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Torno a Pasqua o a Natale: per un racconto delle migrazioni a scuola

da La montagna capovolta di Francesca La Mantia

da La montagna capovolta di Francesca La Mantia

CIP 

di Salvina Chetta 

-Lo vedi che ci sono le gambe?

-Ah, sì è una persona!

-Ma cosa dici? No, non è…

-No? Ci sono le gambe!

-Si vede la testa!

-Non è una persona!

-Sì, è una persona, ci sono le gambe, ci sono i piedi pure!

-No, è una persona, è morta, è morta!

Sono sgomenti, smarriti, i ragazzi che dalla finestra di una scuola di Tropea scorgono spiaggiarsi il corpo senza vita di una donna. Sono increduli, quasi volessero negare l’orrore, gli studenti di Tropea. “Considerate se questo è un uomo (…) Considerate se questa è una donna”.  Ma la verità si impone ai vetri delle finestre: è una persona, è morta! È il corpo esanime di una donna migrante. Non è il solo, altri ne sono arrivati dal mare ad Amantea, a Paola, a Pachino tra il 14 e il 21 Febbraio di questo nuovo anno appena iniziato. La nave di soccorso civile Mediterranea Saving Humans lo aveva preannunciato nei giorni funesti del passaggio del ciclone Harry: mille migranti dispersi, forse di meno o forse di più.

Ma i numeri non contano: muore un uomo tentando la traversata, ne muoiono due, ne muoiono 100, cosa importa? Si ripetono i difensori della qualità. Muore un uomo, ne muoiono 1000 tentando il mare grosso, cosa importa a chi, a forza di scrollare il pollice sul Mondo è diventato indifferente pure allo scandalo della quantità. Gli uni e gli altri sicuri nelle loro tiepide case. Ma meditate che questo è: “Scolpitelo nel vostro cuore/ stando in casa andando per via/ Coricandovi, alzandovi;/ Ripetetele ai vostri figli/ O vi si sfaccia la casa, / La malattia vi impedisca, / I vostri nati torcano il viso da voi”.

anyconv-com__cfccff33-7e5c-4727-8bd5-30fb90e0a9a9Ripetetele ai vostri figli! Parlavamo in classe di migrazioni in questi giorni di vento, acqua che fa crollare le strade e i paesi, indignazione, sempre tarda, tuttavia, per la mala politica e lo sperpero di pubblico denaro. Leggevamo noi, nella nostra piccola scuola di Cefalà Diana, nella nostra aula di poche anime, La montagna capovolta, il libro scritto da Francesca La Mantia, illustrato da Cinzia Battistel ed edito da Gribaudo nel 2021 per raccontare le migrazioni ai bambini.

Leggevo ad alta voce alla classe e irrigidivo spesso i muscoli delle guance e della bocca, perché ai bambini non arrivasse la mia voce rotta dall’emozione. Ascoltavano i miei alunni la storia della famiglia di Rocco, di nonna Caterina, del padre di lei emigrato dal paesino abruzzese di Lettomanoppello per andare a lavorare in Belgio, nella miniera di carbone Bois du Cazier a Marcinelle. In Abruzzo faceva il pastore il papà di nonna Caterina e campava di stenti come tanti suoi compaesani: i manifesti rosa che tappezzavano le strade dell’Italia per richiamare forza lavoro dalle miniere del Belgio, all’indomani della Seconda guerra mondiale, avevano acceso in molti le speranze per un futuro migliore.

anyconv-com__823ad682-9c42-46df-bfc1-1963598f8d14L’ “Accordo minatori-carbone”, stipulato tra l’Italia e il Belgio il 23 giugno del 1946, con cui l’Italia si impegnava a trasferire manodopera nelle miniere del Paese cofirmatario e il Belgio a risarcire il bel Paese con 200 Kg di carbone al giorno a prezzo di favore, aveva portato all’emigrazione di 63.800 italiani. Una emorragia di anime e gambe e braccia: 63.800 italiani “venduti per un sacco di carbone”! I manifesti promettevano salari vantaggiosi, premi eccezionali e supplementari ai lavoratori, assegni familiari, carbone gratuito, ferie, premi di natalità, assenze giustificate per motivi di famiglia, alloggi… In classe ne abbiamo analizzato uno alla LIM: non leggiamo, tuttavia, delle condizioni lavorative e di vita disumane. La verità si fa chiara solo dopo il disastro di Marcinelle, l’8 agosto 1956, quando un incendio alla miniera Bois du Cazier causa la morte di 262 minatori, di cui 136 italiani. Sgomento, indignazione come sempre fanno tardi ad arrivare e hanno la durata e l’efficacia di una bolla di sapone.

Caterina vive in Belgio ormai da sessant’anni, è rimasta anche dopo la morte del padre avvenuta in quella miniera come una “montagna capovolta” in cui, scavando, Rocco immagina che il proprio bisnonno abbia trovato il cielo. La vita della sua famiglia di migranti Caterina la racconta al nipote Rocco un’estate in vacanza mentre scala la Majella, la montagna dell’infanzia, del ricordo, della riconciliazione, forse, con la storia.

Cefalà Diana (ph. Salvina Chetta)

Cefalà Diana (ph. Salvina Chetta)

Cefalà Diana è un piccolo paese in provincia di Palermo, non distante dalla statale Palermo-Agrigento e vicinissimo al paese di Villafrati, con cui condivide storia, matrimoni, servizi, scuola e territorio, e al paese di Godrano con cui condivide la vista della montagna, Rocca Busambra. Il paese è conosciuto per il castello e le terme arabe ai piedi della collina Chiarastella. A Cefalà Diana vivono poco meno di 1000 persone e da una decina di anni la scuola primaria è costituita da due pluriclassi. Il vecchio grande edificio scolastico, dove ha iniziato ad insegnare mia mamma all’età di 20 anni, è ormai inagibile, ma il paese si va spopolando, è stato più opportuno costruire un nuovo edificio più piccolo anziché ripristinare il vecchio che più in cima alla strada si erge ancora con le crepe grosse ai muri e i disegni dei bambini alle finestre.

La seconda pluriclasse, dove insegno, è formata da 13 alunni e comprende una quarta e una quinta; la prima pluriclasse è composta da 15 alunni e unisce bambini di prima, seconda e terza. Durante quest’anno scolastico, a Novembre, sono andate vie due alunne, si sono trasferite con i genitori in città, a Palermo, in compenso è arrivata un’alunna originaria della Romania: per uno non abbiamo fatto pari; ma il prossimo anno entrerà un solo bambino in prima e ne usciranno 9 per andare alla scuola secondaria di primo grado nella vicina Villafrati. A Cefalà Diana, Mezzojuso, Godrano, Villafrati, Campofelice di Fitalia, nei cinque comuni dell’Istituto comprensivo “Beato Don Pino Puglisi”, chiudono le case e le botteghe, chiudono i bar, le aule delle scuole, solo non finisce lo sciacallaggio della politica sul nulla, sul vuoto spinto delle sagre per i turisti. Ora ci chiamano borghi per vendere meglio il formaggio, loro pensano, come fossimo in Umbria o in Toscana, nei paesi bandiera arancione, nei borghi ridenti; ma noi siamo i paesi bandiera bianca della resa, chiudiamo casa, scuola, bottega e partiamo.

-Maestra, anche mio nonno ha fatto come il nonno di Rocco, è partito, è emigrato.

-Anche mio zio, maestra!

-E mio padre!

anyconv-com__b8ef04f1-5d61-4588-9e5f-d8fe76219cd8In Svizzera, in America, a Sassuolo… Il tema dell’emigrazione accomuna tutti, in classe si sono ravvivati gli sguardi, l’argomento è caro e vicino. Facciamo una ricerca. Cominciamo a pensare a delle possibili domande da fare a un parente, un amico, un conoscente partito, emigrato o partito per alcuni anni e poi ritornato. Nel giro di pochi giorni iniziano ad arrivare in classe le interviste. Le leggiamo ad alta voce, le commentiamo, le trascriviamo al computer in prima persona come fossero diari di migranti, come fece Tommaso Bordonaro che emigrò in America dalla vicina Bolognetta e da contadino semianalfabeta quale era ci lasciò un magnifico scritto curato dallo storico Santo Lombino e intitolato La spartenza.

Scrivere bisogna, “raccontatele ai vostri figli” le storie di lotta e di miseria. Scrivere come fece caparbiamente Clelia Marchi che ha riempito della storia della sua vita il lenzuolo matrimoniale. Scrivere perché la coscienza storica e la memoria collettiva rappresentino un vero valore costituzionale. Scrivere, raccontare, dare voce. Così Mirco ci racconta di Salvatore, partito da Villafrati per andare a lavorare a Sassuolo all’età di 18 anni. Partito per fare il fabbro «È stato difficile abituarmi a una nuova città, ma piano piano mi sono abituato e ormai vivo qui da molti anni. Qui ho fatto nuove amicizie, qui ho incontrato mia moglie, sto proprio bene. Ogni due anni torno per stare con la mia famiglia a cui sono molto affezionato».

Giorgia ci parla di Rita partita per l’Irlanda a 23 anni: «Ho fatto la babysitter, poi ho lavorato alla reception in un hotel, adesso lavoro alla Apple. Qui sto bene, ma mi manca la mia famiglia, ho studiato al classico, ho studiato lingue straniere. Qui ho fatto tantissime amicizie e mi sono sentita accolta. Torno a Pasqua o a Natale».

anyconv-com__784e011c-3de4-413b-af9b-6fe6517e6345Diletta ci racconta di Nicolas, partito a 25 anni da Cefalà Diana per andare in provincia di Parma: «Sono partito per lavoro. Ho fatto il magazziniere di Amazon. Sono stato bene, mi piaceva. Ho studiato fino alla terza media. Poi mi è finito il lavoro e sono tornato».

Thomas ci riferisce di Vincenzo che è partito a 24 anni per andare a Roma a cercare nuove possibilità lavorative: «A Roma ho lavorato come programmatore informatico. Mi trovavo molto bene, anche se era tutto più caro. Ho frequentato l’università di Scienze storiche. Ero felice lì. Una volta ho fatto il modello per una sfilata di moda e costume. Sono tornato per problemi familiari».

Rocco ci racconta di Giuseppe che si è arruolato nell’esercito a 20 anni: «non c’erano tante opportunità di lavoro dove abitavo. Ho deciso di vivere qui e di costruire casa e fare famiglia. Una volta, viaggiando su un treno da Milano a Torino, ho visto dei paesaggi bellissimi, mi sembrava di attraversare le Saline di Trapani o Marsala, invece erano dei terreni allagati, tutti ritagliati come fossero dei quadretti, erano piantagioni di riso».

Sono queste le nuove migrazioni, quelle di ragazzi e ragazze che hanno studiato e intraprendono nuovi impieghi: il magazziniere di Amazon, il programmatore informatico, la centralinista. La nostalgia, la difficoltà per imparare la lingua, abituarsi a nuove usanze, le difficoltà economiche accumunano, tuttavia, tutte le spartenze.

Alessia e Nicole scrivono di Salvatore partito da Cefalà Diana per andare a Sidney: «ho studiato fino alla quinta elementare. Sono partito per cercare lavoro a 20 anni. A Cefalà Diana facevo il contadino, in Australia ho lavorato in uno zuccherificio. All’inizio si viveva un po’ male, perché non si sapeva la lingua, poi lavorando si stava bene. Ho imparato l’inglese, mi sono sentito accolto: ho conosciuto altre famiglie italiane e australiane. Ma mi mancava la mia famiglia. Ho fatto conoscenza con una famiglia di aborigeni».

Luigi ci parla del nonno Antonino: «sono partito da Villafrati e sono arrivato a Losanna. Sono partito per cercare lavoro. Avevo 18 anni e 6 mesi. Ho vinto il concorso e sono stato assunto al Ministero degli Esteri, ho lavorato al Consolato Italiano dal 1967, sono andato in pensione a gennaio 2000. In Svizzera sono stato benissimo, ho trascorso gli anni più belli della mia vita. Quando ho chiesto trasferimento e ho lasciato la Svizzera, un pezzo del mio cuore è rimasto a Losanna. A Losanna ho imparato la lingua francese. Ho vissuto e lavorato a Losanna per 19 anni, poi ho chiesto trasferimento a Roma. Nel 1982 sono tornato a Palermo, ho ottenuto trasferimento per ricongiungimento familiare. Sono tornato in Sicilia per amore della mia famiglia e della mia terra».

Maria Vittoria ci racconta di Giuseppe partito da Cefalà Diana per andare a Chicago: «sono partito per cercare lavoro. Ho fatto l’operaio, ho studiato fino alla terza media. In America mi sono sentito accolto, perché ci sono i miei parenti. Ho imparato l’inglese. Sono tornato dopo 32 anni per ritrovare i miei amici. Dell’America mi è rimasta impressa la mia prima vera tempesta di neve».

Gloria parla di Francesco, suo nonno: «sono partito da Cefalà Diana per andare in Svizzera, a Kleindottingen. Sono partito per andare a trovare mio fratello Luigi che viveva lì, in occasione del suo matrimonio. Avevo 25 anni quando sono partito e in Svizzera ho festeggiato il mio ventiseiesimo compleanno. Ero barbiere, adesso sono in pensione. Lì tutti erano impegnati con il loro lavoro, ma la sera al rientro era una grande festa, dopo cena rimanevamo a scaldarci davanti al fuoco e a chiacchierare fino a tardi. Ho frequentato la scuola elementare di Cefalà Diana. Sono rimasto sei mesi e sono tornato, eravamo nel cantone tedesco e per me era troppo difficile imparare la lingua, avevo molta nostalgia della mia famiglia, la nostalgia era più forte dei bei posti che ho visitato».

anyconv-com__b74a0a05-f32f-471a-82cf-a8d085d1475ePaola ricostruisce la storia dei suoi nonni: «siamo partiti da Cefalà Diana per andare in America. A Brooklyn. Siamo partiti per lavoro, avevamo 24 e 20 anni. Prima abbiamo gestito una pizzeria, poi una fabbrica di cappotti. Ci sentivamo come a casa, abbiamo imparato la lingua americana, ma avevamo nostalgia e le nostre famiglie volevano che tornassimo. Ricordiamo ancora la prima volta che siamo entrati in un centro commerciale, la meraviglia per la grandiosità dei negozi».

Il nonno di Alessia è andato in Cina: «sono partito per lavoro quando avevo 34 anni. Sono andato in Cina e sono rimasto lì per due anni. Il mio lavoro era insegnare ad usare i macchinari cinesi agli operai che lavoravano con me in questa fabbrica di materiale edile. Dal mio punto di vista si viveva un po’ male, perché il cibo non era molto buono. Ho fatto molte amicizie, mi sono sentito accolto, ho imparato anche il cinese. Ho studiato fino alla terza media, perché già lavoravo da bambino. Quando ero in Cina provavo tanta nostalgia per il mio paese, anche perché era il paese dove si trovava la mia famiglia e pure per questo sono ritornato in Italia».

Il 20 Febbraio incontriamo Francesca La Mantia, autrice de La montagna capovolta, che è venuta nella nostra scuola per presentare il suo libro e parlare di migrazioni, leggiamo le nostre interviste a una platea di ragazzi e ragazze. Diamo voce alle storie, a “chi ha letto un milione di libri e a chi non sa nemmeno parlare”. L’incontro finisce, fuori piove a dirotto, aspettiamo che i genitori vengano a prendere i propri figli, saluto Cristian, l’ultimo bambino, e torno a casa sotto la pioggia senza un ombrello: “allora la luce mi illuminò davvero interamente, e io divenni quello che sono (…) e andai a casa a piedi conversando con il popolo” (Lev Nikolàevič Tolstòj, Le memorie di un pazzo). 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Salvina Chetta, vive a Mezzojuso (PA). Si è laureata in Lettere moderne ed è insegnante di Sostegno nella scuola primaria. Ha fatto parte della Compagnia del Teatro del Baglio di Villafrati (PA). È appassionata di fotografia e ha pubblicato alcuni saggi sull’emigrazione siciliana in Tunisia. Per la rivista “Nuova Busambra” ha curato la rubrica “Nìvura simenza” sulle scritture popolari.

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