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Tra le rovine dei luoghi dimenticati epifanie di poesia

(ph. Alberto Cuccodoro)

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

di Alberto Cuccodoro 

Quando varco la soglia di un luogo abbandonato ho sempre la sensazione di spezzare qualcosa, come se un filo sottilissimo si tendesse tra me e lo spazio che mi accoglie. È un momento di sospensione che vivo ogni volta con la stessa intensità, nonostante gli anni trascorsi a esplorare edifici dismessi, fabbriche deserte, case dimenticate.

In quei primi passi dentro l’ombra di un luogo urbano decaduto ritrovo sempre un equilibrio particolare, un dialogo silenzioso che non so mai prevedere fino in fondo. È il motivo per cui continuo a cercare nuovi spazi, nuove storie sedimentate nella polvere, nuove emozioni da catturare con la macchina fotografica.

Per me l’urbex non è soltanto un’escursione o un’avventura fuori dalle rotte convenzionali, ma una vera forma di relazione con ciò che resta della vita degli altri, un modo per interrogare il tempo attraverso le sue ferite e i suoi silenzi.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Quando fotografo un luogo abbandonato mi piace immaginare che sia lui a scegliere come mostrarsi. Entro con passo lento, evitando rumori inutili, e comincio a osservare. La fotografia arriva solo dopo, perché prima ho bisogno di ascoltare.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Ogni ambiente ha un respiro suo, una temperatura emotiva che avverto quasi come si avverte il cambiamento dell’aria prima di un temporale. Nei corridoi lunghi delle vecchie scuole sento una vibrazione particolare, come se le voci di chi li ha attraversati fossero rimaste intrappolate nelle pareti.

Nelle fabbriche dismesse c’è invece un’eco diversa, metallica e ruvida, un miscuglio di fatica e ingranaggi che sembra sopravvivere al silenzio. Le case private, poi, sono una storia a sé, perché lì si entra davvero nel vissuto di qualcuno.

È sempre la situazione più delicata, quasi intima, e mi muovo con un rispetto che sfiora il timore.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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L’atto di fotografare non è mai un furto. Almeno, non lo è per me. Non cerco di impossessarmi del luogo, né di trasformarlo in un trofeo da aggiungere alla mia collezione. Cerco piuttosto di costruire un ponte emotivo tra ciò che vedo e ciò che provo, lasciando che la fotografia diventi un punto di incontro tra due presenze: la mia e quella dell’ambiente.

Quando porto l’obiettivo verso una finestra rotta, una sedia capovolta o un graffio sulla parete, non mi limito a registrare un’immagine. Cerco la fessura attraverso la quale il luogo mi parla. E mentre scatto ho la consapevolezza che quello che sto facendo non è un atto di appropriazione ma un atto di testimonianza, come se stessi raccogliendo un frammento di memoria per restituirlo alla luce.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Ci sono momenti in cui la realtà di questi luoghi mi travolge. A volte ciò che colpisce non è la loro rovina, ma la bellezza inattesa che emerge all’improvviso, un dettaglio illuminato da un raggio di sole che filtra tra le assi consumate, un colore rimasto sorprendentemente vivo nonostante gli anni. È in quegli istanti che percepisco un legame più profondo, come se il luogo mi stesse mostrando una parte vulnerabile di sé.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Altre volte, invece, l’impatto è più duro. Ci sono ambienti che sembrano voler respingere, che trasmettono un senso di perdita troppo grande, di abbandono troppo recente. In quei casi mi avvicino con cautela, non solo per una questione di sicurezza fisica ma perché sento che devo guadagnarmi il diritto di entrare.

Questa attenzione nasce anche da un’esigenza etica che negli anni si è radicata dentro di me. L’urbex non è solo scoperta e fascino, non è solo adrenalina o curiosità. È soprattutto responsabilità. So bene che quando entro in un luogo abbandonato sto attraversando un confine, spesso fragile, tra la libertà della mia esplorazione e il rispetto per ciò che quel luogo rappresenta.

Per questo ho costruito nel tempo un codice personale che guida ogni mio passo. Non porto via nulla, nemmeno un frammento di vernice caduta a terra, perché credo che ogni oggetto abbia un valore nel suo contesto originale e che sottrarlo significhi impoverire il luogo stesso.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Allo stesso modo non sposto nulla e non cerco di costruire artificiosamente una scena. La realtà degli ambienti abbandonati è già potente nella sua autenticità e modificarla sarebbe una forma di violenza, una manipolazione che non mi appartiene.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Il rispetto si estende anche al modo in cui condivido le mie fotografie. Cerco sempre di evitare di diffondere dettagli che possano facilitare la distruzione o il saccheggio dei luoghi. La linea tra documentazione e sfruttamento è sottile e non voglio essere responsabile della trasformazione di uno spazio fragile in un bersaglio per vandali o curiosi irresponsabili.

Ciò che mi interessa è raccontare un’esperienza, non alimentare un turismo distruttivo. Per questo motivo parlo dei luoghi in modo discreto, lasciando che il loro mistero resti intatto. Chi vuole davvero esplorare capirà che ciò che conta non è la destinazione precisa ma l’attitudine con la quale ci si avvicina a essa.

Quando cammino tra gli ambienti sbrecciati di una fabbrica o tra le ombre fresche di una casa dimenticata, sento di essere un ospite. Questa sensazione mi accompagna in ogni movimento, in ogni gesto, come una voce silenziosa che mi ricorda di non invadere ciò che non mi appartiene.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

Essere un ospite significa accettare quello che il luogo offre senza pretendere di ottenere qualcosa di più. Significa accogliere la polvere, l’umidità, gli odori forti, le crepe, i rischi e la solitudine come elementi essenziali dell’esperienza. Significa non forzare la scoperta ma lasciare che avvenga naturalmente, secondo un ritmo che non dipende da me. Ogni volta che entro in un nuovo luogo mi ripeto che la sua storia non è mia, che posso solo avvicinarmi e cercare di comprenderla senza stravolgerla.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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La fotografia, in questo senso, diventa un linguaggio di rispetto. Non scelgo ciò che voglio vedere, ma ciò che il luogo mi permette di vedere. Ci sono pareti che sembrano invitarmi, superfici che attirano la mia attenzione con un dettaglio particolare, oggetti che sembrano raccontare una storia. Altre parti restano in ombra, come se volessero proteggere qualcosa. È una forma di comunicazione sottile, fatta di intuizioni più che di certezze.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Quando la luce entra da una finestra e illumina un minuscolo frammento di un passato ormai muto, ho la sensazione di assistere a un momento che si sta concedendo solo per un istante, un momento che non si ripeterà più. Ed è lì che scatto.

Ci sono luoghi che porto dentro di me ancora oggi. Alcuni mi hanno cambiato, altri mi hanno lasciato una malinconia inattesa. Una volta, in una piccola casa di campagna ormai inghiottita dalla vegetazione, trovai un vecchio quaderno di appunti. Era aperto, posato su un tavolo che stava cedendo. Le scritte erano quasi illeggibili e non cercai di leggerle per intero, perché non volevo violare qualcosa che sentivo privato. Mi limitai a fotografarlo da lontano, lasciando che la sua esistenza parlasse più delle parole stesse.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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In quel momento mi resi conto di quanto l’urbex sia in realtà una forma di ascolto. Non andiamo nei luoghi abbandonati per imporre la nostra presenza, ma per essere toccati dalla loro assenza.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Ogni uscita, ogni esplorazione, è una ricerca di comprensione. In fondo ciò che cerco davvero non è la foto perfetta, ma una connessione sincera con ciò che resta. Le fotografie sono la traccia visibile di qualcosa che dentro di me è molto più complesso.

Quando rientro a casa e rivedo gli scatti, mi sorprendo spesso di cogliere dettagli che non avevo notato sul momento. È come se il luogo continuasse a parlarmi anche dopo averlo lasciato. Alcuni scatti mi fanno tornare l’odore del metallo ossidato, altri il fruscio del vento che passava tra le finestre rotte.

Rivivere questi momenti è un modo per mantenere viva la relazione con quel frammento di mondo.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Ci sono persone che mi chiedono perché mi spingo in posti così lontani dalla vita quotidiana, perché cerco ciò che è stato dimenticato invece di concentrarmi sul presente. Non ho mai una risposta semplice. L’urbex, per me, è una forma di meditazione. È uno spazio dove il rumore del mondo si attenua e lascia emergere un’altra dimensione, più lenta, più profonda. È lì che la mia percezione si affina, che la mia sensibilità trova un terreno fertile.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Ogni volta che entro in un luogo abbandonato sento di ritrovare una parte di me che nella frenesia del vivere quotidiano tende a disperdersi. Tra quelle rovine non c’è solo il declino, ma anche un’inaspettata forma di poesia.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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A volte penso che i luoghi abbandonati assomiglino a certe emozioni che evitiamo di affrontare. Restano ai margini, dimenticati, eppure continuano a influenzarci. Entrare in quegli edifici è anche un modo per esplorare una parte nascosta del mio mondo interiore. La fotografia, allora, smette di essere solo un mezzo tecnico e diventa un modo per tradurre in immagini ciò che vivo dentro. Ogni scatto è un’autoriflessione, un tentativo di mettere ordine in sensazioni che altrimenti rimarrebbero sospese.

L’urbex mi ha insegnato la pazienza. Mi ha insegnato il valore del silenzio, dell’osservazione attenta, dell’attesa. Mi ha insegnato che non tutto deve essere compreso subito e che alcune delle realtà più importanti richiedono uno sguardo umile. Mi ha mostrato quanto sia prezioso ciò che non è più utile a nessuno, quanto valore ci sia nelle crepe, nelle ombre, nei residui di vite ormai trascorse. Soprattutto mi ha insegnato a entrare in relazione con i luoghi come si entra in relazione con le persone: con rispetto, ascolto e delicatezza.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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E ogni volta che mi preparo a un’esplorazione sento che sto per entrare in un nuovo dialogo. So che troverò un luogo segnato dal tempo, ma so anche che quel luogo ha ancora qualcosa da dire. Sta a me essere pronto ad accoglierlo senza pregiudizi, senza aspettative e senza richieste.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Quando poso la mano su una porta scrostata e la spingo lentamente per entrare, sento che sto aprendo un varco non solo nello spazio ma anche nella mia percezione. E mentre avanzo tra i detriti e la luce fioca, ritrovo sempre la stessa sensazione: quella di essere parte di un racconto più grande, un racconto che non mi appartiene ma che, per un momento, mi accoglie.

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

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Alla fine è questo che cerco davvero quando pratico l’urbex: un incontro. Un incontro tra il mio sguardo e ciò che rimane, tra il mio presente e il passato silenzioso dei luoghi. Un incontro che si manifesta nella fotografia ma nasce molto prima, nel modo in cui lascio che un ambiente entri in me. Continuerò a esplorare finché sentirò questo legame, finché saprò riconoscere la voce sottile dei luoghi dimenticati e farla risuonare, attraverso le mie immagini, senza tradirla. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026

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Alberto Cuccodoro, fotografo professionista torinese nato nel 1978, concentra la sua ricerca visiva principalmente sulla fotografia architettonica e di paesaggio, ambiti in cui unisce precisione tecnica e sensibilità compositiva. Curioso e versatile, passa volentieri ad altri stili quando il progetto lo richiede, mantenendo sempre uno sguardo attento alla luce e alle forme. Ha una particolare propensione per i luoghi abbandonati, che esplora con rispetto e fascinazione, trasformandoli in racconti visivi carichi di atmosfera. Il suo lavoro mira a rivelare la poesia silenziosa degli spazi, siano essi urbani, naturali o dimenticati. Ha pubblicato tre libri ed un altro è in uscita, collabora con diverse testate cittadine e regionali ed ha da poco riscoperto la meraviglia della fotografia analogica con macchine d’epoca.

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