di Massimo Minglino
Il paesaggio non è semplicemente uno sfondo naturale o urbano, ma un vero e proprio modo di guardare e interpretare il territorio. Nasce dall’intreccio di relazioni tra elementi umani e non umani: persone, comunità, ecosistemi, infrastrutture, tecnologie, ma anche le memorie e le tracce lasciate da generazioni che ci hanno preceduto.
Osservare il paesaggio significa interrogare la qualità di questi legami, capire come essi evolvono nel tempo e come contribuiscono a definire l’identità dei luoghi.
Fotografare il paesaggio oggi comporta documentare gli squilibri territoriali che caratterizzano il nostro Paese e molte altre regioni del mondo.
Da un lato, le città e le zone costiere soffrono di un eccesso di densità, di edificazione e di consumo di suolo; dall’altro, le aree montane e interne si svuotano progressivamente, perdendo popolazione, servizi e capacità di presidio.
Questa polarizzazione produce fragilità e dissesti ambientali e sociali. Ritrovare un equilibrio significa ripensare il rapporto tra centro e margine, tra aree urbane e rurali, restituendo valore a ciò che oggi appare periferico.
Un elemento cruciale è il recupero del senso del limite. La cementificazione diffusa, soprattutto nel secondo Novecento, ha spesso violato questo principio, cancellando paesaggi agrari storici, modificando irreversibilmente ecosistemi e interrompendo la continuità tra passato e presente.
Riconoscere il limite non vuol dire arrestare lo sviluppo, ma orientarlo: costruire dove ha senso, rigenerare invece di consumare, progettare città e infrastrutture che rispettino la morfologia e la memoria dei luoghi.
In quest’ottica, la tecnologia non è antagonista del paesaggio, ma può diventare strumento per valorizzarlo.
L’innovazione digitale e la transizione ecologica possono contribuire a monitorare i rischi idrogeologici, migliorare la gestione delle risorse, favorire nuove forme di agricoltura sostenibile, contrastare l’isolamento delle aree interne grazie a connessioni e servizi intelligenti.
Tradizione e tecnologia non devono essere visti come poli opposti, ma come forze complementari, perché la tutela del paesaggio non è nostalgia, ma un investimento sul futuro: significa capire come i luoghi sono diventati ciò che sono e come possono evolvere in modo equilibrato, inclusivo e sostenibile.
Solo attraverso questo sguardo complesso e integrato possiamo restituire ai territori la loro integrità e costruire un nuovo patto tra uomo, natura e cultura.
Nel mio girovagare fotografo sempre il paesaggio; soprattutto lì dove percepisco la bellezza di una veduta, la sorpresa di uno scorcio sotto una luce particolare, bassa, lunga, calda, o l’emozionante armonia tra le parti che compongono ciò che vedo, tanto forte da rapire i sensi nell’immagine che rubo al tempo.
Paradossalmente, la stessa percezione che mi restituisce bellezza e suggestione, fa leggere le contraddizioni che irrompono dal paesaggio antropizzato, laddove gli interventi dell’uomo sul territorio risuonano spesso prepotenti e poco rispettosi del contesto ambientale, lasciando segni e cicatrici impossibili da cancellare o nascondere.
Se vogliamo imparare a riconoscere la bellezza, basterebbe guardare ciò che ci circonda. Basterebbe vivere il paesaggio nella sua totalità, lasciando che i nostri sensi ci aiutino ad apprezzare ciò che ci è dato generosamente in dono nel nostro inquieto andare per il mondo.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Massimo Minglino, laureato in Architettura presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi sul Museo della Fotografia della Città di Palermo, svolge attività professionale a Caltanissetta, associando alla libera professione la passione per l’arte fotografica, che sovente utilizza per lo studio della città e dell’architettura in genere. Approfondisce la ricerca personale per il reportage e il racconto fotografico, attraverso lo studio di testi inerenti la fotografia e partecipando ad incontri, workshop e mostre personali e collettive.
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