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Sinergie del fare per non sentirsi soli. Paesemadre

 

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Festival Paesemadre (ph. Tiziano Rossano Mainieri)

di Alessandra Passeri

Paesemadre

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via (Cesare Pavese, La luna e i falò). Ma un paese ci vuole anche per poterci rimanere, per la possibilità di farvi ritorno, per accogliere i viandanti di passaggio e quelli intenzionati a non credere nella casualità del loro approdo.

Le nostre case sono i luoghi da cui partiamo o quelli verso cui ci dirigiamo? (Gianluca Caporaso, Lettere all’amata). Siamo tutti approdati in un paese sconosciuto ai nostri antenati. Parliamo un dialetto sconfinato nelle inflessioni di tutti i luoghi misurati dai nostri passi.

Muratori senza casa, ciabattini senza scarpe, contadini senza terra, abbiamo impastato il sudore con la fatica, inseguendo rotaie fin dentro le miniere. Nelle valigie di cartone abbiamo piegato speranze e custodito nostalgie, abbiamo solcato oceani per lavarci la macchia della miseria. E i paesi abbandonati sono stati ad aspettare. Rannicchiati nell’ombelico delle colline o arroccati sulle montagne, sanguinano esuli mai tornati. I mattoni che li abitano sono soffocati dall’intonaco, alcuni caduti in rovina, altri sono in muta attesa di impregnarsi ancora di storie che possano riempire questo vuoto disperato.

Paesemadre, in questa seconda edizione, ha voluto riflettere su come i movimenti migratori abbiano scombussolato l’abitare nei paesi, spaesandoci tutti. Le vie del borgo di Loreto Aprutino si sono animate di voci venute da lontano, eppure dall’eco così familiare. Abbiamo intessuto una trama di ricordi, dato forma all’attesa, al viaggio e al ritorno, consistenza ai restanti ostinati e ai ritornanti audaci.

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Loreto Aprutino (dal sito del Comune)

Un paese spappolato

Arrivando dalla strada provinciale Loreto Aprutino appare come un presepe appoggiato su dolci colline di ulivi. Il borgo di case scaglionate e campanili sovrapposti domina l’immaginario collettivo di chiunque, almeno un poco, abbia presente la cittadina nel pescarese. Lo si ama ammirare da lontano, al tramonto o al crepuscolo, quasi ci fosse un fossato invalicabile che impedisce la risalita. Ci si sente soli a passeggiare per il borgo: qualche turista nordeuropeo ammaliato e qualche abitante resistente. «Io abito nel centro storico», risuona spesso come un’accusa di abbandono a cui ho spesso sentito reclamare: «Tu dormi nel centro storico». E cos’altro si potrebbe mai fare in un centro storico con un paio di attività commerciali perlopiù orientate ai forestieri e una pletora di chiese e musei chiusi? Ci si dorme e basta. Per qualsiasi altra cosa si scende giù, “in piazza” che metonimicamente comprende i bar del corso, perché la piazza vera e propria è stata rifunzionalizzata in parcheggio di auto e di vecchi all’ombra delle fronde e al fresco delle fontane.

Mi sono chiesta per mesi come facessero quasi una decina di bar a coesistere sulla stessa via senza andare in malora. Semplice: non c’è altro. Gli abitanti ci sono – sia chiaro – ma il centro storico ormai non è che una cartolina utile per attrarre quel turismo che si accontenta di pochi servizi e della quiete che solo la desolazione sa creare. La gente è altrove, disseminata tra le campagne e i bar di riferimento di ogni contrada e frazione. Loreto Aprutino non è spopolato. «Il paese si è spappolato. Era un formicaio; ora è un’isola», sentenzia il novantenne Corrado.

Quando si parla di paesi siamo abituati a chiamare in causa l’abbandono. Quello di Loreto Aprutino, però, non è dettato dalla condizione storica di chi se n’è andato, quanto più dal (ri)sentimento di chi è rimasto e non riconosce più la propria comunità; di chi si sente lasciato solo, inascoltato, svalutato. Eppure, in questo scenario di postulata aridità, una sera di luglio dell’anno scorso ho inciampato in Donatella Di Pietrantonio e Franco Arminio. Due nomi illustri, molto amati ed apprezzati che richiamarono molta gente da fuori – me compresa –, ma pochi del posto. Erano nel giardino delle monache con centinaia di persone a parlare di paesi e di poesia. Fu molto bello, commovente e coinvolgente, ma mi lasciò l’amaro in bocca.

Può la poesia salvare i paesi? No, ma può raccontarli. Può l’arminiana esortazione a non lasciare i paesi a preservarli dallo spopolamento? No, ma può scatenare un dibattito. I paesi si salvano quando la comunità fa, condivide, costruisce e produce quello di cui ha bisogno. Di cosa avesse bisogno Loreto Aprutino di certo non potevo saperlo io che vi ero appena approdata. Ma Fausto e Giacomo sì. Loro da quarant’anni masticano la terra che li ha partoriti, restituendo linfa vitale. Hanno fondato un’associazione, una compagnia teatrale, fatto ricerca, raccolto e prodotto memoria locale, dato prestigio e visibilità al paese. Dieci anni di inagibilità del teatro li ha penalizzati, tagliandoli fuori dai giochi, relegandoli su un’isola, loro che avevano alimentato il formicaio.

Quando li incontrai quella sera di luglio paesemadre era alla sua prima edizione, ma si capiva che l’intenzione del festival non era quella di inaugurare un percorso, bensì di tirarne le fila. Come se arrivati ad un vicolo cieco, Fausto e Giacomo riflettevano sul rapporto difficile con la propria terra, con le proprie radici, con un paese che è una madre scomoda, con la quale però è inevitabile fare i conti. Il sottotitolo del festival, Il cielo dopo la battaglia, voleva però anche essere un segnale di speranza e di apertura verso il nuovo che è tutto da costruire. La vita artistica e la memoria di una comunità sono grandi macchine che hanno bisogno di tante braccia per essere messe in moto, altrimenti non partono. Fausto e Giacomo spalancavano le proprie, sperando di accoglierne altre con cui riattivare la giostra di una comunità che aveva danzato per anni e che adesso zoppicava. Ci abbracciammo e pensammo ad una nuova edizione di paesemadre.

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Festival Paesemadre (ph. Tiziano Rossano Mainieri)

Ordire la terra

Tre giorni di narrazioni, musica, fotografia, testimonianze di locali e di studiosi hanno dato voce e corpo agli abbandoni, ai viaggi della speranza, all’attesa che produce storie immaginate e alle storie di vita che producono memorie – e magari rovine – ma sempre un ordito necessario per la tessitura di qualsiasi trama futura. Ordire la terra significa riscoprire il tracciato delle presenze passate, liberare dalla polvere del tempo le radici profonde, raccoglierle e intrecciarle per creare qualcosa di attuale e necessario per chi le tiene in mano.

La memoria è l’ordito su cui tessiamo la trama del nostro vivere; è la valigia che accompagna il nostro peregrinare; è il porto che lasciamo quando ci spingiamo a navigare sul mare delle possibilità; è il nuovo attracco, la casa che abiteremo, la lingua che impareremo impastandola con quella che parliamo già. È la possibilità di fare ritorno o ciò che ci spinge ad abitare altri luoghi. È la stratificazione di tutte le pieghe che ha preso la nostra vita. È raggomitolare il filo della nostra storia, riavvicinando i capi dispersi dal tempo e nello spazio; un filo sfibrato, spezzato e annodato, intrecciato ai tanti altri che abbiamo incontrato. È sapere da donde si viene per capire donde si va.

Dunque, partiamo dalla memoria, ci siamo detti. Dai racconti di chi è partito, di chi è andato via, di chi è tornato a casa, di chi è sempre rimasto, di chi è arrivato per la prima volta. Racconti di ieri, di oggi, racconti che immaginano un domani. Racconti orali, teatrali, musicali, fotografici. Alcuni vicini, locali; altri venivano da lontano, da Bologna, dalla Francia, dal Belgio, da Roma, dall’Albania, dal Burkina Faso. Ci sono stati anche racconti spontanei, testimonianze informali, confidenze collaterali, condivisioni inaspettate. Quei fuori programma che danno un senso al festival, cherinsaldano una comunità – pur provvisoria – che fanno rete. Nel telaio spoglio di un paese sfibrato abbiamo intrecciato dei fili invisibili, ci siamo connessi, legati, impastati. Ci siamo incontrati ancora, altrove, e ci siamo riconosciuti. D’altronde le quasi trenta edizioni del festival di Fausto e Giacomo che ha preceduto paesemadre avevano per nome Incontri.

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Fausto e Giacomo, protagonisti di Paesemadre (Archivio Teatro del Paradosso)

Sinergie del fare

Scostare la polvere da un vecchio baule per vedere cosa c’è dentro non basterebbe, però, se poi non ci si precipitasse alla finestra a immaginare che piega prendano i profili dei nostri orizzonti. Un paese può vivere di sole suggestioni e assimilazioni poetiche? Una comunità ha bisogno di azione, del proprio fare sensibile al proprio sentire. Le crisi della presenza, dell’operatività e della progettualità culturale possono essere debellate solo collettivamente, ci ha insegnato de Martino. Così abbiamo voluto dare spazio e adito a chi nel proprio paese fa, riabilitando i mondi locali come possibile traccia di futuro in cui tornare (Pietro Clemente, Andare donde si viene). È stato un altro tipo di racconto, un momento di dialogo, confronto, apertura con membri di associazioni, comitati, amministrazioni che hanno condiviso il loro impegno. In quel momento di riflessione la professoressa Lucia Serafini ci ha ammoniti sul destino del territorio abruzzese, e quindi delle persone che lo abitano.

Su 305 comuni 250 sono i cosiddetti minori, ossia con meno di 5000 abitanti. Il 70% del totale. «Le nostre rovine stanno diventando macerie», ci ha confessato intimorita. «Cosa ne faremo di questa polvere e di questa cenere?», domandava provocatoriamente, citando Vito Teti. Nulla, mi dico. Sulle macerie non c’è più niente da fare. Diventano vittime e insieme artefici della smemoratezza: voragine erosa dall’abbandono del ricordo; abisso sul quale non si può costruire; baratro da cui non si può uscire. Ma l’Abruzzo e l’Italia intera riserbano piccoli centri, comuni e a volte ricordi lontani di frazioni, con una popolazione abbondantemente inferiore a quella che li definirebbe come minori, eppure lontano dall’apocalisse culturale che li vedrebbe ridotti in macerie. Sono rovine, semmai. E le rovine, per l’immagine stessa che la metaforasuggerisce, hanno le fondamenta salde a terra e quel che rimane spunta dalla superficie, volgendo in alto. Forse ognuna delle esperienze della “rete del ritorno” che il professore Pietro Clemente ci ha testimoniato è una rovina: presente precario ancorato al passato, ma proiettato al futuro. Impegnati in progettualità culturali comunitarie, alcuni piccoli centri resistono allo spettro del non esserci più.

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Festival Paesemadre (ph. Tiziano Rossano Mainieri)

Paesemadre non vuole avere la pretesa di aver innescato il dispositivo di (r)esistenza culturale e coralità operativa di demartiniana memoria. A Loreto Aprutino si resiste da tempo: qualcuno continua imperterrito, qualcuno ha smesso, qualcuno ha appena iniziato. Ad ogni modo ognuno a prescindere dal festival. Il 5, 6 e 7 luglio di quest’anno, però, «ci siamo sentiti meno soli», continua a ripetere Fausto. Ci siamo (ri)conosciuti e abbiamo realizzato che ognuno in paese fa e resiste a suo modo, ma nella solitudine delle proprie ambizioni e all’oscuro della propria fucina di idee. Se facciamo ma non facciamo insieme; se parliamo di paesi ma il paese non è coinvolto, possiamo parlare di comunità? No. Eppure la gente c’è, lo vediamo nei bar. Piccoli eventi di interesse culturale vengono organizzati di tanto in tanto, eppure si fa a malapena in tempo a venirne a conoscenza perché non siamo in relazione. Manca una rete, una sinergia del fare, uno spazio pubblico di aggregazione sociale che stimoli la produzione collettiva e compartecipata. Manca un progetto quotidiano, che esista più di tre giorni all’anno, che sia più duraturo, più fruibile e più concreto per la comunità. Manca la condivisione dell’archivio della memoria costruito da Fausto e Giacomo. Magari si potrebbe partire da lì. Sapere da donde si viene per capire donde si va.

Dialoghi Mediterranei, n. 39, settembre 2019

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Alessandra Passeri, studia Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali a Bologna e si è laureata con una tesi sul Teatro Povero di Monticchiello. In Abruzzo, a Loreto Aprutino, con l’Associazione Culturale Lauretana organizza la seconda edizione di paesemadre.

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