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Siculoamericane. Scritture di sé in prosa e in poesia tra Sicilia e Nuovo Mondo

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Certificato di cittadinanza americana di Carmela Costa (Galante), 7 aprile 1944

di Santo Lombino

Fare memoria del passato non è una perdita di tempo, ma, invece insegna ad avere una coscienza del tempo. E ci dice che siamo tutti in cammino lungo una storia che ci precede e nella quale ci siamo inseriti (Duccio Demetrio, 2018).

Premessa

«Ero in quinta elementare, entrai per caso nella mia esistenza». Così, nell’album Apriti Sesamo [1], il grande cantautore Franco Battiato. Credo volesse dire che a circa dieci anni ognuno di noi comincia ad avere consapevolezza di sé, comincia a sapere quali sono i propri atteggiamenti, le proprie caratteristiche fisiche e comportamentali e comincia a distinguersi dal resto del mondo. Ma Giuseppe Gentile, figlio di pescatori di Termini Imerese (Palermo), nato nel 1850, a cinque anni aiutava già la famiglia andando a raccogliere olive per cinque soldi al giorno. Qualche anno dopo sarà impegnato nella costruzione di un mulino ad acqua sul fiume S. Leonardo per la paga di una lira al giorno e un piatto di pasta e fagioli.

Castrenze Chimento (Alia, 1935-vivente) alla stessa età faceva il pastore nelle campagne delle Madonie e dormiva per terra nelle grotte della Gurfa, spesso lasciato solo dal “padrone” cui la famiglia lo aveva affittato. Racconterà nel suo Lasciato nudo e crudo [2] la negazione della sua infanzia, conseguenza della miseria morale e materiale in cui era nato ed aveva vissuto i suoi primi anni di vita.

lasciato_nudo_e_crudo_600pxApprendiamo da questi esempi che la presa di coscienza può cominciare molto presto e si rafforza con l’affrontare varie esperienze, varie tappe di un viaggio che sarà poi la nostra esistenza nel mondo. Sarà il vissuto che ci farà dire “io”, che farà distinguere il “noi”, ci farà rendere conto di essere un soggetto autonomo e cosciente all’interno di una trama di rapporti interpersonali e collettivi, ci fanno in qualche modo acquisire una coscienza storica.

«Ma cosa si deve intendere per coscienza storica?», si è chiesto Lucio Paolo Alfonso. Che si è/ci ha dato questa risposta: «Io credo […] che essa sia l’autoconsapevolezza del proprio essere gettati nel mondo, un tormentato processo dialettico che, dalla più immediata Certezza sensibile, conduce alla piena comprensione del reale, ad un sapere articolato, ma non totalizzante, che è costruzione di razionalità operata nella historia rerum gestarum dalla soggettività intenzionale, interpretante e donatrice di senso»[3]. Questo sviluppo, questa crescita che è la nostra formazione (anche nel senso che “acquistiamo forma”), noi la realizziamo in tanti anni e la possiamo, volendo, seguire attraverso una memoria scritta, un diario, uno scambio di lettere in cui si registrino e da cui si evincano le varie fasi che attraversiamo.

È stato notato come negli scritti autobiografici chi scrive, chi racconta la storia e chi agisce nel racconto coincidano con la stessa persona. Dopo aver sostenuto che sia «praticamente impossibile che qualcuno, che non abbia l’esperienza della composizione letteraria e la cui vita non sia è mai espressa attraverso una qualsiasi creazione, scriva un’ autobiografia così come noi l’abbiamo definita»[4], Philippe Lejeune, forse il massimo studioso europeo di “scritture di sé”, muta opinione e definisce nel 1986 le autobiografie «racconti scritti dall’individuo su cose che lo riguardano (questo esclude le biografie), presentati come direttamente referenziali (ciò esclude i romanzi) e che riguardano una vita intera o l’essenziale di una vita»[5].

pattoQuando si scrive il racconto della propria vita, sempre secondo lo studioso francese, si realizza un “patto autobiografico” [6] tra una persona che mette su carta i suoi “fatti personali” e un’altra che legge. Il primo si impegna a dire la verità, a non scrivere frottole o favole, il secondo ad avere fiducia in quelle pagine, a credere nella storia di vita che gli viene posta davanti. Si mette in scena un’impresa a due, una costruzione che vede quattro mani e non solo due, che coinvolge sia chi narra sia chi presta ascolto. Senza ascoltatore vero o immaginario la storia rimane senza concretezza, senza uno scopo: anche nel caso in cui l’autore scriva rivolgendosi a se stesso, egli si pone davanti ad un destinatario: siamo allora in presenza di uno sdoppiamento che serve da strumento per poter chiarire meglio la propria condizione umana ed esistenziale.

Le memorie autobiografiche hanno una lunga storia. Già quattro secoli dopo Cristo, Aurelio Agostino di Ippona, prima “uomo di mondo” e poi vescovo cristiano scriveva le sue Confessioni, lo stesso titolo scelto da Jean Jacques Rousseau nel 1700 per raccontare la propria esistenza. Uomini famosi, letterati, viaggiatori hanno lasciato memorie di sé stessi nel corso dei secoli, ma appartenevano sempre ad una ristretta cerchia di persone, quelle che potevano leggere e scrivere in quanto membri di classi sociali e ceti elevati. Ad un certo punto, però, le cose sono cambiate grazie all’irrompere delle masse nella storia e all’arrivo dell’istruzione pubblica, e anche coloro che non disponevano dei mezzi necessari per farsi arrivare il maestro in casa poterono imparare i rudimenti del leggere e scrivere.

Tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento milioni di persone passarono dall’oralità alla scrittura, conquistando quello strumento che consente di superare la propria limitatezza fisica e temporale e di poter andare oltre i ristretti confini della propria bios e del proprio paese o città natale. Si è diffusa la capacità di comunicare per iscritto anche tra operai, casalinghe, contadini, soldati, pastori, artigiani, gente comune dei ceti intermedi: siamo cioè arrivati alla democratizzazione della scrittura.

«Esiste una sola democrazia compiuta: quella delle storie. – ha scritto Roberto Calasso – Pretendono soltanto di essere narrate. Si dispongono una accanto all’altra, senza pregiudizi di età, di razza o di origine. Se si impongono è soltanto perché attirano, non perché fanno valere qualche privilegio. E si lasciano capire soltanto da chi gli si abbandona. Qualsiasi sia il loro carattere – religioso o profano – le storie desiderano innanzitutto essere considerate in quanto tali, all’interno del continuo delle storie. Le storie sono autosufficienti: se significati devono esserci, li trascinano con sé, come relitti nella corrente. E dalle storie si può giungere a tutto, anche a ciò che più astratto o più segreto o più remoto» [7].

Le esperienze che hanno spinto donne e uomini alla scrittura sono in genere quelle traumatiche, che diventano veri e propri “eventi separatori”. Quando si crea una situazione difficile, in cui è in gioco a volte la vita stessa, come la guerra, il viaggio di emigrazione, le gravi malattie, le persecuzioni per motivi razziali o religiosi, allora scatta la molla che spinge a mettere per iscritto una parte dell’esistenza o l’intera biografia [8]. A volte l’autonarrazione non costituisce soltanto un bilancio del passato, la rivisitazione riflessiva di ciò che si è fatto o si è ricevuto, ma diventa anche lo strumento per una riconversione, una revisione di vita che prelude ad una diversa impostazione della propria personale condotta, ad una scelta di cambiamento per un futuro diverso e migliore [9].

Sul piano sociale, la presa di parola da parte di semicolti, di persone che non avevano avuto una lunga istruzione almeno ufficiale, ha fatto sì che molti osservatori, molti storici hanno ritenuto che il loro scritto, la loro testimonianza potesse essere un modo per ribaltare le versioni ufficiali degli eventi, un modo per avere di fronte un punto di vista “dal basso”, una voce alternativa a quelle dei potenti e dei letterati, del partito dei laureati italiani, come li chiamavano don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana. A correggere un possibile  sbilanciamento in tal senso, Antonio Gibelli ha scritto:

«Quello che interessa, diciamo pure che appassiona, mi sembra non già l’ingenua illusione di trovare le testimonianze incontaminate della storia dei subalterni, quanto la riscoperta della dimensione di soggettività nella storia, antidoto contro la persistente reificazione: la riscoperta insomma, anche per questa via, del fatto che la storia si riverbera e si moltiplica nella varietà dei percorsi individuali e collettivi, antropologici e mentali, di milioni di uomini comuni, e che senza tener conto di questa dimensione la nostra cognizione può essere mutila, atrofizzata e priva di vita» [10].

Partendo da queste considerazioni, attorno al 1980 sono nati in Italia i primi tentativi di raccogliere, analizzare e mettere a disposizione degli studiosi gli scritti personali della gente comune, sono nati l’Archivio trentino delle scritture popolari [11], l’ALSP (Archivio ligure delle scritture popolari), l’Archivio Diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, voluto e fondato nel 1984 dal giornalista e scrittore Saverio Tutino [12].

un_giorno_e_bello_eip_migliore_600pxIn questo concorso i siciliani ed il tema della migrazione avranno spesso un posto di rilievo. Nel 1990 il primo premio fu conquistato da Tommaso Bordonaro, ultraottantenne di Bolognetta, in provincia di Palermo, che poi pubblicò la sua autobiografia intitolata La spartenza [13] con la casa editrice Einaudi con la prefazione della scrittrice Natalia Ginzburg, l’autrice di Lessico famigliare e il glossario di Gianfranco Folena, uno dei maggiori linguisti.

Nel 2007 Antonino Sbirziola, di Ribera, vinse il primo premio con Un giorno è bello e il prossimo migliore [14]: si trattava del memoir di un ferroviere che si trovava da anni in Australia, dove aveva realizzato il sogno di una vita indipendente e libera dal bisogno, che non era riuscito a costruirsi in Sicilia negli anni ‘50 e ‘60. Qualche anno prima aveva scritto Povero onesto e gentiluomo [15] in cui descriveva la sua giovanile fuga dalla Sicilia della fine degli anni ’50, il difficile inserimento nel mondo del lavoro a Genova e la sua decisione di imbarcarsi per il Continente Nuovissimo.

tampa_ybor_city_italian_club_window01Un’autobiografia

Ma ci sono altre autonarrazioni di migranti siciliani che non hanno visto la luce della pubblicazione, come quella di Giuseppe Gentile (1850-1924), citato all’inizio, figlio di Leonardo e Teresa Pusateri, nato a Termini Imerese (Palermo)[16] ed imbarcatosi “per disperazione” per andare a cercare fortuna e riscatto negli Stati Uniti, dove sarebbe diventato un grosso commerciante di prodotti ortofrutticoli.

Qualche mese prima di morire, in una città del sud degli Stati Uniti, aveva dettato un memoriale sulla sua esistenza a tale Giuseppe Drago, che sapeva leggere e scrivere, a differenza di Gentile, che era praticamente analfabeta. Lo scritto, composto da 85 pagine, comprende una breve introduzione, seguita da 34 capitoli di lunghezza varia, ciascuno numerato e connotato da un breve titolo, nella maggior parte dei casi costituito dal luogo ove si svolgono i fatti o dal nome dell’“attore” che vi riveste un ruolo importante.

L’autore esordisce mettendosi nei panni del lettore delle sue confessioni, portato a meravigliarsi della scelta di chi, godendo di «una posizione rispettabile venga a raccontare le miserie, le privazioni, gli stenti, di un passato di lavoro duro con molti pericoli e cimenti»[17]. Di fronte alla ipotizzata reazione del lettore, Gentile afferma di essere fiero di poterlo mettere di fronte alle pagine della sua vita travagliata nella sua prima parte, pervenuta nella seconda a grandi successi. Ritiene che tale fierezza possa essere provata anche dai figli «perché anche loro hanno lavorato e tuttavia lavorano per mantenere alto ed onorato il nostro nome»[18]. E, mettendo insieme antica saggezza contadina e concezione del Nuovo mondo come terra delle opportunità e dei self-made men, conclude lapidariamente: «la nascita è un caso e secondo me colui che si crea la posizione è degno di lode, e non chi la trova»[19].

L’autore racconta di essere nato in una famiglia di poveri pescatori, e di non ricordare nulla dalla nascita fino a sei anni. Nel 1858 il padre, prima affetto da una “grave bronchite”, pensa di essersi ristabilito e si era imbarcato per andare a pescare nel canale di Sicilia. A luglio però arriva alla madre una lettera con la notizia che il marito era gravemente ammalato nei pressi della spiaggia di Siculiana. Percorrendo più di centodieci chilometri in tre giorni, la donna si fa portare sul posto a dorso di mulo e a dorso di mulo riporta il marito a casa. Dopo un leggero miglioramento, sopraggiunse la morte. Anche la mattina di quel triste giorno, prima di andare a lavorare, il piccolo Giuseppe aveva salutato il padre baciandogli la mano. Il genitore si alzò dal letto e gli disse: «vattene figlio, iddio ti benedica, al tuo ritorno non mi troverai più». Inutile dire che Giuseppe uscì di casa con le lacrime agli occhi.

Il nostro autore, primo di tre figli, sarà così impegnato a sostenere la famiglia. Quando nel 1860 scoppia la rivoluzione anti-borbonica, e dal castello di Termini Imerese le truppe cominciano a sparare contro le case del paese, costringendo Giuseppe, la mamma, le due sorelle e i marinai della ciurma paterna a lasciare la cittadina e a nutrirsi con la pesca di acciughe e sardine. Dopo tre mesi, «quando Garibaldi prese la Sicilia» il gruppo fece ritorno a casa.

Due anni dopo la madre pensò di risposarsi, ma l’uomo da lei scelto appariva a Giuseppe «indegno di lei e cattivo». Aveva tentato di ostacolare il matrimonio tagliando con un coltello i materassi preparati per il matrimonio, ma le nozze si erano celebrate ugualmente. Il patrigno a fine giornata tornava a casa ubriaco, se la prendeva con i figliastri e bastonava la moglie. Per mettere fine a queste violenze, il giovane salta addosso al patrigno cercando di prenderlo a pugni. L’uomo lo scaraventa a terra, provocandogli una tumefazione curata con dieci “sanguette”. Giuseppe potrà prendersi la rivincita quattro anni dopo, quando, dopo una sassaiola, getterà a terra e caricherà di pugni il patrigno, tra gli evviva dei vicini e gli abbracci delle sorelle. I maltrattamenti verso la moglie continueranno anche negli anni seguenti e Giuseppe a 22 anni dovrà difendersi da un’altra aggressione del patrigno, condannato dal pretore a pagare una grossa somma per avere «battuta sua madre».

brucculinuGiuseppe Gentile cercherà nel frattempo occupazione nell’edilizia, esperienza che sarà presto interrotta perché assai faticosa. Il proprietario, suo parente, lo aveva incaricato di riunire una squadra di una cinquantina di ragazzi, che lavoravano a trasportare sulle nude spalle una pietra pesante dai 25 ai 50 chili. Avevano diritto ad una lira al giorno ed a un piatto di pasta e fagioli la sera. La distribuzione era fatta da una vecchia donna che passava il cibo ai ragazzi in fila attraverso un foro praticato nel muro della cucina. In preda alla fame, Giuseppe passava tre e quattro volte davanti alla vecchietta, che ad un certo punto scoprì il trucco. «Munitasi di un grosso cucchiaio di legno di quelli che usava per muovere la zuppa nella grande pentola, mi aspetta al varco»[20]. Il cucchiaio colpisce il ragazzo in modo così forte da farlo stramazzare a terra. Di fronte al pianto di Giuseppe, la vecchia si commosse e in seguito lo «trattò sempre bene». Alla fine di quel lavoro nell’edilizia, il nostro deciderà di calcare le orme paterne, impegnandosi nella pesca di piccolo cabotaggio sulle coste settentrionali della Sicilia.

Quando, nel settembre 1866, scoppia a Palermo e dintorni la rivolta detta del “Sette e Mezzo’’ [21] verrà, assieme ad altri nove marinai dell’equipaggio, ‘’precettato’’ dalle forze dell’ordine per effettuare il trasporto di un gruppo di carabinieri da Termini Imerese al capoluogo, dove l’insurrezione ha conquistato l’intera città, tranne alcune roccaforti. Due barche fornite di pane, vino e formaggio si dirigono a Palermo e lasciano i militari al molo del porto, «il quale in quel momento era pieno di grandi mucchi di cadaveri e di ambulanze che correvano trasportando feriti»: lo spettacolo è per lui «raccapricciante», ma è costretto a subirlo in quanto deve «aspettare i carabinieri che scesi a terra coi fucili abbassati si internarono nella città, dandoci ordine di aspettarli lì». Verso le ore 14 le due barche ricevono l’ordine di dirigersi verso il Castello a mare che dà sul porto. «Arrivati a un tiro di palle da questo, una scarica dei rivoluzionari ci fece tornare indietro, fortunatamente con un solo carabiniere ferito, in un braccio». Due ore dopo, «Palermo era tranquillo. Come per incanto la rivoluzione era finita». La piccola flotta ritornò a Termini Imerese e a ciascun marinaio venne corrisposta la paga di 7 franchi.

Dopo la rivolta scoppiò anche a Termini Imerese l’epidemia di colera: tutte le mattine carri carichi di cadaveri li portavano al cimitero: non bastando le fosse singole, si mettevano a mucchio dentro una grande fossa e con calce viva venivano bruciati. Per sfuggire all’epidemia Giuseppe e gli altri compagni di marineria vanno a dormire sul mare, dentro la barca. Ma anche lì arrivò il male, che colpì due marinai, mancati nel giro di poche ore.

Lavorando nella pesca di sarde e acciughe, Gentile, che mostra una notevole resistenza alla fatica, raccoglie una buona somma di denaro con cui acquista un’imbarcazione e assume un gruppo di collaboratori. Quando si innamora di Liboria, una ragazza vicina di casa, i familiari di lei si oppongono alla relazione. In particolare i quattro fratelli, che gli tendono un’imboscata intimandogli di rinunciare ad ogni pretesa nei confronti della loro sorella. Lo scontro è impari, e Giuseppe venne colpito a sassate ed aggredito. Si difende e riesce a far cadere a terra uno degli aggressori, cui venne diagnosticata «una forte contusione al braccio». Per otto giorni Liboria venne sequestrata in casa. All’ottavo giorno, di fronte ai lamenti della ragazza, Giuseppe entra nella casa di lei, trovandola svenuta. In seguito la situazione migliorerà e si arriverà alla celebrazione del matrimonio, dal quale nasceranno in Sicilia due figlie.

Negli anni settanta il nostro partecipa a diverse spedizioni di pesca finanziate da alcuni negozianti di Termini Imerese dirette verso la costa dell’Algeria, finalizzate alla pesca di sarde e acciughe. A partire dal 1878, un gran numero di barche provenienti da diverse regioni italiane costeggiare la costa meridionale della Sicilia nei pressi di Sciacca, dove era stato scoperto un banco di coralli. La squadra di Gentile raccoglie più di 250 chili di corallo, diviso con un’altra squadra e venduto a Livorno con un ricavato di 150 lire per ogni marinaio. Un disastroso naufragio, nel marzo 1879, distruggerà però il suo barcone e Giuseppe, disperato, decide di emigrare negli Stati Uniti d’America. Con sole 10 lire in tasca, il nostro si dirige a Filippovillari, in Algeria, dove ritrova vecchi colleghi marinai e firma con una agenzia di navigazione un contratto-capestro per il viaggio transoceanico.

Dall’Africa passa in Francia, prima a Marsiglia e poi a Le Havre, dove si imbarca per la traversata con destinazione New York. In treno si dirige poi a New Orleans, dove i padroni delle piantagioni cercano manodopera da sostituire a quella degli afro-americani liberati dalla schiavitù alla fine della Guerra di secessione. Si impiegherà nelle coltivazioni di canna da zucchero, con giornate lavorative di quindici ore e un salario quotidiano di un dollaro e mezzo. In fuga da queste condizioni di sfruttamento, trova impiego nella faticosa distribuzione al minuto di frutta sulla costa del golfo del Messico, fatta a piedi. Più tardi nella città di Cincinnati comincia ad avere fortuna nel commercio ortofrutticolo e dà vita ad una vera e propria compagnia dove trovano impiego familiari e compaesani.

Stabilitisi in quella città, Liboria e Giuseppe metteranno al mondo figli maschi che via via saranno tutti impiegati nella società che passa in breve tempo dal commercio al dettaglio a quello all’ingrosso, specializzandosi nell’importazione e nella distribuzione di banane negli Stati dell’Alabama, della Florida e della Louisiana. Quando, nel 1915 gli altri soci vanno ciascuno per la propria strada, la compagnia dei Gentile rimane formata solo da Giuseppe e dai suoi figli. Gli ultimi anni vengono trascorsi dal nostro in solitudine o, come lui detta, ‘’ramingo’’, ora a Cincinnati, ora in Florida, ora a Daphne (Alabama), luoghi di dimora dei figli.

passaporto-361Una storia di vita

Ma oltre alle memorie autobiografiche, la vicenda dell’emigrazione dalla Sicilia negli Stati Uniti viene narrata dalle “storie di vita”, scritte da chi vuole lasciare traccia della biografia di un familiare. È il caso di Maria Oliveri, originaria di Bolognetta (Palermo), residente nel New Jersey dalla nascita, che mette per iscritto le vicende del padre, Francesco “Frank” Oliveri.

Lei racconta che a cavallo tra il XIX e il XX secolo gli immigrati siciliani a New York si stanziarono nella zona nota come Lower-east-side o Lower Manatthan. In questa zona si stabilirono, come migliaia di siciliani, a fine ‘800 i bolognettesi Antonio Oliveri e Maria Sclafani. Essi vissero con parenti e amici finché non riuscirono a trovare un lavoro ed acquisire una indipendenza familiare. La vita era molto dura, racconta Maria, ma questo non impedì ai due di credere nel “sogno americano”. La coppia affittò un appartamento di tre-quattro stanze in un tenement, edificio popolare di cinque piani in Elizabeth Street [22], piena di compaesani. I due fecero più volte avanti e indietro tra la Sicilia e l’America e quando pensarono di aver accumulato un buon gruzzoletto, tornarono per sempre al paese d’origine. Con le loro rimesse, i genitori della coppia avevano nel frattempo acquistato un terreno i cui alberi produssero olio d’oliva per il sostentamento e per la vendita.

Antonio e Maria Oliveri ebbero tre figli: Vincenzo, Jack e Francesco detto Frank che, nato a Elizabeth Street il 30 maggio 1905, fu poi battezzato l’11 giugno. Si trattò di uno degli ottanta battesimi celebrati per gli oriundi del paese siciliano a New York nella chiesa della Madonna di Loreto tra il 1895 e il 1908, i cui certificati vennero inviati a Bolognetta, dove il parroco annotò l’evento nel registro dei battesimi, registrando anche i nomi dei padrini, Maria Filippello e Ciro Ficarrotta [23]. Quando Antonio e Maria tornarono al paese natale, Francesco è cresciuto lavorando il terreno di famiglia, cioè l’uliveto. Gli era però rimasto un bel ricordo dell’infanzia americana, per cui desiderava ardentemente fare ritorno negli Stati Uniti, desiderio che realizzò appena raggiunti i 18 anni di età. Si imbarcò a Napoli sulla nave “Colombo”, sbarcando a New York il 21 ottobre 1923. Si trattava di un piroscafo costruito alla fine degli anni ’10 per la Navigazione Generale Italiana, che grazie al lusso degli arredi ed alla velocità dei motori, riscuoteva grande successo tra la clientela; era allora il più grande transatlantico battente bandiera italiana, nonché nave ammiraglia della flotta NGI. Per sfuggire alle leggi restrittive sull’immigrazione introdotte negli Stati Uniti, gli aspiranti emigrati italiani venivano assunti come membri dell’equipaggio e poi sbarcati al momento dell’arrivo a destinazione.

Francesco – scrive la figlia – si era imbarcato in preda a due sentimenti contrastanti: da un lato voleva vivere in America, dall’altro salutava con sofferenza i genitori, convinto che, probabilmente, come poi accadde, non avrebbe mai più rivisto. All’arrivo, racconta la figlia Maria Teresa, fu preso da grande meraviglia per quello che vedeva ed era sempre timoroso che qualcuno gli bussasse sulla spalla e gli dicesse che doveva tornare in Italia. Al porto trovò i parenti che non lo avevano mai visto prima. Andò a vivere dalla zia Angelina Sclafani, sorella di sua madre, che occupava un appartamento popolare al lower Manhattan con altri parenti. La loro accoglienza fu molto apprezzata da Francesco, che tutti chiamarono Frank, ed egli mostrava la sua gratitudine facendo diversi lavoretti per la zia Angelina, portando a termine piccoli incarichi e commissioni, spazzando e lavando scale e ingressi.

ispettoratoNon avendo conoscenza della lingua, Frank non trovò facilmente un’occupazione. Ma non si arrese e si impegnò in vari lavori: l’imballatore in una fabbrica di caramelle e di cioccolato a New York, l’operaio nell’edilizia, lo stiratore in un’impresa che produceva abiti, sia a New York sia nel New Jersey. Qualche anno dopo l’arrivo, conobbe Apollonia Sclafani, detta Bella, che sposò nel Novembre 1930, nella chiesa di Nostra Signora di Montevergini, a Garfield.

Era l’epoca della grande depressione: la nuova coppia dovette affrontare tempi assai duri e fu necessario impegnarsi non poco per riuscire a mettere il cibo a tavola. Bella e Frank misero al mondo quattro bambini: la prima figlia, che ebbe nome Maria, come la nonna, fu colpita a pochi mesi da una forma grave di polmonite. Non c’erano a quel tempo antibiotici, e lei morì nel secondo anno di vita. Il secondo figlio fu un maschio cui fu dato il nome del nonno, Antonio, molto somigliante a Frank. La terza bambina fu Maria Teresa, nata nel 1938, vissuta a Lodi, nel New Jersey nella casa costruita dai genitori nel 1941. Il quarto figlio era un ragazzo di nome Stefano nato nel 1940, vissuto nello stato di New York.

Frank era molto religioso e aveva frequentato a New York la chiesa della Madonna di Loreto, che si trovava a Elizabeth Street al numero 303, a pochi metri dalla sua abitazione. Era molto impegnato nella “Society of mutual benevolence of Bolognetta”, che nel 1923 era stata ribattezzata “St. Anthony Society of Padua” ed in altre organizzazioni di volontariato e di natura sportiva. Durante la seconda guerra mondiale fu membro attivo della riserva dei vigili del fuoco di Lodi. Come molti americani amava soprattutto il baseball, ma praticava la caccia: gli piaceva inseguire conigli, cervi, e altri animali. Trasferitosi nel New Jersey si iscrisse alla confraternita “Holy Name society” e si impegnò per oltre quarant’anni a servire la messa domenicale in italiano, alle 7 del mattino presso la chiesa di Nostra Signora di Montevergini a Garfield [24].

In questa città, situata in un distretto tessile molto importante, si erano via via trasferiti i nuclei familiari arrivati da Bolognetta negli Stati Uniti, dopo essere transitati a New York. Nel 1960 c’erano ormai pochissimi oriundi bolognettesi a lower Manhattan ed il loro social club contava ormai pochissimi soci. Fu così che Mario Oliveri, cugino di Frank, si rivolse a lui, spiegandogli che era molto preoccupato per la continuità della società. La maggior parte dei membri che vivevano a Manhattan o si erano spostati in altre zone della Grande Mela o erano troppo vecchi per continuare la tradizione o erano… morti. Così Frank collaborò alla salvezza del social club trasferendone la sede nel New Jersey, dalle parti di Garfield. Qui fu costruita una sede a due piani con una sala riunioni a piano terra e una cappella per le funzioni religiose al primo piano.

Nella seconda parte della sua vita, che si concluse nel marzo 1977, Frank Oliveri curò un orto pieno di piante che gli davano grandi soddisfazioni: mais, peperoni, fagiolini, sedano, basilico ed altri ortaggi. Ricordando la sua infanzia siciliana, piantò molti alberi, innestando peri sui rami dell’albero di mele, che aveva entrambi i frutti. Amava i fiori, soprattutto le rose, di cui coltivava diverse varietà. Il figlio Stefano gli costruì una serra in giardino, di cui era molto orgoglioso. Munita di energia elettrica che consentiva anche il collegamento con una radio, amava ascoltare musica country. Frank diceva che le piante amano molto la musica, che le fa crescere meglio. La serra era munita anche di riscaldamento, il che gli consentiva di stare nella sua serra anche mentre fuori nevicava. Una delle sue frasi preferite era: «Non piantare alberi per te, ma per le generazioni a venire».

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Carmela Galante

Una vita in versi

Ma ci sono altri modi di raccontare la propria vicenda umana e di lasciale una traccia. È il caso di un’altra siciliana, Carmela Galante (1910-1968) nata a Castellamare del Golfo, in provincia di Trapani. Era la più piccola dei quattro figli di Francesco Galante e Giuseppa Greco. Quest’ultima morì poche settimane dopo il parto, e della neonata si occupò la sorella Rosalia, che aveva 8 anni. Il padre, Francesco Galante, che prima possedeva una florida compagnia marittima, vide in quegli anni declinare l’attività commerciale. Dopo qualche tempo convolò a nuove nozze, con conseguente dissapore con i figli. Raccontò Carmela nel 1964:

Me patri discisi di maritari
chista la ruvina fu
chi lustru unni vittimu chiù.
Pocu durau lu beni stari
e poi incuminciaru li peni amari
[.............]
avia quattru anni e ricordu beni
tuttu chistu mi pari chi fù aieri.
Cu la matrastra tri anni di beni
e pui fu sempri feli.
Dopu tri anni me patri muriu
chiddu chi passamu lu sapi Diu. [25]
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Carmela Galante

Dopo la morte del padre forse dovuta a suicidio, i fratelli più grandi si sistemarono creando ciascuno una nuova famiglia e lasciando al proprio destino le due sorelle, Carmela e Rosalia. Nel 1920 quest’ultima sposò un giovane di Castellammare, Francesco Milazzo, titolare di cittadinanza americana in quanto era già emigrato negli Stati Uniti e aveva partecipato come soldato Usa alla prima guerra mondiale. Quando i due sposi decisero di partire per il nord America, Carmela, ormai undicenne, che aveva frequentato tre anni di scuola al paese natale, partì con loro. Non sappiamo nulla del loro viaggio transoceanico, tranne il nome del piroscafo, Patria, costruito nel 1913 dalla società francese Fabre Line.

Quando arrivarono all’ufficio immigrazione di Ellis Island, il 22 novembre 1921, Francesco e Rosalia non ebbero problemi a superare i controlli medici e di polizia. Per Carmela, i funzionari non concessero l’ingresso sulla terra ferma perchè il cognato non poteva dimostrare di avere in quel momento mezzi economici per mantenerla. La bambina dovette quindi rimanere nei dormitori dell’ “isola delle lacrime” fino a che, dopo una o due settimane, non arrivò il cognato con la documentazione richiesta. Di quei giorni in cui era stata abbandonata in un ambiente completamente ignoto, tra gente che parlava un’altra lingua e di cui non sapeva nulla, Carmela scriverà molti anni dopo:

 a l’America arrivavi
pi un sbaghiu di me cugnatu
mi purtaru carciaratu
spavintata ci intrai
[..............]
Iu chiancia dispiratamente.
Picchì senza me soru
menzu strani aggenti.
[...............]
E a la sira quannu scurava
supra lu ferru mi cuiccava .
Sintia fridu e trimava
cu lu ferrabot chi friscava
nu sapia chi era e mi spavintava.
Quinnisci iorna di sti peni
pi arrivari a lu veru beni. [26]

millie-document_page-0012millie-document_page-0013I tre presero in affitto un appartamento nella zona a sud est di Manhattan, dove Carmela rimaneva sola dal momento che la sorella e il cognato andavano a lavorare. Nel 1924 nacque una nipotina, Matilda, a cui Carmela rimase sempre molto legata. A quindici anni, Carmela, che nel Nuovo mondo fu chiamata Millie, si impiegò in una azienda tessile, dove lavorava anche per quindici ore al giorno cucendo a macchina capi di vestiario. Il cognato era un attivista sindacale e la invitò a iscriversi al sindacato delle lavoratrici dell’industria dell’abbigliamento, di cui fu la più giovane aderente.

Negli anni Venti del Novecento, la giovane sarta sposa Vincenzo Costa, anche lui originario di Castellamare. Non fu un matrimonio felice. Scriverà infatti più tardi:

Mi maritavi pi truvari amuri
picchì stu cori mai avia truvatu.
Truvai turmenti fatichi e turturi
chi iu mai lavissi sunnatu. [27]

millie-document_page-0015Nel 1930 viene a mancare la sorella, dopo aver dato alla luce un bambino. Così Millie deve badare alla nipotina di 8 anni e al neonato, ritrovandosi divisa tra il bisogno di lavorare per mantenere la propria famiglia e il desiderio di aiutare i nipoti orfani. Qualche anno dopo, Millie, diventata abilissima ed apprezzata nel suo mestiere, ottenne un posto di lavoro nell’atelier di Nettie Rosenstein, un gruppo di sarte d’alta moda che produceva i campioni dei modelli ideati dalla stilista. La sartoria si trasferì nel 1942 nella Seventh Avenue di New York, dove si realizzavano anche pezzi unici per clienti importanti, come Mamie Eisenhower, moglie del Presidente degli Stati Uniti.

millie-document_page-0005Nel 1949 Millie è colpita da un tumore al seno che le viene asportato in due diversi interventi chirurgici. Nel frattempo la nipote Matilda si sposò nel 1943 a soli 18 anni, mentre erano nate in famiglia altre due nipoti. A loro Carmela detta Millie dedicava lavori a maglia e vestitini anche per la prima comunione, la cresima e le cerimonie di nozze. Molto devota ai santi, preparò anche una serie di paramenti sacri per l’altare della parrocchia in cui viveva. Nel 1958 torna in Sicilia per un viaggio turistico, durante il quale rivede dopo mezzo secolo la sua amata Castellammare, e le vicine località di Scopello, Fraginisi e Vitaloca di cui scriverà:

A li Fragginisi ci stetti un misi
menzu ogni frutta mi paria un paradisu.
[.............]
Avitaloca emu pì svagari.
Supra li scoghia ni misimu a manciari.
L’acqua di lu mari sciavuru fascia
li granciteddi e li pateddi na lu scoghiu viria. [28]

Nello stesso periodo visiterà la località balneare di Mondello e il promontorio di Monte Pellegrino a Palermo, l’anfiteatro ed il tempio di Segesta. Nonostante gravi problemi di salute, la nostra sarta è sempre in prima fila nelle cerimonie familiari e fa da guida ai numerosi nipoti, cui insegna sia le regole del buon comportamento sia le ricette della cucina portate dalla Sicilia o meglio imparate dalla sorella e dai compaesani nel corso del tempo. Frequenta colleghe di lavoro, ambienti raffinati e partecipa a grand tour in Europa.

millie-document_page-0016I problemi tumorali rimangono e nel 1962 vengono aggrediti con la radioterapia, con conseguente notevole indebolimento fisico. In questo periodo Millie, che aveva imparato da autodidatta a leggere e scrivere in inglese, cominciò a scrivere poesie in siciliano. Nel gennaio 1964 ne scrisse diverse decine, talvolta al ritmo di una al giorno. Oltre a quelle citate, mise su carta composizioni in versi dedicate ai paesaggi conosciuti, al comportamento più o meno amichevole di parenti e conoscenti, alla metropolitana di New York, agli avvenimenti della sua vita. Scrive anche preghiere per chiedere la grazia di avere la salute. Ma destinataria principale è la madre che non ha mai conosciuto:

Pi amuri di matri stu cori chiancia.
Cu pena fu sempri la vita mia.
L’amuri di matri è lu chiu beddu
senza st’amuri nun c’è casteddu.
Cu tia avissi avutu furtezza e casteddu.
Natra gioia avissi avutu chiu beddu.
Ancora ti scercu matri mia
anchi quasi finuta la vita mia
senza di tia
sai chiddu chi aiu passatu.
Ni li mei turmenti a tia
sempri aiu chiamatu.[29]

«Ferita da traumi e perdite, – scrive la nipote di origini indiane Hildegard – Millie arrivò al traguardo della sua vita con il costante desiderio di amare e di essere amata. La sua generosità era grande ma spesso connessa a motivazioni inconsce nate da insicurezza, un senso di inferiorità causato dalla mancanza di istruzione e dalla forza con la quale si aggrappò al codice morale e sociale della cultura siciliana. Ma quella cultura – continua la nipote – aveva anche alimentato le radici della sua fede religiosa. Raggiunta la mezza età, senza figli in un matrimonio privo del normale amore coniugale, gravata dalla necessità di lavorare, dall’ingerenza della suocera e dall’aumento dei problemi di salute, Millie si rivolse al suo Dio per trovare forza e consolazione».[30]

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Certificato di morte di Carmela Galante Costa (17 agosto 1968)

Sempre più debole, si trasferisce col marito e la suocera da Brooklyn a Scottsdale in Arizona, ufficialmente per motivi economici e climatici, in realtà per non far pesare sui parenti il problema del suo accudimento all’approssimarsi della fine. Pochi mesi prima della sua scomparsa, nel 1968, la nostra autrice era tornata a New York per seguire i preparativi e la cerimonia di nozze di una nipote.

Un’altra nipote, Hildegard Nimke Pleva (prima insegnante, poi bibliotecaria scolastica, poi suora di clausura, infine artigiana della lana impegnata nella vita contemplativa), ha conservato le poesie manoscritte senza comprenderne pienamente il significato. Per caso, negli anni 2000 incontra Fulvia Masi, residente nello Stato di New York, dove si è stabilita avendo sposato un cittadino statunitense. Quando viene a sapere che Fulvia è siciliana, Hildegard sottopone alla sua attenzione quei versi provenienti da un’altra epoca e da una persona scomparsa da circa mezzo secolo. Nasce così un libro, in cui saranno pubblicati i ricordi della nipote, foto e documenti della vita di Millie e le quaranta poesie da lei lasciate, una vera e propria autobiografia in versi [31].

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
Note
[1] Franco Battiato, “Passsacaglia” in Apriti sesamo, 2012.
[2] Castrenze Chimento, Lasciato nudo e crudo. Diario di un analfabeta, Milano 2013.  
[3] L. P. Alfonso, “Biografie, microstorie e storia generale” in Liceo scientifico “Leonardo” di Giarre, Migranti, Catania 2005. L’autore fa esplicito riferimento alla hegeliana “Fenomenologia dello Spirito”.
[4] Ph. Lejeune, L’autobiographie en france, Parigi 1971.
[5] Id., Moi aussi, Parigi 1986. Cfr. G. Pineau, J.-L. Le Grand, Le storie di vita, Milano 2003
[6] Id., Il patto autobiografico, Bologna 1986.
[7] R. Calasso “La Bibbia secondo il signor Ka”, La Repubblica, 19 ottobre 2019.
[8] S. Landi, “Autobiografie di militari nella seconda guerra mondiale”, in I luoghi della scrittura autobiografica popolare, atti del 3°seminario nazionale, Rovereto 1-3 dicembre 1989 (pubblicati in “Materiali di lavoro”, 1-2, 1990).
[9] Si veda per questo aspetto F. Cambi, L’autobiografia come metodo formativo, Roma-Bari 2014.
[10] A. Gibelli, “Perché la scrittura. A un anno dal seminario di Rovereto”, in Movimento operaio e socialista, 1-2, anno XII 1989.
[11] G. Fait, P. Marchesoni, “L’Archivio trentino delle scritture popolari”, ivi.
[12] S. Tutino, “L’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano”, ivi.
[13] T. Bordonaro, La spartenza, Torino 1991; Palermo 2013; cfr. S. Lombino (a cura di), Tutti dicono Spartenza. Scritti su Tommaso Bordonaro, Palermo 2019.
[14] A. Sbirziola, Un giorno è bello e il prossimo migliore. Un siciliano in Australia, Milano 2007.
[15] Id., Povero, onesto e gentiluomo: un emigrante in Australia, 1954-1961, Bologna 2012.
[16] Cfr. V. Lombino, L’emigrazione siciliana nel sud degli Stati Uniti d’America, 1880-1910, Tesi di laurea, Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi di Palermo, a.a.2012-13, relatore prof. Marcello Saija.
[17] Ivi.
[18] Ivi.
[19] Ivi.
[20] Ivi.
[21] Cfr. M. De Mauro, Sette giorni di fuoco a Palermo, Palermo 1970; F. Brancato, Satte giorni di repubblica a Palermo. La rivolta del settembre 1866, Messina, 1993; S. Lombino e A. Maggi (a cura di), L’ultimo Risorgimento. Settembre 1866: la rivolta del Sette e Mezzo, Palermo 2018.
[22] Cfr. V. Schiavelli, Bruculinu America, Palermo 2003; Donna R. Gabaccia, From Sicily to Elizabeth Street, New York 1984; W.I. Thomas, Old World traits transplanted (trad. italiana Gli emigrati e l’America. Tra il vecchio e il nuovo mondo), Roma 1997.
[23] Cfr. il mio Cercare un altro mondo. I cento anni della Società S. Antonio e l’emigrazione bolognettese, Bolognetta-Garfield 2002.
[24] Cfr. S. M. Tomasi, “La religione”, in Images, a pictorial history of Italian Americans, Roma-New York 1986.
[25]“La me nascita”. Mio padre decise di (ri)sposarsi/ questo fu la rovina/ che non ci fece avere più nulla di buono./ il benessere durò poco/ e poi cominciarono le pene amare… avevo quattro anni e ricordo bene/ tutto questo mi sembra sia stato ieri/ con la matrigna tre anni di bene e poi fu sempre fiele./ Dopo tre anni mio padre morì/ ciò che passammo lo sa solo Dio. Questo e gli altri componimenti in Carmela Galante, Cu tia avissi avutu furtezza e casteddu. Una vita in poesia, Palermo 2011. Una nuova edizione bilingue (siciliano e inglese) è stata curata da Hildegard N. Pleva nel 2017.
[26]“Spirienza”. A undici anni/arrivai in America/…../per un errore di mio cognato/ mi portarono in carcere/ dove entrai spaventata./Io piangevo disperatamente/perchè (ero) senza mia sorella/ in mezzo a gente sconosciuta./…../La sera quando faceva buio/mi coricavo sul un letto di metallo./Sentivo freddo e tremavo/con il traghetto che emetteva un fischio./ Non sapevo cos’era e mi spaventavo/quindici giorni di queste pene/ per arrivare al vero bene.
[27] “Senza titolo”. Mi sposai per trovare amore/perchè questo cuore non ne aveva mai trovato. /Trovai tormenti, fatiche e torture/che non avrei mai immaginato.
[28] “Fraginisi”. A Fraginisi io stetti un mese. /In mezzo ad ogni tipo di frutta mi sembrava un paradiso/……/A Vitaloca andammo per svagarci. /Ci mettemmo a mangiare sugli scogli./L’acqua del mare emanava profumo/vedevo sullo scoglio i piccoli granchi e le patelle.
[29]“A me matri”.  Per amore di (te) madre questo cuore piangeva. /La mia vita fu sempre accompagnata dal dolore. /L’amore di madre è il più bello/senza quest’amore non c’è castello./…./Con te avrei avuto fortezza e castello./Avrei avuto un’altra gioia pù bella./Ancora ti cerco o madre mia/anche se la mia vita è quasi finita/senza di te/ sai ciò che ho passato./ Nei miei tormenti a te/ho sempre chiamato.
[30] Traduzione dall’inglese a cura di Fulvia Masi.
 [31] Camela Galante, Cu tia avissi avutu furtezza e casteddu. Una vita in poesia, Palermo 2011. Una nuova edizione bilingue (siciliano e inglese) è stata curata dalla nipote Hildegard N. Pleva nel 2017.

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Santo Lombino, ha insegnato lettere nella scuola media e storia e filosofia nei licei statali, si occupa di scritture autobiografiche, storia e letteratura dell’emigrazione, didattica della storia. Ha presentato al “Premio Pieve-Banca Toscana” Tommaso Bordonaro, autore de La spartenza, ha curato la pubblicazione di memorie e diari di autori popolari. Ha scritto I tempi del luogo (1986); Cercare un altro mondo. L’emigrazione bolognettese e la S. Anthony Society di Garfield (2002); Una lunga passione civile (con G. Nalli, 2004); Cinque generazioni. 1882-2007, il cammino di una comunità (2007). Tra le ultime pubblicazioni: Il grano, l’ulivo e l’ogliastro (2015) e Un paese al crocevia. Storia di Bolognetta (2016). Ha curato recentemente il volume Tutti dicono Spartenza. Scritti su Tommaso Bordonaro (2019). È direttore scientifico del Museo delle Spartenze dell’Area di Rocca Busambra.

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