di Amelio Pezzetta [*]
Introduzione
Con il presente saggio si continua l’approfondimento della cultura di Lama dei Peligni attraverso la descrizione delle tradizioni popolari passate e recenti. Il contesto di studio è ancora una volta un Comune abruzzese situato in provincia di Chieti e sul versante orientale del massiccio della Majella.
Il suo territorio è costituito da un settore montano appartenente al Parco Nazionale della Majella e un altro collinare con boschi in espansione, aree urbanizzate, terreni incolti e pochi altri coltivati. Sino a circa 60-70 anni fa, la maggioranza della popolazione locale praticava un’agricoltura generalmente di sussistenza che è stata completamente abbandonata. Ora le persone in età di lavoro sono occupate in altre attività; la maggior parte dei terreni agricoli è incolta e i pochi proprietari che li curano lo fanno per passatempo o come secondo lavoro. Nel luogo si sono registrati: un notevole declino demografico, carenza di servizi, scarsità di opportunità lavorative e molteplici trasformazioni economico-culturali che hanno coinvolto anche la produzione e l’uso del vino.
La coltivazione della vite, gli usi e i simbolismi dell’uva e del vino
La coltivazione della vite ha origini antichissime. Infatti le prime testimonianze riguardanti l’uso del vino risalgono a circa 8000 anni fa e sono state rinvenute in un ambito del Caucaso meridionale appartenente alla Repubblica di Georgia (McGovern et al. 2017). In particolare nell’area presa in considerazione, le ricerche effettuate hanno portato alla scoperta di antichi frammenti di vasi di terracotta con tracce di vino. In seguito la domesticazione e coltivazione della vite con la produzione di vino si diffuse in tutte le regioni che circondano il Mar Mediterraneo.
In Italia le prime testimonianze della coltivazione della vite e della produzione di vino sono state scoperte in Sicilia e risalgono a circa 6000 anni fa. Infatti nel 2010, tra Sciacca e Caltagirone, è stata scoperta una giara contenente residui del processo di vinificazione che risalgono all’inizio del IV millennio a.C. (Bussolati 2017).
In Abruzzo, invece la coltivazione della vite sembra che si diffuse nell’Età del Bronzo, tra il II e il I millennio a. C. (Manzi 2025). Con il passare dei secoli il vino, alla sua funzione di semplice bevanda ha aggiunto altri valori poiché è diventato un simbolo di convivialità e socialità che da diversi millenni è stato sempre presente nelle cerimonie religiose, nei banchetti e nelle feste. Alcune antiche civiltà hanno associato al vino anche una divinità, Osiride per gli egiziani, Dioniso per i greci e Bacco per i romani. Secondo varie antiche mitologie furono loro a donare agli uomini la vite, ad insegnare a coltivarla e a ricavarne il vino.
Gli antichi Egizi utilizzavano il vino in vari aspetti della loro vita religiosa e sociale tra cui le cerimonie funebri e le offerte agli dèi. Per gli antichi greci il vino era un dono degli dèi che facilitava le relazioni sociali ed era utilizzato per il consumo quotidiano, le feste, i banchetti e vari riti religiosi.
Per questo popolo la vendemmia aveva significati sacri e la celebravano con feste e riti dedicati a Dioniso. Una di esse era Le Antesterie che si organizzavano tra febbraio e marzo e, durante il loro corso, il vino novello si gustava per la prima volta.
Nell’antica Roma si utilizzava il termine “vindimia” per designare la raccolta dell’uva destinata alla vinificazione e da esso, in seguito si è originata la parola vendemmia. Il mese di settembre era il “mensis vindemialis” ed era dedicato interamente alla raccolta delle uve. Gli antichi romani dedicavano il vino e la vendemmia a Bacco e lo festeggiavano con i “baccanali”. Altre feste erano le Vinalia Rustica che si organizzavano il 19 agosto per propiziare la protezione divina per un buon raccolto. Un’altra festa della Roma antica era detta le Meditrinalia, si celebrava l’11 ottobre e segnava la conclusione delle fasi di vendemmia. Il 23 aprile celebravano le Vinalia Priora e in questa occasione si assaggiava per la prima volta il vino nuovo.
Il successivo avvento ed affermazione del cristianesimo portò all’assegnazione di nuovi usi, valori e simbolismi al vino. la cui valorizzazione si può dire che ebbe inizio con Le Nozze di Cana che documentano il primo miracolo di Gesù Cristo ed ha per oggetto la trasformazione dell’acqua nel vino stesso. La vite è citata nelle parabole degli operai mandati nella vigna e dei vignaioli omicidi.
Durante l’Ultima Cena il Messia mentre beveva un bicchiere di vino affermò: “Questo è il mio sangue versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”. In questo modo Gesù istituì l’Eucarestia e il vino diventò il simbolo del suo sangue, un veicolo di salvezza e di promessa della vita eterna. Il vino, mescolato alla mirra fu offerto a Gesù Cristo per alleviare i dolori della crocifissione [1]. In questo modo, la nuova fede valorizzò anche le proprietà terapeutiche della bevanda.
Nel periodo medioevale si offriva il vino durante vari riti religiosi tra cui i matrimoni, la consacrazione degli abati e dei vescovi, le dediche delle chiese e la benedizione degli altari [2]. In questo periodo storico i monasteri cristiani svolsero un ruolo molto importante per la produzione vinicola. Infatti i monaci spinti da motivazioni anche religiose impiantarono vaste estensioni di vigneti producendo vino e sviluppando nuove tecniche di vinificazione. All’interno dei monasteri, il vino oltre che per le funzioni religiose era utilizzato come importante medicinale, per le retribuzioni ed alcuni lavaggi.
Dopo il Medio Evo, sino ai secoli più recenti, il vino e la vendemmia hanno conservato il loro valore religioso sacro e di aggregazione comunitaria poiché hanno facilitato i momenti d’incontro, dei banchetti comuni e in diversi casi anche di benedizione delle vigne nei lavori di raccolta.
Una nuova ideologia in cui avevano un importante ruolo anche il vino e la vendemmia si sviluppò dopo alcuni anni dall’inizio del regime fascista. Infatti, a partire dal 1927, in tutte le regioni peninsulari s’impose il cosiddetto ruralismo fascista, una politica propagandistica con cui il regime cercò di portare la società italiana verso una vocazione agricola e rurale esaltando la figura del contadino come custode delle tradizioni e della stirpe. Una sua manifestazione tipica fu la festa dell’uva che era organizzata dal Ministero dell’Agricoltura e si svolse per la prima volta il 28 settembre 1930. Le sue principali finalità erano: valorizzare il prodotto uva, le tradizioni locali legate al vino e alla vendemmia, stimolare i consumi e legare il tutto alla filosofia e politica del regime. Al fine di perseguire con più efficacia gli obiettivi che il ruralismo si prefissava le autorità fasciste chiesero l’appoggio del clero che nel suo complesso non lo negò poiché trovava corrispondenti alle sue finalità la morale fascista della famiglia fondata sull’autorità maschile e l’alta prolificità femminile.
Nell’epoca attuale la vendemmia non è solo raccolta d’uva ma anche un momento d’incontro in cui si riscoprono antiche tradizioni e si coniugano con le moderne tecniche di raccolta dell’uva e di produzione vitivinicola. Il periodo in cui si effettua cambia da luogo a luogo a causa di vari fattori e, in generale, in Italia si svolge tra l’ultima settimana di agosto e la fine di ottobre. In tutte le regioni italiane si organizzano sagre enogastronomiche caratterizzate da degustazioni vinicole e tradizioni popolari locali. Inoltre si sono diffuse in quasi tutte le regioni peninsulari, le cosiddette Strade del vino, particolari percorsi turistici che attraversano territori a forte vocazione vitivinicola e consentono di scoprire vini, cantine, paesaggi e tradizioni di una determinata area. Il vino continua ad essere un simbolo di convivialità e d’identità territoriale che spesso porta alla scoperta di nuovi sapori e luoghi.
I vigneti e la produzione del vino a Lama dei Peligni
La cura delle viti, la vendemmia e la produzione del vino, a Lama dei Peligni hanno seguito tecniche di lavoro contadino, tradizioni e regole di vita comunitaria abbastanza generalizzate tra la popolazione locale. Le prime notizie storiche dimostrative sulla produzione di vino nel contesto in esame risalgono alla seconda metà del XVI secolo. Infatti, nel 1578 un parroco dell’epoca, durante una visita pastorale dichiarò di possedere la rendita di 12 some di vino mosto [3]. Nel corso del XVII secolo, vari rogiti notarili e documenti ecclesiastici dimostrano che nel luogo l’arcipretura, un monastero celestino, due parrocchie, diverse cappelle laicali e confraternite possedevano vigneti e cospicue rendite in vino mosto; ai contadini locali furono concessi in enfiteusi o con contratti censuari: abitazioni in affitto, coltivazioni di vigne ed altri beni su cui gravavano pagamenti in vino mosto [4]. In base al catasto onciario di Lama del 1753 risulta che gli enti religiosi suddetti nel loro complesso possedevano la rendita di 713.9 salme di vino mosto (circa 1151 ettolitri).
Ai valori di produzione vinicola di queste istituzioni si aggiungono quelli del barone feudale dell’epoca che oltre ai pesi fiscali corrisposti dall’Università della Lama possedeva diverse rendite in vino mosto, nonché dei rappresentanti della borghesia agraria, dei braccianti e piccoli contadini che possedevano vigne da cui ricavavano vino ed uva da destinare ai consumi famigliari e ai pagamenti di tributi vari.
Nel 1802 la locale parrocchia di San Nicola continuava ad avere un ruolo importante nella produzione di vino poiché tra sue le rendite annoverava 65 salme di vino mosto. Anche l’arcipretura lamese di San Pietro nella prima metà del XIX secolo possedeva molte rendite in vino mosto e quindi continuava ad occupare un ruolo significativo nella produzione vinicola. Infatti risulta che nel 1832 tra le sue entrate ci furono 474 salme di vino mosto. Nel 1929, dal Catasto Agrario risulta che a Lama dei Peligni c’erano 29 ettari di vigneti a coltura pura e 10 ettari a coltura promiscua da cui si ricavarono complessivamente 1820 quintali d’uva [5]. Poiché la superfice agraria totale occupava 2891 ettari, quella totale dei vigneti puri e promiscui superava di poco l’1, 3% dei campi coltivati.
Nel complesso i vigneti considerati erano di limitate dimensioni superficiali ed erano destinati a produrre uva e vino generalmente destinati all’esclusivo consumo famigliare. Essi avevano una certa importanza agronomica e culturale poiché al loro interno erano presenti diverse varietà di vitigni autoctoni. A tal proposito le recenti ricerche di Aurelio Manzi hanno dimostrato che nei vigneti lamesi sono presenti 13 varietà di viti autoctone abruzzesi che nel gergo locale hanno le seguenti denominazioni: ciapparone, ciammarille o iuppittte di Montenero, cococciola, erbechenine, guaiuppille malvascì, middialonghe, nuscate, pruulone, svacarine, tuvulese, uve dell’Acea e uva pane [6].
La forma colturale utilizzata a Lama dei Peligni è stata da sempre la vigna con filari di viti basse sostenute da fili di ferro, canne e rami d’alberi. Di solito le viti si piantavano facendo scavi profondi nel terreno, un’operazione che nel dialetto locale era chiamata “lu scassate”. Nel corso dell’anno sino alla vendemmia, le viti erano soggette a diverse lavorazioni: la potatura, la distribuzione di zolfo e solfato di rame per combattere i parassiti e, la zappatura del terreno per eliminare le piante infestanti e aumentare la permeabilità.
La conclusione dei lavori nei vigneti era rappresentata dalla vendemmia, uno dei momenti più importanti dell’attività agricola in cui si condensava il lavoro di un anno e si raccoglievano le speranze di un futuro alimentare più prospero. Tale pratica di lavoro era caratterizzata da momenti di gioiosa allegria se il raccolto era abbondante e da momenti di aggregazione comunitaria e socievolezza destinati a rinforzare i vincoli di solidarietà tra amici e parenti che collaboravano tra loro per raggiungere il buon esito finale. Durante il suo periodo, le strade campestri si animavano ed erano percorse da uomini, donne, carri ed animali da soma che andavano avanti e indietro dal paese alle vigne.
La vendemmia era anche una delle pratiche agricole che sino a circa 70 anni fa favoriva anche le lecite occasioni d’incontri e di dichiarazioni d’amore tra i giovani di sesso opposto che secondo i modelli culturali dominanti dell’epoca, non dovevano fermarsi per strada a parlare tra loro. In occasione della vendemmia, di buon mattino le donne preparavano in casa o in qualche casolare i pasti per i raccoglitori d’uva e li portavano presso i vigneti con un grosso cesto posto sopra la testa. Poi stendevano per terra una grossa tovaglia su cui mettevano le varie cibarie che i presenti durante i vari intervalli di lavoro consumavano parlando tra loro. I raccoglitori, invece tagliavano i grappoli dalle piante e li depositavano in appositi cesti che si trasportavano nelle cantine con dei carri o a dorso di qualche animale da soma. In seguito i cesti si scaricavano e l’uva si depositava in grossi tini. Il lavoro di raccolta dell’uva spesso era accompagnato da battute, aneddoti, canti e stornelli vari che allietavano la giornata.
Non tutta l’uva si utilizzava per produrre il vino. Una piccola parte di quella raccolta si appendeva sul soffitto di qualche camera (di solito la cucina) e si conservava per essere utilizzata nei tempi di magra. Un’altra piccola parte, da alcune famiglie era utilizzata per preparare le marmellate d’uva, un ingrediente che si usa tuttora per un dolce tipico denominato la sfogliatella di Lama dei Peligni. Con la maggior parte dell’uva raccolta si produceva il vino di cui la prima operazione era la pigiatura, un processo che serve a estrarre il succo da ogni singolo frutto.
Per pigiare l’uva, sino a circa 100 anni fa si usavano vasche in pietra calcarea poi sostituite da altre di legno. L’uva in alcuni casi si poneva dentro dei sacchi che poi si mettevano dentro la vasca, oppure si gettavano sulla vasca stessa e una persona a piedi nudi li pressava per estrarre il mosto. Attorno agli anni 60 del secolo scorso, nel luogo si sono diffuse le pigiatrici meccaniche che si ponevano sopra le vasche e schiacciavano gli acini d’uva ma non i vinaccioli ed entrambi cadevano nelle vasche stesse. Esse erano costituite da una vasca di carico a forma di piramide rovesciata e da due rulli dentati che schiacciavano gli acini ed erano collegati a una manovella azionata manualmente.
Dalla pigiatura, oltre al mosto si otteneva la vinaccia che si metteva dentro un torchio ove era ulteriormente pressata. Il mosto ricavato dalla pigiatura e dalla spremitura nei torchi si poneva dentro dei tini o nelle botti ove avveniva la fermentazione che lo trasformava in vino. Prima di essere riempite con il vino, le botti stesse si lavavano con l’acqua al fine di rendere il loro legno meno assorbente ed eliminare odori indesiderati. Questa operazione nel gergo locale era detta “intorchiare la botte”.
Qualcuno utilizzava una parte di mosto per preparare il vino cotto con gradazione più elevata e a tal fine faceva bollire il mosto stesso in grossi calderoni di rame in cui si ponevano dei piatti o altri oggetti in ceramica per evitare che il vino stesso prendesse il gusto del rame stesso o si acidificasse. Il prodotto che si otteneva talvolta si consumava dopo la fermentazione, oppure si aggiungeva al vino normale per aumentare la gradazione alcolica. Il processo di fermentazione aveva una durata variabile in base al tipo di vino e di solito si concludeva nelle prime settimane del mese di novembre.
I tipi di vini che si producevano tenevano poco conto delle varietà di vitigni e seguivano metodi artigianali dettati dalle conoscenze personali o dalle tradizioni famigliari. Alcuni contadini abbastanza spesso mescolavano insieme il mosto che ottenevano dai vari tipi di uve poiché erano convinti di poter ricavare un vino di miglior gusto. Altri, invece separavano le uve in base al loro colore o aspetto, facevano particolari miscugli tra cui l’aggiunta di zucchero al mosto e seguivano vari processi fermentativi per ottenere vini bianchi, rosati, rossi, amarognoli, dolci, frizzanti e ad alta gradazione alcoolica.
Alcuni viticoltori utilizzavano una parte del vino appena fermentato o la vinaccia per produrre la grappa seguendo anche in questo caso metodi artigianali e casalinghi. Un suo metodo elementare di produzione era il seguente: si poneva dentro un calderone di rame la vinaccia o il vino e sopra di essi un piatto profondo; si copriva il calderone con un coperchio sul quale si ponevano dei panni bagnati con acqua molto fredda; si scaldava il calderone e il vapore che si formava (la grappa) sbatteva sul coperchio, tornava liquido e ricadeva nel piatto ove veniva raccolto e messo nelle bottiglie.
Le tradizioni riguardanti la coltivazione delle viti, la vendemmia e la produzione di vino che sono state descritte in gran parte sono estinte e in piccola parte ora sono praticate solo da pochi soggetti che durante il tempo libero curano le vigne ereditate dai loro antenati.
La vendemmia e il vino negli antichi contratti, usi e consuetudini locali
Anche a Lama dei Peligni l’uva e il vino, in passato, erano diventati gli elementi caratteristici di varie consuetudini ed usi. Le prime consuetudini di cui si parla riguardano le tradizioni alimentari. In questo caso è da dire che da tempi molto lontani, il vino è sempre stato la bevanda principale che si assume durante i pasti, si offre agli ospiti, si porta in dono e si utilizza in tutti i grandi pranzi e banchetti cerimoniali. La seconda consuetudine riguarda un antico e goliardico gioco a carte chiamato “la passatella” che era praticato nelle osterie del paese e con cui si decideva chi doveva bere più vino.
Altre consuetudini a riguardo che in passato caratterizzavano il contesto in esame sono emerse dalla consultazione di vari rogiti notarili. Infatti risulta che dal XV al XX secolo c’era l’usanza di pagare i tributi e i canoni d’affitto di terreni e abitazioni con vari prodotti agricoli tra cui il vino mosto. Spesso tali pagamenti si corrispondevano nei giorni di scadenza di qualche festa religiosa che seguiva la conclusione dei raccolti.
Nel 1635 i lavori di vendemmia e di altri importanti momenti dell’attività agricola furono oggetto di discussioni durante un sinodo diocesano teatino convocato dall’arcivescovo Antonio Santa Croce. Infatti, durante i lavori sinodali si prescrisse che ad ogni contadino era consentito di dedicarsi alla vendemmia, la mietitura e la raccolta dell’ulivo, senza che essi trascurassero i precetti della Chiesa. In tutti gli altri casi vigevano le disposizioni delle autorità ecclesiastiche di astenersi da qualsiasi lavoro nelle giornate considerate di precetto festivo. Questo particolare decreto che interessò anche il clero e i contadini lamesi, dimostra che durante i sinodi diocesani si discuteva anche di usi e tradizioni rurali.
Un’altra particolare consuetudine si osservò il 29 aprile 1651, quando a nella chiesa parrocchiale di San Nicola fu fondata la cappella laicale di San Benedetto e Sant’Antonio da Padova. In questo caso per l’occupazione del suolo dentro la chiesa, il legittimo fondatore della cappella assegnò alla parrocchia una salma di vino mosto. Nel 1706 risulta che diversi coloni non corrispondevano gli annuali canoni in vino mosto. Infatti, i procuratori di varie cappelle laicali ricorsero al tribunale della Regia Udienza di Chieti per ottenerne i pagamenti [7]. Un rogito del 6 febbraio 1725 dimostra una particolare consuetudine giuridico-contrattuale che fu seguita quando un parroco dell’epoca decise di acquistare una rendita in vino mosto. A tal proposito nel rogito: si fece presente che il sacerdote don Giuseppe Macchioli acquistò, per il capitale di sessanta ducati, l’annua rendita di una salma di vino mosto alla misura napoletana ipotecata sopra i frutti di una vigna; si prescrisse che la rendita doveva iniziare a corrispondersi dopo la vendemmia del 1725 e continuare anche in caso di guerra, peste e fame senza alcuna interruzione. Quest’ultima clausola che è stata trovata in diversi documenti dell’epoca dimostra che certi diritti e doveri non venivano meno in caso anche di eventi calamitosi ed erano seguiti anche dalle figure ecclesiastiche.
Un’altra consuetudine locale che è persistita sino agli anni 50 del secolo scorso e che era seguita da alcune famiglie con scarso reddito, consisteva nel barattare in qualche negozio il vino ed altri prodotti agricoli (soprattutto grano, olio, formaggio e uova) per ricevere in cambio sale, zucchero, pasta confezionata, caffè ed altri prodotti utili per le proprie necessità esistenziali.
Il vino nelle feste e tradizioni del ciclo dell’anno
A Lama dei Peligni il vino, da tempi immemorabili, è sempre stato un’importante componente di tutti i rituali alimentari festivi ed agrari del ciclo dell’anno. Tuttavia nel caso in esame, nonostante il largo uso che si è sempre fatto della bevanda, si prenderanno in considerazione solo le feste e alcune fasi dei lavori agricoli annuali in cui il vino utilizzato assumeva specifici significati, simbolismi e valori.
La prima data dell’anno in cui il vino compare in tradizioni e rituali è il Capodanno. In questo caso lo si usa nel brindisi, ovvero nel gesto propiziatorio di buoni auspici per il nuovo anno e in cui il rumore dei bicchieri che si toccano simboleggia la fine dell’anno passato.
La prima testimonianza storica dell’uso del vino nel contesto in esame durante la notte di Capodanno è riportata in un volumetto intitolato La notte tra il 1900 ed il 1901 a Lama dei Peligni che è conservato nell’archivio privato della nobile famiglia Tabassi. In particolare nel testo si descrivono le modalità con cui alcuni membri locali dell’alta borghesia e della nobiltà festeggiarono l’arrivo del nuovo anno. In questo caso, alcuni cittadini lamesi aderenti alle due classi sociali si radunarono nell’abitazione di un loro membro ed organizzarono un invitante banchetto che prevedeva le seguenti portate: gnocchetti al pomodoro, genovese di vitella, pasticcio di fegato e verdura, arrosto di gallinaccio (tacchino), dolce, vini bianco e rosso e per finire vino cotto che in quell’occasione fu utilizzato per il brindisi finale.
Un’altra festa del ciclo dell’anno in cui a Lama dei Peligni sino ad alcuni decenni fa si faceva un uso rituale del vino era quella di Sant’Antonio Abate che si celebra il 17 gennaio. L’elemento distintivo delle antiche tradizioni lamesi legate a questo santo era una questua a cui partecipava un gruppo di giovani del paese. Alcuni giorni precedenti la ricorrenza festiva essi giravano di casa in casa e, accompagnandosi con canti e suoni, inscenavano una rappresentazione che si collegava ad alcuni episodi della vita di Sant’Antonio, ed esaltavano le sue virtù. Nei canti di questua erano presenti varie strofe in cui si faceva riferimento al vino o si chiedeva che fosse offerto con finalità propiziatorie poiché erano dei doni rituali che si facevano nella speranza di ottenere la protezione del santo sulla casa, gli animali e il raccolto.
Il terzo appuntamento del ciclo dell’anno con tipici usi legati al vino è il Carnevale. In passato durante questa ricorrenza, il vino aveva un ruolo importante caratterizzato da libere offerte a ragazzi questuanti, memorie baccanali-dionisiache e tradizioni gastronomiche. Un tipico pasto rituale del periodo, ovviamente comprendente anche il vino, era il cosiddetto “pranzo delle nove cose” che si consumava nella giornata di martedì grasso e non tutti potevano permettersi a causa delle ristrettezze economiche oppure era interpretato a modo proprio. Esso era un atto di grande libagione prima del digiuno quaresimale e di solito comprendeva: pasta all’uovo fatta in casa, frittata con salsicce, carne di capretto, vitello arrosto, un dolce locale carnevalesco chiamato la “cicerchiata“, frutta e vino spesso oltre i limiti.
Il vino ebbe una notevole importanza durante una mascherata allegorica dal tema “Bacco in Abruzzo” che fu organizzata a Lama dei Peligni durante il Carnevale del 1935. In questo caso fu simulato un atto mitologico calato nella realtà locale e questa particolare scelta trovò le sue motivazioni nel clima culturale dell’epoca che enfatizzava la ruralità, la romanità e le loro tradizioni. La mascherata ebbe inizio con la sfilata di un carro trainato da buoi e adornato da foglie d’uva. Esso trasportava una grande botte che ogni tanto si apriva e faceva la sua comparsa un uomo che rappresentava Bacco con la barba lunga, i grandi baffi, un camice bianco ed aveva a fianco due bambini a mò di angioletti. I due lati del carro erano circondati da diverse persone vestite da contadini che portavano bottiglie contenenti varie bevande alcooliche, bicchieri, piccole botti e arnesi per produrre vino e lavorare le viti. Ogni tanto l’allegro gruppetto inneggiava alla divinità pagana con il seguente canto: “Oh gran Dio dell’Olimpo / discendete in mezzo a noi / per il nostro buon umore / ogni fonte d’acqua pura / in spumante tramutate” [8]. Dopo varie invocazioni dei presenti, la botte si apriva e usciva Bacco che a sua volta cantando, diceva: “Se tutte rigogliose le vigne volete / dovete ben zappar la terra e coltivar / Allora gran protezione avrete / se la mia legge austera saprete rispettar” [9]. In seguito le persone che circondavano il carro rispondevano in coro: “Noi ringraziamo Bacco. / Con la sua compagnia / vogliamo l’allegria /che sempre durerà. / Viva Bacco e viva l’amore / con la gioia in fondo al cuore” [10].
Sul carro successivo c’era un’altra botte con grossi finestroni che si aprivano e ogni tanto facevano la comparsa tre contadini che cantando chiedevano a Bacco consigli su come coltivare le vigne. A tali richieste, la divinità pagana cantando, rispondeva che bisognava zappare la terra, potare le piante e spargere sulle viti il solfato di rame per combattere i parassiti. Nel corso della serata fu organizzata una finta processione definita di Carnevale Morto in cui si allestirono delle scene con altre citazioni e riferimenti al vino e si costruì una finta bara che trasportava un uomo che simulava un fantomatico Re Carnevale morto ed aveva un cuscino dietro la nuca, il viso ricoperto di farina e in bocca la metà di una patata colorata di nero [11]. Un altro soggetto vestito da prete si trovava davanti alla bara e ogni tanto con un pennello da imbianchino fingeva di impartire benedizioni. Altri partecipanti ai lati della bara portavano lumi, candele o fiaccole e gridavano: “Carnevale perché sei morto / pane e vino non ti mancava / l’insalata era nell’orto / Carnevale perché sei morto” [12].
Il vino era una delle bevande più offerte ai gruppi di ragazzi mascherati che sino agli 70 del secolo scorso, durante il periodo carnevalesco giravano di casa in casa e chiedevano di entrare dopo aver detto: “È permesso a Carnevale”. Se la richiesta era accolta, essi entravano, cantavano qualche canzone o recitavano qualche scenetta. Al momento di lasciarla, i padroni di casa offrivano qualche bicchiere di vino, dolci, salsicce, altri beni alimentari o una piccola mancia. Non era raro che in questi casi alla fine delle questue, qualche ragazzo accusasse i sintomi dell’alcol. In questo caso l’offerta di vino assumeva significati diversi da quelle durante la festa di Sant’Antonio Abate poiché era assunto a simbolo di abbondanza, rovesciamento dei valori, ospitalità rituale e memoria delle antiche feste dionisiache-baccanali.
Un altro importante momento annuale in cui il consumo di vino assumeva una certa importanza coincideva con le fasi del lavoro agricolo rappresentate dalla mietitura e trebbiatura del grano. In queste occasioni il vino si caricava di altri simbolismi, accompagnava le fasi dei lavori, era utilizzato durante i pranzi comunitari e come compenso ai mietitori e trebbiatori. Durante le ore di caldo della mietitura si offriva vino al fine di dissetare, dare energia, alleviare la fatica e favorire le buone relazioni sociali tra gli addetti ai lavori. Il pranzo di mietitura e trebbiatura era caratterizzato da largo impiego di vino e cibi locali che accompagnavano i canti e gli stornelli spesso liberi e sensuali poiché in tali occasioni s’infrangevano le barriere informali del linguaggio e ognuno dava sfogo ai propri sentimenti. Queste fasi dei lavori agricoli, al pari delle vendemmie facilitavano gli incontri e le relazioni tra i giovani di sesso opposto.
Un altro importante appuntamento del ciclo dell’anno che aveva a che fare con il vino era la festa di San Martino che ricorre il 13 novembre. In generale a San Martino sono state attribuite diverse tradizioni di derivazione baccanale-dionisiaca tra cui l’associazione al vino, la festività caratterizzata da abbondanti libagioni e il fatto che in diverse regioni italiane è considerato il santo protettore degli ubriachi e dei mariti infedeli. A Lama dei Peligni San Martino era per eccellenza il santo dell’abbondanza che s’invocava quando si ammassava il pane, si trebbiava, si producevano l’olio e il vino, per auspicare migliori condizioni economiche e per dimostrare che non si era invidiosi di parenti e amici cui si faceva visita. In questa località, in un passato non molto lontano, durante la ricorrenza del 13 novembre si spillava per la prima volta il nuovo vino dalle botti e si annunciava il cambiamento di stagione che concludeva un ciclo agrario e apriva un altro. Il rito di spillatura si effettuava circa 40 giorni dopo la vendemmia ed era propiziatorio di buoni auspici e di abbondanza. Di solito era caratterizzato da un assaggio comunitario con alcuni amici, parenti o vicini di casa del vino novello fatto in cantina accompagnato da vari prodotti locali.
L’ultima occasione del ciclo dell’anno per l’uso rituale del vino era costituita dalla ricorrenza natalizia. Un’antica consuetudine locale del Natale consisteva nel dono che facevano i contadini e i mezzadri ai proprietari delle terre da loro coltivate e alle famiglie benestanti con cui avevano rapporti di comparatico o di grande amicizia, di un grosso cesto detto nel gergo locale “lu stare” in cui di solito si ponevano bottiglie d’olio e vino, insaccati, frutta secca o di stagione, dolci, uova e altro. In questo caso il vino e le altre cibarie che costituivano il cesto rientravano in un’ottica che riconosceva ed assegnava un valore sacro alle differenze di status e al potere rappresentato dai proprietari terrieri. Questi ultimi ricevendo il dono, assicuravano la continuità degli affitti, potevano offrire protezione in caso di annate difficili e mostrare benevolenza ricambiando il dono stesso.
Un’altra consuetudine l’ha scritta in un suo volume autobiografico Tancredi Madonna raccontando che un pranzo natalizio a cui partecipò durante il periodo della sua infanzia (circa 100 anni fa) era costituito da: tagliolini in brodo, maccheroni alla chitarra, tacchino con insalata mista, salsicce ai ferri, sfogliatelle, mandorle atterrate e vino frizzante [13]. Nel pranzo natalizio riportato e in generale in tutti gli altri che si preparavano in occasione di questa ricorrenza, il vino conferma il suo valore di elemento fondamentale dei pranzi festivi e i suoi simbolismi di sacralità, abbondanza e fautore di momenti conviviali.
Il vino, l’aceto e l’uva in usi vari e nella farmacopea popolare di Lama dei Peligni
Nei secoli passati anche a Lama dei Peligni era abbastanza diffusa la farmacopea popolare, l’unica medicina realmente accessibile alla maggior parte della popolazione locale. Essa era costituita da un insieme di pratiche di cure, credenze, rimedi e rituali superstiziosi tramandati oralmente e fatti di osservazioni, esperienze, simboli e relazioni con la natura. Come dimostreranno gli esempi che seguono, l’antica farmacopea lamese, in diversi casi prevedeva l’utilizzo del vino, dell’aceto e dell’uva, tre pilastri della medicina popolare mediterranea.
In passato l’uva era considerata un lassativo e diuretico che depurava l’organismo. Secondo le credenze locali, il consumo moderato di vino rosso favoriva i processi digestivi. Inoltre bere con moderazione qualche bicchiere era considerato anche un importante tonico che dava energia e migliorava l’umore individuale. Ad avviso di Aurelio Manzi, a Lama dei Peligni per contrastare il raffreddore si usava il vino ferrato che si otteneva stemperando il liquido in un ferro arroventato sul fuoco [14]. Il vino cotto, aromatizzato e bollito con le bucce delle arance si utilizzava per lenire i sintomi del raffreddore, della tosse e degli stati influenzali.
Oltre al vino, in ambito locale si utilizzava anche l’aceto con varie funzioni medico-terapeutiche. Una di esse consisteva nel massaggiarlo sul cuoio capelluto poiché era diffusa la credenza che contribuisse a rinforzare i capelli e prevenire la loro caduta. Mescolato con il sale l’aceto era un rimedio che secondo l’immaginario popolare contribuiva ad alleviare la stanchezza e il gonfiore degli arti inferiori. In ambito locale, l’aceto era considerato anche un importante rimedio per la cura della casa e l’igiene domestica tra cui la pulitura di superfici varie, il lavaggio e la lucidatura degli oggetti di rame.
I proverbi, i canti e le filastrocche con il vino e l’aceto
A Lama dei Peligni, sino a circa 60-70 anni fa, il vino con le sue varietà, l’aceto e l’uva entravano anche nella composizione di diversi antichi canti, filastrocche, detti e proverbi. Ora essi, in gran parte sono caduti in disuso a causa delle trasformazioni economiche, culturali e del lento abbandono del gergo locale da parte delle nuove generazioni.
Il primo proverbio che si considera afferma: “A Sante Martine ogne muste devente vine” (A San Martino il mosto diventa vino) a voler indicare che il 13 novembre, festa del santo, possono essere spillate le prime botti per assaggiare il vino novello. Ad avviso di Emiliano Giancristofaro tale proverbio diffuso dappertutto trae origine da una leggenda in cui si narra che un giorno San Martino per sfuggire ai suoi nemici si riparò in casa di un contadino nascondendosi dentro una botte. Quando gli inseguitori vollero esplorare il suo contenuto, la trovarono piena di vino. Cosi essi si ubriacarono e San Martino fuggì [15]. Un altro proverbio locale afferma “Acque e vine fa bona schine” (Acqua e vino fanno buona schiena, cioè conferiscono forza). Una sua variante è “Nu bicchiere de vine fa bona schine” (Un bicchiere di vino fa buona schiena). In passato tali detti, di solito si utilizzavano per invogliare a bere vino di scarsa qualità. Un altro ancora afferma: “Le vine amarajje tienetele a la casa tajje” (il vino amarognolo conservalo nella tua abitazione poiché è di ottima qualità). “Le fojje e pizzacalle nche le frecone se ne va abballe” (Le foglie, ossia una pietanza tipica di Lama dei Peligni che è costituita da verdure cotte e la pizza calda ingerite con il frecone, un tipico vino frizzante del luogo, sono facilmente digerite): in questo caso il detto serviva a favorire l’assunzione contemporanea dei particolari pasti e bevande a cui fa cenno.
Il quinto proverbio afferma:” acque d’auste, uoje larde e muste” (acqua d’agosto, olio, lardo e mosto), a voler significare che la pioggia agostana favorisce la vendemmia, il raccolto di olive e la crescita del maiale.
Il proverbio “finisce tutto a tarallucci e vino” si utilizza per indicare che ogni progetto o discussione termina con un pranzo amichevole e non porta a nessun risultato. “l’acqùe se mette a le spalle e le vine fa cantà” (l’acqua va alle spalle e il vino fa cantare) si dice nella convinzione che l’acqua è fonte di malanni mentre il vino, se bevuto con moderazione, alleggerisce l’animo e favorisce l’allegria. Il proverbio “Sì gnè nu vache d’uve “ (sei come un acino d’uva), di solito si usava per indicare le persone che godevano una buona salute: “È forte gnè la cite ‘mbusse all’acque” (è forte come l’aceto bagnato nell’acqua), per indicare una persona fisicamente debole; “Femmene e vine cacciele apprime” (donne e vino usale subito), è un detto che non ha bisogno di altre spiegazioni; “Le vine fa sanghe” (il vino fa sangue), intende significare anch’esso che il vino, se bevuto con moderazione rinforza il corpo e dà energia.
Ai detti citati ed espressi in gergo si aggiungono altri espressi nella lingua nazionale e che nel luogo si sono diffusi da diversi decenni. Così “in vino veritas”, a voler significare che il vino è un rivelatore dell’animo umano, scioglie la lingua e contribuisce a far raccontare fatti e verità nascoste; “l’acqua fa male e il vino fa cantare”, a voler dire che il vino favorisce il buon umore e l’allegria.
Alla preziosa bevanda si accenna anche alla seguente filastrocca locale che un tempo si recitava ai bambini per farli sorridere e rasserenarli: “Ndria, ndria, ndrà, pesce fritto e baccalà, è le vine de zà Mariuccia cà m’ha fatte ‘mbriacà ” [16]. Il vino è citato anche nelle seguenti strofe di antico canto locale che s’intonava nei momenti conviviali accompagnati dal consumo di qualche bicchiere: “Facemmece nu bicchiere / e facemmecele mò / ca mò c’avemme lu tiempe e n’altra volta nò” [17].
I detti e proverbi riportati dimostrano che nella cultura popolare di Lama dei Peligni, al vino si attribuivano i seguenti valori, simbolismi e significati: rivelatore di verità nascoste, fautore di convivialità, salute, allegria, energia e forza. Un detto associa la buona vendemmia, all’intensità delle piogge agostane.
Il vino, nella cultura di Lama dei Peligni di un passato non molto lontano era citato con pregnanti significati simbolici in due leggende. Nella prima leggenda che fu pubblicata da Francesco Verlengia si narra che un giorno il demonio mise un potente veleno all’interno di un bicchiere di vino che doveva essere bevuto da San Benedetto da Norcia [18]. Prima di assumerlo, San Benedetto si fece il segno di croce, il bicchiere si ruppe e il veleno si disperse. Il racconto si rifà all’episodio della vita del santo in cui si narra che alcuni monaci che non digerivano la severità della Regola benedettina, tentarono di ucciderlo con una coppa di vino avvelenato.
Il vino compare in un racconto leggendario locale in cui sono citati il Messia, San Pietro e gli altri Apostoli che bevono vino. Inoltre nel racconto si fornisce una spiegazione anch’essa leggendaria alla frase “Ti sei lasciato infinocchiare”, ammettendo che fu pronunciato per la prima volta da Gesù Cristo.
Nella leggenda si narra che un giorno Gesù e gli Apostoli, mentre erano radunati a tavola per il pranzo, si accorsero che non c’era nulla da bere. Allora il Messia disse al suo discepolo prediletto: “Pietro vai a comprare il vino”. Dopo un lungo peregrinare l’Apostolo arrivò da un contadino che aveva un vino cattivo. San Pietro, prima di comprarlo, chiese di gustarlo ma il contadino furbo inizialmente gli fece mangiare un pezzo di finocchio e poi gli fece assaggiare la bevanda. In questo modo San Pietro non riuscì a percepirne il sapore e fece il suo acquisto. Quando tutti erano a tavola il Messia sorseggiò il vino, si accorse che era di cattivo gusto e si rivolse a San Pietro pronunciando il detto in questione.
La leggenda è una rielaborazione popolare di un racconto apocrifo in cui si narra che il Messia si rivolse con la frase “Ti sei lasciato infinocchiare”, a Giuda Iscariota che si era fatto ingannare da alcuni mercanti.
In conclusione nelle due leggende riportate l’aspetto fantastico si unisce al bisogno di voler affermare la forza, la potenza e l’insegnamento del Messia e di San Benedetto.
A Lama dei Peligni, a causa delle trasformazioni economiche e culturali che si sono registrate, il vino e la vendemmia hanno perso molti usi e tradizioni del passato, ne hanno conservato alcuni ed acquisiti altri completamente nuovi. Il vino non si usa più per i baratti, i pagamenti agli addetti ai lavori, per corrispondere gli interessi censuali e gli affitti dei terreni. Molti vigneti, a causa del loro abbandono sono stati inghiottiti dalla vegetazione e sono scomparsi dal paesaggio rurale di Lama dei Peligni. La vendemmia essendo fatta solo da pochi individui, ha perso le sue funzioni di importante pratica agricola sociale e di momento di aggregazione comunitaria.
Il vino continua a essere utilizzato durante i pasti principali, i rinfreschi, nei momenti conviviali, si offre agli amici al bar e agli ospiti che fanno visita a conferma delle sue funzioni socializzanti e del fatto che continua a rientrare nelle pratiche relazionali che s’instaurano tra soggetti diversi. Le bottiglie di vino continuano a rientrare nella composizione delle “spase” che ora una o più famiglie preparano durante un’importante ricorrenza festiva locale, mentre in passato caratterizzavano diverse festività. Esse consistono in grandi vassoi contenenti un insieme di pietanze. Di solito oltre a una bottiglia di vino contengono: coniglio e/o pollo ripieno o ai ferri, contorni vari, frutta di stagione e altro. Le spase sono raccolte dai membri della commissione feste, vendute all’asta e il ricavato si utilizza per finanziare la festa in programma.
A questi antichi usi, si sono aggiunti altri alcuni dei quali da diversi decenni ed altri da pochi anni. Nel luogo, a partire dagli anni 50-60 si sono lentamente diffusi i vini d’importazione che hanno sostituito quelli di produzione locale. Inoltre si è generalizzato anche l’uso dello spumante nei brindisi per festeggiare il nuovo anno e varie ricorrenze famigliari tra cui gli anniversari dei matrimoni e i compleanni. Anche a Lama dei Peligni questo tipo di vino si beve a fini propiziatori di buoni auspici e simboleggia allegria, ciò che inizia o nasce.
Una tradizione recente che è stata organizzata dalla Pro Loco nel 2019 è stata la rievocazione delle fasi tradizionali della vendemmia e della pigiatura dell’uva utilizzando vecchie pigiatrici in legno di cui ora qualcuno ignora il nome dialettale, torchi, e altri arnesi tipici del luogo. Questa iniziativa dimostra che un’importante attività di lavoro contadino del passato, ora è completamente dimenticata dalle nuove generazioni ed è diventata rievocazione storica, intrattenimento, animazione, spettacolo e recupero di un momento perduto di vita identitaria. Nella sala utilizzata per la rievocazione è stata allestita una mostra con botti, tini e gli attrezzi che erano adoperati per vendemmiare e pigiare l’uva; è stata temporaneamente realizzata una finta vigna nella quale alcuni ragazzi hanno colto l’uva presente; all’interno delle vasche pigiatrici sono stati depositati dei sacchi d’uva che sono stati spremuti da ragazzi a piedi nudi. In seguito il mosto ottenuto è stato regalato ai bambini presenti.
Un’altra importante iniziativa locale avviata anch’essa nel 2019 è stata la valorizzazione di un antico vigneto ancora coltivato nel territorio di Lama dei Peligni che è denominato “La Vigna Madre di Lami”. L’attenzione che è stata rivolta al vigneto rientra nell’ambito di un progetto finalizzato al recupero e alla salvaguardia del patrimonio genetico delle viti autoctone presenti nel territorio dei Comuni posti sotto la Maiella Orientale. Il progetto è stato avviato grazie all’interessamento dei ricercatori del Parco Nazionale della Maiella e del personale dell’ente Bio Cantina di Orsogna [19].
Le ricerche condotte dai due enti hanno portato alla scoperta nella Vigna Madre di Lami dei seguenti antichi ecotipi varietali autoctoni abruzzesi di viti ultracentenarie e a rischio d’estinzione: la Mmidialonghe, la Ghiuppitte, la Verdacchiona, l’Uva dell’Acea, l’Uva pane, la Cococciola, il Nero antico e altri in fase di analisi. Queste varietà autoctone, insieme a tutte le altre presenti nel territorio lamese sono il risultato di innesti, attività selettive e processi agronomici svolti dai contadini del passato e che erano finalizzati a migliorare la qualità dell’uva prodotta. Esse si possono considerare importanti testimoni biologici della storia locale che hanno anche un valore antropologico poiché sono degli emblemi del paesaggio rurale e dell’identità territoriale. La degustazione dei loro vini, in generale, aiuta a ricordare il passato e rende partecipi di una continuità agronomico-culturale.
Il proprietario della vigna, ovvero Pietro Di Florio Di Renzo si può assumere anch’esso a importante emblema locale e ad esempio significativo che a Lama dei Peligni ha accettato ed ha alimentato l’etica della restanza, il fenomeno sociale riguardante coloro che consapevolmente scelgono di vivere nel luogo nativo e costruiscono il proprio futuro utilizzando le risorse locali. Pietro, come tutti coloro che accettano l’etica della restanza è animato da un forte sentimento di appartenenza territoriale e un innovativo senso di abitare il luogo delle proprie radici, nonostante il suo spopolamento e marginalità.
Attorno al vigneto di Lami, a partire dal 2023 è ruotata anche l’organizzazione di diversi convegni che hanno visto la partecipazione di studiosi, naturalisti, delle autorità comunali di Lama dei Peligni, dei rappresentanti del Parco della Majella e della Bio Cantina di Orsogna. La loro organizzazione dimostra che la vigna con le sue varietà è diventata un mezzo che a Lama dei Peligni ha stimolato la divulgazione delle ricerche scientifico-agronomiche, gli assaggi di vini, gli incontri culturali, i momenti di aggregazione comunitaria e la pubblicità per prodotti locali, enti ed istituzioni. Il tema della seconda edizione di un convegno che è stato organizzato il 26 agosto 2024 è stato: “Il vigneto di Pietro Di Florio custode della Biodiversità” [20].
Il 31 agosto 2024, nei pressi del vigneto si è organizzato un incontro divulgativo in cui sono state comunicate le nuove scoperte per la viticoltura abruzzese derivanti dai progetti di collaborazione tra la Banca del Germoplasma del Parco Nazionale della Majella con la Bio Cantina di Orsogna. Il 30 settembre 2025 si è tenuto un altro convegno al fine di fissare i nuovi obiettivi per la valorizzazione e l’arricchimento di nuove varietà, lo scrigno di biodiversità rappresentato dalla “Vigna madre di Lami”. Durante l’incontro un naturalista ha fatto presente che il vigneto in esame è un testimone diretto della comunità agricola del ‘900, con selezioni fatte dall’uomo e dall’ambiente di coltivazione che conservano l’identità del territorio e riducono l’inquinamento attraverso un minor uso di chimica e acqua.
Un’altra importante iniziativa locale in favore anche del vino ha coinvolto la Bio Cantina di Orsogna e i Comuni di Lama dei Peligni e di Taranta Peligna è stato un accordo sottoscritto il 30 giugno 2025. Al fine di valorizzare e promuovere anche i geositi del Parco della Majella, si è concordato di favorire l’invecchiamento dei vini prodotti dal recupero degli antichi vitigni locali, all’interno della Grotta del Cavallone, un’importante località turistica in cui Gabriele D’Annunzio trasse ispirazione per la scenografia della tragedia La figlia di Iorio. In questo caso alla valorizzazione del vino prodotto dai vitigni autoctoni si associa la promozione turistica di una località, due fatti che nel loro insieme diffondono la conoscenza del territorio e assicurano ai suoi abitanti una maggiore vivibilità.
Conclusioni
I fatti riportati dimostrano che nel loro complesso l’uva, la vendemmia e il vino, a Lama dei Peligni sono stati importanti fattori che hanno ispirato credenze, superstizioni, proverbi, leggende, usi molto vari, tradizioni agrarie e gastronomiche. Inoltre si è dimostrato che nel corso del tempo sono notevolmente cambiati il modo con cui il vino si produce e vari usi che di esso si fanno. Il fatto che diverse tradizioni trattate si siano affievolite o sono scomparse, mentre altre sono state inventate, invece documenta altri importanti aspetti.
Il primo di essi è che le tradizioni stesse non sono costruzioni culturali eterne ed immutabili. Lo scorrere del tempo favorisce una selezione che assicura la sopravvivenza a quelle che ispirano significati ai gesti quotidiani o creano un senso identitario nelle comunità. Invece si perdono e abbandonano le tradizioni che dai mutamenti dei processi storici non sono utili a soddisfare i bisogni che di volta in volta si creano.
Il secondo importante aspetto è che anche le aree marginali, a cui tra l’altro Lama dei Peligni appartiene, si trasformano accettando nuove consuetudini, poiché sono influenzate dai cambiamenti che avvengono a livello nazionale, dalla globalizzazione e dalle scelte politiche. Ora, diversi modelli culturali comunemente accettati sono stati importati e diffusi dai mezzi di comunicazione di massa.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
[*] Ringraziamenti
Per aver fornito informazioni si ringraziano: Mario Amorosi, Annecchini Giustino, Elisa Di Fabrizio, Marisa Di Florio, Mario Pellegrini, Gianna Rosato e Luigi Rosato.
Note
[1] Dell’Oro F., Il vino nella liturgia latina del Medioevo, 2003: 423
[2] ivi: 433-436.
[3] Pezzetta A., L’arcipretura di San Pietro di Lama dei Peligni, 2021: 81.
[4] Le cappelle laicali sono costituite da altari realizzati nelle pareti laterali delle chiese. Nei secoli, esse furono fondate dai membri dell’aristocrazia e dell’alta borghesia dei luoghi. Nelle loro vicinanze erano poste anche le tombe di famiglia dei legittimi fondatori che anziché essere sepolti in una fossa comune, avevano un sepolcro riservato. I legittimi fondatori, le assegnavano in dotazione una massa di beni al fine di avere il capitale necessario per celebrare le funzioni religiose, organizzare feste in onore del Santo a cui erano intitolate e curare il loro aspetto esteriore con fiori, tovaglie, candele e paramenti sacri.
[5] ISTAT (a cura), Catasto Agrario 1929 VIII. Compartimento degli Abruzzi e Molise, Provincia di Chieti, 1935: 31.
[6] Manzi A., Etnobotanica in Abruzzo, 2025: 191.
[7] La Regia Udienza era una istituzione giuridica del Regno di Napoli corrispondente all’attuale Corte d’appello a cui erano attribuite competenze giurisdizionali di seconda istanza.
[8] Caprara P., Origini, 1994: 59.
[9] ibidem.
[10] ivi: 60.
[11] ibidem.
[12] ibidem.
[13] Madonna T., Lungo le nostre valli, 1993: 21.
[14] Manzi A., Etnobotanica in Abruzzo, 2025: 183.
[15] Giancristofaro E., Il mangiafavole, 1971: 128-129.
[16] Traduzione: Ndria, ndria, ndrà, pesce fritto e baccalà, è il vino di zia Mariuccia che mi ha fatto ubriacare.
[17] Traduzione: Beviamoci un bicchiere e beviamolo adesso poiché ora abbiamo tempo e un’altra volta no.
[18] Verlengia F, La leggenda di San Benedetto, 1916: 660.
[19] La Bio Cantina di Orsogna (Ch) è una società cooperativa nata nel 1964 a cui aderiscono circa 450 viticoltori abruzzesi e che produce vini tipici regionali con tecniche biodinamiche e il recupero di antichi vitigni. Tale ente e il Parco Nazionale della Majella hanno elaborato un progetto comune definito “Pé nin perde la Sumente” (per non perdere il seme) che associa la conservazione della natura e della biodiversità con la riscoperta delle tradizioni agricole regionali che possono costituire un’importante risorsa economica.
[20] Il signor Pietro Di Florio Di Renzo è il proprietario del vigneto di Lami.
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Amelio Pezzetta, laureato in filosofia all’Università di Trieste, è insegnante di Scuola Media in quiescenza. I suoi interessi principali sono la storia locale e le tradizioni popolari dei Comuni della Valle dell’Aventino (Prov. di Chieti, Abruzzo). Ha collaborato con varie riviste del settore tra cui: Aequa, Dada, L’Universo, Palaver, Rivista di Etnografia, Rivista Abruzzese, Utriculus e Valle del Sagittari.
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