di Davide Gambino
L’incontro
Ricordo con precisione il momento in cui vidi e ascoltai per la prima volta Lorenzo Reina, anche se allora non sapevo che quel nome sarebbe diventato una presenza costante nella mia vita futura. Nel 2011 avevo ventisei anni e, come spesso accade a quell’età, vivevo immerso in un tempo accelerato, fatto di progetti, visioni, spostamenti continui.
Frequentavo il terzo anno di formazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia [1], la scuola Nazionale di Cinema che ha sede ai Cantieri Culturali di Palermo [2]. E presso il Centro Sperimentale è consuetudine, alla fine del triennio di formazione, realizzare un saggio di diploma [3] che prevede la scrittura e produzione di un film documentario. Stavo meditando su un film documentario che trattasse la traiettoria di un personaggio unico come Franco Battiato [4]. Ero stato suo ospite un pomeriggio di qualche mese prima nella sua casa di Milo e le idee per un film da allora fluivano copiose.
Ero ben consapevole che si trattasse di un progetto ambizioso, ma non per questo mi ponevo un qualche limite. In quel periodo raramente rientravo prima che fosse sera, tuttavia un giorno una casualità mi spinse a casa per pranzo, accesi il televisore quasi per distrazione, e mi ritrovai davanti a un servizio del TGR [5] Sicilia che parlava di un pastore dei Monti Sicani che aveva costruito, lì dove prima pascolavano le sue pecore, un teatro di pietra. Nelle immagini del reportage c’era qualcosa di ancestrale che non apparteneva al registro consueto del racconto televisivo. Non era solo la stranezza prometeica [6] del progetto, né la bellezza indecifrabile del paesaggio. Era la postura dell’uomo, il modo in cui sedeva tra le pietre come se non le avesse costruite ma semplicemente abitate da sempre. Indossava una giacca di panno, una camicia di jeans consumata, un cappello a falde larghe che lo faceva sembrare uscito da un western in salsa mediterranea, ma senza alcuna posa, senza ironia, con piena autenticità. Era come se quel corpo fosse perfettamente coerente con quel luogo, come se non ci fosse distanza tra l’uomo e il paesaggio.
Lorenzo Reina parlava di cielo e di terra con la stessa naturalezza con cui altri parlano di lavoro o di famiglia. Diceva che un pastore vive tra questi due elementi, che le sue giornate scorrono sotto le nuvole e sopra la polvere, accompagnate dal movimento degli animali e dal ritmo delle stagioni.
Spiegava che le pietre del teatro non erano disposte a caso, ma seguivano la forma della galassia di Andromeda [7], precisamente visibile nell’oscurità della vallata immune dalla luce artificiale. «Le pietre guardano le stelle e le stelle guardano le pietre» [8], mi disse un giorno. In quella frase c’era già tutto: una visione del mondo, una cosmologia intima, una poetica.
Nel primo pomeriggio del sabato successivo, un paio di giorni dopo questa rivelazione, presi la mia auto e guidai da Palermo verso Santo Stefano Quisquina [9] senza sapere bene cosa stessi cercando. Non avevo un progetto preciso, non avevo neppure una vera intenzione professionale. Avevo solo la sensazione che quel luogo mi stesse chiamando, che non si trattasse di semplice curiosità ma di una forma di attrazione più profonda, difficile da spiegare razionalmente. Dopo un paio di ore, attraversando la statale Palermo-Agrigento e strade interne che si inerpicano tra campagne e colline, attraversando un paesaggio che sembrava progressivamente allontanarsi dal tempo contemporaneo, arrivai guardingo a Rocca Reina [10] presso la Fattoria dell’Arte [11].
Quando incontrai Lorenzo per la prima volta, mi accolse come si accoglie un viandante. Non chiese chi fossi, cosa facessi, perché fossi lì, si presentò esclusivamente a braccia aperte e con un sorriso sincero. Mi fece semplicemente entrare nel suo mondo. Poco dopo mi condusse all’Eremo della Quisquina [12], gestito anticamente dai frati e non distante dalla sua fattoria [13], mi mostrò le pietre, le asine [14], una statua di Santa Rosalia [15] che aveva scolpito nei pressi dell’eremo a somiglianza di sua moglie Angela, che conobbi poco dopo una volta tornati in fattoria. Lì mi mostrò le strutture ancora in costruzione. Non risparmiava parole, eppure ogni parola sembrava necessaria e non sufficiente ad esprimere la sua vitalità creativa.
Nel suo discorso non c’era nessuna strategia comunicativa, ma una sincera volontà di ricerca, un verbalizzare che sembrava rincorsa dei pensieri, una disponibilità totale all’incontro. In quel momento compresi, senza ancora saperlo formulare, che non stavo semplicemente conoscendo una persona, un “pastore-artista”, così come era stato definito dai media, ma entrando in una geografia esistenziale. Lorenzo non rappresentava un’eccezione folkloristica. Era un uomo che aveva scelto con consapevolezza: costruire un’opera che coincidesse con la propria vita. Visitai il Teatro Andromeda. Non si trattava di un progetto da documentare, ma di un organismo da indagare ed abitare. E io, senza accorgermene, avevo appena iniziato a farne parte. Percorsi quelle medesime strade per molti anni a venire, lo faccio tutt’ora e continuerò a farlo.
Pietra Pesante è una ‘nciuria [16], la cui valenza è sia locale che universale. Nel caso specifico si tratta della traduzione di Cutupacchio [17], epiteto affidato alla famiglia Reina, che in italiano significa “pietra pesante”. A questa famiglia appartiene un uomo il cui nome, Lorenzo Reina, sembra portare in sé un destino scolpito nella pietra e nelle stelle.
Quest’uomo, all’età di otto anni, era un bambino che, invece di andare a scuola, pascolava il gregge di suo padre, che lo voleva servo pastore in un territorio in cui questo era il destino di coloro che nascevano pastori. Un territorio in cui il tempo scorre come se non ci fosse forse null’altro al di fuori di quelle campagne. Lorenzo è cresciuto immerso in questo contesto. Fin da bambino, dietro al gregge e sotto le nuvole, tra faticose transumanze ed incontri con una natura che dispensava vita e, allo stesso tempo, mostrava senza filtri i segni della morte. Ha sempre vissuto a contatto diretto con gli animali: asine partorienti, uccelli affamati alla ricerca di carcasse. Sempre immerso nel ciclo delle stagioni e nella prorompente energia del paesaggio dei Monti Sicani. Fino a quando, un giorno, l’alchimia misteriosa dell’arte lo ha raggiunto. Lorenzo, con uno sforzo titanico e prometeico, rifiutò il destino offertogli dal padre e dalla tradizione.
Venne l’adolescenza e non smise un attimo di seguire la propria vena artistica [18]. Lo cito nel suo rappresentarsi come «un ragazzo che sta dietro al gregge con la bisaccia piena di libri e pietre, e coltellini e sculturine, e tutte le volte che potevo e le pecore stavano, insomma, tranquille all’ombra, perché parlo di periodi estivi in particolare, e io mi mettevo lì con la testa chinata» [19].
Poi sopraggiunsero i diciotto anni. «E niente, dopo ci fu la sospirata visita militare, non vedevo l’ora, per me il militare è stato proprio una vacanza, sentivo proprio un bisogno di evasione, io il mare per la prima volta l’ho visto forse a Napoli» [20]. L’esperienza del servizio militare a Napoli gli permise di uscire da un contesto a tratti opprimente e di trovare nella bottega dello scultore Gabriele Zambardino [21] un rifugio nell’arte, come apprendista.
Al ritorno a Santo Stefano Quisquina, Lorenzo mi raccontava di aver trovato il coraggio di affrontare il padre, sostenuto anche dall’esito positivo della vendita delle sue prime opere scultoree e dalle prime committenze che iniziava a ricevere sul territorio. Lo scontro tra la visione di Lorenzo, proiettata verso l’arte, e quella del padre, ancorata al patrimonio arcaico da proteggere, non poteva che generare un conflitto, acuito dalla morte imminente dello Zù Libero [22]. A questo giro di boa che la vita a volte ci restituisce, Lorenzo si trovò davanti alla dolorosa scelta dell’abbandono dell’eredità paterna. Fu allora che Lorenzo promise presso il capezzale del padre, e forse anche a sè stesso, che si sarebbe preso cura di quanto gli era stato lasciato. Fece un calco in gesso della mano del padre morente, a suggello di quella promessa, e iniziò una vita rinnovata a metà tra memoria della tradizione e ricerca artistica.
Nel suo interrogativo esistenziale e girovagare nel paesaggio circostante, Lorenzo ebbe modo di osservare come il suo gregge spesso si disponesse istintivamente in cima alla collina gibbosa, non lontano dalla mannira [23] paterna, in cui la vallata si apriva e rivelava allo sguardo allungato Santo Stefano Quisquina, appena sotto, Bivona, Caltabellotta, Ribera, il mar Mediterraneo, fino al profilo lontano di Pantelleria. Le pecore sembravano godere dello stesso paesaggio. Incominciò a spostare macigni da una parte all’altra dei 900 ettari della sua proprietà, come in una sorta di rito pagano di espiazione. A volte sconfinava in terreni altrui e chiedeva il permesso ai contadini e pastori di prelevare quel particolare masso che lo ispirava. Fu così che Lorenzo elesse quel crinale della sua tenuta a luogo per costruire l’opera che sintetizzasse il suo conflitto interiore tra memoria e innovazione, passato e futuro, tra il suo essere pastore e artista. Lui, il cui nome sembrava portare in grembo le pietre e le stelle [24], pensò alla costellazione di Andromeda, che contiene la nostra galassia, la Via Lattea, così come la galassia M31 [25], il corpo celeste più lontano osservabile a occhio nudo, con cui – secondo gli scienziati – tra circa quattro milioni di anni entreremo in collisione.
Le pietre – che diventeranno sedute del teatro – nella loro disposizione evocano le stelle della costellazione di Andromeda, alla quale sono speculari. Fu a partire da questa visione che Lorenzo architettò il suo progetto.
Centootto posti a sedere, come le stelle che compongono la costellazione, incarnate da due cubi di marmo travertino [26], leggermente sfalsati, disposte in modo da suggerire una visione zenitale capace di rivelare la forma di una stella a otto punte. Pietre posate con apparente naturalezza, come un gregge al tramonto, ma in realtà organizzate con precisione per proiettare al suolo la forma della costellazione di Andromeda, perfettamente visibile nel cielo notturno della campagna incontaminata dalla luce artificiale. Lorenzo raccontava come fin da giovane si trovò a scolpire la pietra, le radici, tutti i materiali naturali che la vita pastorale gli metteva davanti e quel teatro avesse a che fare certamente con la terra e con le pecore, ma anche con il cielo e con le stelle. «Sì, perché un pastore nelle sue interminabili giornate – diceva – vive tra cielo e terra, ed è quindi la presenza di entrambi a fargli compagnia». Ricordo il mio stupore quando realizzai, come affermava lo stesso Lorenzo, che di notte dal teatro era perfettamente visibile l’omonima costellazione: «le pietre guardavano le stelle e le stelle guardavano le pietre». Lorenzo chiamò quell’opera, a metà tra land-art e architettura, Teatro Andromeda.
Ho guardato con occhi increduli Lorenzo sollevare pietre come un moderno ciclope [27]. Ho avuto il privilegio di avere un accesso unico ed esclusivo nel filmarlo per un lungo periodo, di osservare una performance dell’uomo e della natura che collaborano in sintonia. Un’opera che viene nutrita e che al tempo stesso è già organismo vivente che preesiste il proprio creatore. Uno storico dell’arte, definirebbe tutto ciò land-art, body-art, classicismo post-moderno sincretico e neo-classico post-modernismo. Per me si è tradotto nel cinema del reale [28].
Oggi sono passati quasi quindici anni da Pietra Pesante e ciò che ho vissuto durante il tempo di lavorazione del film – dalla sceneggiatura alla produzione, fino al montaggio – è tanto semplice da enunciare quanto articolato da attraversare. Una Sicilia poco conosciuta: arcaica e, al tempo stesso, radicalmente moderna. Una corda tesa tra passato e futuro, in cui le vibrazioni di un’estremità arrivano all’altra, e viceversa.
Pietra Pesante vuole essere rappresentazione di tutto questo. Vuole restituire una Sicilia densa di bellezze tragiche, di parole e di paesaggi, di uomini capaci di raccontare e di raccontarsi. Nel film Lorenzo Reina mette in scena la propria vita e la declama nel suo Teatro Andromeda.
Forse è proprio questa la ragione per cui ha faticato tanto, pietra su pietra, costruendo come un moderno Sisifo [29] un’opera ciclopica: raccontare alle montagne e al paesaggio circostante la sua storia, la storia della sua famiglia, della sua comunità, della sua Sicilia.
Il teatro è scrittura dello spazio, ma è anche, per definizione [30], luogo della parola. E la parola di Lorenzo si esprime in siciliano. Un siciliano antico e misterioso, perduto e vibrante, che si connette alla Grecia mitica, al passato arabo, alla dominazione borbonica; che emigra oltreoceano e ritorna a Santo Stefano Quisquina, luogo insieme oscuro (arabo: Koskin) e coronato dai monti (greco: stefanòs).
Quando conobbi Lorenzo e iniziai a entrare in relazione con il suo mondo, sentivo vibrare in lui tutta la storia della sua famiglia, la cui ‘nciuria era appunto Cutupacchio. Mi raccontava del catanannu [31] che, dopo essere emigrato negli Stati Uniti e aver costruito una famiglia oltreoceano, era tornato in Sicilia. Davanti ai miei occhi scorrevano le immagini dei siciliani che a milioni si sono mossi nel mondo: non per conquista o vanto, ma per necessità, con umiltà e fatica. Li vedevo attraversare grattacieli e casette, foreste e grandi laghi, città e piccoli villaggi, adattarsi, imparare nuove lingue, assorbire nuove culture senza mai perdere il loro siciliano e la loro Sicilia – ormai luogo della mente, che non esiste più e che continua a esistere. Questo è il senso più profondo della lingua di Lorenzo. Del siciliano di Pietra Pesante. Il siciliano è la cassaforte della memoria di Lorenzo.
Il film è stato possibile solo grazie alla sua disponibilità a ricordare e alla sua vena creativa al servizio della mia. Nel film Lorenzo è, allo stesso tempo, memoria e presenza. Durante la lavorazione, spesso mi fermavo a guardarlo senza intervenire. Capivo che ciò che lo rendeva speciale non era la sua capacità di spiegare, ma quella di rendere gli altri partecipi di una visione più grande di loro. Ricordo un episodio in cui alcuni operai discutevano su come posizionare un elemento del teatro.
Lorenzo ascoltava, interveniva con una frase leggera, quasi poetica, e immediatamente tutti si riorganizzavano. Non c’era imposizione: solo guida, fiducia, visione condivisa. Lorenzo non mi è mai apparso come un ‘padrone’, ma un compagno di fatiche. E di fatiche ne ha affrontate molte, generosamente, anche per il film: vere e proprie performance titaniche, come nella scena iniziale, in cui cammina per metri e metri portando sulle spalle Omphalos, una scultura di peso estremo, caricata sul corpo come un destino ineluttabile.
Molto spesso mi chiedevo come tradurre tutto questo in immagini cinematografiche. Non bastavano sequenze filmate, interviste, dettagli architettonici, riprese del paesaggio. Dovevo cogliere le vibrazioni invisibili: la luce negli occhi di Lorenzo quando parlava di un dettaglio del teatro, di un episodio della vita passata. Ogni giorno di produzione diventava un dialogo: tra me e lui, tra me e il luogo, tra il materiale e l’immateriale. Ne è nato un film non del tutto lineare ma ritmico, stratificato, risucchiato nel buco nero del proscenio ellissoidale [32] del Teatro Andromeda capace di rispecchiare il modo in cui Lorenzo abitava il mondo. Un’opera che non si risolve nella biografia né nella descrizione del teatro, ma si configura come un viaggio nell’esperienza di Lorenzo: nella sua polifonia, nella sua capacità di trasformare il quotidiano in opera, la fatica in bellezza, l’atto creativo in comunità.
Uno dei momenti più intensi furono per me i giorni della registrazione della voice over che traduceva il testo poetico ed epico che Lorenzo aveva steso nell’arco di settimane e forse mesi esclusivamente per il film. Un processo creativo che lo aveva portato ad esplorare la genealogia dei Cutupacchi [33], della sua famiglia, a partire dal suo antenato Piddu [34] che da Santo Stefano Quisquina si era recato a lavorare prima nelle piantagioni di canna da zucchero in Louisiana [35], poi in quelle di tabacco in Florida, infine tornare nel paese natìo per ragioni di salute [36]. Nel 1911 la famiglia del catanannu Piddu, con sua moglie Giovannina e i tre figli, tra cui il primogenito Lorenzo si imbarcarono sul piroscafo per Napoli diretti verso lo stesso paese di origine da cui erano partiti per sconfiggere la miseria. Lorenzo, figlio di Piddu, era il nonno di Lorenzo Reina, il quale aveva iniziato a scrivere la voice over per il film a partire da quelle vicende.
Il mio ruolo di editor mi imponeva una diplomatica attitudine nel non voler tarpare le ali a tanto entusiasta sforzo creativo, ma allo stesso tempo cercavo di dirigere verso un orizzonte più pragmatico e pertinente per un film documentario di poco più di 50 minuti ambientato nel XXI secolo.
Ricordo anche le lunghe conversazioni sulle sfide del vivere nei Monti Sicani, sulle difficoltà legate a un progetto così ambizioso, sulle contraddizioni della vita quotidiana. Lorenzo parlava con una lucidità sorprendente, alternando humor e profondità, rassegnazione e entusiasmo, filosofia e praticità. E io capivo che tutto questo doveva entrare nel film, non come spiegazione ma come atmosfera, come respiro del racconto. Il film non voleva risolversi nella biografia, né nella descrizione del teatro e delle altre opere artistiche: voleva essere un viaggio nell’esperienza di Lorenzo, nella sua polifonia, nella sua capacità di trasformare il quotidiano in opera, la fatica in bellezza, l’atto creativo in comunità. Ogni scena, ogni scelta di montaggio, ogni dettaglio visivo cercava di rendere questa complessità: la luce del tramonto sui Monti Sicani, il vento tra gli ulivi, le mani che modellano la pietra, la voce di Lorenzo che racconta, e il silenzio che accompagna ogni gesto.

Lorenzo Reina impegnato nella colatura del gesso, 2012 © fotogramma estratto dal film Pietra Pesante
Con Lorenzo ho imparato che la visione non è solo aspirazione, ma pratica quotidiana. Che l’arte non è solo spettacolo, ma relazione. Che costruire un mondo significa, prima di tutto, abitarlo con consapevolezza e generosità. La sua eredità non è solo nel teatro che ha costruito, ma nelle persone che ha toccato, nei sogni che ha ispirato, nella memoria che continua a vivere nel paesaggio e attraverso chi lo ricorda. Realizzare questo film è stato atto di gratitudine e di apprendimento. Ho imparato a osservare, ascoltare, rispettare, lasciarmi attraversare dal mondo di un altro, senza semplificare, senza ridurre. Lorenzo Reina non è solo un protagonista: è stato per me un testimone di ciò che significa vivere con coraggio, bellezza e cura per ciò che si ama. E spero che chi vedrà il film attraverso il suo respiro, la sua luce, la sua polifonia, possa percepirne, anche solo per un istante, la sua unicità.
Le ambientazioni cinematografiche sono state molteplici e tutte volutamente autentiche. Abbiamo girato nella fattoria, nel Teatro Andromeda, nel pagghiaru [37] circolare, abitato al centro dalla quarara [38], e dai vari utensili utili a produrre la ricotta: dalla rotula [39], un bastone in legno di mandorlo alla cui estremità è saldata una semisfera, con il quale si mescola e si rompe la cagliata [40], ai mestoli e alle vasceddi [41].
Un luogo che mi piace menzionare è il pagghiaru ovale. Qui Lorenzo e le sue tre sorelle nelle notti estive dormivano insieme alla mula. Infine un altro luogo al centro del racconto è stato il museo-mausoleo che rimanda alle torri federiciane in pianta ottagonale. Tutti questi luoghi ci narrano di come un bambino di 8 anni che, invece di andare a scuola correva dietro il gregge, sia diventato uno scultore ed architetto.
Per me Lorenzo rappresentava molto di più di una semplice biografia umana traducibile in un biopic [42] e volevo che il film ne riflettesse la complessità e che fosse scandito da performances artistiche. Ogni scena doveva progressivamente dissolvere la separazione tra vita e arte. La transumanza come performance, la ricotta come alchimia della materia, la notte nel pagliaio con l’asino come gesto arcaico e intimo. Il film si costruiva settimana dopo settimana, e il nostro rapporto diventava un sodalizio umano prima che artistico.
Con Lorenzo parlavamo spesso della morte, delle sue modalità, del suo manifestarsi, del suo eventuale senso ultimo. Una morte conosciuta attraverso il privilegio di un rapporto non mediato con la natura. Mi raccontava dell’epidemia di carbonchio, tradotta in siciliano con il termine onomatopeico e terribile di Puddalasda [43]. La descrizione delle pecore morenti che perdevano sangue dalla “natura” – termine arcaico che indica la vagina degli ovini – rimarrà sempre con me, come rimando diretto a Madre Natura e alle sue forze primigenie. Su questa falsariga decidemmo che il film si sarebbe chiuso con la sua morte, allora solo evocata in chiave cinematografica, ed in modo originale ed inconsueto per un film documentario.
L’ eredità
Lorenzo ha continuato a spaccarsi la schiena per quarant’anni costruendo il suo Teatro, pensando che l’ultima non arrivasse mai. Invece è arrivata così come nel finale di Pietra Pesante. Alla luce della prematura ed improvvisa scomparsa di Lorenzo, neppure ad un mese da quando il sottoscritto sta scrivendo, quest’avvenimento appare quasi teatrale. Lorenzo aveva scolpito l’urna che avrebbe contenuto le sue ceneri e la sequenza di “Pietra Pesante” lo testimonia.
Finita la produzione del film, è iniziato il nostro rapporto fraterno. Le incombenze legate alla produzione quasi ci mancavano ed ogni occasione era buona per rinnovare le nostre telefonate o i nostri incontri a Rocca Reina [44]. Poi sono arrivati i premi, le numerose proiezioni sia a livello locale che internazionale. Il premio a New York e il viaggio con suo figlio Libero, oggi affermato cantautore e musicista. Lorenzo non avrebbe mai preso un volo per oltrepassare l’Oceano Atlantico. Ricordo come abbia preso il suo primo volo per le riprese del film nel contesto dell’invito al Padiglione Italia della Biennale di Venezia, temporaneamente allestito a Torino, e quell’esperienza gli abbia ispirato un bellissimo e divertente scritto [45] che ricordo affettuosamente. La nostra comunicazione non ha vissuto pause, nonostante gli impegni che a momenti alternati dividevano le nostre esistenze. Non ho mai smesso di andare a Santo Stefano. Ci siamo visti a Palermo, Agrigento, San Biagio Platani, Favignana, ovunque ogni occasione di mostre o proiezioni ce lo permettessero. Una volta, lo avevo superato in auto lungo la Palermo-Agrigento mentre ci dirigevamo insieme a Palermo e guidava ad una lentezza di un trattore, concentrato come se stesse scolpendo una radica di ulivo. Sono immagini epiche e dolci che conservo affettuosamente.
Siamo diventati “fratellone” e “fratellino”, così ci chiamavamo vista la notevole differenza di stazza. Lorenzo non rappresenta né un pastore dei Monti Sicani, né il creatore del Teatro Andromeda, bensì un visionario mediatore tra terra e cielo, un uomo che costruiva mondi con la stessa naturalezza con cui respirava. Quando arrivai per la prima volta al teatro, ricordo che mi sentii stranamente a casa, pur essendo in un luogo totalmente diverso dal mondo urbano a cui sono avvezzo.
Le linee architettoniche sembravano dialogare con la natura circostante, il vento tra le pietre portava con sé il respiro dei suoi progetti, e tutto intorno pareva animarsi di un ritmo segreto, un ritmo che Lorenzo stesso seguiva, senza forzature, con una naturalezza che sembrava appartenere al tempo stesso a un’altra epoca e al presente.
Oggi sono passati quasi quindici anni e quanto abbiamo vissuto insieme, è tanto semplice da descrivere, quanto complesso. Una Sicilia indecifrabile. Arcaica, ma al tempo stesso post-moderna. Una corda tesa fra passato e futuro in cui le vibrazioni di un’estremità arrivano energiche all’altra, e viceversa. Joseph Beuys affermava che qualunque uomo è un artista se sceglie di esserlo. La traiettoria di Lorenzo potrebbe essere una conferma di questa tesi. Certo non il primo pastore-artista. Mi vengono in mente Giotto o il pastorello dei Carpazi Constantin Brancusi, che Lorenzo tanto apprezzava. Citava proprio Beuys dicendo «che ognuno dovrebbe essere spazzino di se stesso». Mi ha sempre colpito questa visione autarchica ed ecologica, che riflette un forte senso di dignità radicato nella cultura siciliana.
Nel mondo da cui veniva, che sembrava non avere alcuna occasione di riscatto e alcun legame con quello dell’arte, Lorenzo cela il mistero di una ricerca magica e unica. È come se affermasse che è in questa semplicità, tra le pietre e il grano, tra i muschi e le asine, che si può ricercare il vero senso delle cose. Lorenzo ha trovato la verità della sua visione. Una verità destinata a permanere: un tempo fissato che Lorenzo descrive come capace di strisciare, radicato alla terra come un serpente, e di volare ad ali spiegate come un nibbio [46].
Lorenzo ha sempre saputo che la tradizione può sopravvivere solo attraverso un rinnovamento equilibrato, e per questo ha sempre guardato oltre la propria esistenza. Pietra Pesante ha cercato di raccontare il peso e la leggerezza di questa visione, incarnata nella Sicilia stessa: pietra insieme pesante e lieve, sospesa tra terra e cielo, a galleggiare nel cuore del Mar Mediterraneo.
Oggi le ceneri di Lorenzo Reina riposano al centro del suo “museo grembo”, la torre ottagonale che iniziò a costruire nel 1994; egli è divenuto estensione del paesaggio che si erge sopra la Fattoria dell’Arte. Quanto a me, finché mi sarà concesso, continuerò a fargli visita come un viandante e, in Sicilia o altrove, esserne testimone e narratore.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Il Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC), fondato nel 1935, è la principale istituzione italiana di formazione, ricerca e conservazione nel campo del cinema e dell’audiovisivo.
[2] I Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo ospitano una delle sedi del Centro Sperimentale di Cinematografia, dedicata in particolare alla formazione e alla ricerca nel campo del cinema documentario.
[3] Il saggio di diploma costituisce il lavoro finale del percorso formativo presso il Centro Sperimentale di Cinematografia.
[4] Franco Battiato (1945–2021) è stato un musicista, compositore e artista italiano, tra le figure più influenti della cultura musicale contemporanea.
[5] TGR Sicilia è la redazione regionale del Telegiornale Regionale della RAI per la Regione Siciliana.
[6] “Prometeico” indica un atteggiamento di sfida ai limiti imposti, in riferimento al mito di Prometeo, simbolo della conoscenza e della ribellione creativa.
[7] La galassia di Andromeda (M31) è il corpo celeste più lontano osservabile a occhio nudo.
[8] Estratto da Pietra Pesante di Davide Gambino, 2012, Italia. Genere: Documentario.
[9] Santo Stefano Quisquina è un comune dei Monti Sicani, in provincia di Agrigento, Sicilia, noto per la sua tradizione pastorale e rurale.
[10] L’acronimo “ЯR” con la prima “R” rovesciata, rappresenta accanto alle lettere una pecora e la forma del museo concepito da Lorenzo Reina, con un richiamo preciso ad un luogo di unione tra arte e pastorizia.
[11] La Fattoria dell’Arte è lo spazio fulcro di Rocca Reina in cui vengono accolti i visitatori del Teatro Andromeda.
[12] L’Eremo della Quisquina è un antico luogo di culto situato sui Monti Sicani, vicino a Santo Stefano Quisquina, noto per la sua storia religiosa e per il paesaggio naturale circostante.
[13] L’Eremo della Quisquina è situato poco distante dalla Fattoria dell’Arte ed è legato alle tradizioni pastorali del territorio.
[14] Sono circa quaranta gli asini che si aggiravano indisturbati per l’azienda Rocca Reina. Portano i nomi dei lontani Paesi dell’Africa, e Lorenzo li riconosceva tutti. Erano animali centrali nella sua vita pastorale e nella tradizione familiare.
[15] Rosalia Sinibaldi, nobile siciliana vissuta nel XII secolo e patrona del comune di Palermo nota come Santa Rosalia, è originaria di Santo Stefano Quisquina ed è celebrata con festività e tradizioni locali legate alla devozione popolare.
[16] “’Nciuria” indica un soprannome o epiteto di famiglia, a volte connotato da un senso di derisione o ironia legato all’identità locale.
[17] In siciliano, cutu significa “pietra” e pacchio significa “pesante”; da questi termini deriva l’epiteto di famiglia Cutupacchio, tradotto letteralmente come “Pietra Pesante”.
[18] MESSINA Luisa Chiara, Lorenzo Reina: scultore-pastore di Santo Stefano Quisquina, Tesi di Laurea, Corso di laurea in Beni demoetnoantropologici, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli studi di Palermo, Anno accademico 2008-2009: «a quattordici-quindici anni mi trovavo in una zona sotto quello che si chiama maidda, sotto la diga più o meno, in queste vallate, di un caldo tremendo durante l’estate … io ricordo che avevo visto queste pietre, gessose, alabastrine e ho provato col coltello a inciderle, è bastato, voglio dire, fare il primo taglietto sulla pietra e non mi sono più fermato. Era una continua ricerca di piccole pietre, di ciottoli, cose che io via via scolpivo dalla più piccola, me le portavo dietro …».
[19] ibidem
[20] ibidem
[21] Gabriele Zambardino è uno scultore italiano, noto per la sua attività di maestro e artigiano nell’ambito della scultura tradizionale e contemporanea.
[22] In siciliano, “Zù” è un appellativo affettuoso usato per indicare lo zio o, più in generale, un uomo anziano e rispettato all’interno della famiglia o della comunità.
[23] Nel dialetto siciliano, “mannira” si riferisce al recinto in cui vengono raccolte e custodite le pecore, elemento centrale nella vita pastorale e noto in italiano come ovile.
[24] La Notte di San Lorenzo, la sera del 10 agosto, è tradizionalmente associata all’osservazione delle stelle cadenti, in particolare delle Perseidi, visibili nel cielo estivo. La tradizione narra che le scie luminose siano le lacrime versate da San Lorenzo durante il suo martirio avvenuto il 10 agosto 258 d.C. Un’altra interpretazione popolare associa le meteore ai tizzoni ardenti della graticola su cui il santo fu ucciso.
[25]Abd al‑Raḥmān al‑Ṣūfī (903–986), astronomo persiano, nel suo celebre trattato astronomico Ṣuwar al‑kawākib al‑thābita (Libro delle stelle fisse), completato intorno al 964, descrisse un oggetto nebuloso nella costellazione di Andromeda che definì come una “piccola nube” — la prima menzione nota di quella che oggi chiamiamo Galassia di Andromeda (M31), visibile a occhio nudo in un cielo buio.
[26] Il travertino è un tipo di roccia sedimentaria calcarea di colore chiaro, giallognolo di origine chimica.
[27] I Ciclopi sono figure della mitologia greca che allevavano greggi alle falde dell’Etna. Giganti dotati di un solo occhio centrale, spesso associati alla pastorizia, alla lavorazione del ferro alla costruzione di opere monumentali giganti. Celebre l’episodio dell’Odissea in cui Ulisse affronta il ciclope Polifemo.
[28] Il “Cinema del reale” rimanda ad un approccio al documentario contemporaneo che esplora la realtà attraverso l’uso di linguaggi creativi e personali, inclusi film-saggio, diari e inchieste, ponendo il focus su storie, luoghi e memorie del presente.
[29] Sisifo è una figura della mitologia greca condannata dagli dèi a spingere eternamente un masso su per una collina, solo per vederlo rotolare giù ogni volta, simbolo della fatica senza fine.
[30] In greco antico, theatron significa “luogo da cui si guarda” ed è il termine originario per indicare lo spazio destinato agli spettatori in un teatro.
[31] In siciliano, il termine catanannu (o catanannu/antinatu) si riferisce a un antenanto, progenitore o un ascendente lontano.
[32] Il proscenio ellissoidale è una tipologia di palcoscenico in cui l’area scenica ha una forma ellittica, permettendo una visione ottimale dello spettacolo da diverse angolazioni del pubblico.
[33] Cutupacchi è l’epiteto tradizionale della famiglia Reina, derivato dal siciliano cutu (“pietra”) e pacchio (“pesante”), traducibile letteralmente come “Pietra Pesante”.
[34] In siciliano, Piddu è la forma familiare e dialettale del nome Giuseppe.
[35] Testo scritto da Lorenzo Reina appositamente per la voice-over del film Pietra Pesante (2012), riflettendo la sua esperienza di vita, la memoria familiare e la poetica del teatro Andromeda.
[36] Il medico curante statunitense di origine italiana diagnosticò a Piddu Reina l’asma bronchiale, conseguenza delle fatiche nelle piantagioni di tabacco, e gli indicò che non esistevano cure definitive. Pertanto consigliava di tornare a respirare la salubre aria del paese natìo.
[37] In siciliano, pagghiaru indica un pagliaio, ossia un cumulo o deposito di paglia, spesso utilizzato come riparo per animali o come magazzino rurale.
[38] In siciliano, quarara indica una giara di rame usata per cucinare o riscaldare la ricotta.
[39] In siciliano, rotula indica un utensile di forma circolare spesso utilizzata nella preparazione casearia tradizionale.
[40] In siciliano, cagliata indica il latte coagulato, primo passaggio nella preparazione della ricotta o del formaggio.
[41] In siciliano, vasceddi indica piccoli recipienti o contenitori, spesso di terracotta, utilizzati per conservare cibi o ingredienti.
[42] Biopic è un termine cinematografico che indica un film dedicato alla vita di una persona reale, raccontandone eventi, esperienze e vicende significative.
[43] Termine pastorale arcaico e onomatopeico per indicare la malattia del carbonchio.
[44] Rocca Reina è un promontorio roccioso nei pressi di Santo Stefano Quisquina, storicamente legato alla famiglia Reina, che vi esercita controllo sul territorio e sulle attività agricolo-pastorali circostanti. L’epiteto rocca rimanda alla vicinanza alla Rocca di Santa Rosalia, il luogo nel quale, secondo la tradizione, la santa durante il suo peregrinare, trovò rifugio.
[45] Reina Lorenzo, Pastore di nuvole, Punta Raisi, giovedì 15 dicembre 2011.
[46] Componimento poetico di autore anonimo originario di Santo Stefano Quisquina, espressione della tradizione locale.
Riferimenti bibliografici
Bonanzinga Sergio, L’universo sonoro dei pastori, in Tradizioni musicali in Sicilia, Università degli studi di Palermo, anno accademico 2008-2009.
Colonnelli, Lauretta, Teatro Andromeda. Storia di Lorenzo Reina, artista pastore che mutò le pecore in stelle, pp. 172 Ed. Marsilio, Venezia, 2023.-
Messina, Luisa Chiara, Lorenzo Reina: scultore-pastore di Santo Stefano Quisquina, Tesi di Laurea, Corso di laurea in Beni demo-etnoantropologici , Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli studi di Palermo, Anno accademico 2008-2009.
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Davide Gambino è un regista e produttore cinematografico, con una formazione in studi storico-antropologici e in regia e produzione del cinema documentario presso il Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema. Le sue opere hanno partecipato a numerosi festival internazionali, riscuotendo premi e successi di pubblico. La sua attività internazionale coniuga pratica filmica, didattica, ricerca storica e riflessione sui processi di memoria e rappresentazione. Ha diretto e prodotto documentari e docu-serie per broadcaster quali Netflix, ARTE, Amazon Studios e RAI ed è autore di pubblicazioni scientifiche internazionali e saggi sul rapporto tra cinema, storia e società.
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