Stampa Articolo

Storia di un servo pastore

Lorenzo Reina

Lorenzo Reina (ph. Fabio Scaglione)

di Lorenzo Reina [*] 

Un tempo la Mannira era un recinto sacro di pietre e di spine. Lì vivevano insieme, uomini e animali, ma non vivevano in pace. Erano uomini che covavano omertà e parole nella bocca dello stomaco e aspettavano. Invocavano Dio e, se non rispondeva, lo bestemmiavano. Parlavano con le loro pecore e credevano di essere ascoltati. Dicevano: “Lu diu di li pecuri è l’omu” (Il dio delle pecore è l’uomo).

Un dio che riconosceva le sue pecore una ad una, una tra mille, e la chiamava per nome mentre la trascinava fuori tra centinaia di velli belanti, per salvarla o scannarla. Era una cosa che andava fatta e basta. Un dio che aveva potere sulla vita delle sue pecore, che custodiva nella para (il recinto notturno di ricovero degli animali) e portava al pascolo sotto l’ostia rovente del sole a dissetarsi al fiume, a pascere sotto i fulmini e i diluvi dei temporali, o come il capo di una muta di lupi, apriva un varco nella neve e le conduceva al riparo dai venti del nord.

Erano uomini che misuravano il tempo con le ombre, la terra e il cielo con i passi e chinavano la testa solo ai comandamenti di Madre Natura. Lì ho vissuto per molti anni un rito primordiale e immutabile che si compiva dall’alba al tramonto e ho assistito nell’arco di un decennio alla sua sparizione. Ricordo le transumanze estive e di primavera: mio padre caricava il necessario (murciglia) sul basto di una mula e, una volta arrivati sui nuovi pascoli, costruivamo un capanno (pagghiaru) fatto di pietre e canne dove avremmo dormito e cagliato il latte. A volte credo di essere vissuto nella preistoria, un tempo dove uomini solitari incidevano simboli sui campanacci, intrecciavano la lana e il giunco, cucivano le pelli per foggiare grembiali (vraca) e giubbe per affrontare l’inverno (cileccu). Non esisteva spreco di nulla e anche quando si lavavano i secchi sporchi, la stessa acqua veniva passata e ripassata nei contenitori fino al risciacquo finale. Ora di quella confraternita nomade e autarchica restano ricordi muti tra le pietre dirute delle pare, dove fiorisce solo il rovo e la vitalba.

Io ero unico figlio maschio, l’erede destinato alla pastorizia, ma la mia infanzia finì con un anticipo tremendo quando avevo appena sette anni. Fu una sera di tarda primavera: mio padre Libero ritornando in paese dalla Mannira venne disarcionato dalla mula e scaraventato tra le pietre e i rovi della trazzera. Venne a casa a piedi, portando sulle spalle la bisaccia piena di tume spezzate e ammaccate come le sue ossa. La mattina dopo, mia madre Lia mi scosse dal sonno sussurrandomi: «Susiti, ca to patri avi li vrazza rutti, vacci tu a la mannira» (Alzati, tuo padre ha le braccia rotte, vai tu all’ovile). Mi lasciai alle spalle il paese alle prime luci dell’alba e, salendo la trazzera che portava alla Mannira, incontrai delle pietre stillate di rosso rappreso, era il sangue di mio padre che mi indicava la via e, nel condurmi, mi ferì il presentimento che anche la mia infanzia si era spezzava su quei sassi.

I miei doveri di servo pastore crebbero come i miei anni, a dodici sapevo già mungere le pecore e mio padre mi affidò la custodia di quelle gravide che avrebbero poi partorito in settembre. I mesi estivi mi sembravano interminabili, una umbratile tristezza, una taciturna nostalgia per il paese e per i miei coetanei che ricordavo spensierati per le vie del paese mi rendevano inquieto e infelice. Imparai presto a proteggermi dalla solitudine estraniandomi nella lettura oppure modellavo la creta raccolta nel fiume quando le pecore riposavano all’ombra dei platani.

Intorno alla Fattoria dell'Arte (ph. Fabio Scaglione)

Nelle campagne di Santo Stefano di Quisquina (ph. Fabio Scaglione)

La mia educazione pastorale fu completa a dieci anni, durante una transumanza estiva in contrada “Casinu” in territorio di Bivona, dove mio padre era affittuario di alcune terre a pascolo. Eravamo partiti all’alba dalla Mannira di Santo Stefano, arroccata alle pendici di Monte Quisquina, e scendevamo a valle per pascolare la ristuccia (le stoppie) nei campi di frumento dopo la raccolta. Il gregge fiutò il ritorno del tempo della ristucciata e si mosse oscillando serrato per le trazzere, scampanellò lungo la vallata del fiume Magazzolo, dall’arabo Magzil, (acque vorticose), spinto dall’abbaiare dei cani e dalle bestemmie dei pastori. Raggiungemmo con poche soste la meta nel tardo pomeriggio, mio padre a dorso di una cavalla saura mi teneva fermo in groppa circondandomi i fianchi con le redini mentre sobbalzavo ad ogni scarto della cavalla. Cavalcammo per ore, io sul pelo nudo e sudato della groppa, mi tenevo stretto, con l’orecchio attaccato alle spalle di mio padre, lo sentivo respirare e non parlavo. Finalmente arrivammo a destinazione, col culo in fiamme e le braccia intorpidite, aiutai i pastori a portare pentole e paiuoli di rame dentro un pianterreno annerito di fumo. Appena dentro, un tanfo acre di sentina e di beccume mi riempì le narici e si incise per sempre nella mia memoria. Era il tugurio dove avrei trascorso alcuni anni della mia adolescenza: un vecchio casolare stretto tra le abitazioni padronali a schiera su un’alta collina che mira a est la corona dei Monti Sicani e a sud ovest il litorale marino del canale di Sicilia tra Sciacca e Ribera.

nelle campagne di santo Stefano (ph. Fabio Scaglione)

Nelle campagne di Santo Stefano di Quisquina (ph. Fabio Scaglione)

All’interno della stanza trovammo una fila di sacchi pieni di mandorle che i proprietari vi avevano depositato e mi ci rannicchiai sopra stremato dalla fatica, ma prima di addormentarmi feci in tempo a sentire le voci dei pastori che mormoravano sulla mia addummata (la mia doma) alla dura vita che mi attendeva. Mi risvegliai in piena notte, mio padre si era alzato e stava accendendo lo stoppino della lampada a petrolio, poi si accostò al tino, tolse “lu ciddizzu” (pesante telo di olona) e ripescò la tuma dal siero bollente della ricotta preparata al tramonto e la pose a scolare dentro lu tavuleri (scolatoio di tavole). Versò il siero rimasto nei secchi e li svuotò fuori, nei fondi manciacani di pietra. Infine ripulì con acqua e mazzu (scopino intrecciato con fili di ampelodesmo) e, spenta la lampada con un soffio tornò a dormire. La stanza sprofondò di nuovo nel buio e mi riaddormentai. Non sapeva lu mischineddu (il poverino) che sarebbe toccato a lui per i prossimi dieci anni, alzarsi per il rito notturno della “squadata della tuma” (bollitura). Si sarebbe svegliato al richiamo del suo nome, “Lorè, Lorè, susiti, susiti ca lu seru s’arrifridda” (Lorenzo, Lorenzo, alzati, alzati, altrimenti il siero si raffredda) borbottato nell’oscurità da lu curatulu (colui che ha cura).

Le notti d’estate duravano meno di un sogno e prima dell’alba qualcuno aveva acceso la tannura (la fornace) per riscaldare l’acqua e ripulire il tino, le cische di legno e i secchi di alluminio. Zù Filippu mi disse “camina cu mia”. E io andai. Fuori schiariva e lui mi condusse nella para dove trovammo le pecore ancora coricate, ma bastò un suo fischio e l’intero gregge corse e affollò la mannira di munciri (recinto di mungitura) dove sui vadili di petra (varchi di pietra) sedevano i pastori bardati con grembiali di pelli di capra e le cische tra i ginocchi. Zù Filippu mi diede in mano la zotta, un bastone da cui pendeva un pezzo di corda di zabara e disse “cafuddammu docu” (picchia forte). Ad ogni colpo di zotta dovevo fischiare o far vibrare le labbra come fanno i cavalli alla fine di un nitrito, così mi dissero di fare e così ho fatto per anni. Quando le cische erano colme di latte caldo e schiumoso mi lanciavano un richiamo e io correvo ai vadili con un secchio dove i pastori lo travasavano e lo portavo a li casi (al caseggiato) distante un centinaio di metri. Munta l’ultima pecora, si ritornava tutti a li casi. Lì, mio padre scioglieva del caglio salato in poca acqua tiepida che versava nel latte ancora caldo e ricopriva il tino con il ciddizzu pesante. Poi si sedeva e si arrotolava una cartina con un trinciato forte che fumava lentamente mentre il latte cagliava. Quando il latte si addensava lo frantumava con la rotula (bastone con coppella di legno) e iniziava il rito omerico.

Pagliaio nella fattoria di Reina (ph. Fabio Scaglione)

Pagliaio di Lorenzo Reina (ph. Fabio Scaglione)

A me toccava, durante la rottura vorticosa della cagliata, versare da un secchio un rivolo di acqua caldissima che serviva a separare la tuma dalla lacciata, il siero da cui, dopo averlo rimesso sul fuoco, sarebbe affiorata nel vortice lentissimo e misurato dello zubbo (bastone di giunco) la fumante ricotta. A me toccava, piccolo vestale del fuoco, alimentare la tannura su cui posava la quarara di rame mentre mio padre scrutava sul manico di una schiumarola l’addensarsi dei primi fiocchi ed io, in quel momento esatto, dovevo aumentare il calore delle fiamme dentro la tannura. Riempite le fuscelle di giunco, tutti staccavamo dai chiodi i vacileddi (scodelle di rame) e dopo averli riempiti di ricotta e siero ci si andava a sedere a sminuzzarci sopra pezzi di pane raffermo che assorbivano il siero addensando in una crema dolce salata, chiamata zabbina. Questa colazione mi saziava, era l’unico pasto della giornata per affrontare le lunghe camminate dietro al gregge instancabile, e veniva bruciata in fretta. La sera ritornavo a li casi sempre affamato.

Dalla primavera a fine estate si ritornava alla Mannira intorno alle cinque del pomeriggio per la seconda mungitura, ma restava solo mio padre a fari lu fruttu (così chiamavamo la tuma e la ricotta, “fare il frutto”) mentre io e Zù Filippu ritornavamo a pascere le pecore fino all’imbrunire. Al ritorno, contate le pecore al passo della para, si rientrava nell’oscurità del casolare dove mio padre attizzava il fuoco sotto la pignatedda, una pentola di rame affumata e usata solo per la cottura della pasta, che chiamavamo la pasta di li monaci (pasta dei monaci), un misto di vari formati che i pastori conservavano nelle loro bisacce. Tirata giù dal fuoco, veniva mescolata con abbondante olio d’oliva e impiattata nei fondi vacileddi di rame che luccicavano rossastri attorno al fuoco.

Attrezzi del pastore all'interno del pagliaio (èh. Fabio Scaglione)

Attrezzi del pastore all’interno del pagliaio (èh. Fabio Scaglione)

Poi ognuno, a turno, grattuggiava strati e strati di primo sale, lu padduni (palla), che mio padre metteva da parte la mattina e veniva consumato interamente la sera. In primavera venivano aggiunti all’acqua di cottura asparagi e finocchietti selvatici raccolti durante il pascolo, che aromatizzava la pasta di aspro e amaro, sapori che il fuoco di legna esaltava e rendeva inimitabili. Toccava a me, alla fine del pasto, raccogliere vacileddi e cucchiari, lavarli per bene e infilare il loro anello al chiodo. Mentre i tizzoni ancora ardenti rischiaravano la stanza, si stendevano le pelli di pecora a terra, si arrotolavano le bisacce su cui posare la testa e ci si sdraiava vestiti dopo aver sfilato dai piedi i pesanti scarponi.

D’estate si dormiva all’aperto, io andavo sull’aia, dove i contadini avevano separato la pula dal frumento e che il vento aveva accumulato in morbide dune durante lo spaglio. Era un letto di sereno conforto, ma prima che il sonno mi manciava rimanevo a fissare le stelle: a nord est in estate c’era sempre visibile la Costellazione di Andromeda e, un palmo più sotto, le luci, le lucine lontane del mio paese prima che scomparissero in un sogno.

Le giornate al pascolo erano interminabili, i nostri pasti durante l’inverno si consumavano nella monotonia. Ma all’arrivo della primavera, nella settimana di Pasqua, si compiva la scanna degli agnelli maschi e il dio delle pecore affilava il suo coltello dal manico ricavato dalle corna dell’ariete. Rivivo la scena. Il dio, curvo sulla schiena, serra tra le ginocchia un agnellino che scalcia e riempie l’aria di belati disperati. La mano di dio si chiude sul muso dell’agnello e strozza quel grido, torce quella gola che ansima e la offre al coltello che la trafigge. Il sangue inizia a scorrere a fiotti in un secchio di alluminio e io devo ruotare quel sangue con un bastone per non farlo coagulare. Il suo odore è forte, mi annebbia, ma non devo fermarmi, non posso, mi dicono. La scanna è finita. L’erba davanti al casolare fuma di sangue, gli agnelli non gridano più, l’ultimo ucciso rantola ancora, scosso da spasmi che mi sembrano eterni. Poi, uno ad uno, attraverso un taglio della pelle sopra lo zoccolo posteriore, un anziano pastore inserisce lu spitu, un liscio pollone di ulivo che penetra lungo la coscia tra la pelle e la carne e arriva dritto nell’addome dell’agnello. A quel punto mi viene affidato, ed io, in ginocchio, sento mio padre, mi dice che devo premere con forza le labbra su quella ferita viscida e sanguinolenta e devo cominciare a soffiare, soffiare soffiare…fin quando la pelle si stira e si gonfia come un otre d’aria. Mi alzo, mi gira la testa, barcollo tenendo una mano pressata sul buco per non farlo sfiatare, mentre un pastore con un coltello affilato, recide di netto la pancia, la svuota delle viscere e le lancia in un secchio pieno di acqua fredda. Domani saranno arrotolate e arrostite sulla brace e dai carboni ardenti si leverà in cielo un fumo denso e bianco, il cui odore, sarà profumo soave per il Dio degli Eserciti. Intanto il sangue raccolto nel secchio si è raffreddato e rimarrà ancora liquido per molte ore, il tempo di svuotare gli stomaci degli agnelli ancora pieni dell’ultimo latte succhiato e riempirli di sangue, che verrà condito con sale, pepe nero e aglio, chiamato lu sangunazzu (il sanguinaccio). Richiusi con fili di raffia, si metteranno a bollire in una quarara e saranno divorati ancora caldi nel pasto serale, che io, nauseato, mi rifiuterò di mangiare.

Lorenzo Reina nel Teatro Andromeda (ph. Fabio Scaglione)

Lorenzo Reina nel Teatro Andromeda (ph. Fabio Scaglione)

Questa tragedia micenea avveniva due volte l’anno, ineluttabile e consacrata dalle leggi di natura, che vuole il gregge privato di quasi tutti i maschi per la sua stessa sopravvivenza. Un rito di espiazione che ancora oggi non trova rimedio e pietà se non mettendo in discussione il ruolo dominante e antropocentrico dell’intera umanità. Comunque sia, era una vita che si scontrava con la mia sensibilità e visione artistica e la chiamata alla leva militare del 1979 mi diede l’occasione di lasciare per un anno la Mannira e ribellarmi, al ritorno, al mio destino di servo pastore. Ora, a distanza di mezzo secolo, spesso mi appare, in sogno, un gregge da portare al pascolo, ma io so che non fu il suono di una campana a salvarmi, ma la mia vocazione all’arte.

Adesso, a sessantacinque anni, mi ritrovo a camminare nei boschi con lo stesso sentimento per la natura di H. David Thoreau e mi nutro principalmente di semi oleosi tritati e latte fermentato, uova gallate del nostro pollaio e, il giorno dopo, solo acqua e aria pura. Faccio così dal lontano 1979. Penso che se dovessi tirare le cuoia prima, cioè campare meno dell’aspettativa di vita dei maschi italiani, dirò che lassù c’era un Dio che mentre puliva il suo fucile ha esploso un colpo per sbaglio e mi ha ucciso.

Vivere è tutto, l’immortalità è solo nella morte, che ci trasforma in ciò che eravamo prima di nascere. Gilgamesh ci porta Xi e Vladimir, che a una parata militare si scambiavano informazioni su come la scienza poteva aiutarli a tirare ancora fino a 150 anni e a rallentare l’ineluttabile entropia universale. Ma i telomeri terminali dei nostri cromosomi pare che a un certo punto semplicemente si accorciano e semplicemente ci fanno morire.

Lorenzo Reina (ph. Fabio Scaglione

Lorenzo Reina (ph. Fabio Scaglione)

Tempo fa, incontro a Petru, un proprietario terriero che non vedevo da un paio d’anni, scendeva col suo trattore da una trazzera che porta alla mia fattoria che io risalivo a piedi. Ferma il trattore, apre lo sportello e ci salutiamo. Lo ricordavo massiccio e tarchiato e lo ritrovo visibilmente dimagrito e gli domando cosa lo abbia spinto a quella drastica dieta. Con voce roca abbassa gli occhi e mi fa “Ti ricordi c’avia dda trentina di pecuri ? N’ammazzava una a la simana e mi la faciva una a brodu e una arrustuta, ma dopu quarche misi mi spuntà natra panza” (Ti ricordi che avevo quella trentina di pecore? Ogni settimana ne uccidevo una e la facevo in brodo e la settimana dopo ne facevo una arrostita, ma dopo qualche mese mi era spuntata una doppia pancia). Faccio finta di non capire e lui mi chiarisce che la doppia pancia è un secondo ventre prominente che si forma sotto la cintura. Poi, come un condannato scampato alla morte, lamentò tra i denti: “I’ ammazzava a iddi, e iddi stavanu ammazzannu a mia” (Io, li uccidevo, mentre loro uccidevano me) e ci salutiamo.

La catena alimentare va rivista e corretta, pensai. Mi venne in mente mia madre Lia che, durante la costruzione del primo teatro Andromeda, vedendomi sollevare tutti quei massi, si compiaceva nel dirmi che certamente la mia forza scaturiva dal latte materno che mi aveva dato nei primi due anni di vita. E ripresi il cammino. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
[*] Testo scritto da Lorenzo Reina il 25 settembre 2025 e stampato dalla casa editrice Zolfo nel volume collettaneo dal titolo, Monti Sicani, l’anima antica della Sicilia. Le vie del cibo della lunga vita, Milano 2025: 27-36. Si ringrazia l’Editore per aver concesso l’autorizzazione alla pubblicazione su “Dialoghi Mediterranei”.

______________________________________________________________

Lorenzo Reina, nato a Santo Stefano di Quiquina nel 1960 e morto il 27 dicembre 2025., pastore, artista, scultore, scrittore, costruttore di sogni.

______________________________________________________________

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Società. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>