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Torquato Tasso e il mare: il Mediterraneo, l’epopea di due mondi in conflitto, e l’Oceano, un mondo “immaginario”
Posted By Comitato di Redazione On 1 luglio 2026 @ 04:11 In Cultura,Società | No Comments
di Maria Sirago
Torquato Tasso e il mare
Il mare per Torquato Tasso è una componente essenziale, presente fin dalle sue origini. Ha visto la luce nella dolce Sorrento, affacciata sul mare, ed ha trascorso i primi anni a Napoli, nella città della sirena Partenope sulla cui spiaggia la bella fanciulla è venuta a morire. Nella Canzone al Metauro, rimasta incompiuta, il poeta ricordava con malinconica nostalgia la nascita nel golfo della “gloriosa alma sirena”, la patria materna, e il destino doloroso che lo aveva fatto allontanare, auspicando di poter tornare a Napoli dopo il suo lungo peregrinare (Tasso, 1902, II: 573). L’infanzia di Torquato è strettamente connessa agli eventi napoletani del 1547, quando il viceré Pedro de Toledo cercò di introdurre l’Inquisizione all’uso di Spagna. Nei moti napoletani furono implicati il principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, e il suo segretario Bernando Tasso, costretti a prendere la via dell’esilio (Pilati, 2015). Così Bernardo lasciò per sempre la sua patria di adozione, tanto amata, in cui aveva trovato l’amore di Porzia ed avevano visto la luce i figli Cornelia e Torquato, rifugiandosi a Venezia col piccolo Torquato (Sirago- Rastrelli, 2024: 57ss.).
La stessa Gerusalemme Liberata è un’opera aperta al Mediterraneo, si muove nelle acque agitate che avviluppano le terre in cui navigano i suoi protagonisti, i crociati, modulati sugli eroi dell’epica greco- romana, Ulisse, Giasone, Enea. Tasso però nel poema mostrava in sottofondo le contraddizioni della sua epoca, sia le esigenze della Controriforma che l’avanzata dei Turchi e Barbareschi in un mare in fiamme, perennemente in guerra. Il mare era percepito come rumore, nell’infuriare della battaglia (canto V) o come forza ingovernabile (il fragore delle onde di Scilla e Cariddi, canto III, 2); ma era anche fonte di luci e colori, percepiti durante il viaggio dei due cavalieri Carlo e Ubaldo verso le isole Fortunate (canto XV). La sua sensibilità gli permetteva di vedere il mare come fattore di perenne mutamento della realtà, come luogo privilegiato di metamorfosi degli elementi, confine tra elementi diversi (D’Amico, 2009). Il mare in realtà rappresentava per il poeta l’altrove, l’eccezione, era il sensuale paradiso delle isole Fortunate, dove viveva la maga Armida, un diretto richiamo alla femminilità e all’eros. Ma i due cavalieri, per compiere la missione, liberare Rinaldo da quella sensuale prigione, avevano potuto navigare su un vascello incantato che solcava un mare insolitamente calmo (Ferroni, 2026: 131-132).
Anche nel Mondo Creato, scritto tra il 1592 ed il 1594 (pubblicato postumo nel 1607), ricordava l’incantevole paesaggio napoletano, tracciando deliziosi scorci marini: Lieta vista, gioconda, e vago aspetto/quello è del mar, quando tranquillo e piano/biancheggia mormorando appresso il lito (III, 737-746).
In un altro brano il poeta affidava le suggestioni cromatiche al contrasto tra la negra nave e le sue bianche vele, in guisa d’ale, spiegate sovra il ceruleo… spumante dorso del mare (IV, 340-347).
Alla città partenopea era dedicato un gioioso ricordo, espresso con dolci parole: non è conca men bella, in lieta parte amena, / lunge da l’onde e dall’incolta arena (Tasso, 1994, n.1529).
Nella poesia dedicata a Bergamo e Napoli, rispettivamente patria del padre e della madre, ricordava il suo destino doloroso, chiedendo loro di intercedere presso il duca di Ferrara: Nacqui a numero egual d’amare pene,/ misero, e ’l viver mio deh! non si sciolga/ pria che de’ dolci studi i frutti colga,/ e ’l gusto appaghi alcun sapor di bene./ Alta patria, ov’io nacqui (Napoli), almo paese onde l’origin trassi (Bergamo)/, e quinci e quindi porgete al mio signor voi preghi, io loda/. …. (Tasso, 1994, n. 724).
Un fervido pensiero era dedicato in particolare alla città materna, Napoli, in cui aveva vissuto da fanciullo: Real città, ch’appoggi il nobil tergo/ a l’erto monte e ’ngombri i lieti campi,/ e co’ piè vaghi poi l’arene stampi/ e ’n mar fondi alte moli e forte albergo,/ poco ne le tue lodi io spazio e m’ergo/ ché temo il ciel turbato e i tuoni e i lampi;/… (Tasso, 1994, n. 725).
La sua terra natia, ormai mitica, a lungo sognata, era ricordata anche nella Gerusalemme Liberata: le piaggie di Campagna amene,/pompa maggior de la natura, e i colli/che vagheggia il Tirren fertili e molli (I, vv.390-392).
Secondo i racconti popolari nel 1577, mentre le condizioni di salute peggioravano, spinto dalla nostalgia, aveva deciso di raggiungere la sorella a Sorrento sotto mentite spoglie, dove trascorse alcuni mesi (Capasso, 1866: 179 ss.). D’altronde era un esule fuoriuscito e bandito dalla monarchia spagnola come figlio di ribelle, per cui non poteva mostrarsi, dovendo necessariamente mantenere l’anonimato. Giovan Battista Manso, suo carissimo amico e primo biografo, ricordava che la decisione di recarsi nella capitale partenopea era stata presa per seri motivi, soprattutto finanziari, poiché voleva recuperare la dote materna sottratta dai suoi zii quando il padre era dovuto fuggire. Egli riferiva anche che la grazia chiesta dal poeta era volta solo al «potersi ritrarre in Regno», un pensiero espresso nella lettera al patriarca di Gerusalemme Scipione Gonzaga: Perch’io vorrei ritrarmi a Sorrento, quasi in porto di quiete e di pace, ed ivi cercar con la grazia di S. M. di ricuperare alcuna parte delle doti di mia madre, perché altrimente non so come vivere.
Comunque si diceva che era venuto a Sorrento, la sua amata città natale, soprattutto per “recuperare la salute” e vedere la sorella Cornelia (Manso, 1634, cap. XVI). In quegli anni le aveva scritto alcune lettere in cui raccontava le angherie subite alla corte di Ferrara, l’apertura della sua corrispondenza, le invidie dei cortigiani a causa dei suoi buoni rapporti con le principesse Leonora e Lucrezia e i favori ricevuti dal loro fratello Alfonso, duca d’Este, che riportavano le sue parole proferite in momenti d’ira, sintomo della sua instabilità mentale. Il soggiorno doveva avergli giovato, visto che nel 1578 era tornato a Ferrara. Ma aveva continuato a scrivere alla sorella, a cui era molto legato (Tasso, 1825, t. I, lettera n. 106, [1578]).
Negli ultimi anni della sua vita riuscì a tornare per breve tempo a Napoli nel 1588, 1592 e 1594. Nel primo soggiorno il poeta fu accolto dai padri del Monastero di Monte Oliveto (odierna via Medina), su richiesta del cardinale Antonio Carafa, protettore dell’ordine, posto in una posizione elevata, da dove allora si potevano scorgere il mare e il Vesuvio. Lacerato dalla nostalgia tornò nella capitale partenopea nel 1592. L’ultimo soggiorno a Napoli, nel 1594, ormai molto malato e stanco, preferì trascorrerlo in tranquillità nel Monastero di San Benedetto e Sossio (oggi sede dell’Archivio di Stato); poi fu richiamato a Roma dal cardinale Aldobrandini dove morì l’11 marzo dell’anno seguente, lontano dalla terra natia, sempre vagheggiata, di cui ricordava il suo bel mare (Modestino, 1863). Durante i suoi soggiorni napoletani era diventato molto amico di Giovan Battista Manso, appena ventenne, signore del feudo di Bisaccia: il Manso apparteneva al ceto della nobiltà di toga, ma discendeva da una famiglia di setaioli di Scala ed era anch’egli imprenditore e mercante di sete (Stranieri, 2023). Il versatile giovane, un personaggio di gran fascino, che già mostrava doti di raffinato letterato, strinse subito una forte amicizia col poeta, come testimonia il dialogo tassiano Il Manso, overo De l’amicizia, scritto nel 1593 e pubblicato nel 1596, e fu il suo primo biografo Mondola R., Riga P.G., Allocca C. (2021).

Giovan Battista Manso di Scala, marchese di Villa, Francesco Stanzione?, 1646, Fondazione Real Monte Manso di Scala (www.realmontemanso.it)
Egli accompagnava spesso il poeta a visitare i luoghi ameni della capitale partenopea, la spiaggia di Mergellina, dove era sepolto il poeta Jacopo Sannazaro, che lui ammirava molto, soprattutto per le Ecloghe piscatorie ambientate nel golfo, la collina di Posillipo e la spiaggia della Gaiola, con i resti della villa romana di Vedio Pollione (Modestino, 1863).
In un sonetto composto nel 1594 durante il suo ultimo viaggio a Napoli il Tasso mostrava tutta la sua felicità nel tornare a rivedere le “native sponde” lasciate da fanciullo: Del più bel regno,/che ’l mar nostro inonde,/O ’altro più lontan, che Sol illustri,/Veggio, lasciate valli ime e palustri,/Lieti colli, alti monti e rapid’onde./Veggio i termini suoi marmorei, e donde/Partii fanciullo, or dopo tanti lustri/Torno per far a morte inganni illustri,/Canuto ed egro, alle native sponde (Manso, 1634, cap. XVI).
Il mare, collegato al ricordo della terra natia, era sempre presente nel suo immaginario. In molte rime vi è un riferimento al mare, soprattutto nelle immagini mitologiche o poetiche, spesso in rima con amare (Tasso, 1994, n. 22) o in quelle in cui si sottolinea il senso amaro della vita, ad esempio acque amare (Tasso, 1994, n. 180), onde amare (Tasso, 1994, nn. 129, 259, 456), mare/pene amare (Tasso, 1994, n.1396), il pianto mio ch’amare a l’onde (Tasso, 1994, n.796), una sofferenza esistenziale che lo accompagnò per tutta la sua vita: Soletto Amor tendea,/ qual pescator, le reti/ fra cari scogli per diporto un giorno,/ ed un bel fior vedea,/ ch’a tutti i fior piú lieti/ facea ne l’onde amare un dolce scorno;/ e pien di maraviglia/ dicea: «Felice preda! o chi la piglia? (Tasso, 1994, n.259).
Ma a volte, quando l’animo era sereno, il poeta riusciva a “dipingere” deliziosi bozzetti, come quello in cui descriveva l’apparire dell’aurora e della sua donna con un dolce incipit: Ecco mormorar l’onde/e tremolar le fronde/all’aura mattutina … ecco già l’alba appare/e si specchia nel mare (Tasso, 1994, n.143).
Echi di Lepanto nella Gerusalemme Liberata
Torquato Tasso non ha partecipato direttamente alle battaglie, come il padre, che ha seguito Andrea d’Avalos alla battaglia di Tunisi nel 1535 e poi è stato assunto come segretario dal principe di Salerno, Ferrante Sanseverino (Sirago, 2021a, e Sirago Rastrelli, 2024). Comunque, la vita del poeta sorrentino è stata forgiata dalle esperienze paterne, da lui raccontate con dovizia di particolari. Anche i riflessi della politica di Filippo II in Mediterraneo, che hanno portato alla epocale battaglia di Lepanto del 1571, si sono riverberati nella sua complessa e tormentata personalità. Egli, pur vivendo lontano dai teatri di guerra, conosceva bene la situazione del Mediterraneo, conteso tra le flotte musulmane turche e barbaresche, che attaccavano le coste italiane, e quelle cristiane.
Un terribile episodio, rimasto impresso nell’animo del poeta fu quello dell’attacco a Sorrento, la sua città natia, organizzato nel 1557 da Dragut, in cui la sorella Cornelia riuscì a stento a salvarsi con la famiglia (Capasso, 1866: 84ss. e 107ss.). Un altro terribile episodio si ebbe nel 1565, quando venne assediata Malta, difesa strenuamente dalla flotta spagnola, comandata da don Garcia di Toledo. La cristianità era ormai in fermento, decisa a sferrare un potente attacco, che avrebbe portato alla battaglia di Lepanto del 1571, dove la cristianità ottenne una splendida vittoria (Sirago, 2018: 171ss. e 2021b.)
L’evento epocale fu cantato nelle rime di molti poeti (Lefévre M., 2005), e raccontato in molte relazioni, tra cui quella di Mathurin d’Aux, commendatore dell’ordine di Malta, arrivata a El Escorial, dove fu tradotta per uso della corte (Gómez Canseco, 2022). Un testimone oculare della battaglia fu Miguel de Cervantes, un ottimo “soldato marino” che restò in servizio nella fotta spagnola per venti anni, anche durante i cinque anni di prigionia ad Algeri, riportando nei suoi scritti, novelle, pezzi teatrali e nel romanzo Don Chisciotte le sue esperienze delle battaglie e della prigionia. Egli fu imbarcato sulla galera Marchesa al comando del generale della flotta napoletana don Alvaro di Bazan dove fu ferito, rimanendo poi sei mesi in ospedale a Messina (Fernandez Duro, 1869). Egli definì l’evento come la “mayor yornada que vieron los siglos” (Cervantes, 1974: 433).
Cervantes restò a Napoli cinque anni alla corte del valoroso condottiero don Giovanni d’Austria, il “vincitore di Lepanto”; e qui poté frequentare uomini di cultura e forse leggere le prime produzioni del poeta sorrentino, visto che vi sono alcuni echi nei suoi scritti (Sirago Rastrelli, 2024: 104-108 e Sirago, 2026).

Ritratto di Miguel de Cervantes y Saavedra attribuito a Juan Martínez de Jáuregui y Aguilar, Madrid, Real Academia de Historia
In pochi anni, tra il 1571 e il 1573, a Napoli furono pubblicati molti poemi sulla battaglia e su don Giovanni, l’eroico condottiero, come quelli di Tommaso Costo: si passava così dalla storia all’epica mentre il condottiero, il capo della fortunata battaglia, assumeva il ruolo di mitico eroe (Caputo, 2023). Tali idee erano state elaborate da Torquato Tasso nella sua Arte poetica, un trattato pubblicato a Napoli nel 1594, durante il suo ultimo soggiorno (Tasso, 1964), in cui egli riprendeva le idee espresse fin dagli anni Sessanta. Anche il poema del Tasso, progettato tra il 1559 ed il 1560 a Venezia, era stato completato nel 1575; ma era stato pubblicato a Venezia nel 1580, mentre era chiuso a Sant’Anna, senza la sua autorizzazione, col titolo di Goffredo. Circolavano però stampe furtive di alcuni canti per cui il poema, pubblicato in versione ufficiale a Ferrara a cura di Febo Bonnà, un anno dopo col titolo La Gerusalemme Liberata, era già conosciuto.
Anche Torquato aveva risentito degli echi della battaglia di Lepanto, di cruciale importanza per la cristianità, adombrata nel suo poema. Per il poeta sorrentino la figura mitica di don Giovanni si stagliava nitida nella sua gloria, soprattutto nei tempi bui del suo “ricovero” in Sant’Anna. Ma il motivo di dedicargli un’ode era sempre collegato al desiderio di essere scarcerato e poter tornare a Napoli per recuperare l’eredità materna. In una lettera del 14 aprile 1581 scriveva alla sorella di aver saputo del suo secondo matrimonio con Ferrante Speziano, di cui si rallegrava, aggiungendo: Se mi trovate un Padrone a Napoli verrei a trovarvi – specie il Marchese di Pescara- poiché cerco qualcuno che mi liberi dalla mia prigionia da S.Anna (Tasso, 1825, t. I, lettera n. 220).
In un’altra lettera del 16 giugno 1581, sempre da Sant’Anna, le scriveva di non aver scritto ancora nulla su don Giovanni perché non era tranquillo e poi non aveva informazioni sulla sua morte (fu probabilmente avvelenato) e sul luogo di sepoltura. Poi aveva deciso di scrivere un sonetto in suo onore per cui le chiedeva di farlo pervenire alla marchesa di Pescara Lavinia della Rovere, ai cognati, i Sanseverino, e alla sorella Isabella, principessa di Bisignano, una famiglia che aveva sempre supportato il padre Bernardo (Tasso, 1852-1855, lettera 167). Il giorno seguente il poeta scrisse una lettera all’amico Maurizio Cataneo, segretario del cardinale Giovan Gerolamo Albani a Roma, in cui chiedeva di far recapitare la lettera scritta alla sorella insieme al sonetto Al Serenissimo don Gio d’Austria composto in ricordo del giovane condottiero, morto sui campi di battaglie delle Fiandre, da consegnare ai nobili e conoscenti che erano stati legati al padre e forse avrebbero potuto impietosirsi per la sua sorte (Tasso, 1825, t. I, lettera n. 22). In realtà la sorella era morta per cui fu il Cattaneo ad intercedere a Napoli per il poeta.

Ritratto di don Giovanni d’Austria, attribuito a Juan Pantoja de la Cruz, 1570 circa, Madrid, Museo del Prado
Torquato aveva voluto ricordare nei suoi versi l’impresa di Lepanto, entrata nell’immaginario collettivo come epopea della lotta cristiana contro gli infedeli (Blanco, 2014; Vespignano, 2012). José Maria Diez Borque (2005: 183) ricorda che per il poeta quella di Lepanto era stata la più nobile vittoria marittima che un principe o capitano avesse potuto ottenere dopo Augusto. Probabilmente durante uno dei suoi soggiorni napoletani aveva voluto nuovamente immortalare don Giovanni (Modestino, 1863: 217ss.), la cui figura era ancora ben presente nella capitale partenopea, dedicandogli un sonetto, in cui lo elogiava per aver debellato l’“invincibile Trace” (il Sultano) (Tasso, 1834, I: 889, n.404).
Dopo la pubblicazione della Liberata egli fu preso da scrupoli religiosi per cui cominciò a rivedere il suo poema per renderlo più conforme alle regole aristoteliche e alla rigida morale controriformista, lavorando ininterrottamente fino al 1593. Il nuovo poema, pubblicato a Roma nel 1593 col titolo di Gerusalemme conquistata, con dedica al cardinale Cinzio Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, che lo ospitava a Roma, secondo il Tasso era un poema perfetto (Tasso, 1593); ma ben presto cadde nell’oblio.
Nella Conquistata l’eco di Lepanto era divenuta ancor più marcata: nel canto III, vv. 1-50, egli descriveva il padiglione di Goffredo su cui erano ricamate le vicende dei primi anni della crociata, mirando a conferire all’impresa una forte connotazione epica, in cui non solo si faceva riferimento a quella antica ma soprattutto all’episodio della celebre battaglia del 1571, l’evento epico per eccellenza del suo mondo (Galbiati, 2017). Nella Gerusalemme conquistata ricordava la battaglia di Lepanto con questi intensi versi: Cerca il drago crudel speco o latebre;/copre Bisanzio ed Asia orror funebre (Tasso, 1834, stanza 114).
Echi del nuovo mondo scoperto da Cristoforo Colombo
Il mar Mediterraneo è presente in tutta la produzione poetica tassiana, ma nella Gerusalemme Liberata egli ha dedicato il canto XV al viaggio di Colombo, un viaggio profetico dei futuri viaggi nell’Oceano: un uom di Liguria”, Colombo, col suo ardimento e volere della Provvidenza, è riuscito a superare le colonne d’Ercole giungendo giungere nel “nuovo mondo (G.L., 31-32).
Le tre navi della sua flotta erano una carracca, l’ammiraglia Santa Maria, e due caravelle, nuovi tipi di vascelli adatti ai viaggi oceanici. Erano “bajeles redondes” (navi dallo scafo arrotondato), perfezionati in Spagna a partire dalla seconda metà del Quattrocento, forse su modello della cocca, di cui si conserva nel Museo Prins Hendrik di Rotterdam un ex voto, cioè un modello in scala nella eremita a Matarò probabilmente del 1450 (Meloni, 2014). Questo tipo di imbarcazione mercantile, resistente ai mari del Nord, gli aveva permesso di compiere questo incredibile viaggio (D’Alberto, 1895; Winter, 1986).
La tematica del mare infinito e delle scoperte geografiche è presente anche nel Mondo Creato (V, 495-502), in cui il poeta ha utilizzato le stesse parole e tematiche che celebravano l’impresa di Colombo nel XV canto della Gerusalemme Liberata. Tasso riprendeva il canto dantesco in cui Ulisse compiva il “folle volo” (Inferno, XXVI) (Granata, 1998); ma Carlo e Ubaldo, novelli Ulisse, “naviganti industri”, per i quali le Colonne d’Ercole erano “favola vile” (ottava 30), erano entrati nel “pelago infinito” con il vascello della Fortuna, diretti alle isole Fortunate (le Canarie) (ottava 33) per recuperare Rinaldo, ammaliato da Armida (Residori, 1992).
La digressione tassiana sulle nuove scoperte oceaniche rientra nella tematica dell’ulissismo (Gargano, 2016). Ma il poeta l’ha inserita nel conflitto istituzionale fra il piacere della scrittura e il rispetto delle norme controriformistiche. Se all’epoca di Dante esisteva il divieto religioso di oltrepassare il limite, in quella di Torquato i viaggi potevano essere inseriti in una visione provvidenziale in cui Colombo, novello Giasone, basandosi sul suo spirito di avventura, raggiungeva nuove terre dove poter evangelizzare i selvaggi abitanti (Zatti, 1995).
Il viaggio di Carlo e Ubaldo dalla marina di Ascalona alle isole Fortunate, lungo le coste settentrionali dell’Africa, iniziato nel XIV canto della Gerusalemme Liberata e descritto nel XV, è quasi una veduta panoramica del Mediterraneo: i cavalieri dovevano trovare Rinaldo, prigioniero della maga Armida, per riportarlo al campo crociato e rimediare alle sorti della guerra (Mastandrea, 2015: 553ss.). Per questa missione voluta da Dio i cavalieri nel canto XV attraversavano un mare innaturalmente calmo e sereno, solcato dalla “mirabil nave” (ottava 9,1-5), il vascello della Fortuna, che toccava porti importanti come Gaza (ottava 10, 4-6) e Tunisi (l’antica Cartagine, ottava 19,7-8). Lo stretto di Gibilterra fu per loro fonte di commozione, perché qui si mescolano il Mediterraneo e l’Oceano (ottava 22, 3-8); da qui la nave sfociava nel “pelago infinito”, dove ad un certo punto si scorgeva il primo monte delle isole Felici, o Fortunate (ottave 23, 6; 41, 1-4). Il tema del viaggio è sempre stato caro ai letterati a partire da Petrarca; ma il viaggio alla ricerca di Rinaldo è guidato dalla Fortuna come ‘ministra’ del disegno di Dio (Ferroni, 2006:131; Bendinelli Predelli, 2010). In questo viaggio, alla luce delle nuove scoperte geografiche, veniva superata l’antica geografia immaginaria di Tolomeo e dei Padri della Chiesa, per cui i due cavalieri potevano affacciarsi nell’Oceano, contrariamente ad Ulisse, un luogo poi attraversato dall’intrepido Colombo, quasi un “nuovo Ulisse”, di cui il poeta tesseva le lodi (Mastandea, 2015: 554).
L’incipit dell’encomio a Colombo è in alcune stanze intitolate Navigazione del mondo nuovo di Torquato Tasso espunte dal poeta, conservate in un manoscritto della Biblioteca Ambrosiana di Milano (ms R.99 sup.), appartenuto originariamente a Giovan Vincenzo Pinelli, amico di Torquato, figlio di un banchiere genovese, che aveva raccolto molti libri e manoscritti, acquistati poi dal cardinale Federico Borromeo (Cachey, 1992 e 1995: 223ss.).
In queste “ottave estravaganti”, come le definisce Lanfranco Caretti (1957), il viaggio di Carlo e Ubaldo si ampliava, il vascello attraversava le colonne d’Ercole, arrivava alle isole Fortunate dove i cavalieri non si fermavano e, dopo una pausa celebrativa per Colombo e i navigatori del Rinascimento, si dirigeva in Oceano, diretta al Nuovo Mondo ripercorrendo la rotta di Magellano, lungo le coste del Brasile e dell’Argentina “fino al ricco Perù”, per poi arrivare nell’isola di Armida, in un non meglio identificato arcipelago del Pacifico (Cachey, 1992 e 1995; J. Zatti, 1995; Bocca, 2012): Escon del breve stretto ad oceano vasto ed immenso il qual co’ venti ha tregua, sì ch’onda pur non disagguaglia il piano cui stabil calma e quasi eterna adegua (Caretti, 1957, estravaganti k-l).
Il topos delle Isole Fortunate, presente in Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca (Chacey, 1995: 83ss.), veniva ripreso dal poeta sorrentino in chiave provvidenziale. La “barca della Fortuna” su cui navigavano Carlo e Ubaldo, un “vascello incantato”, quasi il magico “vasel” dantesco del sonetto Guido, i’o vorrei, era stato già menzionato nel suo poema giovanile Rinaldo del 1562. Con questa barca incantata i due cavalieri navigavano per volere della Provvidenza divina, compiendo un viaggio fantastico come era accaduto per i viaggi di scoperta rinascimentali che secondo l’interpretazione del poeta si erano svolti per volere di Dio, non per motivazioni commerciali (Gargano, 1916: 245).
Nel canto XV della Gerusalemme Liberata vi è un preciso collegamento con il poema sulla navigazione Os Lusíadas del portoghese Luis Vas de Camôes, pubblicato nel 1572, in cui Vasco de Gama racconta ad un suo ospite in Tanzania la circumnavigazione dell’Africa (Bendinelli Predelli, 2010): qui gli schemi dell’epica del mare si sovrappongono alle vicende contemporanee (Ferroni, 2006: 132).

Carta del mondo del 1493 (dalle Cronache di Norimberga, di Hartmann Schedels). A Ovest delle coste africane sono visibili le Isole Fortunate (oggi Canarie)
Il confronto tra i due poemi è molto esplicativo. Torquato, seguendo le orme del padre Bernardo, aveva cominciato a ideare il suo poema verso i quindici anni, immergendosi in numerose letture, sia geografiche, come quelle di Ramusio, sia poetiche, come il poema del poeta portoghese (Lewis C. T. 2012). Egli conosceva bene Camôes a cui aveva dedicato un sonetto, Vasco le cui felici, ardite antenne/incontro al Sol, che ne riporta il giorno/spiegar le vele, e fer colà ritorno. Lo lodava per il suo poema, sottolineandone la primogenitura dei racconti sull’Oceano (Tasso, 1994, n.1157), prendendo spunto per il racconto del viaggio di Carlo e Ubaldo del XV canto della Liberata (Marnoto, 2015: 126-127). Il poeta portoghese aveva intuito che per il poema eroico era necessario aderire alla storia moderna, quella delle grandi scoperte geografiche del popolo lusitano con personaggi storici, non fantastici, come Vasco de Gama. Tasso accolse in parte questa poetica, impegnandosi come il portoghese a fondare il poema epico moderno: perciò decise di utilizzare le affascinanti tematiche dell’Oceano e del nuovo mondo per il canto XV della Gerusalemme Liberata.
I popoli stranieri che vivevano oltre le colonne d’Ercole erano definiti dalla Fortuna “barbari di costumi ed empi” (ottava 24), una definizione simile a quella di Camôes, secondo il quale Gli indigeni cresciuti sulla costa/non han di leggi e civiltà nozione (I, 53, vv. 3-4). Perciò secondo Tasso il viaggio di Colombo avrebbe permesso di ricondurli alla vera fede cristiana, una visione provvidenziale simile a quella del poeta portoghese, con cui era accomunato dall’interesse per il vero, per la storia e per la geografia (Cerbo, 2011).
In quel periodo molti poeti dedicarono i loro versi alla scoperta e conquista dell’America. Tra questi vi è il poema Mondo Nuovo del materano Tommaso Stigliani: l’opera fu pubblicata in parte nel 1617 a Piacenza (1617), dove egli ricopriva il ruolo di segretario dei Farnese (che forse lo finanziarono) (Lazzarini, 2019). Qualche anno dopo, nel 1628, fu ripubblicata in 34 canti, con dedica a Filippo IV.
Verso il 1580 lo Stigliani era venuto a Napoli dove probabilmente entrò alla corte di Matteo di Capua, cui dedicò un sonetto per le nozze con Giovanna di Zuñiga Pacheco, figlia del viceré Juan de Zuñica y Avellaneda. Qui avrà conosciuto Torquato Tasso (Aloé, 2009 e 2011) che gli avrebbe dedicato un sonetto, Stiglian, quel canto (considerato dalla critica apocrifo); e il poeta materano avrebbe risposto col sonetto Come salì tant’alto il suon umile in cui si dichiarava suo allievo. Alcuni critici sono in dubbio su questa amicizia, ma comunque dopo la morte di Tasso il poeta gli dedicò cinque sonetti, mostrando tutta la sua dedizione (Aloé, 2009).
Lo Stigliano nel suo poema riprendeva la tematica tassiana del canto XV della Liberata (Bocca, 2012), utilizzando i libri di Giovan Battista Ramusio; ma seguiva l’esortazione del poeta sorrentino che invitava lo scrittore a dimostrarsi “più tosto artificioso poeta che verace istorico” (Tasso, 1964), tentando di unire la storia con la poesia. In particolare, egli riprendeva il viaggio compiuto da Carlo e Ubaldo, rifacendosi forse anche alle “ottave estravaganti” comprese nella prima stesura, in cui l’isola di Armida si sarebbe trovata nell’oceano Pacifico (Cachey, 1992). Dopo la seconda edizione il poeta continuò a rivedere il poema, come dimostrano una copia fittamente postillata conservata presso la Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma ed alcune lettere (Aloé, 2011).
Anche Alessandro Tassoni provò a narrare il Nuovo Mondo nel suo poema incompiuto l’Oceano: ma scelse di limitarsi alla tappa di Colombo alle isole Canarie secondo il viaggio di Carlo e Ubaldo narrato da Tasso nel XV canto della Liberata. La tematica tassiana nell’ambito teorico venne ripresa da molti scrittori, in particolar modo da Miguel de Cervantes, che aveva vissuto a lungo a Napoli, dove avrà potuto leggere i Discorsi sull’arte poetica che già circolavano. Aveva letto anche l’Aminta, citata nel suo romanzo (Don Chisciotte, II, 62; IV, 295, 29) (Eisemberg, 1984 e 1991; Ruffinatto, 2002; Nienaber, 2006).
Già nel primo capitolo del Quijote, 47, il canonico di Toledo introduceva il discorso critico, mostrando di apprezzare i libri di cavalleria. In tutto il romanzo si notano molte coincidenze con i Discorsi tassiani, sottolineate da diversi autori. Cervantes, partito da Boccaccio e Ariosto, si è soffermato su vari autori, in particolare Tasso, non rinunciando al piacere della libertà, seguendo la sua via personale e feconda (Bognolo, 2017).
Un collegamento con la barca incantata tassiana citata nel XV canto della Liberata, suggerito da Antonio Gargano (2016), si può ritrovare nell’episodio del barco del Ebro del Quijote. L’hildalgo e Sancho salpano con questa magica imbarcazione, priva di remi, vele e sartie, pensando di essere chiamati ad una nuova avventura. Anche qui viene raccontato un viaggio avventuroso, con lo stile dei libri di cavalleria, basati sull’ulissismo. Don Chisciotte, convinto della magia della barca, non teme la navigazione, anche se il suo scudiero mostra preoccupazione, data la velocità dell’imbarcazione. Ma l’hidalgo, con saccenza pedantesca, ribatte, parafrasando il latino, che i “longiquos caminos y regiones” sono già stati effettuati, come lui ben sa, da uomo istruito, sottolineando con rammarico che se avesse posseduto un astrolabio, strumento usato dai naviganti esperti, avrebbe potuto calcolare le coordinate geografiche del luogo in cui erano arrivati; comunque ritiene che in breve avrebbero passato la linea dell’equatore. Il povero Sancho, ignaro dei termini scientifici, astrolabio, linea equinoziale, ecc., dopo che è salito sulla barca comincia a tremare dalla paura, timoroso per un prossimo e certo naufragio (Cervantes, 2015: 950-952). Il dialogo mostra la dicotomia tra conoscenza derivante dall’esperienza diretta (Sancho) e quella dell’“arte di navigare”, acquisita in un secolo di viaggi oceanici (don Chisciotte), che ha permesso di scoprire il “Nuovo mondo” (Gargano 2016: 247ss.; d‘Onofrio, 2006).
Conclusioni
Il mare per il poeta sorrentino rappresentava la sua culla, il ricordo materno, alimentato dal padre Bernardo. Ma era anche teatro di guerra tra cristiani e musulmani, dove il padre aveva combattuto, assistendo alla presa di Tunisi (1535), un’impresa per cui Carlo V era stato acclamato “novello Scipione”. Questo conflitto e quello epocale di Lepanto (1571) erano confluiti nella Gerusalemme Liberata, in cui vi era la narrazione di un altro conflitto epocale, la Prima Crociata, col suo capitano Goffredo di Buglione: un Mediterraneo in fiamme in diverse epoche, come quella che stiamo vivendo oggi, un conflitto sempre vivo, in cui vi era un continuo confronto tra cristiani e musulmani, presente perfino anche ai giorni nostri. Ma nel XV canto della Gerusalemme Liberata il poeta volle encomiare Cristoforo Colombo, un uomo profetico, che con il suo “folle volo” e con un “barco incantato” avrebbe poi aperto la via all’Oceano, un mare sconosciuto. Questo encomio profetico era un omaggio alla cultura del suo tempo, foriera di nuove scoperte, anche se filtrate dai dogmi della Controriforma, che avrebbero determinato in lui l’idea di espungere alcuni passi della Liberata, un po’ fuori dai canoni, a suo giudizio, da cui sarebbe nato un poema rivisitato, meno fantasioso, la Conquistata. Ma questa rivisitazione non lasciò molte tracce, al contrario della Liberata, rimasta ben presente nell’immaginario collettivo per la sua “alta fantasia”.
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