In passato la descrizione morfologica delle piante e in particolare dei vitigni, nonché lo studio delle attitudini di adattamento al clima, al terreno, alla resistenza alle malattie e alle intemperie erano il risultato della raccolta di numerose informazioni che il naturalista, il botanico, lʼerudito acquisivano contando solo sulla loro capacità di indagine sensoriale; erano frutto, quindi, di unʼattenta analisi del maggior numero di dettagli possibili. Questa attitudine (dedizione e passione) spesso si accompagnava alla capacità di rappresentazione grafica, per meglio evidenziare le differenze tra gli esemplari osservati, alla formazione di collezioni delle varietà in appositi campi e a creare erbari con il materiale vegetale (foglie, maglioli, semi, ecc.) [1].
Oggi, questa modalità operativa e il relativo bagaglio di notazioni qualitative e quantitative rimane pur sempre importante, ma non è più sufficiente a fornire risposte adeguate agli interrogativi e alle esigenze conoscitive degli agronomi; risposte che, invece, solo le moderne indagini molecolari di laboratorio possono offrire.
La nascita ufficiale dell’Ampelografia ‒ disciplina che si occupa di descrivere le differenze tra le molteplici varietà di viti ‒ pur se il termine era già stato utilizzato in precedenza, si fa risalire al 1841, anno di pubblicazione dell’Essai d’Ampélographie del conte Alexandre-Pierre Odart, seguito, nel 1845, dal suo Traité d’ampélographie, ridenominato nel 1849 Ampélographie universelle [2]. Questi studi sistematici ponevano le basi di una nuova branca delle scienze naturali, creando uno spartiacque rispetto al passato, in termini di codificazione e metodologia scientifica. Ed è questo il terreno impervio nel quale durante tutto lʼOttocento hanno sviluppato le loro ricerche tanti studiosi europei, soprattutto francesi e italiani. Tra questi ultimi vanno ricordati Giorgio Gallesio, Giuseppe Acerbi, Giuseppe di Rovasenda, Francesco Minà Palumbo, Antonio Mendola, Domizio Cavazza ed altri che hanno dato un contributo fondamentale alla conoscenza della viticoltura del nostro Paese. E lʼargomento oggetto delle considerazioni che seguono affonda le radici proprio nel cuore dellʼampelografia ottocentesca e, in particolare, nel territorio siciliano che rappresentava un autentico continente di biodiversità viticole.
Da qualche anno, infatti, si sta sviluppando un intenso confronto tra operatori del settore, agronomi e genetisti riguardo alla possibilità che il vitigno Grillo sia stato creato artificialmente dallʼillustre ampelografo siciliano barone Antonio Mendola (1828-1908), originario di Favara (AG) [3], quale risultato di un incrocio tra due varietà di viti effettuato nel suo podere. In questo sito, fin dai primi anni Sessanta dellʼOttocento, aveva iniziato a collezionare esemplari provenienti dalla Penisola e dallʼestero, oltre naturalmente che dalle altre province dellʼIsola.
Il procedimento seguito dal Mendola per dar vita ad un nuovo vitigno, cui diede il nome di Moscato Catarratto Cerletti, fu da lui stesso descritto in un articolo pubblicato negli «Annali di Viticoltura» del 1874. Uno stralcio di questo articolo venne poi ripreso fedelmente nel 2° volume dellʼAmpelografia, preziosa opera di Girolamo Molon, pubblicata dalla casa editrice Hoepli nel 1906, dalla quale si riportano le testuali parole del barone favarese:
«Seme di Catarratto bianco, fecondato artificialmente col Zibibbo nella fioritura del 1869, nel mio vigneto in Piana dei Porti presso Favara; raccolto a 27 agosto stesso anno; seminato in vaso a 3 marzo 1870 e nato verso il 20 maggio. Nel 1871, osservando nel vaso 105 una piantolina ben distinguersi tra le molte sue consorelle pel vigore e colore delle foglie, e più nel tomento che ne rivestiva la pagina inferiore, tomento che raro si vede come ho detto più volte, nelle viti seminate, trassi una piccola marza, e la innestai nel febbraio 1872, sopra un robusto ceppo di Insolia nera, onde affrettare la fruttificazione, e così ebbi il piacere di gustarne i primi grappoli nellʼautunno 1874» [4].
Nasceva così una varietà viticola i cui genitori erano ‒ secondo la descrizione del Mendola ‒ lo Zibibbo ‒ cioè il Moscato di Alessandria ‒ e il Catarratto bianco. Poiché anche il vitigno Grillo, come avrebbero dimostrano gli studi molecolari pubblicati a partire dal 2007, è il risultato di un incrocio tra lo Zibibbo e il Catarratto bianco, si è fatta strada lʼipotesi che creatore ne sia stato il barone Mendola. Il dibattito in questione trae origine proprio da questa singolare apparente coincidenza: se le due uve hanno gli stessi genitori, vorrà dire che avranno avuto anche il medesimo artefice.
Prima di valutare sul piano storico lʼattendibilità di tale tesi, facciamo un passo indietro di un anno rispetto allʼinizio della procedura descritta dal Mendola il quale, nel 1868, aveva pubblicato il suo primo e unico parziale elenco di circa 1.160 viti italiane e straniere, estratte dal catalogo generale della sua ricchissima collezione ampelografica [5]. Le varietà venivano riportate con la denominazione in italiano o nel dialetto del luogo di provenienza o anche con entrambe e in diversi casi anche con un commento e con le indicazioni dei sinonimi con i quali uno stesso soggetto veniva indicato in altri territori.
A quella data, il numero complessivo degli esemplari della sua collezione si attestava probabilmente intorno a 1.500-2.000 unità. In questo estratto a stampa non compare il nome di alcun vitigno denominato Grillo, né gli equivalenti dialettali griddu, ariddu o ariddaru [6]. Si indicava un Ariddu di Gaddu, unʼuva da tavola bianca e nera che lui stesso traduceva in «coglioni di Gallo»; varietà presente in Sicilia e nella provincia agrigentina, che non aveva nulla a che vedere con il Grillo. Sinonimi dellʼAriddu di gaddu utilizzati in altre località erano la Galletta in Toscana, lʼantica Chadym-barmak, presente in Siria e Marocco, la Buttuna di gaddu nel trapanese, la Pizzutella così chiamata nella campagna romana, la Minnavacchina in Sicilia orientale, ecc.[7]. Naturalmente, poiché lʼelenco del Mendola non riportava i nomi di tutte le varietà della sua collezione, non si può escludere che nel suo podere fosse presente anche la varietà Grillo, ma questa ipotesi non è verificabile.
Tornando alla genesi del dibattito (Grillo = Moscato Catarratto Cerletti), nonostante le apparenze, questa tesi sul piano storico è insostenibile per almeno due ragioni qui di seguito esposte. Il primo riferimento al Grillo in una fonte a stampa risale al 1873-74, da parte di uno studioso marsalese Antonino Alagna Spanò [8], il quale ne scriveva in un articolo per un prestigioso periodico nazionale che si pubblicava a Bologna [9]. Nella seconda parte di questo articolo, andata in stampa nel fascicolo del primo semestre 1874, si indicavano le seguenti uve bianche da vino che si coltivavano in territorio di Marsala: «Catanese bianco, Catarratto, Ducella, Decanico bianco, Damaschena, Grillo, Guarnaccia, Nzolia» [10]. Questo contributo fondamentale di Alagna Spanò basterebbe da solo a invalidare la tesi che il Mendola sia stato artefice del Grillo. Come sarebbe stato possibile, infatti, che il primo grappolo del suo incrocio, gustato a Favara nel 1874, fosse della stessa varietà presente nelle campagne di Marsala tra le uve bianche che lì già si coltivavano? E se lo studioso marsalese ne segnalava la rilevanza, è presumibile che avesse una significativa diffusione. Plausibile che unʼuva nuova ottenuta dal barone nel suo podere e gustata per la prima volta nel 1874 fosse già coltivata e diffusa in unʼaltra provincia? Appare, a dir poco, strano.
La seconda argomentazione che le fonti documentarie consentono si basa sugli Atti della Giunta per la Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, suddivisi in monografie regionali. In particolare, quella riguardante la Sicilia venne redatta dal deputato Abele Damiani e pubblicata nel 1884 [11]. Per la parte relativa alla viticoltura, fu dato incarico al Mendola ‒ considerato massimo conoscitore della materia ‒ di compilare gli elenchi delle varietà di viti coltivate nelle province siciliane, con lʼeccezione di quello palermitano di cui avrebbe dovuto occuparsi un altro studioso. Solo ed esclusivamente nellʼelenco riguardante la provincia di Trapani, il barone segnalava, tra le 41 varietà censite, il «Griddu biancu (grillo bianco)»[12]; di contro, in quello della provincia di “Girgenti”, non si faceva alcuna menzione né del Grillo né del Moscato Catarratto Cerletti da lui creato [13].
Per quale motivo il Mendola, compilatore di questi elenchi, avrebbe dovuto ignorare lʼesistenza della sua creatura tra le varietà coltivate nella sua provincia? Presumibilmente perché non era riuscito a convincere i proprietari e i vignaioli delle sue contrade a sperimentare la novità da lui ottenuta dieci anni prima che, quindi, era rimasta circoscritta nellʼambito del suo podere.
Si dirà: forse la fillossera aveva già devastato i vigneti di Favara e la sua creatura era andata perduta. Anche questa ipotesi, però, non regge, perché gli elenchi redatti per lʼInchiesta risalgono al 1883, mentre la fillossera inizierà a colpire la sua collezione al finire di quel decennio [14]. Perché il barone ampelografo non colse lʼoccasione dellʼInchiesta per intestarsi almeno la paternità del Griddu biancu marsalese, e perché, se davvero ne era lʼartefice, ne avrebbe modificato la denominazione? E, ammesso e non concesso che lo avesse nella sua collezione, lo considerava poco apprezzabile, tanto da non citarlo mai? Anche queste sono singolari stranezze.
Per comprendere la ratio di queste incongruenze occorre considerare che gli esperimenti di incrocio di varietà della stessa specie e le ibridazioni tra varietà di specie diverse, cui si dedicavano gli ampelografi europei prima dellʼarrivo della fillossera da oltreoceano, avevano innanzi tutto finalità di studio e di confronto tra scienziati. Non diventavano necessariamente e immediatamente prototipi da diffondere e, comunque, non prima di aver verificato nel tempo la resistenza e la persistenza dei caratteri identitari. Mendola diede vita a diverse nuove varietà frutto di incroci, spedendole ai suoi colleghi italiani e stranieri con i quali aveva un intenso scambio di semi e maglioli. Ecco perché non troviamo nelle altre contrade siciliane, ma solo nel suo podere e presso i suoi corrispondenti sparsi per il mondo, il Moscato catarratto Cerletti, la Malvasia nera Rovasenda, il Mantonico nero Inzenga, il Moscato Pulliat, lʼOlivetta nera Marés, il Catarratto bianco Caruso, dove i cognomi Cerletti, Rovasenda, Inzenga, Pulliat, Marés e Caruso erano quelli dei suoi illustri colleghi, cui dedicava i nuovi incroci ottenuti [15]. Nessuna di queste sue “creature” ha avuto una diffusione produttiva e quandʼanche ciò potrebbe essere avvenuto, saranno comunque trascorsi diversi decenni. Per questa ragione il Moscato Catarratto Cerletti, certamente presente nella sua collezione, non era inserito nellʼelenco delle varietà agrigentine dellʼInchiesta del 1884.
La conclusione, quindi, cui può pervenire lo storico sulla base dei documenti disponibili è che la varietà Grillo preesistesse al Moscato Catarratto Cerletti mendoliano; che non esiste alcuna prova documentata del fatto che fossero varietà identiche, e che va preso atto dellʼinesistenza di una ben che minima dichiarazione di paternità del Grillo da parte del barone.
Si può, invece, ritenere che questa varietà sia “nata” nelle contrade marsalesi e da lì molto lentamente si sia propagata nelle campagne della provincia di Trapani. Indicativo, a tal riguardo, che in uno studio dettagliato compiuto dallʼagronomo mazarese Angelo Nicolosi, pubblicato nel 1870, nei primi due fascicoli del periodico «Lʼindustriale italiano», fra le trenta varietà di uve della provincia trapanese da lui descritte, non vi fosse la cultivar in questione, a riprova della diffusione limitata solo ad alcune contrade marsalesi [16]. E ancora, in una pubblicazione ministeriale del 1896, la varietà Grillo veniva segnalata come esistente esclusivamente nelle campagne marsalesi e in nessunʼaltra località del trapanese, né in altre province [17].
Ciò premesso occorre porsi almeno altre tre domande.
1) A quando si può far risalire lʼesordio del Grillo in territorio di Marsala prima del 1873? Per spiegarne lʼindividuazione da parte del citato Alagna Spanò occorrerebbe andare indietro di almeno 25-30 anni, cioè a quando Antonio Mendola aveva unʼetà compresa tra i 15 e i 20 anni e non risulta che in quella fase della sua vita avesse realizzato incroci e ibridazioni. Di certo il Grillo era un vitigno giovane, diversamente dai Catarratto, Calabrese e Inzolia che risalgono ad un passato molto remoto [18].
2) Dove possono trovarsi altre prove che ne certifichino lʼesistenza prima che ne scriva Alagna Spanò nel 1873-74? Non certo nelle pubblicazioni a stampa, che sono state esplorate approfonditamente; più probabile nelle fonti manoscritte e in particolare nelle minute dei notai presso i quali si stipulavano atti di compravendita e testamenti, cui talvolta venivano allegate le relazioni degli agrimensori e dei periti i quali si soffermavano sulle varietà e quantità di coltivazioni presenti in un terreno.
3) In ultimo, a chi potrebbe attribuirsi la creazione del Grillo? Si possono avanzare due ipotesi: la prima è che lʼartefice possa essere stato un bravo quanto ignoto vignaiolo, privo dei mezzi finanziari, del titolo e della fama del barone favarese, ma con una buona dose di esperienza maturata sul campo. In provincia di Trapani, infatti, oltre ad alcuni proprietari terrieri che erano anche eccellenti viticoltori ‒ Vito Patrico a Trapani; il conte Giovanni Burgio e Vito Favara Verderame a Mazara, Giovan Battista Grignano a Marsala ed altri ancora ‒ cʼera un cospicuo numero di piccoli e medi vignaioli che non erano ampelografi e collezionisti, ma avevano mestiere; purtroppo erano e rimarranno ignoti.
La seconda ipotesi, invece, è quella altrettanto probabile, dellʼennesimo regalo di «Madre Natura», cioè dellʼincrocio spontaneo tra varietà di vitis vinifera la cui impollinazione è stata favorita dal vento o dagli insetti e non dallʼintervento umano. Peraltro, va sottolineato che i vigneti monovarietali cominciarono ad essere organizzati nel tardo Ottocento, soprattutto dopo la devastazione fillosserica. Fino a quel momento regnava la promiscuità varietale in uno stesso terreno e al tempo della vendemmia si conferivano nei palmenti miscugli di uve indifferenziate e non selezionate.
Zibibbo e Catarratto ‒ molto diffusi in provincia di Trapani ‒ “convivevano” a stretto contatto e ciò rendeva agevole il loro incrocio spontaneo, soprattutto da fine Settecento, quando lo sviluppo della viticoltura marsalese registrò una crescita esponenziale per effetto dellʼarrivo dei mercanti-imprenditori britannici, inventori del vino marsala, cioè di un prodotto fortificato con acquavite di vino che veniva distillata nei loro stabilimenti. La forte richiesta di acquisto di mosti e vini dalle contrade marsalesi provocò la rapida dilatazione della superficie vitata e lʼaccentuazione della promiscuità tra le varietà.
In conclusione, la ricostruzione cronologica e logica dei fatti esposti porta ad escludere lʼintervento del Mendola nella creazione della varietà Grillo. Inoltre, alle considerazioni di carattere storico fin qui svolte si sono aggiunti di recente anche i risultati di uno studio condotto da un gruppo di genetisti viticoli le cui indagini hanno portato a concludere che i due vitigni in questione non sono sinonimi, ma sarebbero due varietà distinte [19].
Per anni si era ritenuto che il Moscato Catarratto Cerletti del Mendola fosse estinto, ma è stato recentemente riscoperto dall’Istituto Regionale Vino e Olio di Palermo a Vassal-Montpellier, presso il Grapevine Biological Resources Center. Lo studio in questione, nel confermare che i genitori del Grillo sono certamente il Moscato di Alessandria (Zibibbo) e il Catarratto, di contro, segnala che il Moscato Cerletti ha come genitore maschile lo Zibibbo ma la sua genitrice non è affatto il Catarratto e rimane tuttora ignota, lasciando pensare, quindi, che in origine ci sia stato un errore involontario del Mendola nella procedura seguita. Allo stato attuale bisogna prendere atto del fatto che non esiste alcuna prova credibile che consenta di attribuire al barone di Favara la paternità del Grillo.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] Per limitarci ad alcuni studiosi siciliani del passato cfr. P.P. Di Maria, I gran tesori nascosti nelle vigne, ritrovati con la singolare direzione di coltura, che si usa in Sicilia, Stamp. G. Epiro, Palermo 1675; F. Cupani, Hortus Catholicus seu illustrissimi et excellentissimi principis Catholicae ducis Misilmeris, comitis Vicaris, baronis Prizis, nec non magni baronis Siculianae & c., apud Franciscum Benzi, Neapoli 1696; Id., Supplementum alterum ad Hortum Catholicum, Joseph Gramignani, Panormi 1697; G. Geremia, Vertunno Etneo ovvero Stafulegrafia. Storia delle varietà delle uve che trovansi nel dintorno dell’Etna, «Atti dell’Accademia Gioenia», t. X-1835: 201-221; t. XI-1836: 313-340; t. XIV-1839: 3-55. Ad integrazione del saggio, l’abate Geremia pubblicò l’Appendice al Vertunno Etneo confronto tra le uve etnee e quelle di Napoli non che talune dal Gallesio descritte, t. XIV-1839: 57-68; F. Minà Palumbo, Iconografia della Storia Naturale delle Madonie, a cura di Pietro Mazzola e Francesco M. Raimondo, Sellerio, Palermo 2011, voll. 4.
[2] A.-P. Odart, Essai d’Ampélographie ou description des cépages les plus estimés dans les vignobles de l’Europe de quelque renom, Tours 1841; Id, Ampélographie universelle ou traité des cépages les plus estimés dans tous les vignobles de quelque renom, Dusacq, Paris 1849.
[3] R. Lentini, Per una storia dell’ampelografia e della viticoltura siciliana, in Identità e ricchezza del Vigneto Sicilia, a cura di Giacomo Ansaldi, Dario Cartabellotta, Vito Falco, Francesco Gagliano, Attilio Scienza, Regione Siciliana Assessorato Regionale dell’Agricoltura, Palermo 2014: 15-55; A. Bruccoleri, Scienza e Carità nella vita del Barone Antonio Mendola agricoltore ampelografo, Tip. Dima, Di Caro & C., Agrigento 1931: 14-15, (ristampa anastatica Medinova, Agrigento 2011, con “Presentazione” di Antonio Patti e “Introduzione” di Filippo Sciara); C. Antinoro, Giustizia e verità nella vita del barone Antonio Mendola dai suoi diari intimi, Pro Loco Castello, Favara 2008; F. Alfonso, Necrologio del barone Antonio Mendola, «Nuovi Annali di Agricoltura Siciliana», vol. XIX, 1908: 243.
[4] G. Molon, Ampelografia. Descrizione delle migliori varietà di viti per uve da vino, uve da tavola, porta-innesti e produttori diretti, U. Hoepli, Milano 1906, vol. 2°: 824-828.
[5] A. Mendola, Appendice al giornale Il Coltivatore scritto da G. E. Ottavi. Estratto del Catalogo generale della collezione di viti italiane e straniere radunate in Favara dal B. Antonio Mendola membro corrispondente della R. Società Enologica Italiana, Tip. Parrino e Carini, Favara 1868.
[6] M. Pasqualino, Vocabolario Siciliano Etimologico Italiano e Latino, Reale Stamperia, Palermo 1785, tomo I: 131; A. Traina, Nuovo vocabolario siciliano-italiano, G. Pedone Lauriel, Palermo 1868: 74.
[7] A. Mendola, Appendice al giornale Il Coltivatore, cit.: 34-35; P. Selletti, Nuovo trattato teorico-pratico di viticoltura e vinificazione, Tip. Giocondo Messaggi, Milano 1877: 30; G. Di Rovasenda, Saggio di una ampelografia universale, Tip. Subalpina, Torino 1877: 25, 73-74 e 146.
[8] Antonino Alagna Spanò pubblicò una preziosa monografia sulla città di Marsala dal titolo Lilibeo. Mozia, Marsala. Storia Guida, Stab. Tip. L. Giliberti, Marsala 1902 (ristampa anastatica Sigma edizioni, Palermo 2007, a cura di Giovanni Alagna).
[9] A. Alagna Spanò, La vite ed il vino in Marsala, «Giornale di agricoltura, industria e commercio del Regno dʼItalia», 1873, anno X, vol. 19: 232-233.
[10] Id., anno XI, vol. 21: 6.
[11] Atti della Giunta per la Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, Forzani e C., Roma 1884, vol. XIII, tomi I e II.
[12] Ivi, tomo II, fasc. IV: 315.
[13] Ivi, tomo II, fasc. IV: 101.
[14] R. Lentini, L’invasione silenziosa. Storia della Fillossera nella Sicilia dell’800, Torri del Vento, Palermo 2015.
[15] G. Molon, Ampelografia, cit., vol. 1°: 470-472; vol. 2°: 753-755, 763-765, 841-842, 912-915.
[16] A. Nicolosi, Trenta varietà di vitigni. Studii enologici ed ampelografici, «Lʼindustriale italiano», anno IV-1970, n. 1-2 (gennaio-febbraio): 98-104; n. 3-4 (marzo-aprile): 144-153.
[17] Notizie e studi intorno ai vini ed alle uve dʼItalia, Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, Roma 1896: 727.
[18] Si veda la recente monografia di J. Castellano, La vera storia del Nero dʼAvola, Sime Books 2025.
[19] A. Sparacio et Alii, Moscato Cerletti, a rediscovered aromatic cultivar with oenological potential in warm and dry areas, «OENO One», n. 3, 29 July 2021: 123-140; tra gli autori anche Manna Crespan, dirigente di ricerca del CREA di Conegliano Veneto.
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Rosario Lentini, studioso di storia economica siciliana dell’età moderna e contemporanea. I suoi interessi di ricerca riguardano diverse aree tematiche: le attività imprenditoriali della famiglia Florio e dei mercanti-banchieri stranieri; problemi creditizi e finanziari; viticoltura ed enologia, in particolare, nell’area di produzione del marsala; pesca e tonnare; commercio e dogane. Ha presentato relazioni a convegni in Italia e all’estero e ha curato e organizzato alcune mostre documentarie per conto di istituzioni culturali e Fondazioni. È autore di numerosi saggi pubblicati anche su riviste straniere. Tra le sue pubblicazioni più recenti si segnalano: La rivoluzione di latta. Breve storia della pesca e dell’industria del tonno nella Favignana dei Florio (Torri del vento 2013); L’invasione silenziosa. Storia della Fillossera nella Sicilia dell’800 (Torri del vento 2015); Typis regiis. La Reale Stamperia di Palermo tra privativa e mercato (1779-1851) Palermo University Press 2017); Sicilie del vino nell’800 (Palermo University Press 2019).
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