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Tra fede e potere: l’enigma iraniano. Le radici profonde di un conflitto ancora aperto

Proteste in Iran, 2025

Proteste in Iran, 2025

di Francesca Spinola 

Per capire davvero i fatti drammatici di questi mesi in Iran, non basta guardare alle pochissime immagini che scorrono sui nostri schermi o ai racconti delle violenze che filtrano goccia a goccia. Serve fare un salto indietro nel tempo e far ripartire il nastro da quel giorno del 1979 quando a Teheran ha inizio la rivoluzione che passerà alla storia con il nome di rivoluzione islamica del ’79, quando il Paese cambia volto e imbocca una strada che ancora oggi ne determina il destino politico e religioso. Ma quel momento, da solo, non spiega tutto perché l’Iran prima di essere Iran è stato Persia e per secoli è stato il cuore di grandi imperi, governati da sovrani che si facevano chiamare “Re dei Re”, Shahanshah: figure in cui il potere politico e quello sacro si confondevano.

La storia persiana, d’altro canto, affonda le sue radici ancora più lontano. Da oltre 2500 anni, questa terra attraversa imperi, invasioni, crolli e rinascite. Con Ciro il Grande, nel VI secolo a.C., la Persia non è solo un territorio: è un’idea di ordine, di giustizia, di equilibrio tra potere e morale. Al centro c’è lo zoroastrismo, un’antichissima religione che parla di scelta, responsabilità e del conflitto eterno tra Bene e Male, raccontando il mondo come un campo di battaglia etico, in cui ogni essere umano è chiamato a prendere posizione. Un’idea che non scompare, ma riemerge nei secoli, anche nello sciismo, nel principio teologico di “ordinare il bene e proibire il male”.

Con il regno sasanide, tra il III e il VII secolo d.C., la Persia lega definitivamente potere e sacro: la religione diventa Stato, il sovrano governa con un’aura divina. Tutto questo accade prima dell’Islam, prima dello sciismo, prima dell’Iran che conosciamo oggi. Dinastie come i Safavidi, tra Cinquecento e Settecento, fanno una scelta decisiva: adottando lo sciismo duodecimano come religione ufficiale. Una svolta che segna il Paese per sempre. Eppure, quelle strutture profonde non svaniscono. Cambiano nome, cambiano linguaggio, cambiano religione. Ma restano. E arrivano fino a noi. È per questo che, per capire ciò che sta accadendo adesso, nelle strade dell’Iran, dobbiamo partire da qui. Perché la storia persiana non è mai davvero passata: è una forza che continua ad agire nel presente. 

maxresdefaultIl crollo di un ordine millenario 

Per capire come si arriva a quella notte di febbraio del 1979, bisogna tornare indietro di qualche decennio, all’inizio del Novecento. L’Iran non è ancora l’Iran che conosciamo oggi. È una Persia stanca, governata dalla dinastia Qajar, sempre più fragile sotto il peso delle pressioni straniere e delle tensioni interne. Tra il 1905 e il 1911 esplode la Rivoluzione Costituzionale: per la prima volta nasce un Parlamento, si chiede una legge, un limite al potere assoluto del sovrano. È un primo tentativo di modernità politica, incompleto ma decisivo. Da quella crisi emerge un nuovo uomo forte. Nel 1925 sale al potere Reza Shah Pahlavi, fondatore della dinastia Pahlavi. Vuole uno Stato centralizzato, moderno, forte. Ridimensiona il clero, riforma l’esercito, guarda all’Europa. Alla sua caduta, nel 1941, gli succede il figlio Mohammad Reza Shah, che eredita un Paese instabile: inflazione, frammentazione politica, partiti in fermento e un clero che non ha mai davvero accettato di essere messo da parte. Il punto di svolta arriva nel 1953. Il primo ministro Mohammad Mossadegh nazionalizza il petrolio, sfidando apertamente Regno Unito e Stati Uniti. La risposta è un colpo di Stato, organizzato con l’appoggio dei servizi segreti occidentali. Mossadegh viene rovesciato, e lo Shah torna al potere più forte di prima. Ma da quel momento governa diversamente: meno consenso, più controllo.

imperoNegli anni Sessanta lancia la “Rivoluzione Bianca”: riforma agraria, alfabetizzazione, modernizzazione, ampliamento dei diritti civili, anche per le donne. L’Iran cresce, si urbanizza, si arricchisce. Ma questa modernizzazione è rapida, diseguale, spesso imposta dall’alto. Accanto allo sviluppo aumentano la corruzione, la repressione politica, il ruolo della polizia segreta, la distanza tra élite e popolazione. E soprattutto cresce l’opposizione religiosa, che vede nello Shah un sovrano autoritario, occidentalizzato, distante dall’identità islamica del Paese.

Alla fine degli anni Settanta la tensione esplode. Le proteste si moltiplicano, attraversano le città, uniscono studenti, operai, bazari, religiosi. Lo Stato perde il controllo delle piazze. Il 16 gennaio 1979, lo Shah lascia l’Iran. Non abdica formalmente, ma è chiaro a tutti che il suo potere è finito. Il vuoto viene riempito rapidamente. L’Ayatollah Ruhollah Khomeini rientra dall’esilio e diventa il punto di riferimento della rivolta. In poche settimane, il vecchio ordine crolla. Ma è nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1979, a Teheran, che tutto cambia davvero. È lì che la monarchia finisce. Ed è lì che nasce una nuova forma di potere: una teocrazia rivoluzionaria, destinata a segnare l’Iran e il mondo fino ai giorni nostri. 

Movimento popolare a sostegno di Komeini

Movimento popolare a sostegno di Komeini

Teheran e la notte senza ritorno 

Nella sera del 10 febbraio 1979, Teheran è una città in apnea. Fa freddo, le temperature in città possono arrivare sotto lo zero e spesso d’inverno la capitale si imbianca, le strade sono tese, cariche di voci e di attesa. Il governo ha imposto il coprifuoco, sperando che l’esercito riesca a fermare quella che ormai è una marea umana. Ma la paura, quella notte, cambia campo. Nel pomeriggio arriva una notizia che corre di bocca in bocca: alcuni cadetti dell’aeronautica si sono schierati con Khomeini. È un segnale devastante. Se anche una parte dell’esercito inizia a disobbedire, il regime dello Scià è nudo. Quando cala il buio, il coprifuoco viene ignorato. Migliaia di persone scendono comunque in strada. Nei quartieri di Teheran si sentono spari, urla, slogan. I civili assaltano caserme, commissariati, depositi di armi. Le porte vengono sfondate, i fucili passano di mano in mano. Alcuni soldati sparano. Molti altri abbassano le armi, si rifiutano di colpire, fraternizzano con la folla. In certi punti, militari e civili combattono fianco a fianco contro i reparti ancora fedeli al regime. La notte è confusa, violenta, irreversibile. Il potere centrale si dissolve strada dopo strada. Non c’è più un comando chiaro. Non c’è più una linea da difendere. Lo Stato perde il controllo della sua stessa capitale.

All’alba dell’11 febbraio 1979, Teheran si sveglia in un altro Paese. Le principali istituzioni sono cadute. Le radio rivoluzionarie trasmettono senza sosta. E poi arriva l’annuncio decisivo: l’esercito iraniano dichiara la neutralità. È la fine. Senza un colpo di Stato formale, senza una firma ufficiale, il regime monarchico crolla. La rivoluzione ha vinto. In poche ore si chiude un’epoca durata più di duemila anni: quella della monarchia in Iran.

Da quella notte nasce un nuovo potere, fondato sulla religione, sulla rivoluzione e sul sacrificio. Ed è da lì, da quelle strade di Teheran, tra il 10 e l’11 febbraio 1979, che parte la storia dell’Iran che ancora oggi vediamo, con tutte le sue contraddizioni, le sue ferite e le sue tensioni irrisolte. L’Iran è l’unico Paese al mondo in cui lo sciismo duodecimano non è solo una religione, ma la vera ideologia dello Stato. Ed è questo un punto fondamentale: la rivoluzione islamica del 1979 non cambia soltanto un governo, ma inaugura una nuova fase dello sciismo, trasformandolo in un sistema politico. Per capire la teocrazia iraniana di oggi, bisogna partire da qui. 

Il santuario di Fatima Ma’sumeh a Qom, in Iran (Fonte: Wikimedia Commons)

Il santuario di Fatima Ma’sumeh a Qom, in Iran (Fonte: Wikimedia Commons)

Lo sciismo duodecimano: la teologia che diventa potere 

Lo sciismo duodecimano è la corrente principale dello sciismo e la più importante in Iran. Prende il nome dalla credenza nei “dodici imam”, cioè una linea di dodici guide spirituali e politiche che, secondo la dottrina sciita, sono i legittimi successori del profeta Muhammad. Questi imam sono considerati infallibili e scelti da Dio, e la loro autorità deriva dal fatto che sono discendenti diretti di Muhammad attraverso Ali, suo cugino e genero, marito di Fatima e padre di Hasan e Husayn, nipoti del Profeta dell’Islam. Ali è il primo Imam; dopo di lui, la successione continua per undici generazioni fino al dodicesimo Imam, Muḥammad ibn al-Ḥasan al-Mahdī, che non sarebbe morto ma entrato in occultamento, la ghayba. Ed è qui che la teologia incontra la politica.

Storicamente, gli Imam sciiti erano sorvegliati, perseguitati e spesso eliminati dal potere sunnita degli Abbasidi. L’occultamento del dodicesimo Imam serve, in primo luogo, a salvarlo dalla morte. Ma teologicamente ha un significato ancora più profondo: è parte di un disegno divino. Dio decide che l’Imam resti nascosto fino al momento stabilito per la sua riapparizione, quando tornerà come Mahdī, il redentore, per ristabilire giustizia e verità nel mondo. Ma cosa succede, nel frattempo? Succede qualcosa di decisivo: l’Imam non è presente, ma la comunità deve comunque essere guidata. E così, nello sciismo duodecimano, l’autorità dell’Imam viene delegata alla classe religiosa. Sono gli ‘ulama’, i dotti, a interpretare la legge islamica in sua vece. L’occultamento dell’Imam diventa così anche una prova spirituale: i credenti sono chiamati a restare fedeli, a seguire la legge e ad affidarsi ai giurisperiti, pur in assenza della guida infallibile. Ed è proprio da questa assenza che nasce il cuore della teocrazia iraniana. Perché se l’Imam è nascosto, qualcuno deve governare in suo nome. Ed è su questa idea che, dopo il 1979, si fonda il principio del velayat-e faqih: il governo del giurisperito. Capire lo sciismo duodecimano significa quindi capire perché, in Iran, il potere politico non è separato da quello religioso. Significa capire perché lo Stato si presenta come custode della giustizia in attesa della fine dei tempi. E significa capire perché la rivoluzione del 1979 non è solo un evento storico, ma l’attuazione concreta di una visione teologica che continua, ancora oggi, a plasmare la vita del Paese. 

l’ayatollah Khomeyni

Ayatollah Khomeyni

La costruzione della teocrazia 

Dunque, l’ayatollah Khomeyni con il suo ritorno dall’esilio, porta al potere un regime militare sciita duodecimano, sostenuto dalla classe dei religiosi e dagli infaticabili commercianti del bazar, i cosiddetti “bazari”. La rivoluzione non si limita a rovesciare la monarchia: la nuova Costituzione trasforma la legge islamica nella massima fonte di autorità legale. I giuristi diventano il cuore pulsante del governo, e il Consiglio dei Guardiani acquisisce il potere di annullare le leggi del Parlamento e di decidere chi può partecipare alle elezioni, tutto in nome della loro interpretazione della legge islamica.  Il nuovo Iran di Khomeyni si fonda su una rigida interpretazione della sharia sciita, la dottrina del vilayat-e faqih: il governo del giurisperito. Qui, i religiosi non sono solo guide spirituali, ma anche leader politici, e la loro autorità va obbedita come forma di devozione a Dio. Questa idea diventa la colonna portante del regime.  Il cambiamento si vede anche nei gesti quotidiani: l’hijab, il velo, diventa obbligatorio per tutte le donne, simbolo esteriore della legge islamica. E la parola fatwa entra nel vocabolario globale quando Khomeyni condanna a morte Salman Rushdie per il suo libro I versi satanici. Da allora, gli ayatollah diffondono la loro visione giuridica anche attraverso Internet, con Qom che si trasforma nella capitale informatica dell’Iran. Il movimento rivoluzionario di Khomeyni abolisce la monarchia e istituisce un governo islamico basato sulla sua autorità carismatica riconoscendogli un ruolo di capo della comunità e persino una funzione messianica, ispirata agli imam alidi, discendenti diretti della famiglia del profeta attraverso Ali.

Khomeini non si limita a cambiare il volto politico del Paese: nello stesso anno, istituisce il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, i celebri Pasdārān. Il loro nome, che in persiano significa “custodi”, “guardiani”, “difensori”, racchiude la loro missione: proteggere la rivoluzione a ogni costo. Il termine deriva dal verbo pās dāshtan, che vuol dire “proteggere”, “custodire”, “salvaguardare”. E questi guardiani, fin dal primo giorno, vengono schierati contro chiunque osi opporsi al nuovo ordine. Un ruolo che, ancora oggi, resta centrale nella vita politica e sociale dell’Iran.  Ma Khomeini non si ferma qui. Per rafforzare il controllo sul Paese, crea anche il Consiglio Supremo di Benessere Pubblico, un organo che supervisiona sia il Consiglio dei guardiani sia il Parlamento. È una mossa strategica: quando Khomeini muore nel 1989, l’élite religiosa ha già conquistato tutte le posizioni di vertice nel governo e nel sistema consolidato. Nasce così un assetto istituzionale unico, un ibrido in cui poteri di origine divina convivono con quelli di legittimazione popolare, in un equilibrio sempre precario. 

Dopo la riforma del 1989, la Costituzione iraniana attribuisce alla Guida Suprema – il rahbar, eletto a vita – un potere immenso: è il vero regista di tutti gli organi dello Stato. Il rahbar è comandante supremo delle forze armate, nomina il capo di stato maggiore, controlla i servizi segreti, i corpi paramilitari come i Pasdārān e i Basiji, e le potenti fondazioni religiose, come la Bonyad-e mostazafin, la “fondazione dei diseredati”. Ma non solo: sceglie il vertice del potere giudiziario e delle emittenti radiofoniche e televisive nazionali. I suoi poteri sono così vasti da sancire la preminenza dell’amministrazione della Repubblica Islamica persino sui pilastri stessi dell’Islam.   La Guida Suprema ha anche il potere di nominare sei dei dodici membri del Consiglio dei guardiani della Costituzione, un organismo che può bloccare qualsiasi candidato alle elezioni e ha il compito di verificare che tutte le leggi approvate dal Parlamento siano conformi alla sharī‘a, la legge islamica. Questo Consiglio, dominato dai conservatori più dogmatici, ha avuto un ruolo decisivo nel frenare ogni tentativo di riforma, diventando il vero arbitro della vita politica iraniana. In questo sistema, la rivoluzione di Khomeini non si è limitata a cambiare i volti al potere: ha creato una struttura in cui religione e politica si intrecciano indissolubilmente, dove il controllo è capillare e la legittimità si gioca ogni giorno tra piazza, moschea e palazzo.

Ayatollah Rafsanjani

Ayatollah Rafsanjani

Negli anni ’80, l’élite clericale iraniana si divide fra conservatori che puntano su autoritarismo, purezza culturale e conformismo sociale; i riformisti, favorevoli a un sistema islamico più aperto e democratico; e i pragmatici centristi, guidati dall’ayatollah Rafsanjani che succede a Khomeiny alla sua morte nel 1989. Per consolidare il potere, il nuovo regime elimina gli alleati della prima ora: nazionalisti liberali, intellettuali marxisti. Migliaia di funzionari dello scià vengono epurati o giustiziati, mentre minoranze etniche o religiose come ebrei, armeni, zoroastriani e soprattutto i Bahá’i subiscono persecuzioni e discriminazioni. La classe media occidentalizzata viene silenziata, mentre un puritanesimo feroce prende piede: i Komiteh, gruppi di vigilantes rivoluzionari, controllano la morale pubblica e reprimono le donne che non rispettano il nuovo codice di abbigliamento. Le costringono a lasciare professioni, a indossare il velo, a rinunciare a ruoli pubblici; cinema e teatri vengono chiusi. 

Isolamento internazionale e stretta autoritaria 

Sul piano internazionale, l’Iran entra in conflitto con altri Paesi: prima con il sequestro dell’ambasciata americana poi con il sostegno a movimenti come Hamas e Hezbollah. Il 1980, è anche l’anno dell’attacco iracheno alle province petrolifere iraniane che dà il via a una guerra lunga otto anni, combattuta con mezzi brutali da entrambe le parti e con un ruolo ambiguo degli Stati Uniti, che finiranno per sostenere l’Iraq. La guerra, il crollo del prezzo del petrolio e le sanzioni americane bloccano lo sviluppo economico. L’economia, controllata dallo Stato e segnata da corruzione e inefficienza, favorisce i mercanti del bazar ma penalizza industria e agricoltura, costringendo il Paese a importare cibo. Le fondazioni religiose, le bonyad, gestiscono enormi risorse per fini politici e clericali.

Ayatollah Ali Khamenei

Ayatollah Ali Khamenei

Le politiche islamiste hanno un impatto profondo su media, istruzione e condizione femminile: vengono abrogate le leggi a tutela delle donne, reintrodotti il diritto maschile al divorzio unilaterale, la poligamia e il velo obbligatorio. Alle donne è vietato essere giudici e si tenta di limitarne l’accesso al lavoro. Eppure, scrittrici e intellettuali trovano nuovi spazi di espressione, come la rivista Payam-i Hajar, che interpreta l’islam in chiave femminista e chiede più diritti e tutele per le donne, ottenendo anche qualche successo. Con la morte di Khomeini nel 1989, si apre una nuova fase per l’Iran. Alla guida suprema sale l’ayatollah Ali Khamenei, mentre la presidenza passa a Rafsanjani. Gli anni ’90 si aprono con alcune riforme importanti: vengono introdotte nuove leggi che migliorano i diritti delle donne su divorzio e affidamento dei figli, l’età minima per il matrimonio viene alzata dalla soglia simbolica dei 9 anni alla pubertà, e le donne tornano a essere giudici nei tribunali di famiglia. Anche l’istruzione femminile riceve un forte impulso, anche se l’accesso al mondo del lavoro resta limitato da tradizioni e politiche restrittive.

Sul piano politico, la costituzione viene rivista per rafforzare il ruolo del presidente e dello Stato. Il regime investe su una nuova élite di giovani religiosi, studenti e milizie, ma il governo resta diviso: da una parte gli ‘ulama più radicali, che vogliono accentuare il controllo religioso; dall’altra i moderati, guidati da Rafsanjani, che puntano a un governo più efficiente e aperto alle sfide dell’economia globale. Khamenei e Rafsanjani formano così un’alleanza difficile, segnata da tensioni e compromessi. Nel frattempo, la sinistra islamica si riorganizza: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, abbandona le vecchie posizioni socialiste e si reinventa come forza riformista, sostenendo la democrazia e lo stato di diritto. Figure come Mir-Hosseini Moussavi e Mehdi Karroubi chiedono una Repubblica fondata sulle leggi, non sull’autorità personale della Guida Suprema. Gli studenti reclamano più libertà nella vita quotidiana, mentre intellettuali come Abdul Karim Soroush promuovono una società islamica più tollerante. 

Muhammad Khatami

Muhammad Khatami

L’illusione del cambiamento 

Il cambiamento si concretizza nel 1997, quando Muhammad Khatami viene eletto presidente con un programma di riforme sociali, maggiore libertà di stampa e un ruolo più attivo per le donne nella vita pubblica. La società civile e le organizzazioni femminili vivono una stagione di grande fermento. Nel 2000, i riformisti conquistano la maggioranza in Parlamento, e Khatami viene riconfermato nel 2001. Ma la sua vittoria mette in luce la profonda spaccatura tra i conservatori, difensori di una società islamica autoritaria, e i riformisti, che sognano pluralismo, democrazia e stato di diritto.

All’inizio degli anni 2000, l’establishment clericale iraniano, guidato dalla Guida Suprema Ali Khamenei, risponde alle spinte riformiste con una stretta autoritaria senza precedenti. Il controllo sulla magistratura, sui media e su ampi settori dell’economia è totale. Il Consiglio dei Guardiani e i tribunali usano il loro potere di veto per bloccare ogni tentativo di cambiamento in Parlamento. Ma la vera forza del regime sta nell’apparato repressivo: soldati, poliziotti, agenti segreti, tutori della morale e vigilanti organizzati scendono in campo per reprimere ogni forma di dissenso. Dalla lotta alla “corruzione sulla terra” alla punizione delle donne che non rispettano il codice di abbigliamento, fino alla chiusura dei giornali riformisti e alla violenza contro scrittori, giornalisti e studenti che manifestano per la libertà. A dominare la scena sono il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane (IRGC) e i Basiji, la milizia popolare. Nati per difendere la rivoluzione, i Pasdaran sono diventati una potenza economica e politica, spesso in contrasto con i riformisti. I Basiji, con decine di migliaia di membri e una base sociale ampia, sono il braccio operativo della repressione nelle strade e nelle piazze. In questo clima, la società iraniana vive sotto una pressione costante, tra sorveglianza, censura e paura, mentre ogni tentativo di apertura viene soffocato sul nascere.

Nel 2005, dopo anni di repressione e controllo da parte dell’establishment clericale, arriva una svolta: i riformisti vengono sconfitti e Mahmud Ahmadinejad, sostenuto dalle Guardie Rivoluzionarie e dai Basiji, conquista la presidenza. Il suo potere si fonda su una rete di alleanze e sui proventi del petrolio, che alimentano una nuova stagione di conservatorismo. Ahmadinejad e i suoi parlano di una “seconda rivoluzione”, vedendo la sua elezione come un segno divino. Il governo si riempie di uomini delle Guardie Rivoluzionarie e di personale della sicurezza, mentre il tono religioso si fa sempre più marcato. Le politiche diventano più rigide: viene imposto un codice di abbigliamento ancora più severo, aumentano i controlli sui rapporti tra uomini e donne, e le donne vedono limitato l’accesso all’università. Ong femminili, giornali e riviste vengono chiusi, mentre le attiviste vengono perseguitate. Ma la società civile non si arrende: nascono nuove associazioni femminili e la protesta si sposta online, tra blog e social network. Sul fronte economico, Ahmadinejad promette cambiamenti, ma la situazione peggiora: inflazione alle stelle, disoccupazione giovanile altissima, corruzione e deficit cronici. Nonostante le immense risorse di petrolio e gas, l’Iran si trova a importare energia e la moneta nazionale crolla sotto il peso delle sanzioni internazionali. Intanto, le Guardie Rivoluzionarie rafforzano il loro impero economico e il controllo sulle frontiere, mentre il governo punta tutto sul programma nucleare, alimentando tensioni con Stati Uniti, Israele e il mondo arabo. Ahmadinejad sostiene apertamente Hamas e Hezbollah, nega l’Olocausto e si pone come antagonista dell’Occidente, isolando ancora di più l’Iran sulla scena internazionale. 

Ahmadinejad, Presidente

Ahmadinejad, Presidente

Il voto che spezza il Paese 

Le elezioni presidenziali del 2009 segnano un punto di svolta drammatico nella storia recente dell’Iran. La riconferma di Ahmadinejad scatena un’ondata di proteste senza precedenti: milioni di iraniani scendono in piazza, convinti che la vittoria sia stata ottenuta con brogli. Riformisti e pragmatici si stringono attorno allo sfidante Mir-Hossein Moussavi, sperando in un ritorno a un equilibrio tra potere religioso e amministrativo. La risposta del regime è durissima: le manifestazioni vengono represse con violenza dalle Guardie Rivoluzionarie e dai Basiji, che rafforzano il loro controllo sullo Stato. Arresti di massa e torture cancellano l’immagine populista del governo: l’Iran si ritrova, di fatto, sotto una sorta di legge marziale. Dietro le quinte, si apre una lotta di potere tra Khamenei e Ahmadinejad, tra la gerarchia clericale e le élite militari ed economiche. Ahmadinejad cerca di rafforzare la Presidenza e mantenere la propria influenza, mentre la Guida Suprema e i conservatori puntano a ridimensionare il ruolo del presidente, arrivando persino a proporre la fine dell’elezione diretta.

Hassan Rouhani

Hassan Rouhani

Con l’elezione di Hassan Rouhani nel 2013, la stagione politica di Ahmadinejad si chiude: la sua fazione viene messa da parte, lasciando il campo a nuove sfide e a un Iran ancora profondamente diviso. Dopo gli anni turbolenti di Mahmoud Ahmadinejad, nel 2013 l’Iran sembra voltare pagina con l’elezione di Hassan Rouhani. Il suo arrivo porta una ventata di moderazione: Rouhani conquista il consenso di riformisti, pragmatici e parte del clero, promettendo di ridurre l’isolamento internazionale, rilanciare l’economia e portare più razionalità nella politica estera.  La fazione di Ahmadinejad, ormai marginalizzata, perde influenza e molti dei suoi uomini vengono allontanati dai ruoli di potere. Rouhani punta tutto sull’accordo nucleare con Stati Uniti, Europa, Russia e Cina: per un breve periodo, i moderati si rafforzano e si accende la speranza di una nuova apertura economica. Ma i conservatori, in particolare i Pasdaran, reagiscono con forza, temendo di perdere il loro peso economico e ideologico.

La Guida Suprema, Ali Khamenei, appoggia l’accordo solo in modo tattico, senza mai sposare davvero il progetto riformista. Ben presto, però, le speranze si infrangono: i benefici economici dell’accordo sono limitati e diseguali, la disoccupazione e la corruzione restano elevate. Tra il 2017 e il 2018, esplodono nuove proteste, diverse da quelle del passato: meno politiche e più legate alle difficoltà sociali ed economiche, radicate nelle periferie e nelle province, spesso ostili sia ai riformisti che ai conservatori. È il segnale di una crisi di legittimità profonda, che va oltre il tradizionale scontro tra fazioni. Nel 2018, il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare e il ritorno delle sanzioni fanno crollare la strategia di Rouhani: l’economia entra in recessione, la moneta iraniana si svaluta drasticamente e i moderati perdono credibilità. I conservatori e i Pasdaran tornano a rafforzarsi, sostenendo che il dialogo con l’Occidente è solo un’illusione.  Il malcontento cresce e nel novembre 2019 l’aumento improvviso del prezzo della benzina scatena proteste di massa, represse con durezza: centinaia di morti, blackout informativo e uso sistematico della forza. È la rottura definitiva del patto sociale, il riformismo istituzionale viene indebolito e gli apparati di sicurezza diventano sempre più centrali.  

donna-vita-liberta-1440x1440Donna, Vita, Libertà: la nuova frattura 

 Ma il vero punto di svolta arriva nel 2022, quando la morte di Mahsa Amini dopo l’arresto da parte della polizia morale accende la scintilla di una nuova ondata di proteste. Lo slogan “Donna, Vita, Libertà” risuona in tutto il Paese: questa volta sono le donne, i giovani e le nuove generazioni a guidare la contestazione, chiedendo non solo diritti civili, ma una trasformazione radicale della società iraniana. Le proteste del 2022 segnano una cesura storica: non si tratta più solo di economia o politica, ma della forma stessa del potere e della libertà individuale. Il regime risponde con la repressione, ma il movimento “Donna, Vita, Libertà” mostra che la società iraniana è viva, determinata e pronta a sfidare le vecchie strutture di potere. 

Le ultime proteste: una crisi senza rappresentanza 

Su questa scia si arriva alle ultime proteste, esplose il 28 dicembre 2025, inizialmente innescate dalla gravissima crisi economica. Il rial iraniano ha toccato minimi storici, l’inflazione ha superato il 40–42%, e i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati fino al 72% rispetto all’anno precedente, colpendo duramente soprattutto le classi popolari e la piccola borghesia urbana. Il malcontento è stato ulteriormente aggravato dalle sanzioni internazionali, dalla cattiva gestione economica e dai danni materiali e simbolici lasciati dal conflitto con Israele nel giugno 2025, che ha inciso sulle infrastrutture, sulla fiducia nello Stato e sulla percezione di sicurezza interna.

TEHRAN, IRAN - JANUARY 2009: Veiled woman and martyr muralLe prime manifestazioni sono partite dal Grand Bazaar di Teheran, con serrande abbassate e scioperi dei commercianti, un segnale politicamente rilevante in un Paese in cui i bazari hanno storicamente rappresentato una colonna portante sia dell’economia sia del consenso sociale. In pochi giorni, le proteste si sono estese a studenti, lavoratori, donne e cittadini di tutte le età, propagandosi rapidamente in oltre 180 città e in tutte le province iraniane. A differenza di molte mobilitazioni precedenti, questa ondata non è stata trainata da un’unica categoria sociale né da una leadership riconoscibile: è apparsa invece diffusa, spontanea e trasversale, segno di una crisi che investe l’intero corpo sociale.

Con l’espandersi delle manifestazioni, le rivendicazioni economiche si sono progressivamente intrecciate a slogan politici contro il regime, la corruzione e l’autoritarismo. In molte città si sono uditi cori contro la Guida Suprema e contro i Pasdaran, mentre riemergevano richiami simbolici alla libertà, alla dignità e, in alcuni casi, persino al passato monarchico, a testimonianza della frattura profonda tra società e istituzioni. Come già accaduto in precedenti cicli di protesta, il regime ha risposto con una strategia mista: da un lato appelli alla calma e promesse vaghe di riforme economiche; dall’altro una repressione crescente, affidata soprattutto alle Guardie Rivoluzionarie, i Pasdaran e ai Basiji.

A partire dai primi giorni di gennaio 2026, la risposta securitaria si è intensificata: arresti di massa, uso della forza letale in alcune aree, blackout di Internet e delle comunicazioni in diverse città per impedire il coordinamento e la diffusione di immagini. Secondo organizzazioni per i diritti umani e fonti giornalistiche internazionali, il bilancio delle vittime e dei detenuti è rapidamente cresciuto, anche se i numeri restano difficili da verificare a causa della censura e del controllo dell’informazione. La repressione ha colpito in modo particolare studenti, attivisti, giornalisti e minoranze etniche, confermando il ruolo centrale degli apparati di sicurezza nella tenuta del sistema.

Questa nuova ondata di proteste si distingue però da quelle del passato per un elemento decisivo: la perdita di credibilità del riformismo istituzionale. Molti manifestanti non si riconoscono più né nei riformisti né nei conservatori, percepiti entrambi come parte di un sistema incapace di rispondere alle esigenze fondamentali della popolazione. In questo senso, le proteste dal dicembre 2025 ad oggi non appaiono come una semplice crisi congiunturale, ma come l’espressione di una crisi strutturale di legittimità della Repubblica Islamica, in cui economia, politica e ideologia entrano simultaneamente in collisione. L’Iran si trova così in una fase di instabilità profonda: da un lato uno Stato sempre più militarizzato, che reagisce al dissenso con la forza; dall’altro una società stremata, ma ancora capace di mobilitarsi, nonostante il costo umano e la repressione. È in questo spazio di tensione, tra paura e resistenza, che si gioca il presente – e forse il futuro – della Repubblica islamica. 

Manifestazioni di protesta a Teheran, 2025

Manifestazioni di protesta a Teheran, 2026

L’Iran sospeso tra fede o ragion di Stato 

Arrivando alla fine del nostro excursus, emerge chiaramente una verità: la storia moderna dell’Iran è segnata da un rapporto complesso e spesso ambiguo tra le istituzioni religiose e quelle statali. Da sempre, il clero e lo Stato si sono cercati e respinti, alleati e avversati. Il clero ha chiesto protezione e gestione economica, ma ha sempre difeso con forza la propria autonomia e si è opposto a ogni ingerenza che minacciasse i suoi interessi. Allo stesso tempo, le monarchie e poi il governo rivoluzionario hanno cercato il sostegno delle élite religiose, tentando però di mantenerle sotto controllo. La Repubblica islamica ha rafforzato la burocrazia statale e ha militarizzato il potere, creando il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e affidando la sicurezza a veterani e milizie. Eppure, nonostante l’autorità della Guida Suprema e le politiche islamiche, lo Stato non è mai stato completamente nelle mani del clero. Il potere si divide tra la massima autorità religiosa e un presidente eletto, incarnando una tensione costante tra la legittimità islamica e quella popolare. 

In teoria, l’Iran è uno Stato islamico, ma nella pratica la ragion di Stato spesso prevale sulle considerazioni religiose. La legge islamica non è la legge ufficiale del Paese, e lo Stato rimane il principale promulgatore del diritto. Persino i non musulmani continuano a essere cittadini, e molti membri del Consiglio dei Guardiani sono laici. Lo stesso Khomeini ha sottolineato che la rivoluzione conta più dell’adesione formale alla legge islamica.  In fondo, la Repubblica islamica dell’Iran appare oggi più come un’espressione di nazionalismo autoritario che come uno Stato religioso puro. Le tensioni tra identità islamica e nazionale, tra istituzioni religiose e laiche, tra élite clericali e governative, restano irrisolte. Ed è proprio in questo spazio di ambiguità che si gioca il futuro dell’Iran: tra tradizione e cambiamento, tra fede e potere, tra la voce della piazza e quella delle istituzioni. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Riferimenti bibliografici 
Mohammed Ali Amir-Moezzi, Petite histoire de l’Islam, J’ai lu, 2023
Mohammed Ashim Kamali, Shari’ah Law, an introduction,2008
Carole Hillebrand, Islam, Einaudi 2013
Ira Lapidus, A History of Islamic Society, Università della California, 2014

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Francesca Spinola, giornalista professionista attualmente residente a Tunisi, ha conseguito un diploma in Studi arabi e islamistica presso l’Istituto Dar Comboni al Cairo e un master in Studi arabi e islamici presso il PISAI – Pontificio istituto di studi arabi e islamica. È laureata in scienze politiche indirizzo politico internazionale (Università “La Sapienza”). Sta associando al giornalismo la ricerca in studi islamici con un focus sulle questioni di genere. È autrice di numerosi articoli giornalistici e di alcuni saggi di cui l’ultimo è Blu Tunisi: viaggio nella città e nei suoi cinque storici villaggi edizioni Infinito, 2024.

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