Qui non si entra e non si può andare via, “si può entrare solo dall’alto” racconta della sua torre Damian, nostro compagno di viaggio tra le increspature di una società di strada, ed è così, solo dall’alto pur immergendosi, che piombiamo all’interno di un margine di sofferenze sfilacciate che avvolge la centralità frenetica della capitale; «l’alternanza tra l’‘alto’ e il ‘basso’ appare, assai nettamente, connessa con una violenza non più fisica ma spirituale che inverte in rapporto da dominante a dominato» (Girard, 2017: 214).
La torre che Damian elegge a rifugio non è soltanto un riparo fisico ma un dispositivo simbolico: una verticale sottrazione allo sguardo ordinario, una casa sospesa sopra la frenesia indifferente della Stazione Termini. Vi si accede con una scala improvvisata, attraversando un varco che è già selezione, già filtro tra dentro e fuori. In quello spazio angusto eppure rivendicato come proprio, Damian cucina, canta, accoglie, sogna. La sua voce roca, vibrante e caparbia attraversa le mura come un tentativo di iscrizione nel mondo, mentre il desiderio di diventare cantante non si configura come fantasia evasiva ma come progetto identitario, come possibilità di ridefinire la propria collocazione simbolica.
Nella mobile soglia del margine si inscrive il lavoro profondo dei giovani registi, Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuentes, che in “San Damiano” scelgono una posizione di prossimità liminare, sospesa tra partecipazione e testimonianza. Le riprese, tra giorni e notti condivisi, tra eccessi d’ira e tremule incertezze, non si fanno mero dispositivo di osservazione ma attraversamento del vivere e del sentire. La macchina da presa si lascia coinvolgere e il progetto documentaristico si intride di pratica relazionale, non osserva né seziona dall’esterno ma si espone, si lascia attraversare, accetta il rischio dell’implicazione. La restituzione filmica traduce lo spazio di relazione in cui lo sguardo si fa responsabilità. Il margine, co-vissuto dai registi, non è limato a oggetto di indagine sociologica, cornice narrativa del disagio ma diviene, invece, luogo di emersione dell’umano, di rivelazione di quella trama complessa di fragilità, resistenze e desideri che eccedono ogni definizione semplificante.
È proprio questa scelta etica a guidare la comprensione dell’emarginazione quale frattura profonda del legame simbolico e il progressivo scollamento tra identità e riconoscimento, tra esistenza e appartenenza. L’emarginazione ha la forma del distacco dal reale, inabissato e pervasivo. I protagonisti di questo percorso si svelano a noi nei loro profondi, indicibili, irrisolvibili traumi familiari fatti di perdite, di affetti sottratti o negati, di rifiuti, di separazioni innaturali, di dipendenze e di economie in disastro. Bisogni e ferite che si affannano in urlate quanto soffocate richieste di aiuto, d’amore e di sguardi negati. La vita diventa, in alcuni casi lo è sempre stata, alterazione sensoriale e rappresentativa, immagine scomposta di un passato che si affastella sul respiro e sull’io in una mistura indissolubile di disturbante e ammutolito dolore, spento nella continuità del vivere e del sopravvivere.
San Damiano è una storia, è la storia di Damian e di tante vite, di immagini di un reale strappato e di desideri che sovrappongono languore di libertà e voglia di abbacchio e lasagne in un lucidissimo insieme di bisogni che, nella sua distopia, nulla sottrae alla profondità del pensiero, del sentire. Gli spaccati che si susseguono ci svelano la bellezza di un entusiasmo infantile che trascina dentro di sé grumi di dolore coagulati e divenuti struttura stessa dell’io; un’individualità che non si stupisce del male ma che lo accoglie, come una delle tante linee che indifferentemente tracciano la sagoma interna e la maschera sociale del singolo.
Spinta ai margini della società prevalente, un’altra al suo interno la abita quale centro di un fiato scuro e cupo, riarso di cicatrici indurite, illuminato da slanci di vita e di speranza, alienato dall’ottundimento autoindotto dei sensi che troppo hanno subìto. L’alcool e le droghe spengono le urla dell’io rannicchiato nella memoria di un male che si è fatto devianza, esclusione, passo monco nell’agonistica corsa della società dei forti, dei sani, dei riconoscibili. È questa società a rendere vacui i volti vivi dei protagonisti del documentario, trasformando in impersonali sagome quei membri che ha paura di riconoscere come parti del sé, specchi di un precipizio di intime paure, mai escluso nel labirintico ventaglio delle vicissitudini.
L’alterità che si manifesta nel recinto dell’io comunitario, addensandosi con maggiore evidenza nelle più grandi città affollate di anonimato, muove resistenze profonde nella società, spaura e per questo la si fugge come se fosse una cellula impazzita capace, per mitosi, di duplicare sé stessa e di sostituire con copie del sé le altre sagome della comunità estesa e queste, atterrite dal contatto, si fanno cieche, sorde, veloci, per ottundere la coscienza e per rifuggire il riflesso di sé proiettato come ombra sbilenca nella marginalità reietta di queste screpolature sociali, per non riconoscere in quelle anime vaganti nell’Ade urbano un proprio simile, passato dalla vita al non essere comunitario, da un io sociale a un’anonima identità.
«Anche oggi, come allora, si vede come la gente abbia sempre avuto paura del diverso ma ne sia, allo stesso tempo, anche incuriosita: la diversità, indiscutibilmente, ci attira, ma ci mette anche in discussione. Succede così che, pur osservandolo abitualmente, si fugge il diverso. E lui, in questo modo, viene a essere sempre più emarginato» (Imprudente, 2003: 55).
Volti che scorrono, che svaniscono nell’invisibilità che li ha soffocati, sui marciapiedi illuminati dalle vetrine e lungo il perimetro di una stazione, allegoria di un movimento alacre che si staglia su ingranaggi scivolati fuori dai binari della macchina sociale. In quegli scorci si avvicendano corpi e vite, ferite e urla di un dolore che non trova più spazio per dissolversi se non al suo interno.
L’amore, così centrale nell’esperienza dei protagonisti, è esperito nel degradare di sfaccettature plurime, intense e soffuse, evocate e deformate nella pluralità intima di esistenze battute.
«La sopravvivenza (sopravvivenza animale, sopravvivenza fisica, corporea) può fare a meno dell’amore di sé. Anzi, starebbe meglio da sola che in sua compagnia! Le strade dell’istinto di sopravvivenza e dell’amore di sé possono correre parallele, ma possono anche imboccare direzioni opposte […] L’amore di sé potrebbe ribellarsi al perpetuarsi della vita. L’amore di sé potrebbe spingerci ad ambire il pericolo e ricercare la minaccia […] Per essere dotati di amore di sé, ci occorre essere amati. Il rifiuto dell’amore – il diniego dello status di oggetto degno di essere amato – genera odio di sé. L’amore di sé si costruisce con i mattoni dell’amore offertoci da altri» (Bauman, 2008: 110-111).
“Ti trattano come se non sei un essere umano, ti giudicano e sanno che sei un innocente che non ha capito un cazzo”, dice Sofia, con la serena rassegnazione di chi, invece, del male conosce e ha capito ogni abisso. “Ho sofferto tutta la vita. Basta. Voglio vivere!” è lo scoppio esasperato che deflagra dall’ottundimento del dolore, costante e multiforme, che permea la realtà di Damian, voce principale di un coro di spasimi dimenticati.
Come un ingranaggio rotto, la società, con le sue urgenze e le aberrazioni nascoste, con la paura di ciò che non conosce e non comprende, inizia a produrre corpi e vissuti feriti, mutilati, esasperati. Li violenta con l’emarginazione, coi tacchi battuti che mettono quel passo in più di distanza, di sicurezza, di distacco. Li accatasta negli anfratti delle città e ne tiene vivo il ricordo solo nel contraltare della rassicurazione personale che pone un noi e un loro come muro di cinta, invisibile ma immane, e crea innaturali confini nello spazio umano del riconoscere sé nel volto dell’altro.
«Ogni vita è un equilibrio complesso dove gli svariati elementi si limitano tra di loro, né può rompersi tale equilibrio senza produrre dolore o malattia […] Non si può placare una sete inestinguibile» (Durkheim, 2008: 499). La storia di Damian è fatta di abbandoni, di attese disilluse, di abusi e di estromissioni dalla socialità diffusa. Da un’infanzia lacerata dalla mancanza di una figura materna, presente e amorevole, è scivolato nell’alienante vischiosità di un ospedale psichiatrico, da lì la fuga verso il sogno di una vita libera, nuova, ancora capace di includere al suo interno progetti, speranze e ambizioni. «Il progressivo racconto delle storie di vita ha favorito l’emergere delle idee eziopatogenetiche di ciascuno, cioè dei costrutti interpretativi e degli impliciti culturali legati alla visione della propria sofferenza» (Ancora, 2017: 183).
Rimane il nocciolo dell’umanità, rimane il nucleo dell’io e dei suoi bisogni essenziali, negati e inascoltati. «Allora mi chiedo: che cos’è per la cultura di oggi lo svantaggio? È innanzitutto una condizione di inferiorità, derivata da una mancanza di qualcosa […] La disistima è alla base dell’emarginazione» (Imprudente, 2003: 58).
Ma, nel finale, Damian riesce a scrivere quattro libri di suo pugno e impara a produrre musica con il computer, a lasciare traccia della propria voce nei titoli che scorrono, nell’immagine di copertine segnate dalle proprie impronte raschianti ed «È così che la sua rivolta è creatrice. Col trattamento imposto alla realtà l’artista afferma la sua forza di rifiuto. Ma quanto egli serba di realtà nell’universo che viene creando rivela il consenso dato a una parte almeno del reale» (Camus, 2016: 293).
L’invisibilità del crollo, della dignità negata nell’indifferente sprezzo della società prevalente, fa da rampa all’ottundimento dell’accumulo del dolore, al rifiuto della solitudine e a un non amore che si schianta, invece, contro la primordiale, forte, prepotente voglia di esistere che in piccoli focolai accende l’intimità di un vivere esiliato nella privazione. “È meglio se non provo più niente” scivola tra le frasi, le risa, i pianti, le ferite che, grazie alla pellicola, risaltano alle nostre coscienze, scorre sugli occhi lucidi di Agostino, sull’amaro riso sardonico di Christopher, sulla resa di Daniel e sul volere ancora sorridere di Alessandro, Vincent, Vikas e Musa, e ancora scorre su Ivan, Rita, Ibrahim, Juan, Mourninstar, Fiorenzo, Alessandro, Dorota, Alessio, Felice e Costantino, cha a noi si sono mostrati per tornare a scivolare nel silenzio dell’invisibile.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Riferimenti bibliografici
A. Ancora, Verso una cultura dell’incontro. Studi per una terapia transculturale, Franco
Angeli, Milano, 2017.
Z. Bauman, Amore liquido, Editori Laterza, Bari, 2008.
A. Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, Milano, 2016.
É. Durkheim, L’educazione morale in Il suicidio. L’educazione morale, Utet, Torino, 2008.
R. Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano, 2017.
C. Imprudente, Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia,
Erickson, Trento, 2003.
E. Viveiros de Castro, Metafisiche cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale,
Ombre corte, Verona, 2017.
_____________________________________________________________
Valeria Dell’Orzo, laureata in Beni Demoetnoantropologici e in Antropologia culturale e Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha indirizzato le sue ricerche all’osservazione e allo studio delle società contemporanee con particolare attenzione al fenomeno delle migrazioni e delle diaspore e alla ricognizione delle dinamiche urbane. Impegnata nello studio dei fatti sociali e culturali e interessata alla difesa dei diritti umani delle popolazioni più vessate, conduce su questi temi ricerche e contributi per riviste anche straniere.
______________________________________________________________









