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Sguardi decentrati. Lo Zen di Palermo e l’abitare contemporaneo

1di Dario Inglese 

Un bambino in sella a una vecchia BMX percorre spazi slabbrati e precari, tra sterpaglie cresciute negli interstizi di marciapiedi sconnessi, carcasse arrugginite di vecchie automobili consumate dal tempo, rifiuti accatastati alla bene e meglio agli angoli delle strade. Una telecamera nervosa lo rincorre. “Vicé, scinni, c’amu a gghiri a dda bbanna!”: il bambino si ferma sotto a un’abitazione e chiama a gran voce un amico, mentre intorno a lui cani randagi cercano di sfuggire alla canicola estiva, adolescenti cresciuti troppo in fretta consumano traffici illegali di droga e ragazzini annoiati vandalizzano un sylos carico d’acqua che troneggia in una piazza decadente.

Vincenzo arriva. La telecamera segue adesso i due all’interno di un intricato labirinto: un dedalo di sentieri, strettoie, vicoli ciechi a cui solo la carta topografica incorporata da persone che agiscono quotidianamente quegli spazi riesce a conferire, almeno apparentemente, un senso. Li accompagna quindi lungo un’arteria stradale a scorrimento veloce che è ancora un cantiere a cielo aperto e, di nuovo, di lì a poco, in uno spazio più chiuso ma decisamente lontano da quello che hanno appena lasciato. I bambini hanno infatti percorso qualche centinaio di metri, ma la meta raggiunta è talmente altra da non poter essere nemmeno nominata: “a dda bbanna”, al di là, dall’altra parte, oltre.

Questo altrove agognato ha la forma di una villa, di un prato all’inglese, di una piscina, ovvero di uno spazio curato e pulito. Ha la forma di un ambiente ordinato in cui ogni cosa sembra stare al suo posto. Ha la forma di una mamma e di un figlio un po’ apatico che prendono il sole e si rilassano.

Il contrasto non potrebbe essere più forte, non potrebbe essere meno componibile. Al godimento puramente estetico, quello che i bambini seminascosti provano mentre sbirciano la vita di quegli altri, i due amici non sanno dare né un nome, né un significato. A loro volta, la madre e il figlio non hanno idea di quello che c’è là fuori, a pochi passi dalla loro proprietà così tipicamente borghese; né immaginano la piccola grande perturbazione che gli sguardi dei forestieri arrampicati sul muretto di cinta hanno introdotto nel loro ordine. L’attraversamento del confine, infatti, pur sovrapponendo per qualche istante due universi radicalmente diversi, non ammette dialogo, né sintesi. Non consente una reale comunicazione. Non può essere detto: “Vicé? Chi è? Vafanculu”.

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

L’inquadratura stacca 

Non sono cresciuto poi così lontano dal quartiere Zen di Palermo. Partanna Mondello, il rione in cui ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza, dista davvero poco, in linea d’aria, dai luoghi rappresentati nell’incipit del film Ragazzi fuori (1990). Ma il problema dello Zen, come aveva ben intuito il regista Marco Risi, non ha mai avuto solo a che fare con la prossimità fisica al resto della città, quanto piuttosto con la sua distanza emotiva da Palermo.

Quando ero piccolo, ad esempio, lo Zen era il limite estremo del pensabile: una riserva cognitiva utile a classificare, schedare e stigmatizzare i comportamenti più abbietti cui un essere umano residente in una città italiana del tardo XX secolo potesse arrivare; un serbatoio di immagini cui attingere per definire contrastivamente se stessi e, in fin dei conti, sentirsi migliori degli altri. Lo Zen, insomma, era un enorme marcatore identitario, una formidabile macchina per l’inculturazione e la trasmissione di valori normali: un luogo da guardare, rigorosamente da lontano, attraverso il prisma dell’opposizione tra Noi (i palermitani civilizzati, per quanto abitanti di un’area popolare come Partanna Mondello) e loro (i palermitani bestiali); un buco nero pronto ad inghiottire tutti gli scarti cittadini (esseri umani, cose vecchie, oggetti rubati), ma da cui non poteva, non sarebbe mai potuto, uscire nulla di buono; un abisso di ferinità cui, in linea teorica, era sempre possibile sprofondare (“non comportarti come uno dello Zen”, “se continui ti porto allo Zen” – così ci rimproveravano le maestre alle elementari quando da bambini non ci comportavamo bene, trasgredivamo qualche regola o semplicemente parlavamo in dialetto). 

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

Il quartiere San Filippo Neri, meglio conosciuto come Z.E.N., acronimo di Zona Espansione Nord, e diviso in due aree abitative comunemente definite Zen 1 e Zen 2, si trova da sempre in una condizione liminale, sospesa tra esclusione e dipendenza: se da un lato esso è indissolubilmente legato a Palermo, ovvero al resto della periferia nord verso cui quotidianamente tracimano molti dei suoi residenti, alla città vecchia da cui originariamente sono arrivati i suoi primi abitanti e agli assessorati centrali (comunali e regionali) sulle cui politiche assistenziali si basa una parte consistente della sua economia morale e finanziaria, dall’altro è isolato fisicamente e simbolicamente da ciò che lo circonda.

Spazio di informalità, illegalità e deprivazione San Filippo Neri è il luogo-soglia per eccellenza del capoluogo siciliano: a lungo tagliato fuori dalle principali vie di comunicazione tra centro e periferia settentrionale e ancora oggi difficilmente raggiungibile (soprattutto lo Zen 2), sta nella città senza starci per davvero; cresce ai margini di Palermo, per alcuni un cancro incistato tra le sue fibre, come fosse un universo etico-culturale parallelo; è un crocevia di paradossi in cui iper-visibilità e invisibilità si incastrano e si riproducono senza soluzione di continuità. Tutti credono di sapere che cosa sia e che cosa si consumi tra i suoi vicoli. Saperi esperti, retoriche giornalistiche, poetiche umanitarie, immagini del senso comune lo tratteggiano da decenni come una “eccezione permanente”: simbolo tanto del disinteresse della politica, che ne attraversa timidamente i pericolosi confini soltanto in occasione delle tornate elettorali, quanto di una alterità radicale, quella dei suoi esotici indigeni, che difficilmente può essere piegata alla norma del vivere civile.

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

Lo Zen, insomma, è l’eterno problema di Palermo: un problema che, quando riemerge dall’oblio in cui è solitamente occultato, può essere affrontato solo secondo una logica emergenziale. Ma così facendo, ogni singola rappresentazione prodotta contribuisce a nascondere il quartiere all’attenzione pubblica e ad allontanarlo ancora di più dal resto della città. Alimenta cioè un (corto)circuito comunicativo che diventa speculare alla conformazione fisica dello Zen: ne fa un labirinto culturale e linguistico, oltre che architettonico, cui da fuori è complicato entrare (o, una volta entrati, orientarsi) e da cui, soprattutto, non è facile uscire; una discarica di parole e immagini, oltre che di cemento e scarti, in cui tutte le occasioni d’incontro, anche quelle potenzialmente foriere di trasformazione (le cosiddette “belle storie” che piacciono tanto ai media e che celebrano ogni volta l’emancipazione di individui eroici dai vincoli oppressivi di una società tribale), finiscono col categorizzare chi lo abita in un’identità tanto immobile quanto inventata e con l’intrappolarlo in uno spazio immutabile.

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

Ovviamente, la precisazione è d’obbligo, non si può certo minimizzare, o peggio ignorare, la carica di violenza materiale e simbolica che si consuma quotidianamente allo Zen, ma per onestà intellettuale non si può neanche tacere, sulla scia di quanto fatto qualche anno fa da Ferdinando Fava in uno straordinario saggio di antropologia urbana (2008), la lunga storia che ha portato il rione ad essere ciò che è oggi: la lunga storia culturale, sociale e politica che ha spinto i primi abitanti ad occuparne gli spazi e che li vede impegnati da decenni a rendere vivibile un ambiente segnato, marchiato, da precarietà, malavita e pregiudizio. 

Limite estremo del pensabile all’interno della geografia emotiva di Palermo, lo Zen sembra dunque “buono da pensare” per reiterare una determinata immagine della città e per occultarne i meccanismi di produzione di marginalità.

Ma se decidessimo di cambiare prospettiva? Se smettessimo di leggerlo come un’anomalia di cui vergognarsi e basta? Se iniziassimo a pensarlo, al contrario, come uno specchio di Palermo? Uno specchio, magari un po’ deformato, che di Palermo riproduce molte dinamiche? Se, sulla scorta della già citata ricerca di Fava, entrassimo allo Zen il più possibile in punta di piedi e muniti solo di una postura etnografica volta ad osservare l’ethos dei suoi residenti e ad ascoltare attentamente i discorsi che lo mettono in forma ogni giorno?

Forse, in tal modo, quest’area così periferica comincerebbe ad apparirci meno segregata o altra di quanto in realtà non sia. Forse ciò potrebbe favorire l’immaginazione di modi migliori di integrarla nel tessuto urbano. Forse, soprattutto, l’oggettività di categorie apparentemente autoevidenti come “centro”, “periferia”, “margini” e “confini” imploderebbe, rivelando una natura socialmente costruita, ovvero culturale.

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

La storica dell’arte Paola Nicita e il fotografo Emanuele Lo Cascio hanno provato ad affrontare alcune delle questioni sopra richiamate, dando alle stampe nel 2025, per i tipi di Mimesis, il volumetto Centro senza centro. Le periferie di Marc Augé con un’intervista inedita sullo Zen di Palermo. Il libro, che intende far saltare le tradizionali rappresentazioni retoriche e iconografiche della Zona Espansione Nord, prende le mosse da un’intervista del 2008 di Nicita a Marc Augé e ruota attorno al dialogo tra le analisi socio-urbanistiche della stessa autrice e il progetto fotografico di Lo Cascio, La periferia illimitata.

A fungere da stella polare sono proprio le riflessioni dell’antropologo di Poitiers sulla surmodernità nelle aree urbane: le sue passeggiate etnologiche nelle «meta-città» e nelle «città-monumento» progettate da una certa “ragione architettonica” e orientate dalla volontà di trasformare gli spazi sociali in cartoline mediali; le sue camminate antropologiche nelle «città reali», quelle dove brulicano le contraddizioni e le falle del sistema, insomma dove si svolge la “vita vera”; il suo girovagare filosofico nei «nonluoghi» standardizzati, aridi e privi di relazioni autentiche che crescono identici pressoché ovunque. Ma sottotraccia, oltre a una postura di orientamento decoloniale che si fa esplicita nell’ultima parte del testo e alle geografie non rappresentazionali e contro-egemoniche di Henri Lefebvre, Edward Soja, Marcello Tanca, Trevor Barnes, James Duncan e Andrés Rodríguez-Pose, si scorgono anche i contorni sfumati dei «paesaggi» (etnici, finanziari, tecnologici, mediatici, ideologici) individuati da Arjun Appadurai nella sua analisi della «modernità in polvere».

2Se, dunque, come scrive il teorico dei nonluoghi, oggigiorno l’opposizione centro Vs periferia non è un fatto puramente geografico quanto sociale (e culturale) e se, come sostiene lo studioso indiano a proposito delle dinamiche della globalizzazione, «l’identità ha perso i suoi ormeggi ontologici», diventa necessario studiare l’evoluzione della città contemporanea conferendo alle periferie una centralità inedita. Qui, infatti, si possono scorgere vividamente molti dei meccanismi dell’abitare contemporaneo, a Palermo e non solo: la declinazione interculturale della convivenza e le sfide che essa pone, lo sviluppo di nuove (o diverse) forme di socialità, le strategie di produzione e/o riappropriazione degli spazi, la relazione non sempre lineare tra design e appaesamento, ovvero tra architettura, cultura e storia (e politica, economia, etc.). Qui, soprattutto, si può osservare la riarticolazione della relazione tra un margine sempre più cruciale per l’esistenza delle collettività urbane e un centro-vetrina sempre più gentrificato e turistico.

Lo Zen, da questo punto di vista, non va più guardato come un’isola lontana dalla (e irriducibile alla) città reale, qualunque cosa voglia dire questa espressione, bensì come un centro alternativo al centro, come una frontiera porosa che si alimenta nello scambio continuo col fuori e che viene quotidianamente edificata dall’incontro/scontro tra auto-definizioni ed etero-definizioni. La sfida per pianificatori, architetti, amministratori, scienziati umani, gente comune consiste allora nel tentativo di rifunzionalizzare il punto di vista e di contribuire, ognuno nel suo ambito, alla «rifondazione possibile degli spazi e delle architetture [...] grazie alla necessaria re-visione dei corpi che lo abitano» (Nicita, Lo Cascio 2025: 9). Ed è proprio qui, scrive Nicita giocando efficacemente con l’acronimo Z.E.N., «che è urgente la zona di espansione, quella della nostra significazione, della sua rielaborazione. Un passaggio necessario, dove lo stare dentro lo spazio assume il significato di stare con i suoi abitanti [...]» (Ibidem).

La storia dello Zen, d’altra parte, al netto delle sue innegabili specificità, è una storia palermitana e da questa non può essere disgiunta, come invece spesso si tende a fare per comodità, interesse o pigrizia intellettuale. Questa complessa vicenda, continua Nicita (Ivi: 21-33), racconta di emergenze abitative innescate dal secondo dopoguerra e da disastri naturali (il terremoto del 1968); di proteste spontanee per il diritto alla casa e dell’azione di partiti e movimenti sociali a sostegno; di progetti architettonici traditi (o piuttosto non esattamente concepiti pensando alle legittime esigenze della gente che ne avrebbe beneficiato); di politiche emergenziali, di assenza delle istituzioni, di infiltrazioni criminali; di deprivazione e violenza strutturale; di pratiche abitative e ricerca di “normalità”.

3Soprattutto essa ci mostra, a patto di saperla e volerla leggere davvero, ovvero a patto di mettere tra parentesi i pregiudizi e di posizionarsi alla giusta distanza, (almeno) due elementi da non sottovalutare: che esclusione e marginalità non sono mai meri accidenti, bensì il precipitato di scelte (ideologiche, comunicative, politiche, amministrative) ben precise; che luoghi ed edifici sono abitati da persone in carne e ossa, le quali producono quotidianamente ordine e senso, in una sola parola “cultura”. Tra architetture e persone la relazione è sempre dialettica, ed è il risultato di molteplici e multidirezionali stratificazioni di senso.

Le fotografie di Lo Cascio, da questo punto di vista, rappresentano la volontà di oltrepassare la soglia, di calarsi quasi etnograficamente nella realtà quotidiana dei residenti dello Zen e di restituirli alla città per produrre «un itinerario parallelo di storia e memoria» (Ivi: 40) e per documentare i loro modi, magari eccentrici, di fruizione e rifunzionalizzazione degli ambienti. Se si esclude la perturbante immagine dall’alto che chiude il volume e che ben testimonia la segregazione fisica dello Zen, Lo Cascio non è interessato a fornire una rappresentazione d’insieme del quartiere, ma si concentra sul particolare, sul frammento, sul dettaglio, sulla crepa. Indugia sui simboli materiali e simbolici. Il suo sguardo decentrato, spaesato e insieme alla ricerca delle strategie di appaesamento locale, invita a mettere da parte i pregiudizi, a seguire i residenti all’interno delle loro abitazioni e lungo le strade, in un tentativo di costruire un nuovo ordine di discorso laddove solitamente c’è stigma sociale.

Seguire il filo di Arianna srotolato dal fotografo nella sua rappresentazione di aree, cose e persone evidentemente sgrammaticate rispetto alla “norma” richiede buona volontà e un certo sforzo di contestualizzazione: gli interni domestici curati, in cui campeggiano ritratti di famiglia e vecchie immagini di Enrico Berlinguer (rimando al ruolo che il PCI palermitano ebbe per l’assegnazione delle case agli sfollati del quartiere Castello San Pietro), si mescolano all’incuria e al degrado degli esterni; la gestione razionale degli spazi immaginata dall’architetto Vittorio Gregotti, visibile nella scacchiera di insulae che organizza geometricamente lo Zen 2, si scontra con l’implementazione, sovente abusiva, di modalità altre di concepire il rapporto tra “pubblico” e “privato” e di adattare gli ambienti ad esigenze non previste dai progetti; le statue di Padre Pio negli spazi liminali tra il dentro delle abitazioni e il fuori delle aree comuni e le spettacolari vampe di San Giuseppe nelle piazze (teoricamente vietate dalle ordinanze comunali) mettono in scena una sentita religiosità popolare che convive con i ripetuti atti vandalici di cui è stata oggetto la parrocchia locale. E così via, in una teoria di contraddizioni tradotte in bozzetti che hanno però il pregio di ritrarre una zona densa di vita, altamente significativa: un’area popolata da donne e uomini che, nonostante tutto, non si conformano alla tipica immagine di vittime mute del disinteresse amministrativo o del giogo mafioso.

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

La periferia illimitata, Emanuele Lo Cascio

Lo Zen, insomma, come aveva già mostrato l’etnografia di Ferdinando Fava, non è affatto un nonluogo privo di identità e storia. Ma, mi sia permessa una piccola nota critica, non solo nel “senso emico” usato da Marc Augé nella sua intervista – lo ZEN, afferma l’etnologo francese, è senza alcun dubbio un luogo antropologico e anzi, per chi vi abita, «è Palermo il nonluogo» (Ivi: 12), evidenziando così la diversa percezione tra abitanti e osservatori esterni –, bensì, da una “prospettiva etica”, perché ovunque ci siano un essere umano e uno spazio, un essere umano che attraversa uno spazio e lo abita raccontandolo o lo racconta abitandolo, al di là della fortuna di un concetto molto più problematico di quanto non appaia a prima vista, non potranno mai esistere dei nonluoghi.

Comprendere i modi in cui l’ethos culturale interagisce dialetticamente con l’ambiente, l’architettura, la politica e la storia è dunque la chiave per la costruzione di città aperte, plurali e vivibili. Dare la parola a chi risiede nei luoghi del disagio è la via per «restituire a chi vi abita [...] la possibilità di agire consapevolmente sugli spazi» (Ivi: 146), evitando le solite, fallimentari, soluzioni calate dall’alto.

Il contributo di Nicita e Lo Cascio, da questa prospettiva, cerca proprio di andare in tale direzione, tratteggiando un’altra periferia e, con essa, un’altra Palermo. Lo fa narrando una storia di produzione e riproduzione di marginalità, che è anche storia di appropriazione e modellizzazione di spazi, che è anche storia di visioni culturali differenti, che è anche storia di intrecci inestricabili, ancorché sovente taciuti, tra margini e centro, che è anche storia di dialogo difficile ma non più rinviabile. Lo fa invitandoci non tanto a tirare fuori le persone dallo Zen, come se questo fosse un territorio ormai perduto, dunque da cancellare (metaforicamente o, come qualcuno senza pudore ogni tanto suggerisce, letteralmente) per il bene della città, quanto ad entrare nel quartiere, a prenderlo sul serio. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Riferimenti bibliografici 
Appadurai A., 2005, Modernità in polvere, Meltemi, Milano. 
Augé M., 2005, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano. 
Fava F., 2008, Lo Zen di Palermo. Antropologia dell’esclusione, Franco Angeli, Milano. 
Nicita Paola, Lo Cascio Emanuele, 2025, Centro senza centro. Le periferie di Marc Augé con un’intervista inedita sullo Zen di Palermo, Mimesis, Milano-Udine.

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Dario Inglese, ha conseguito la laurea triennale in Beni Demo-etnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo e la laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Si è occupato di folklore siciliano, cultura materiale e cicli festivi. A Milano, dove insegna in un istituto superiore, si è interessato di antropologia delle migrazioni e ha discusso una tesi sull’esperimento di etnografia bellica Human Terrain System. Ha recentemente pubblicato presso le Edizioni del Museo Pasqualino nella collana “Dialoghi” il volume Antropologia a tutto campo. Discorsi sulla contemporaneità.

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