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Tra la legge e il diritto la giustizia tradita

coverdi Antonino Cusumano

«Chi tocca un libro tocca un uomo». L’affermazione di Walt Whitman vale per tutti i libri che costitutivamente sono fatti di umana essenza, di memoria formalizzata, dell’intima e consustanziale esperienza di incontri, relazioni, colloqui tra l’autore e il lettore. Né leggere né scrivere sono soliloqui, esercizi individuali, processi in sé conclusi. Sono atti che nel presentificare l’assente certificano il dialogo invisibile e lo scambio possibile. A leggerne bene le pagine tutti i libri sono autobiografici e tutti sono «l’equivalente scritto della propria persona in quanto essa ha di più interiore, prolungamento della propria individualità, manifestazione della propria esistenza unica e irripetibile». Così scrive Italo Calvino (2002:133) la cui intera opera è stata una profonda e ininterrotta ricerca volta a interrogare e sfidare i confini tra le parole e le cose, tra l’io e gli altri, tra “mondo scritto” e “mondo non scritto”.

Tra i generi diversi di scrittura le lettere sono la quintessenza dell’espressione del sé intrinsecamente destinata al dialogo, all’interazione, alla “corrispondenza”. Nello statuto dell’epistolario quando non è riconducibile al canone letterario ma alla pratica sociale si raccolgono i frammenti della vita realmente vissuta, la comunicazione del quotidiano e del privato che prende la forma di una narrazione di circostanze, accadimenti, sentimenti e pensieri personali. Nell’archivio di Pieve Santo Stefano si conservano le storie di vita custodite non solo nei diari ma anche nelle lettere della gente comune, di uomini e donne sconosciuti, documenti straordinari di esistenze ordinarie, pagine della storia e dell’antropologia del nostro Paese, della lingua, del costume e della mentalità popolare. Le lettere sono sempre un cimento, un’esperienza di confronto con se stessi e con gli altri, a volte una prova di convivenza esistenziale, di coraggiosa testimonianza, di fiducia nel futuro. Del resto, ha osservato Leonardo Sciascia (2021: 106): «Non c’è pessimismo che sia definitivo quando lo si scrive. Lo scrivere è sempre un atto di speranza».

Che la scrittura sia di per sé l’esito di un gesto simbolico di speranza ne sono eccezionali attestazioni le lettere scritte in condizioni difficili, in stato di costrizioni, in luoghi di detenzione. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza e Le lettere dal carcere di Antonio Gramsci ne sono in questo senso tra i più luminosi e inarrivabili esempi nella storia della cultura italiana. Opere incluse definitivamente tra i classici della letteratura, questi testi di etica civile e di affetti familiari esprimono un tale desiderio di vita da oltrepassare e trascendere i contesti materiali di afflizione e di morte da cui muovono. Sono documenti di laica dignità umana, di resistenza morale e politica, splendidi lacerti dell’autobiografia di un’altra Italia.

Alaa Faraj e Alessandra Sciurba

Alaa Faraj e Alessandra Sciurba

Lettere sono pure quelle raccolte nel libro, recentemente edito da Sellerio, Perché ero ragazzo di Alaa Faraj. «Questo non è un libro/ chi tocca questo libro tocca un uomo/ Sono io quello che tu tieni e che ti tiene/ da queste pagine balzo tra le tue braccia». I versi di Whitman sembrano balzare fuori dalle pagine di questo volume che è documento ma anche esperienza, storia ma anche cronaca, narrazione ma anche vita. La vita di un uomo che racconta di sé ma parla di noi. Del suo sfortunato destino e delle nostre responsabilità collettive. Delle sue drammatiche vicissitudini e della nostra ignavia muta e cieca. Della sua innocenza violata e delle nostre imperdonabili colpe. Della sua generosa umanità e della nostra aridità sentimentale.

La vicenda è abbastanza nota da almeno dieci anni, il tempo dell’odissea di Faraj nelle carceri italiane. Tanto più lungo quanto più feroce e doloroso è il peso dell’ingiustizia che si è perpetrata e si continua a consumare su questo giovane libico e su altri tre suoi amici emigrati con lui inseguendo il sogno di diventare calciatori famosi. Saliti a bordo di un barcone in una notte di metà agosto di dieci anni fa, avendo prima tentato inutilmente di ottenere dei visti legali per l’espatrio, si ritrovano, dopo una drammatica traversata durante la quale muoiono asfissiate sotto la stiva 49 persone, ad essere identificati come scafisti e accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di omicidio plurimo volontario. Le testimonianze raccolte contro Alaa e i suoi compagni sono approssimative e sbrigative. L’isteria politica di un tempo impietoso cerca e trova subito i capri espiatori nelle vittime della tragedia, fingendo di ignorare che i veri trafficanti – miliziani o guardie costiere – non salgono sulle barche. Segue una kafkiana sequenza di traversie giudiziarie e processuali, un incredibile affastellarsi di contraddizioni, incoerenze e omissioni che hanno prodotto una sentenza di condanna a trent’anni di carcere. Fine pena 2045.

Probabilmente il caso di Alaa non sarebbe mai stato al centro dell’attenzione e dell’indignazione pubblica se non fosse esitato in questo libro nato da un incontro, un dialogo, una amicizia tra il giovane ventenne diventato nel frattempo trentenne e una giovane docente di Filosofia del diritto all’Università di Palermo, Alessandra Sciurba, presidente di Mediterranea Saving Humans, da molti anni impegnata nello studio delle migrazioni ma anche nel coordinamento di progetti di intervento sul campo come attivista. Da qui la corrispondenza tra Alaa detenuto e “Ale” destinataria delle lettere che giorno dopo giorno compongono le pagine di questa storia esemplare per molti aspetti. Il protagonista in carcere impara la lingua italiana, si diploma una seconda volta, si iscrive all’università, protesta la sua innocenza ma non recrimina né si rassegna. Trova nella scrittura l’uscita di sicurezza, il grimaldello per denunciare la sua verità, per ribadire la sua volontà, per curare le sue ferite.

Travolto dalle incomprensibili dinamiche della macchina giudiziaria, dentro la cella nonostante tutto Alaa non si è arreso, ha studiato, ha letto la Costituzione, ha imparato ad amare l’Italia, ha coltivato le relazioni con i familiari lontani, con i compagni di cella, con quanto accade nel mondo fuori dal carcere. Le lettere sono il racconto delle sue incredibili sventure scandito nei diversi passaggi: dalla complicata e tormentata partenza all’angoscioso viaggio, dall’arresto alla condanna attraverso i lunghi riti procedurali della giustizia dal primo grado di giudizio al secondo e infine alla sentenza della Cassazione. Dentro questo oscuro labirinto in cui è facile perdersi il ragazzo è diventato uomo, ha maturato perseveranza, pazienza e resistenza, un sentimento di rispetto e di affidamento al nostro Paese assimilabile ad una speciale lezione di educazione civica.

Le lettere inviate da Alaa a "Ale"

Le lettere inviate da Alaa a “Ale” (da “la Repubblica”)

«Perché ero ragazzo, per questo ho trasformato la fragilità in forza. Perché ero ragazzo, ho trasformato la lontananza in lotta per rivedere la mia famiglia. Perché ero ragazzo, ho trasformato l’ingiustizia in voglia di sopravvivenza per la giustizia. Perché ero ragazzo, ho trasformato la speranza in fiducia». Così scrive Faraj, esplicitando in più pagine il processo di consapevolezza e di crescita umana e culturale sviluppato attraverso i dieci anni di detenzione, la formazione e la scoperta della sua identità dietro le sbarre, nelle aule dei tribunali, nelle letture e nell’alfabeto della nuova lingua che ha imparato a sillabare e a scrivere. «Quando imparo la rabbia si scioglie», scrive. Una metamorfosi interiore raccontata in chiave introspettiva ma anche retrospettiva nella restituzione del sofferto percorso esistenziale, della fatica di investire nella scrittura, lettera dopo lettera, la speranza di avvicinare quel che è irrimediabilmente lontano, di presentificare le assenze, di colmare la insanabile distanza tra linguaggio ed esperienza vissuta.

«Qui sono cresciuto. In questo posto che quando mi hanno portato non sapevo cosa fosse. Perché ero ragazzo. Qui ho visto, ho subito l’ingiustizia sulla mia pelle. Qui ho pianto, ho festeggiato le mie feste, ho festeggiato anche Natale e Capodanno». Il carcere come osservatorio del mondo, laboratorio di apprendistato, banco di prova delle sfide più difficili, laddove è riuscito a sottrarre uno spazio di intima e individuale libertà nel contesto destinato per statuto alla privazione collettiva della libertà. «Il carcere – scrive – è lo specchio della società, io lo chiamo “piccola società”, che tiene di tutto: il delinquente, il poliziotto, il medico, l’assistente sociale, l’insegnante. Mi piacerebbe pensarlo come comunità, così è più confortante. (…) Anche da persona detenuta provo emozione per la libertà delle persone, perché, togliendo la mia libertà ingiustamente, ho potuto ammirare quella degli altri». Come accadeva a Gramsci e a tanti rinchiusi in cella anche Alaa si intenerisce al pensiero delle piccole epifanie della vita che scorre fuori della cella: immagini di un tramonto o dei primi mutamenti di stagione, scorci della campagna e della città visti dal buco del cellulare che lo trasferiva da un istituto penitenziario ad un altro. Sensibilità che si acuiscono, l’amore per la Natura rivelata, per la Bellezza ritrovata.

«Sono orgoglioso, perché qui dentro ho acquistato la mia libertà. Qui dentro ho conosciuto i diritti. Qui dentro tramite la mia storia ho conosciuto la giustizia. Sono orgoglioso anche del fatto di credere profondamente nella democrazia. (…) Ho accettato il ruolo del detenuto e mai del criminale. Rispetto una cultura. Anzi, amo una cultura come quella italiana. Perché amo l’Italia e gli italiani, perché l’Italia mi ha salvato. L’Italia mi ha permesso di esprimere, di essere libero di decidere da che parte stare, di farmi dire quello che penso senza offendere, di difendere senza aggredire». Tutte le pagine di questo epistolario sembrano essere segnate dalla cifra del paradosso, dalla stridente e apparente contraddizione tra lo scandalo dell’ingiustizia subita e la reiterata affermazione di fiducia nella giustizia, invocata e auspicata nel Paese di Cesare Beccaria, nell’Europa del diritto. In mezzo c’è la forza del sogno, la seduzione dell’immaginario, la spinta che muove alla migrazione, la speranza che erompe dalla disperazione.

Le lettere inviate da Alaa a "Ale"

Le lettere inviate da Alaa a “Ale” (da “la Repubblica”)

«La stessa speranza che io lascio per il mio paese. un futuro migliore, pace, libertà, giustizia, diritti. Soprattutto diritti, finché nessuna persona è costretta a fare quello che sto per fare. (…) Qui tutto svanisce: lucidità, paura, coraggio. Una sola cosa ti compagna: la forza di sognare. Tra me e il sogno c’è solo il mare, il buio della notte di agosto, mare nero, calmo. Dietro di noi la Libia con i suoi problemi, divisione, guerra civile». La storia di Faraj e dei suoi compagni dimostra ancora una volta che nelle dinamiche migratorie hanno un peso rilevante le strutture simboliche di rappresentazione, una evidente soggettività transnazionale, la volontà di essere, di esistere e di resistere, maturata dalle crescenti possibilità di comunicazione e di connessione grazie ad un potente sistema di network che plasma i desideri, lievita le speranze e organizza i flussi. Tra il trauma della fuga dalla Libia e l’azzardo della sfida nel Mediterraneo c’è, d’altra parte, non solo la visione onirica ma anche la narrazione brutalmente realista che fa dire ad Alaa sopravvissuto al mattatoio bellico e al naufragio nel mare: «Ho perso amici, parenti per la guerra in Libia. Tante morti mi dicono che il rischio di partire è uguale al rischio di vivere lì». Così che la vita e la morte sembrano reciprocamente sostenersi e alimentarsi in nuove e resilienti forme di stare nel mondo.

«L’Europa è il sogno di ogni giovane africano o asiatico. Quel mondo libero e democratico che prima di tutto ci sono i diritti delle persone, poi i governi e i potenti. (…) Finalmente siamo arrivati. Questa volta il sogno diventato realtà, sono in Europa e ora posso diventare ciò che ho sempre voluto: calciatore e ingegniere. Avrei voluto diventarlo nel mio paese, ma per forza maggiore non ho potuto». Nelle parole colme di speranze riposte nella storia e nella cultura del Vecchio continente c’è in contrappunto tutto il nostro modo precario e inadeguato di essere eredi di quel patrimonio di valori e di diritti, dei principi universali ispirati alla solidarietà e alla giustizia. Quanto più i migranti guardano con simpatia e con fiducia a quell’Europa come alla terra promessa tanto più avvertiamo la debolezza dell’europeismo che proclamiamo, della democrazia di cui ci vantiamo. Nel racconto delle vicissitudini di Faraj si materializza il clamoroso fallimento delle politiche dell’immigrazione, l’atto d’accusa contro un sistema che dichiara di combattere i trafficanti mentre patteggia con le milizie, piange e commemora le tragedie in mare mentre trasforma i sopravvissuti in colpevoli e i soccorritori in fiancheggiatori o promotori della tratta dei clandestini. Una strategia di criminalizzazione della solidarietà e di legittimazione delle strategie securitarie.

Ma questo libro non è soltanto il memorandum di una sfortunata vicenda migratoria come tante altre. È piuttosto un atto politico, perché è uno di quei casi in cui la sua lettura non finisce con l’ultima pagina, tracimando oltre la scrittura e inverando ciò che aveva osservato Giuseppe Pontiggia (2002: 69): «Il significato di un libro non è mai in ciò che è, ma in ciò che siamo dopo averlo letto. Il libro vive perché ci modifica». La testimonianza di Faraj diventa una intensa denuncia politica, un’istanza etica, un appello alle istituzioni, alla collettività, allo Stato. Quando all’arrivo in Italia sbarca sul molo annota: «Una cosa mi attira l’attenzione: le bandiere dell’Italia e l’Europa sventolano insieme. Una bella cosa perché quelle bandiere per noi presentano anzi tutto i diritti umani, dove tu sei rispettato perché sei persona e basta, dove i tuoi diritti non li può violare nessuno». Quando è stato ispezionato dagli agenti di polizia si sorprende ma non ha dubbi e riserve: «Mi fido delle persone, sono lo Stato e lo Stato non ti può mai fare cose contro la tua volontà». Quando in carcere incontra i primi detenuti annota: «Sono molti, sono pure violenti dal loro aspetto, ma io penso che siamo in Italia e lo Stato ci protegge». Quando entra per la prima volta nell’aula di tribunale ha visto la scritta “La legge è uguale per tutti” e ha chiesto al giudice il significato: «Mi sono tranquillizzato e fidato, perché ho capito che la mia nazionalità, la mia religione, non c’entra niente con la giustizia e in un Paese democratico lo stato di diritto non può mancare».

Dello Stato ha una idea nobile, quasi etica, un’incrollabile certezza. Una fede nel Paese che lo ha salvato e non può tradirlo. Davanti alle ripetute sentenze di condanna nonostante le aperte attestazioni di innocenza, ribadisce la fiducia nella giustizia: «Non può essere mai vera una cosa del genere in un Paese dove regna lo stato di diritto. Non può essere vero dare una condanna di 30 anni a una persona venuta per giocare il pallone e studiare. Non può essere vero dare 30 anni per un sogno. Non può essere vero dare 30 anni a una persona scappata dalla guerra e dalle milizie per vivere. Non può essere vero, perché è anche vero che dall’Italia ho visto solo carcere, ma già amo il suo mondo libero e il suo rispetto per l’essere umano». Lo Stato in cui Faraj confida è tuttavia lo stesso che lo ha trascinato in carcere, processato e condannato nel rispetto di leggi, regole e norme applicate fino all’ultimo grado di giudizio, fino alla conferma della Cassazione  e alla decisione della Corte d’Appello che ha negato la procedura di revisione della sentenza di condanna ad una pena abnorme.

Gustavo Zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky

A fronte della sventurata sorte di questo giovane libico che ha accettato con dignità il ruolo di detenuto rifiutando con forza quello di criminale si aprono questioni giuridiche e politiche di grande rilevanza. Ne ha scritto Gustavo Zagrebelsky, ex giudice della corte Costituzionale, che pone un interrogativo inquietante: «Cos’è lo “Stato di diritto” quando gli stessi giudici, chiamati a considerare la domanda di revisione della sentenza di condanna possono parlare, respingendola, di uno “scarto che indubbiamente esiste tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale dell’effettiva colpevolezza”, senza avvertire l’insostenibile contraddizione e senza trarne alcuna conseguenza?». Si ammette dunque la dolorosa divaricazione tra legge e diritto, tra legalità e giustizia, «tra un dogma giuridico e la vita di una persona» per cui «la condanna è legale, ma è ingiusta e l’ingiustizia è tale da risultare al di là di ogni dubbio».

Viviamo in un tempo in cui il diritto internazionale è umiliato perché “vale fino ad un certo punto”, e il diritto tout court pare qualcosa di assimilabile al privilegio, ad una pretesa incompatibile, una ragione d’essere mai prioritaria nell’agenda politica. Prima del diritto, e sovente contro il diritto, sono le leggi, i decreti legge di immediata esecuzione, il dovere della sicurezza che finisce col legittimare il diritto della forza piuttosto che la forza del diritto. Nella governance dell’immigrazione il rispetto del diritto d’asilo è ormai subordinato e discrezionale, gli obblighi umanitari dell’accoglienza sempre più facoltativi o decaduti. La propaganda securitaria travolge ogni cosa, fa strame di ogni verità. Così negli ultimi dieci anni più di tremila migranti sono stati in Italia arrestati, processati e condannati come scafisti, pur essendo «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane» come ammettono i giudici che hanno emesso la sentenza contro Faraj, giovani che magari sono stati costretti al timone come il Seydou del film “Io capitano” di Matteo Garrone che si improvvisa alla guida di una drammatica traversata. Alaa che a bordo non aveva alcun ruolo e ha passato la notte sul ponte a vomitare si è ritrovato stritolato dalla macchina perversa di un sistema giudiziario che sembra ammettere la sofferta impotenza o la pigra connivenza davanti ai codici formali di un cieco e gretto legalismo.

Vengono in mente le costanti critiche di Leonardo Sciascia a certi modi di amministrare la giustizia, a talune forme “liturgiche” di interpretazione del potere da parte dei magistrati che può rischiare di diventare arbitrio, sopruso, prepotenza. Della necessità del laico e ragionevole dubbio ammoniva lo scrittore siciliano che aveva a cuore il primato del diritto, le ragioni della giustizia, contro la “terribilità delle pene”. «Per quanto possa apparire paradossale, – ha scritto – la scelta della professione di giudicare dovrebbe avere radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare, dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi al dubbio e all’inquietudine» (Sciascia 1986: 9). Nella perenne ricerca del punto di equilibrio tra verità processuale e verità storica (o effettuale, come amava chiamarla), Sciascia indicava la via maestra del giudicare “senza granitica sicumera” perché non si confondi la legalità con la legittimità, il mero ossequio tecnico alle leggi scritte con il loro pieno e riconosciuto valore sociale e morale.

Sciurba, Faraj e l'arcivescovo Lorefice in ocacsione della presentazione del libro a Palermo

Sciurba, Faraj e l’arcivescovo Lorefice in occasione della presentazione del libro a Palermo (ph. Mike Palazzotto)

A ben guardare, si può forse provare a tracciare un filo che connette la scrittura della ragione di Leonardo Sciascia con le ragioni della scrittura di Faraj, il grande tema dei rapporti tra il potere e la giustizia, questioni di grande importanza etica e politica che il caso del giovane libico condannato “definitivamente” a trent’anni di carcere ripropone con forza nel dibattito pubblico e nella coscienza critica di ciascuno. Temi che nel pensiero dell’intellettuale siciliano erano inseparabili dai concetti di libertà, di dignità, di tolleranza e di rispetto umano. «Si può ipotizzare che esista una segreta carta costituzionale che al primo articolo reciti: La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini». Così si legge in un dialogo tra i due protagonisti ne Il cavaliere e la morte (Sciascia 1988: 60). Parole di un quarto di secolo fa, tanto nitide quanto profetiche, che hanno una sconvolgente attualità e sembrano perfettamente spiegare le dinamiche decisionali dei governi che oggi fanno troppo spesso prevalere le ragioni di stato sulle ragioni del diritto.

Le lettere di Alaa scritte nell’italiano imparato in carcere su fogli riciclati testimoniano di uno scandalo che in tutta evidenza non è solo giudiziario ma più profondamente politico e culturale. Le sentenze sono il frutto avvelenato del fondo limaccioso di un tempo e di un contesto preciso, rispetto al quale va considerato – scrive nella postfazione Alessandra Sciurba – «quel miscuglio di retoriche politiche, di norme scritte spesso con l’inchiostro della propaganda, di procedure stabilite da un’ansia punitiva e repressiva che difficilmente è compatibile con accertamenti scrupolosi e cautele». Non ci sono “capitani” a bordo di queste carrette di disperati che dopo aver attraversato il deserto sfidano il mare per sfuggire alla guerra, per vivere o per inseguire il sogno di giocare al pallone. Nell’incapacità o nell’assoluta mancanza di volontà di distinguere le vittime dai colpevoli nelle faglie di questo drammatico tornante della storia, la voce di Faraj e dei tanti innocenti come lui salvati dal naufragio e richiusi in carcere rischia di restare soffocata dal forsennato populismo penale che cancella ogni verità e giustizia.

Alaa Faraj

Alaa Faraj

Da qui l’importanza civile e politica di questo libro la cui lettura e diffusione possono contribuire a «cambiare il finale di questa storia», a restituire la libertà ad Alaa e l’onore al nostro Paese. E sarà merito anche dell’editore Sellerio che ha coraggiosamente condiviso il progetto di trasformare i manoscritti delle lettere che uscivano dal carcere dell’Ucciardone in una preziosa opera a stampa. Il 29 settembre scorso la presentazione del volume a Palermo, nel sagrato della cattedrale, ha visto la partecipazione dello stesso autore che ha ottenuto il primo permesso del tribunale di sorveglianza in dieci anni di detenzione già scontati. Sul palco, tra gli altri, c’era anche la significativa presenza dell’arcivescovo Corrado Lorefice che ha ammirato le forza morale che ispira le pagine e tutta la condotta di Alaa. Una fede che lo soccorre nei momenti più bui, nella convinzione che «Allah, se ama un suo fedele, fa passare esame difficile» confessa. Una straordinaria resilienza interiore orienta e sorregge il suo sguardo sul mondo e sulla vita. Così che alla fine del libro tra i ringraziamenti cita anche i giudici: «Senza il loro errore non avrei mai dato senso alla vita. Avrei continuato a dare tutto per scontato. Invece ho capito che la cosa più bella che abbiamo è il tempo. Se potessi portare i diritti umani in Libia, la mia sofferenza, il mio dolore, l’ingiustizia che ho subìto saranno solo un ricordo».

Alaa Faraj non è un eroe, non vuole la grazia, vuole ottenere la libertà in un’aula di tribunale, vuole giustizia per le 49 persone morte asfissiate nella stiva. È un uomo “di tenace concetto”, potremmo dire alla maniera di Sciascia. La sua esperienza ci ricorda chi siamo quando ci diciamo umani. L’italiano sgrammaticato delle sue lettere è lingua intensa e devota, potente e appassionata. Possiede la fatica di chi l’ha imparata in condizioni difficili, l’inventiva e lo stupore di chi “speranzioso” l’ha studiata con amore per il Paese che vorrebbe abitare. “Un italiano sorgivo”, l’ha definito Zagrebelsky, a voler sottolineare il potenziale creativo e originale di una linfa espressiva destinata a rinnovare la comunità e la cultura nazionale. Uno squarcio forse sul futuro che attende le nuove generazioni, sull’orizzonte umano e sociale che si prepara, sul mondo più giusto che auspichiamo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Riferimenti bibliografici
Italo Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto, Mondadori Milano 2002
Alaa Faraj, Perché ero ragazzo, Sellerio Palermo 2025
Giuseppe Pontiggia, L’ isola volante, Mondadori Milano 2002
Leonardo Sciascia, “Il giudicare come sofferenza”, in Il Giudice, I, n. 1, dicembre 1986, 9
Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte, Adelphi Milano 1988
Leonardo Sciascia, Fuoco all’anima. Conversazioni con Domenico Porzio, Adelphi Milano 2021
Walt Whitman, Foglie d’erba, Mondadori Milano 1971
Gustavo Zagrebelsky, “Giustizia per Alaa vittima di una legge nemica del diritto”, in La Repubblica, 27 Settembre 2025.

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Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000, Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia. È autore di diversi studi. Nel 2015 ha curato un libro-intervista ad Antonino Buttitta, Orizzonti della memoria (De Lorenzo editore)La sua ultima pubblicazione, Per fili e per segni. Un percorso di ricerca, è stata edita dal Museo Pasqualino di Palermo (2020). Per la stessa casa editrice ha curato il volume Per Luigi. Scritti in memoria di Luigi M. Lombardi Satriani (2022).

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