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Social media e modelli di genere

copertinadi Vincenzo Matera

I social media esercitano un impatto sulla nostra vita quotidiana, la trasformano? Molto probabilmente chiunque di noi risponderebbe senza esitare con un “sì, certo”. Se domandassimo, però, “che tipo di impatto? Quali trasformazioni?”, le risposte diverrebbero meno certe, si aprirebbero dubbi, le persone mostrerebbero incertezza. I social e le tecnologie digitali che ci consentono di utilizzarli, infatti, hanno delle conseguenze di cui non sempre siamo consapevoli e che spesso tendiamo a collocare in modo automatico nel solco dei determinismi tecnologici (le innovazioni sono di per sé migliorative della vita e delle relazioni sociali).

Si ritiene, per esempio, che i social media (e in generale internet) influenzino le relazioni di genere, le norme, i modelli di comportamento, e le identità che mettiamo in gioco sulla scena sociale. Le differenze fra maschile e femminile, come è ormai noto, sono costruite socialmente e culturalmente e molti fattori concorrono a questa costruzione, fra questi fattori oggi ci sono i social media. Naturalmente questo discorso vale anche per identità e pratiche non etero-normative, gay, lesbiche, bisessuali e transgender; i social offrirebbero una maggiore libertà di scelta e di interazione sociale e consentirebbero maggiore visibilità negli spazi pubblici. Gli spazi social, si conclude, liberano le persone dalle costrizioni di genere (anche di classe sociale o di età): ciascuno può scegliere la propria identità o il proprio sé e manifestarlo liberamente nei social. Alla tecnologia si attribuisce quindi – almeno così parrebbe – il potere di trasformare le relazioni sociali e culturali di genere che, in quanto risultato di identità costruite, si possono cancellare o modificare in spazi come quelli dei social ritenuti per definizione più liberi.

Su questa scia, molti (e molte) hanno salutato l’avvento di internet e dei media digitali come strumenti che aumentano il potere delle categorie sociali discriminate di scegliere come essere e come agire, sfuggendo alle norme restrittive e ai controlli esercitati su di loro dalla società, dagli uomini – più in generale da mariti, fratelli, padri, parenti e anche conoscenti e amici – nel mondo offline. È davvero così? Tali convinzioni, infatti, generano facilmente fraintendimenti, e richiedono approfondimenti.

Intanto è importante sfatare il mito della tecnologia = miglioramento. La tecnologia di per sé non genera trasformazioni, semplicemente crea un potenziale di cambiamento. Quanto questo si realizzerà dipende dalle condizioni dei contesti concreti in cui le persone vivono e dentro cui usano le tecnologie, media digitali compresi.

L’antropologia culturale, basata su analisi ravvicinate del modo in cui le persone nei contesti concreti della loro vita usano i social, consente di capirne meglio la portata sociale e culturale, e di valutare in modo più consapevole le conseguenze dell’ingresso massiccio di nuove tecnologie nella nostra vita di esseri umani, in posti diversi e in situazioni sociali diverse. Tale approccio mostra che a volte i social hanno in effetti contribuito – contribuiscono – a modificare modelli e relazioni di genere, ma altre volte – molto più di frequente – hanno solo rafforzato e amplificato quelli già esistenti.

1Facebook, per esempio, quasi ovunque nel mondo sembra caratterizzarsi come uno spazio di grande conformismo, dove le norme e i modelli di genere si riproducono e si rafforzano anche più che in altri spazi sociali. In molti Paesi la realtà della vita delle persone – che, specie nelle grandi città, è molto “disordinata” e non riflette affatto i modelli tradizionali – difficilmente compare su Fb. In molte parti della Turchia per esempio, le fotografie di una ragazza insieme al fidanzato non finiranno su Fb. Addirittura le interazioni fra ragazzi e ragazze, del tutto normali in spazi sociali come l’università o la scuola, non compaiono mai in modo esplicito su Fb. I contenuti messi sui social invece sono filtrati da modelli classici e esprimono rigide differenziazioni di genere: gli uomini esaltano il successo professionale, le donne le qualità estetiche o l’adesione ai valori dell’Islam di purezza e umiltà. Lungi dall’essere più “libero” lo spazio social è soggetto a molti controlli. Così come in altri Paesi. In molte aree della Cina le ragazze prima di sposarsi cancellano i numerosi contatti social accumulati negli anni precedenti con grande “libertà”. Il passaggio dalla vita social alla dimensione privata del matrimonio e della maternità avviene nel rispetto dei modelli tradizionali.

In Cile – come in India – troviamo una conferma del ruolo dei social media come amplificatori delle norme di genere; donne e uomini si comportano secondo le aspettative, presentando rappresentazioni “controllate”. La specializzazione del lavoro rafforza le norme di genere: gli uomini lavorano in miniera, nell’edilizia, al porto, mentre le donne gestiscono la casa o svolgono le professioni di cura. Tali rappresentazioni ritagliano le categorie di genere in modo molto più netto di quanto non siano effettivamente nel mondo offline, dove tantissime donne guidano e lavorano in tanti settori e molti uomini sono dediti a occupazioni domestiche. Tuttavia, qualsiasi deviazione dalle norme sui social genera pettegolezzi, maldicenze che possono trascendere. Questo genera, come è facile intuire, il proliferare dell’anonimato, tramite profili falsi e false immagini.

2In diversi contesti, anche europei, come per esempio in Italia o in Spagna, in modo del tutto inaspettato forse, la visibilità sui social media delle donne (e anche degli uomini) è ovviamente molto differenziata, ma colpisce l’elevata frequenza dell’azione di restrizioni e modelli culturali. Molte donne sposate non postano foto di se stesse se non in occasioni speciali, feste di compleanno, riunioni familiari, eventi specifici come la cena con le colleghe o con ex compagne di scuola. Non solo naturalmente. Tuttavia, le immagini di oggetti domestici, torte, o piatti particolari, video di ricette, lavori di cucito o di maglia, fotografie artistiche o foto con i figli, specie se piccoli, che esprimono un modello femminile molto tradizionale, sono preponderanti. Inoltre, come in altri Paesi, i passaggi di stato sociale si riflettono spesso in cambiamenti di immagine negli spazi online e offline. Donne sposate, specie se sono diventate madri, cambiano il modo di comparire negli spazi pubblici e esaltano i loro ruoli di mogli e soprattutto di madri. Proprio come ci si aspetterebbe. O no?

Sui social insomma non si posta “a caso” o secondo una totale libertà; non si mostrano apertamente immagini di se stesse, che potrebbero essere interpretate “male” o che contraddicano un modello al quale ci si sforza di aderire.

D’altro canto, senza dubbio i social provocano spesso rotture degli assetti tradizionali: in tanti posti ampliano le occasioni delle donne di avviare relazioni sociali consentendo di aggirare il controllo che genitori o mariti esercitano su di loro. Nelle aree rurali indiane, per esempio, molte ormai più o meno coperte da internet – dove tradizionalmente dopo il matrimonio una ragazza anche giovanissima lascia la casa familiare per recarsi in quella del marito, spesso molto distante – conservare relazioni con la propria famiglia era (è) sempre molto difficile e molto frammentario. Una donna maltrattata aveva notevoli difficoltà a comunicare il suo disagio ai propri genitori. Oggi, con internet e il telefono cellulare, le comunicazioni sono molto più frequenti, settimanali se non giornaliere, e qualunque cosa accada in breve tempo si può comunicare. Anche in Cina, specie nelle aree rurali, proprio come in Turchia, i social hanno aperto nuove occasioni d’interazione.

3Laddove le donne erano (sono) storicamente confinate entro la sfera domestica, gli ultimi decenni hanno portato grandi estensioni in termini di libertà e di partecipazione femminile nel lavoro, nondimeno esse restano fortemente associate alla sfera domestica; è tipico che le donne stiano in casa durante il periodo immediatamente successivo alla nascita di un figlio. I social consentono loro di mantenere contatti con gli amici, magari postando foto del bambino.

Un’altra rottura significativa dei modelli normativi di maschio e femmina si è verificata in aree della Cina industrializzate. I social mostrano in questi casi il potere di consentire alle persone di mettere in scena un mondo di desiderio, di immaginazione. Gli operai, sia donne sia uomini, si mettono in scena pubblicamente in modi non convenzionali. Gli uomini, che nella loro quotidianità devono rispettare norme di mascolinità chiare che non includono romanticherie, devono essere duri emotivamente, e nei luoghi offline della socialità, come a tavola durante la cena, parlano di politica e raccontano barzellette sconce, sui social si sentono liberi di esprimere il loro lato romantico e condividono gli stessi post sull’amore delle donne. Le donne si rappresentano dipendenti e vulnerabili, enfatizzando la loro debolezza e il bisogno di aiuto per ricevere attenzione, cura o favori da parte di altri. Gli operai cinesi maschi tendenzialmente vivono in condizioni molto dure; in questo contesto i social media diventano uno spazio importante dove gli uomini possono ritagliare vite alternative in un mondo più desiderabile.

Ovunque i social media sono un mezzo potente per stare in contatto con il mondo esterno. Il principale effetto dei social è consentire alle persone di incontrarsi al di là dei confini delle loro reti sociali tradizionali, espandendo i contatti. Anche se fisicamente a casa, le donne e le ragazze possono lo stesso interagire con gli amici (spesso ricorrendo a un account falso).

In Brasile, i social media sembrano aver contribuito a una maggiore uguaglianza di genere. Grazie all’espansione della tecnologia della comunicazione le donne hanno più visibilità e più accesso a opportunità di lavoro. I social media hanno contribuito a produrre nuove identità femminili. I profili Facebook, per esempio, si usano per condividere immagini che mostrano orgoglio per l’autonomia guadagnata grazie a un lavoro regolare. Il lavoro è diventato l’alternativa alla subordinazione nei confronti dell’uomo, al punto che gli imprenditori preferiscono assumere donne, considerate più produttive e responsabili.

L’amplificazione della socialità naturalmente riguarda anche gli uomini, e si traduce in nuove occasioni di flirtare e anche “molestare”. Grazie alla facilità con cui estranei e amici di sesso opposto possono dialogare, i social media sono diventati il luogo principale del corteggiamento e delle relazioni d’amore. Molti uomini viaggiano spesso e tramite questi canali sono in grado di organizzare tresche con donne residenti nelle grandi aree urbane; fatto sufficiente per provocare un timore diffuso sull’impatto dei social media sul matrimonio. In tanti casi, il desiderio di provare nuove relazioni intime e di amicizia spinge donne e uomini a inserirsi all’interno di ampi network.

social-mediaPotremmo ipotizzare allora che i social media aprano canali di comunicazione privati nuovi, cambino la nozione di amore e ridefiniscano le nozioni locali di maschile e femminile. Quasi ovunque le reti sociali delle donne si sono allargate e quelle degli uomini ancora di più. Quando gli uomini usano Facebook possono fare amicizia con donne di tutto il mondo, con le quali potrebbero arrivare a flirtare online o ad avere relazioni d’amore offline. Per riuscirci, in genere mentono; per esempio sul loro status sociale, affermando di frequentare una prestigiosa università o di essere impiegati presso aziende importanti, sperando che queste affermazioni possano accrescere il loro appeal. Ma un altro scopo che si delinea spesso e ormai ben noto è quello di estorcere denaro, anche in grandi quantità, alle donne che riescono a catturare nella rete lanciata sui social, usando foto e profili falsi. Di recente la trasmissione “Chi l’ha visto” di Rai3 si è occupata a lungo e in modo approfondito di questo fenomeno, pericolosissimo oltre che indice di un vuoto interiore ed emotivo spaventoso, ormai condizione esistenziale estremamente diffusa nella società italiana e non solo.

Infine, alcune considerazioni sulle categorie sociali note come LGBT. Nelle aree urbane più cosmopolite i media digitali sono stati usati dagli attivisti LGBT per impegnarsi in politica, facendo sì che l’identità gay acquistasse maggiore visibilità. In Brasile, i social media hanno contribuito a un processo di generale aumento di visibilità della popolazione LGBT. In posti come la Turchia, dove essere dichiaratamente gay è socialmente inaccettabile, i social hanno creato più occasioni per gli uomini di interazioni segrete. Le identità gay non sono divenute più visibili e pubbliche, ma gli incontri omosessuali possono ora essere organizzati in modo riservato con più facilità. I social media a volte si usano per rivelare queste identità, per esempio su Instagram con selfie etichettati come #instagay o #instalesbian. La presenza di gay e lesbiche sui social media pare accettata finché essi si mettono in scena secondo modalità di genere normate, per esempio restando in stretto contatto con la famiglia d’origine; in questi casi raccontano di aver subìto poche discriminazioni. Coloro che invece agiscono fuori dalle norme di genere subiscono disapprovazione. Pertanto, gli individui che si rappresentano come drag costruiscono profili falsi sui social media a tale scopo, “per non far preoccupare la mamma”, come racconta uno di loro.

Gli esempi dimostrano che internet, e le tecnologie digitali in generale, non sono in se stessi innovativi o conservativi. Quando e dove i social hanno rafforzato, distrutto o solo modificato sistemi di relazioni e norme di genere va verificato empiricamente, osservando da vicino che cosa le persone fanno con i social. Tutti questi casi e queste considerazioni – senz’altro generiche e lacunose – non vanno intesi in altro modo se non come spunti per riflettere su noi stessi, su come noi usiamo i social. Si traducono in un aumento della nostra consapevolezza di ciò che l’uso dei social comporta, dei rischi che si corrono, del rapporto fra illusioni di libertà e desiderio di liberazione, sugli effetti che determinate immagini e rappresentazioni del sé provocano negli spazi in cui circolano, sui vantaggi (indubbi, ma sempre non in assoluto) e sulle criticità (molte e non sempre immediatamente evidenti) della diffusione incontrollata delle nuove tecnologie digitali.

Dialoghi Mediterranei, n. 40, novembre 2019
Riferimenti bibliografici
Biscaldi A., Matera V., Antropologia dei social media. Comunicare nel mondo globale, Carocci, Roma, 2019.
Miller D. (a cura di), Come il mondo a cambiato i social media, ed. italiana a cura di G. D’Agostino e V. Matera, Ledizioni, Milano, 2018.
Tenhunen Sirpa, A Village goes Global. Telephony, Mediation and Social Change in Rural India, Oxford Studies in Mobile Communication, 2018.

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Vincenzo Matera, ordinario di Antropologia culturale presso l’Università di Bologna,  si è laureato in lettere e filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma nel 1986 con Giorgio Raimondo Cardona discutendo una tesi sulla scrittura etnografica; il tema della scrittura e in generale delle politiche della rappresentazione, nel quadro di una riflessione più ampia sul significato culturale delle azioni comunicative, è rimasto una costante della sua produzione accademica. Si occupa inoltre di macro antropologia della cultura, studia i processi di creolizzazione, le identità plurime, il lavoro dell’immaginazione nelle società contemporanee, gli effetti delle diverse tecnologie della comunicazione sui processi di strutturazione delle soggettività. Di recente ha svolto una ricerca sugli artisti immigrati che lavorano a Milano. Responsabile scientifico della Summer School “Learning from the Local. Communities and Tribal People in Global Frames” che si svolge a Calcutta e in altre zone dell’India, è membro del comitato scientifico di numerose riviste e collane editoriali di antropologia, autore di molte pubblicazioni.

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