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Tra Sardegna e Palestina uno sguardo trasversale sul mondo pastorale

da Abele, di Volti

da “Abele”, di Fabian Volti

di Costantino Cossu

«L’idea di un film corale che offra una visione contemporanea sul pastoralismo nasce nell’isola di Sardegna, in una società fortemente radicata, culturalmente ed economicamente, nel mondo agro-pastorale, che in questi ultimi decenni ha subìto profonde trasformazioni. Volevamo incontrare quei pastori che ancora seguivano i cicli degli astri, che vivevano nell’ovile vicino al proprio gregge, per capire i segreti di un’esistenza e del loro ruolo nelle comunità, le loro relazioni con il presente».

Così Fabian Volti nelle note di regia di Abele, il documentario prodotto da Roda Film in collaborazione con la Fondazione Film Commission Sardegna che è andato in programmazione nelle sale durante le scorse settimane e ha partecipato a diversi festival in Italia e in Europa. Dichiara apertamente, Volti, non soltanto l’intenzione di raccontare la vita degli ultimi (ormai pochissimi) allevatori che al pastoralismo come pratica produttiva e come codice di valori restano ancorati, ma anche il loro ruolo nelle comunità e il loro rapporto con il presente. Ma oltre questa prima articolazione di senso, c’è un secondo piano in Abele, anch’esso dichiarato nella nota di regia. «Abbiamo cercato – scrive Volti – l’Abele immaginario fino alla biblica Palestina. Abele è forse questa immagine latente, eterna, di una vita all’origine, prima dello scoppio di un conflitto? Un mondo ai margini del mondo, che permane nelle storie di uomini, capaci di incarnare frammenti del presente transitorio, disorientante e travolto dalle contraddizioni dei tempi? Il pastore che osserviamo e ascoltiamo evoca l’idea che questo film contenga in sottotraccia l’archetipo del conflitto».

Sardegna e Palestina, quindi. Terre che il pastoralismo accomuna in un unico orizzonte. E l’Abele biblico scelto come figura archetipica di una condizione umana originaria – quella cui il pastoralismo nella sua essenza in qualche modo allude – colta nel film nel momento in cui, in Sardegna come in Palestina, il contatto con l’esterno rompe un equilibrio e apre all’irruzione del conflitto.

Da "Abele" di Fabian Volti

Da “Abele” di Fabian Volti

Articolato in scansioni contrapposte e insieme complementari, scandite da un montaggio firmato da Stefania Muresu, Enrico Masi, Carlotta Guaraldo che conferisce alle immagini il giusto grado di estraniazione, Abele racconta le vite di tre pastori sardi e di una famiglia di nomadi beduini che conducono le loro capre nel deserto di Giuda. In Sardegna i contesti sono differenziati. C’è Severino, un anziano pastore che ha ovile e gregge a Porto Tramatzu, accanto al poligono militare di Teulada; c’è Billia, che occupa uno degli ultimi kuiles sul Supramonte di Dorgali; c’è Mario, che dopo aver fatto il mercenario nella Legione straniera è tornato nell’isola e alleva pecore e maiali nella Nurra di Sassari all’interno di una piccola chiesa del Cinquecento sconsacrata. L’orizzonte geografico in cui vive la famiglia di nomadi beduini che Volti ha scelto per le riprese in Cisgiordania è invece uniforme: l’arida pietraia tra Gerusalemme e Gerico, la terra desolata dove, secondo i Vangeli, Gesù fu tentato dal demonio.

Sia Sardegna sia in Palestina l’Abele biblico fa i conti con la rottura dell’archetipo, con l’irruzione del conflitto che destabilizza e spezza l’equilibrio originario. A Teulada a regolare la vita della comunità non è più la legge dell’ovile, ma quella dei giochi di guerra, delle esercitazioni militari. È in un margine dove le relazioni di cui era intessuto il mondo pastorale hanno perso ogni senso che la condizione originaria di Abele è stata confinata da un sistema di segni e da un ordine economico globali, che trovano i propri cardini nella guerra e nelle logiche di dominio a essa sottese.

A Dorgali il mondo che ruotava intorno al pastoralismo è spiazzato e di fatto cancellato dagli esiti estremi di un iper-turismo che, dietro il cosiddetto approccio esperienziale o le cosiddette pratiche sostenibili, ha ridotto le particolarità storiche e culturali del pastoralismo a forme di folklore deteriori e avvilenti. Nella Nurra Abele è diventato un soldato di ventura che parla, senza ombra di pentimento, delle sue torbide esperienze di guerra e mostra alla telecamera una scatola di cartone dove tiene gelosamente custoditi gagliardetti fascisti e materiale propagandistico di «quando ancora esisteva il Movimento sociale italiano».

In Palestina Abele è un pastore nomade che strappa al deserto un po’ di vita per le sue capre. Ma nella logica di annessione che muove l’attuale governo israeliano per i caprai beduini non c’è più posto. Una legge recente ha stabilito che nel deserto di Giuda gli insediamenti non stabili sono vietati. Sono vietate, cioè, le tende che i beduini piantano temporaneamente nei loro spostamenti da un punto all’altro della grande pietraia alla ricerca di erba per le greggi. È un modo per espellerli dal territorio dove vivono e lasciare posto ai coloni ebrei. Il film mostra l’esercito con la stella di Davide che butta giù con le ruspe le baracche di tela e di laminati. Ma Abele resiste. «Potranno anche abbattere e bruciare le nostre capanne – affermano decisi nel film di Volti i beduini – ma noi non ce ne andremo. Ritorneremo sulle ceneri lasciate dai soldati e ricominceremo». Nel deserto di Giuda, Abele vuole continuare a esistere.

da "Abele" di Fabian Volti

da “Abele” di Fabian Volti

Resiste anche in Sardegna il mondo archetipico dei pastori? «Il mio intento – ha detto Volti in un’intervista al Manifesto – è stato quello di realizzare un film che dichiarasse un desiderio di riscatto». Ma se per la Palestina questo intento in Abele trova un riscontro nella realtà di quel contesto, per la Sardegna è diverso. Severino, Bilia e Mario non sono dei resistenti. Non riescono più, come i beduini del deserto, a dire con determinazione: “Io esisto, non mi annienterete”. Sono fantasmi che si muovono in un mondo che non li vede più. Condizione sottolineata dalle scelte di ripresa e di fotografia di Volti, che nella parte sarda del film danno un tono complessivamente scuro all’immagine, con la camera che sta addosso ai soggetti ripresi, giungendo spesso a un effetto di chiusura quasi completa dei varchi visivi. Mentre al contrario nella parte palestinese di Abele il chiarore del deserto invade costantemente le immagini e il regista fa largo uso di riprese dall’alto.

Tenebra contro luce, insomma, chiusura contro apertura. A sottolineare, forse al di là delle intenzioni di Volti, che diversamente dai beduini palestinesi Severino, Billia e Mario sono tre figure di vinti. Non per questo, però, ci parlano meno. Anzi, esattamente il contrario.

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026

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Costantino Cossu, giornalista, ha studiato a Sassari al Liceo Azuni e a Urbino alla Scuola di giornalismo e alla facoltà di Sociologia dell’Università “Carlo Bo”. Dal 1993 al marzo del 2022 ha curato le pagine di Cultura del quotidiano La Nuova Sardegna. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Manifesto. Ha collaborato con il settimanale Diario diretto da Enrico Deaglio e con la rivista Lo Straniero diretta da Goffredo Fofi e collabora con le riviste Gli Asini e Doppiozero. È stato docente a contratto nel corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Sassari. Per la casa editrice Cuec ha curato il libro Sardegna, la fine dell’innocenza; e per le Edizioni degli Asini il libro Gramsci serve ancora?

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