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Tra paesaggio terrestre e recessi della mente ai confini del mondo

f45e0ccffe18b5f223990f9b7ae621di Giuseppe Sorce 

L’estate torrida alle spalle. La frase che ormai tutti sentiamo dire ogni giorno, da tutti, da anni: “e questa non è che l’estate più fresca fra le prossime”. Più o meno, suona così. Ciò che studiosi ed esperti ci dicono da almeno trent’anni adesso è chiaro a tutti. Adesso si spalancano gli incubi, le paure, la stanchezza di sapere di doverle affrontare, il futuro attacca il passato ed ha l’aspetto del dio minore dell’estate, l’incarnazione delle nostre colpe in quanto genere umano e in quanto specie animale che vive su questo pianeta. Un dio minore fluttuante con gli occhiali da sole che porta la fine di tutte le cose come le conoscevamo, perché non c’è solo il caldo estremo dell’estate, ci sono le bombe d’acqua autunnali, El Nino, gli smottamenti, le frane, le alluvioni, i danni erariali, i raccolti.

Qualcuno dice già da anni che la prossima vera crisi sarà quella alimentare. Nonostante ciò affoghiamo ciò che sappiamo, ciò che temiamo di sapere e ciò che non vogliamo sapere, in un aperitivo sudato. Anche il luogo più ameno e remoto, anche il posto più fresco in cui possiamo recarci non resisterà. Sono già cambiate le abitudini, cambieranno anche le tradizioni. È in questo vuoto fra il passato e il futuro che il presente ci getta nell’oblio del pensiero, che i muri si alzano a difendere l’indifendibile, che l’inconscio prende il sopravvento, che ciò che abbiamo sempre cacciato fuori dalla porta delle nostre vite rientra dalla finestra e si siede in salotto, spoiler: non se ne riandrà tanto facilmente.

È quindi forse stata l’ultima estate dell’illusione? O è illusorio già chiederselo? Il risveglio delle coscienze di tutti ora consapevoli del cambiamento climatico non basterà perché fra il ricordo di ciò che era e lo spettro di ciò che sarà bisogna incarnare il demone dell’azione anziché bearsi fra le braccia dell’angelo della nostalgia. Forse l’idea stessa di memoria personale e di memoria della Terra è il nucleo più psicologicamente drammatico per l’homo sapiens ai tempi dell’antropocene manifesto.

armillaria_corrado_design_home-1È di memoria, terre, vagare e ricerche che racconta Polo Noir, il nuovissimo lavoro di Maurizio Corrado (Giraldi 2026). L’autore lo conosciamo già: Corrado è architetto, scrittore e saggista che si è sempre mosso fra lo studio dello spazio, dell’ecologia e dell’abitare [1]. Ha diretto la rivista Nemeton High Green Tech Magazine e curato per la Repubblica la rubrica L’architetto nella foresta, si occupa anche di paesaggio, design, arte, letteratura e antropocene (ricordiamo Green Utopia e Tools For After).

In questo romanzo Corrado fa immergere il lettore in un’avventura noir appunto, dalle tinte grottesche, pulp, a volte crude, a volte immaginifiche. Così i paesaggi artici si mischiano con la Via Emilia, il napoletano con il norvegese, discendenti di inuit con i peggior clienti di un bar alla periferia del mondo. Pelli di animali, pelli del mondo avvolgono il protagonista alla ricerca di un sé dal quale sfugge e rifugge, insegue e depista, in questa storia che si muove fra passato, futuro, memoria e terre ostili.

Le prime pagine ci gettano già in un’atmosfera che a noi lettori italiani sembra remota, al bordo della Terra a noi familiare. Freddo, amnesia, violenza e poi stasi, sballo e lo spettro di un mistero più da cacciare cha da risolvere. Il Dott. Brando si svela a noi lettori e a se stesso lentamente, noi lo cerchiamo con lui. La memoria assume dapprima i contorni di una necessità da compiere, poi qualcosa da tracciare che diventa da allestire, tracciare e scongiurare, evitare, fronteggiare e assimilare.

Il protagonista si sveglia senza un nome, senza ricordi, solo l’urgenza del sangue, dei corpi e del luogo in cui inizia la storia e la sua presa di coscienza di essere lì, da qualche parte in un ecosistema che non dà scampo.

La ferocia dei luoghi, il «furore del vento» che non smette mai e sembra inseguire il protagonista come lui insegue lo spettro di se stesso nonché la memoria di sé. Pelli di animali che avvolgono, spettri anche loro di qualcosa che un tempo ruggiva, inseguiva, cacciava e uccideva.

In Polo Noir la questione del tempo e della memoria si intreccia con quella delle terre, degli spazi e di storie dei popoli che le attraversano. Ecco che il disastro ecologico del grande nord, e il suo retro-futuro al tempo collasso climatico, diventa il disastro del suo popolo originario, ecco che la rete di crimini e loschi traffici che il protagonista insegue diventano le linee tratteggiate a vista di una mappa di una Terra nuova. È il passato del mondo o è il suo futuro, il paesaggio narrato di questo romano? La questione dell’antropocene sta tutta in questi paradigmi: tempo, spazio, memoria, identità, futuro e passato. Corrado sceglie questa volta di affrontare le ombre e gli incubi dell’antropocene utilizzando la narrativa, attraverso un personaggio che ne incarna tutte le criticità, le fragilità e i lampi di sublime perché il paesaggio umano e terrestre si respira in tutta la sua assurda asprezza, durezza e bellezza. Un po’ Vollmann, un po’ Burroughs, Polo Noir è un viaggio fra scene surreali e tanta azione, paesaggi come personaggi e personaggi le cui storie sono metonimie di paesaggi [2].

9780008262624_0_0_200_0_0L’ambientazione ricorda Polostan di Neal Stephenson, non soltanto per i luoghi fisici ma per lo slittamento del tempo in immagini, oggetti, corpi e personaggi. Il tenore complessivo è di un noir patafisico, pieno di evocazioni e rimandi ecosofici, un’avventura dark-ecologica di un uomo che si risveglia nel tempo e che prova a recuperare coordinate e significato mosso dall’urgenza di seguire coordinate di sangue tracciate nel bianco dell’inverno al Polo. Nella trama di Corrado misteri e simboli portano ad altri misteri e simboli riuscendo a trascinare il lettore e con lui la trama caleidoscopica nel chiaroscuro della memoria e dei paesaggi.

Il romanzo di Corrado è il sogno di un uomo che esplora la coscienza nelle terre del nord dell’immaginario, una buona prova dell’autore, una lettura avvincente che porta con sé paradigmi ineludibili oggi. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Giusto per citarne un paio, Viaggio al Polo, Ianieri, 2018; Design, una storia sbagliata, Armillaria, 2019.
[2] «La Groenlandia è il buco del culo del mondo e Uummannaq è il buco del culo della Groenlandia. Lo sai perché la gente viene qui? Scappano. Tutti. Guardati intorno. Guarda, guarda, stronzetto. Li vedi quelli? Guarda quello, il biondo. Quello scappa da sua moglie, l’ha accoltellata, è scappato per non sentire le sue urla. Quello magro è un gioielliere francese, si è rotto il cazzo e si è andato a riprendere tutti i gioielli che aveva fatto. In un mese ha svaligiato metà delle migliori ville di Parigi. Ma non rubava. Non secondo lui. Entrava, si riprendeva il suo gioiello e lasciava lì i soldi che gliel’avevano pagato. Ma alla polizia non piaceva lo stesso. E ha dovuto scappare. Guarda il tizio in piedi. Sembra un professore, vero? Lo è. Matematica. Occhialetti del cazzo, tutto vestito come andasse a un funerale o a un matrimonio. Uno meticoloso. Ne ha fatti fuori dodici. Uno per ogni segno zodiacale. Poi ha iniziato con l’alfabeto. Arrivato alla effe hanno scoperto il gioco e quando è andato a eliminare un tizio che aveva la colpa di chiamarsi George ha trovato tutta la polizia della città ad aspettarlo. Ti consiglio di lasciarlo perdere. Quello seduto al banco davanti a Goblin è solo uno che si è rotto il cazzo. Uno pulito. Ha preso e se n’è andato. Basta. Mollato casa, moglie, figli, lavoro, macchina, frigorifero, televisione. Ne aveva le balle piene. Ha cominciato a camminare verso nord. Poi treni, navi. Andava a Nord. Non sapeva neanche perché. Come il ferro con la calamita. C’è una vecchia leggenda che dice che al Polo Nord c’è una montagna nera, un magnete gigante che attrae. Attrae tutte le teste di cazzo come noi. Te lo si legge in faccia che sei uno che scappa. Cazzo ridi? Bevi, stronzo. Io ci sono andato, a cercare la montagna nera» (Polo Noir: 51).

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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof.  Franco Farinelli.

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