni con questo.
Si tratta in definitiva di comprendere che le variabili che descrivono i fenomeni quantistici assumono valore solo al momento dell’interazione, configurando così un mondo inestricabilmente interconnesso, con buona pace di tutte le presunte verità oggettive e inamovibili. «Non esiste dunque un sapere disincarnato, un linguaggio disincarnato, da fuori di quanto ne sappiamo della realtà, da fuori della complicata, incompleta, faticosa, dinamica struttura concettuale tramite la quale pensiamo il mondo e lo diciamo (…). Il mondo contiene noi, che in parte lo conosciamo, e il mondo di cui parliamo è ciò che ne conosciamo. È il cerchio felice di cui siamo parte».
Sorprendentemente questo nuovo sguardo sul mondo mette in luce anche la somiglianza fra la struttura relazionale dei fenomeni quantistici e la struttura relazionale della natura fisica della conoscenza, nella sua accezione più ampia. «La meccanica quantistica descrive ogni sistema A nei termini delle tracce che lascia su un sistema B nel corso di una interazione». La conoscenza è un caso particolare di questa stessa situazione. È informazione che un sistema A ha su un altro sistema B, generata da tracce fisiche dovute a interazioni.
L’osservazione dei processi di conoscenza culturale replica sostanzialmente questa dinamica relazionale, mutuata dalla relatività quantistica, con interscambi, produzioni di variabili e valori, dentro una cornice contestuale, storica e sociale, dagli imprevedibili rispecchiamenti e interconnessioni fra passato, presente e futuro.
In altri termini tutte le forme culturali e i codici relativi di trasmissione e comunicazione (linguaggio, scrittura, immagini) non sono altro che la somma di informazioni che un sistema A ha su un altro sistema B, generata da tracce fisiche dovute a interazioni, che danno vita alla conoscenza, che ha sempre un carattere relativo, provvisorio e contingente di rappresentazione del mondo, suscettibile in maniera sincronica e asincronica di essere perennemente ri-raccontato.
Mutuare ora questa chiave di lettura al mio tema di conversazione, ovvero alle “Trame strumentali messinesi nell’Ottocento fra locale e globale” potrebbe sembrare piuttosto azzardato, se non eccentrico. Eppure, io credo, che sia assolutamente pertinente e coerente, rispetto all’accezione di cultura come sistema complesso ed interconnesso, in grado di generare griglie di funzioni, slittamenti d’uso, semantici e di senso, lungo la freccia del tempo. E ciò in virtù delle sue esclusive qualità di linguaggio e comunicazione, declinati dentro cornici storiche, sociali, economiche, culturali e più ampiamente antropologiche diversificate lungo lo scorrere del tempo, fra locale e globale.
Per esemplificare tutto questo, e fornire degli exempla, m’incamminerò su un percorso di lungo periodo fra Seicento e Ottocento, osservando prima una forma musicale strumentale affidata alla zampogna “a paro”, ovvero la pastorale. Tale genere musicale strumentale, che nasce dall’interazione primaria fra zampogna e organo, attesta a partire dal Seicento nella nostra città di Messina un processo di scambio fra due sistemi di produzione culturale e musicale di senso, determinando valori e variabili, fra tradizione e innovazione. E ciò emerge dalla rilettura delle fonti storiche, da questa nuova prospettiva decentrata, che va ad interessare a cerchi concentrici altre aree italiane, ad iniziare da quella romana, con Girolamo Frescobaldi, “stupor del tasto” con il suo “Capriccio pastorale”, modello a cui si riferiranno i compositori successivi sul tema dell’interazione fra livello colto e popolare
Ci soffermeremo poi su tre emblematici casi messinesi di carattere etnorganologico, in grado di esemplificare le dinamiche fra sistemi diversi, “quantisticamente” ragionando, che uniscono il locale e il globale, scrittura e oralità, rifunzionalizzazione di codici musicali in nuovi contesti. E ciò è reso possibile dall’incontro ed interconnessione, con produzioni di variabili e “quanti” di valore, fra due distinti, distanti autonomi sistemi culturali musicali. È il caso della singolare avventura di un tamburo a bandoliera borbonico, dunque con specifiche funzioni ritmico-percussive segnaletiche di tipo militare, che giunge nel territorio peloritano, a seguito dello sbarco e tentativo di invasione delle truppe di Gioacchino Murat nel 1810, a sud di Messina, sulla linea di costa fra Santo Stefano e San Paolo – Briga; mutando radicalmente destinazione e contesto culturale, assolve a pratiche ritmiche in ambiti cerimoniali festivi-processionali per tutto l’Ottocento, per poi essere acquisito dal Museo Civico di Messina, quale reperto storico, dunque bene museale.
Altro caso davvero esemplare dell’interazione e flessibilità d’uso e funzioni, che replica “dinamiche quantistiche” riguarda un singolare flauto di canna messinese che, trascendendo la sua primaria funzione di aerofono pastorale, dunque di strumento musicale, attraverso un singolare processo di “interazione quantistica”, assume la specifica qualità di oggetto d’arte, dal momento che viene istoriato con figure sacre e profane di particolare pregio, ad opera di un incisore esperto, dunque ben distante dai consueti canoni decorativi a punto di coltello dei pastori.
Altrettanto singolare appare, secondo questo nuovo approccio “quantistico” di osservazione ed interpretazione, l’interscambio organologico fra il tin whistle inglese e irlandese e il flauto e il clarinetto di canna pastorali siciliani, attestati a San Marco d’Alunzio, sui Nebrodi.
Va precisato che nell’ampia famiglia di aerofoni pastorali messinesi di area peloritana, luogo elettivo d’uso, il clarinetto doppio di canna, cosi come d’altra parte il flauto doppio di canna, ha svolto, secondo le testimonianze raccolte, una funzione essenzialmente d’uso propedeutico alla più complessa prassi esecutiva dello strumento maggiore, ovvero la zampogna a “paro”, per consentire ai ragazzi apprendisti suonatori di diteggiare separatamente due canne musicali distanti, così come prescritto per gli chanter della zampogna “a paro”.
Emerso nel corso dei rilevamenti sul campo eseguiti nell’ultimo quarto di secolo del Novecento in area peloritana, il clarinetto semplice e doppio di canna è riemerso, come memoria etnorganologica di lungo periodo storico, da ricollegare alle ance semplici delle antiche civiltà mediterranee, anche in maniera esclusiva e con caratteri proprî a San Marco d’Alunzio.
Configurandosi come un’isola etnorganologica di singolare interesse, per la pratica strumentale musicale attiva riferita anche all’oboe popolare (“pifara” o “bifira”) d’uso cerimoniale nei cortei processionali, fino agli anni quaranta del Novecento, la comunità di San Marco ha offerto, assieme all’unico esemplare di fischietto di canna monotonale ad acqua (“usignolo”) siciliano, d’uso cerimoniale nella Notte di Natale da parte di gruppi di ragazzi, anche, come segnalato prima, delle varianti di clarinetti semplici, dai caratteri organologici esclusivj, cui si aggiungono flauti di canna altrettanti distintivi.
Ci riferiamo intanto ai clarinetti semplici, eteroglotti, con doppia ancia, e quelli idioglotti. Le due varianti organologiche replicano lo stesso impianto musicale diatonico a sei fori del tin wisthle delle isole britanniche, adottato dai suonatori di tradizione di San Marco d’Alunzio, sulla base delle testimonianze raccolte, intorno agli anni venti-trenta del Novecento, confermando quella circolarità e flessibilità d’uso, fra locale e globale, che ha sempre contraddistinto le migrazioni degli strumenti musicali nel tempo e nello spazio, e replicato anche nei flauti di canna.
Soffermiamoci con più attenzione su questa singolare adozione del tin whistle d’uso popolare inglese di lungo periodo, che trova nel 1843 con l’ingegnere inglese Robert Clarke una stabilizzazione organologica con l’adozione di una lamina metallica (ottone solitamente), i cui lembi vengono ripiegati, secondo un cameratura musicale cilindrico-conico, per poi modellare il becco, ricavando la cosiddetta finestrella, e fissando una zeppa di legno, pur mantenendo inalterati i caratteri organologici primari distinti dai sei fori per una tessitura musicale in scala diatonica solitamente in DO.
Fu introdotto a San Marco d’Alunzio nei primi decenni del secolo scorso, da Paolo Provenzale, detto Stidda, suonatore anche di pifara o bifira (oboe popolare, utilizzato in rituali cerimoniali unito al battito ritmico dei grandi tamburi a bandoliera), grazie al fatto che il sacrista del tempo Giuseppe Graziano, dopo averlo acquistato a Palermo lo aveva donato proprio al suonatore di tradizione più esperto, appunto Stidda, che successivamente lo affidò a suo figlio Marco, anche lui valente suonatore di flauto, scomparso nel 1990 all’età di ottant’anni.
A questo primo esemplare di tin whistle se ne aggiungeranno altri, adottati da altri suonatori di San Marco, quali Arcodia e Sansiveri. I rilevamenti etnorganologici si sono concentrati su due esemplari dei quattro, che sulla base delle testimonianze raccolte sono stati in uso nella comunità, per eseguire repertori di ballabili e serenate con l’accompagnamento solitamente della chitarra.
Ma il caso singolare che dimostra l’interazione di sistemi organologici culturalmente distanti, in grado di dialogare ed interscambiarsi, come unicum organologico siciliano, è appunto la replica del tin whistle in canna, senza così sconfessare o rinnegare la fedeltà originaria all’archetipo storico-identitario di aerofono siciliano di canna dalle antiche ascendenze, che trova una sua variante, nella dinamica di flussi di evoluzione e contestualizzazione, dentro una cornice d’uso e di funzione di codice di comunicazione musicale, nel tin wisthle siciliano.
Un altro caso etnorganologico esemplare che colonizzerà l’interesse musicale in maniera trasversale di tutti i territori europei da quelli continentali a quelle mediterranei, con interconnessioni e variabili fra sistemi e linguaggi musicali diversi fra loro, anche in questo caso con sistemi interconnessi, è l’invenzione, brevettata a Vienna nel 1810 da Cyrill Demian, dell’aerofono meccanico ad ance libere. Una vera e propria rivoluzione organologica che innesca un sistema interrelato, fra costruttori, venditori, musicisti, con varianti organologiche che vanno dall’accordeon, alla cosiddetta concertina e al bandoneon argentino, fino a giungere oltre la metà dell’Ottocento all’organetto diatonico a doppia intonazione di Paolo Soprani di Castelfidardo, nelle Marche. Uno strumento, l’organetto, che segna una novità assoluta nei contesti di pratiche musicali di tradizione italiana, in virtù delle sue versatili qualità esecutive particolarmente votate ai ballabili e all’accompagnamento del canto.
Volgendo lo sguardo alla Messina musicale dell’Ottocento, fra livello colto e popolare, c’è da ritenere – in virtù di un accordeon inglese, proveniente da Nottingham, da catalogare nella tipologia francese, molto richiesto nei primi decenni dell’Ottocento, acquisito nelle collezioni del Museo dei Peloritani, dal mercato antiquario messinese – che lo strumento sia stato introdotto nei salotti musicali cittadini dalla folta schiera di mercanti e imprenditori inglesi residenti nella città dello Stretto.
Un’ altra significativa testimonianza della continuità d’uso di aerofoni meccanici a mantice nei salotti musicali messinesi, l’abbiamo raccolta da Antonio Alì, ultimo erede di una Agenzia marittima che intratteneva rapporti commerciali fin dall’Ottocento con gli inglesi e che conservava un aerofono meccanico cromatico con tastiera a bottoni, di produzione britannica, suonato da suo nonno Antonio. Si tratta di uno strumento di transizione, che lascerà il posto al successo globale della fisarmonica, peraltro esposto per qualche tempo nel Museo dei Peloritani.
Ancora sotto l’effetto benefico e coinvolgente del “relativismo quantististisco”, che unisce e ci unisce in una prospettiva multipla interdisciplinare, senza “un punto di vista esterno”, sollecitando ulteriori analisi e approfondimenti, credo proprio che non possiamo non lasciarci con quanto scrive in maniera illuminata Carlo Rovelli: «Elettroni e mente, sassi e leggi, giudizi e galassie non sono di natura essenzialmente diversa gli uni dagli altri. Di questo continuo gioco di specchi è fatto il mondo, che accoglie in sé l’incertezza che è al cuore della conoscenza, quella che porta all’uguaglianza delle cose».
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
[*] Il testo è la relazione presentata al Convegno di studi storici “Messina crocevia delle genti”, tenutosi a Messina nei giorni 10 e 11 febbraio 2026.
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Mario Sarica, formatosi alla scuola etnomusicologica di Roberto Leydi all’Università di Bologna, dove ha conseguito la laurea in discipline delle Arti, Musica e Spettacolo, è fondatore e curatore scientifico del Museo di Cultura e Musica Popolare dei Peloritani di villaggio Gesso-Messina. È attivo dagli anni ’80 nell’ambito della ricerca etnomusicologica soprattutto nella Sicilia nord-orientale, con un interesse specifico agli strumenti musicali popolari, e agli aerofoni pastorali in particolare; al canto di tradizione, monodico e polivocale, in ambito di lavoro e di festa. Numerosi e originali i suoi contributi di studio, fra i quali segnaliamo Il principe e l’Orso. Il Carnevale di Saponara (1993), Strumenti musicali popolari in Sicilia (1994), Canti e devozione in tonnara (1997); Orizzonti siciliani (2018).
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