Sono trascorsi trent’anni dalla scomparsa di Sergio Atzeni, rapito su una scogliera di Carloforte da violente onde assassine. Ma sembra che tutto sia successo ieri, non solo perché il ricordo di quella notizia è per me vivissimo e so ancora esattamente dove mi trovavo quando, incredula, l’ho ricevuta, ma anche perché la scrittura di Sergio resiste al tempo ed è sempre giovane e attuale, tanto che ho spesso constatato quanto l’autore possa essere diventato un mito per molti giovani lettori di oggi che, di riflesso, talvolta guardano con ammirazione anche me per il semplice fatto di averlo conosciuto e di ricordarne con affetto la grande vivacità e qualità letteraria.
Aveva molte cose da dire, Sergio Atzeni, e il suo progetto era quello di raccontare una Sardegna meno stereotipata di quella cui la letteratura prodotta in Sardegna ci aveva abituato, con la rappresentazione di un solo mondo lavorativo pastorale e di una sola zona regionale, che finiva per far coincidere la Sardegna tutta con la sola area barbaricina. E invece a Sergio interessava narrare un’altra e non meno autentica Sardegna: anche quella mineraria del Sulcis (come fa nel romanzo Il figlio di Bakunin, Sellerio 1991) e soprattutto quella della sua città, cioè Cagliari, troppo a lungo considerata in passato quasi come una città non veramente sarda, luogo di scambi mercantili e di servizi, luogo di confine con l’oltremare (non a caso Cagliari era detta Africa dai sassaresi) e dalla parlata spuria e non atta a rappresentare la vera sardità, anche linguistica, dato che a lungo il ‘vero sardo’ era stato considerato il logudorese.
Inoltre, Sergio Atzeni aveva progettato di rappresentare narrativamente non solo, in generale, la città di Cagliari, ma tutti i suoi quartieri, dando spazio all’autenticità, spesso beffarda e scherzosa, della parlata cagliaritana. Ed ecco dunque comparire lo storico quartiere di Castello, cioè il cuore più antico della città, nel suo primo romanzo (Apologo del giudice bandito, Sellerio 1986), il quartiere della Marina nel tristemente profetico (almeno per il destino del protagonista) Il quinto passo è l’addio (Mondadori 1995) e il quartiere periferico di Santa Lamenera (cioè Sant’Avendrace / Is Mirrionis, ma con incursioni al Poetto, la grande spiaggia di Cagliari) nel capolavoro postumo Bellas mariposas (Sellerio 1996). Ognuno con la propria lingua, leggermente variata: da quella spagnoleggiante della Cagliari quattrocentesca dell’Apologo agli inserti di schietto dialetto cagliaritano, goliardico, coprolalico o rissoso del Quinto passo, fino alla varietà locale di italiano messa in bocca alla dodicenne che gestisce il racconto in Bellas mariposas: una mistura straordinaria di italiano diatopicamente marcato come cagliaritano, ma attraversato da popolarismi e forme di italiano giovanile mutuate dal rap e dal mondo mediatico anglicizzante. Con un ritmo tutto suo, fluente e insieme spezzato, atto a rappresentare il parlato della ragazzina che narra con grande e ingenua leggerezza da farfalla i fatti e le malizie anche sessualmente più audaci di cui lei ha contezza nonostante la giovane età.
Su tutto ciò esiste ormai una relativamente ampia letteratura critica, e mi limito a citare i due importanti convegni su Sergio Atzeni cui ho partecipato, dopo avere pubblicato su “Ossimori” (n. 7 del 1995) un pezzo in ricordo dell’autore appena scomparso. Lì parlavo soprattutto del romanzo Il figlio di Bakunin, con le molte voci differenti che vi campeggiano, registrate con il suo piccolo registratore Aiwa da un giovane “con l’orecchino” (dettaglio insistito su un uso non ancora molto diffuso in quegli anni) che in realtà va alla ricerca delle proprie origini e raccoglie molte testimonianze contraddittorie sulla figura di un personaggio, Tullio Saba, intervistando chi lo ha conosciuto o ne ha anche solo un vago ricordo.
Invece, nel convegno su Sergio Atzeni tenutosi a Cagliari nel 1996 [1], ho parlato della vocazione (sia linguistica che narrativa) al frammento nella scrittura di Atzeni: tanti quadri diversi e spezzati che si alternano nelle sue storie dense di ellissi narrative, presentati in modo sintatticamente veloce e altrettanto spezzato, data la particolare frequenza delle frasi nominali che si susseguono e si rincorrono nelle sue pagine. E, sempre a Cagliari, nel convegno del 2005 [2], ho analizzato Bellas Mariposas, caratterizzato invece da un flusso di simulato e ininterrotto parlato narrativo, senza interpunzione e senza respiro, che gli stacchi frequenti di righi bianchi non bastano a pausare. Un parlato-scritto e stilizzato nella scrittura si era già visto ed era dato come trascritto nel romanzo Il figlio di Bakunin, aderendo al carattere, alla cultura diversificata e ai tic anche linguistici delle varie voci narranti. Ma in Bellas mariposas tale parlato-scritto raggiunge un apice espressionistico in cui tutto si amalgama, nell’unità temporale di una giornata estiva e nell’attesa che si compia quanto annunciato all’inizio (è “il giorno dell’ammazzamento di Gigi del quinto piano l’innamorato mio” dice Cate, la piccola narratrice). Solo alla fine ci sarà una ironica e spiazzante smentita di tale ammazzamento, e tutto si dissolverà in un onirico e quasi felliniano volo di gatti, ad opera di una coga (cioè di una strega).
Non ho invece potuto partecipare al convegno di Bologna del 2015 [3], in cui si è tornati ad insistere sulla particolare multiformità degli interessi (pure artistici e musicali) di Atzeni, svelati dalla sua attività di traduttore, dalla sua narrativa e dai suoi scritti giornalistici, anche alla luce delle molte raccolte di articoli e racconti usciti postumi, dopo essere rimasti inediti o dispersi su testate varie. Tra le raccolte più significative si possono citare Raccontar fole (Sellerio 1999) e I sogni della città bianca [cioè, ancora una volta, di Cagliari] (il Maestrale 2005), ma senza dimenticare i versi di Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo.
Potrei continuare passando in rassegna vari lavori critici su Sergio Atzeni (alcuni reperibili anche in rete), comprese alcune tesi di laurea. Ma qui mi preme ricordare come Sergio Atzeni facesse parte, assieme a Giulio Angioni e a Salvatore Mannuzzu, di una triade di nuovi scrittori che, rompendo con il passato, dettero inizio a quella che Goffredo Fofi definì una nouvelle vague della letteratura (e non solo) in Sardegna. Chiusa l’esperienza di “Linea d’ombra”, cui collaborarono Angioni e soprattutto Atzeni [4], allargatasi la nouvelle vague a comprendere altri scrittori ormai distanti dal deleddismo tradizionale e pronti a narrare anche le realtà urbane (come Giorgio Todde o Francesco Abate per Cagliari), non a caso un numero speciale della nuova rivista di Fofi, “Lo straniero”, nel 2006 venne dedicata alla “Sardegna tra vecchio e nuovo”.
Ma qui voglio ricordare in particolare gli scambi e l’attenzione reciproca che caratterizzarono il rapporto tra Angioni e Atzeni [5]. Di Atzeni e della nouvelle vague iniziale, tra l’altro, Angioni ha parlato in un’intervista pubblicata nel 2015 [6], rievocando la loro comune e consapevole volontà di «rompere con una tradizione consolidata, a tratti asfittica e ingessata», senza più piangere sull’isolamento ma, anzi, aprendo «varchi dalla provincia al mondo». C’era inoltre tra i due, dichiarata, la comune sensibilità antropologica, che ad Atzeni derivava anche dal suo incontro, almeno da traduttore, con scrittori della negritudine come Patrick Chamoiseau (mentre Angioni era antropologo di mestiere, in quanto ordinario di Antropologia culturale all’Università). Colgo poi tra le righe di quell’intervista anche la comune sensibilità musicale che li faceva entrambi molto attenti al ritmo della propria scrittura, anche se in modo e con esiti diversi. Angioni, che spesso incastonava nella propria prosa metri lirici, a partire dalle ampie campiture dell’endecasillabo sino ai più veloci settenari, cita in particolare i Racconti con colonna sonora di Sergio Atzeni [7], per «i continui raccordi tra parole e musica», rock più che jazz.
Ma vado oltre, per sostenere che il dialogo tra i due scrittori sembra avere investito anche le tematiche affrontate nella loro narrativa, sin dagli inizi, se è vero che il tema della memoria, singolare e collettiva, assieme a quello correlativo della ricerca della verità, sono centrali nel romanzo di Giulio Angioni, Il sale sulla ferita (Marsilio 1990) e poi rimbalzano, nel 1991, ne Il figlio di Bakunin di Atzeni.
Sono simili, infatti, le domande che si possono avanzare a proposito del personaggio di nome Benito in Angioni e di Tullio Saba in Atzeni, senza che ciascuna trovi una risposta univoca nei due romanzi. Chi è Benito Palmas, attorno al quale ruota la vicenda in Angioni? È un eroe emblematico delle lotte contadine dei primi anni ’50 del ‘900 in Sardegna oppure lo scemo del paese che muore in un incendio da lui stesso appiccato e che si perde nelle grotte come si è perso nella zolfara e nel mito il verghiano Rosso Malpelo? E chi è Tullio Saba? È un minatore anarchico come il padre, uno stimatissimo capopolo, o un impenitente e disonesto dongiovanni, capace di sparire con i soldi degli alluvionati? Parzialmente diverse (ma non troppo) sono le risposte dei due narratori. «La verità è soltanto il credito che un fatto si guadagna» e «i fatti non conservano realtà senza parole», cioè senza le parole dei tanti che scavano nella loro memoria, dice Angioni nel suo romanzo. Mentre Sergio Atzeni chiude il proprio dicendo «Non so quale sia la verità, se c’è verità». Chi ha narrato di Saba ha mentito oppure ha detto ciò che crede vero. Oppure, «ipotesi più probabile, sui fatti si deposita il velo della memoria, che lentamente distorce, trasforma, infavola, il narrare dei protagonisti non meno che i resoconti degli storici».
Quanto al romanzo di ambientazione ‘mineraria’, si può poi solo ricordare che, molti anni dopo, Giulio Angioni ne avrebbe scritto uno anche lui, pubblicando Doppio cielo (Il Maestrale 2010). E come non vedere le analoghe attenzioni, di Angioni e Atzeni, per racconti latamente ‘storici’, ambientati in epoche diverse della storia sarda? Basti citare per Angioni quelli di Millant’anni (Il Maestrale 2002), per Atzeni non solo l’Apologo del giudice bandito, ma anche i tanti inediti pubblicati postumi, passando per la rivisitazione della storia sarda di Raccontar fole (Sellerio 1999). Inoltre, Rossana Copez, che era sua moglie, ha parlato dell’intenzione di Sergio di scrivere un testo teatrale su Sigismondo Arquer, citandone anche qualche stralcio. Era un lavoro appena abbozzato, su questo teologo e studioso cagliaritano (1530-1571) che fu mandato al rogo dall’Inquisizione spagnola e che, durante la sua lunga prigionia, aveva nostalgia «di passeggiate lungo i bastioni. E di latte caldo, certo, soprattutto di latte caldo» [8]. Non importa se non sapremo mai se Atzeni avesse parlato di questa sua intenzione con Angioni, ma possiamo solo ricordare che, proprio su Sigismondo Arquer, Giulio Angioni avrebbe scritto Le fiamme di Toledo (Sellerio 2006), uno dei suoi romanzi più belli.
Infine, come non registrare gli ultimi due romanzi dei due scrittori e il loro comune carattere di romanzi di fondazione? Si tratta del postumo Passavamo sulla terra leggeri di Atzeni (Mondadori 1996) e di Sulla faccia della terra di Angioni (Il Maestrale 2015), accostabili per la dimensione mitologica e per l’andamento orale della narrazione, aldilà della diversità di fondo tra i due autori e della loro diversa concezione della storia dell’isola. Non c’è qui modo di approfondire, ma già Franco Manai, notava varie differenze confrontando la rappresentazione epica e unitaria della storia sarda nel romanzo di Atzeni e la visitazione leggera di alcuni momenti storici tramite i personaggi di Millant’anni di Angioni, dislocati in momenti diversi delle vicende isolane [9]. In particolare l’epica “frammentaria” dei racconti di Angioni, veniva contrapposta da Manai a quella di Passavamo sulla terra leggeri di Atzeni, dove risulta tracciato «il disegno di una sardità rimasta graniticamente uguale a se stessa», nella convinzione che «l’autentica sardità si sia conservata nei secoli e nei millenni negli isolati villaggi dell’interno dell’isola, in quella Barbagia dei cui abitanti non pochi poeti hanno cantato l’indomita fierezza e l’irriducibile amore per la libertà e l’autonomia». E alla fine, in Atzeni, la Sardegna diventa «terra di elezione per autentici credenti e mistici» e il cristianesimo assurge a “elemento fondante” della sardità, concludeva Manai.
Questo tra i due autori sarebbe ora un confronto da riprendere e approfondire alla luce dell’ultimo romanzo di Angioni, che sembra invece auspicare, anche per il futuro, una comunità animata da grande spirito solidale e aperta al mondo e al diverso, e a tutte le culture e religioni, dato che siamo «diventati in poco tempo sapienti in differenze, in provenienze, in altri modi di stare al mondo» [10].
Ma per ora si possono chiudere queste note non senza avere ricordato che in Passavamo sulla terra leggeri, che sembra avere il ritmo dei versetti biblici, Atzeni inventa anche una lingua primigenia, così come Gavino Ledda ha finito con l’usare (o scoprire) una propria lingua ‘gainica’, «ossia – come ha scritto Giovanni Lupinu – una lingua di pura fantasia da lui inventata eliminando gli apporti di superstrato penetrati nel sardo dalla dominazione pisana in poi» [11] e tentando di usarla sia nei racconti de I cimenti dell’agnello (Milano 1995), sia nello spettacolo teatrale Su occhidorzu [12].
Si potrebbe certo continuare con accostamenti e raffronti tra le opere di Atzeni e quelle di altri autori, ma non avrebbe senso farli senza ricordare che, nella straordinaria fioritura di scrittori che si è avuta in Sardegna negli ultimi decenni, si sono rafforzate in tutti quelle dinamiche intertestuali che innervano e arricchiscono ogni testo, che finisce inevitabilmente per dialogare con gli altri testi del sistema letterario cui appartiene. In altre parole, tutti i testi si alimentano a vicenda ed è facile constatare che i giochi e richiami (perlopiù impliciti) dall’uno all’altro, per vicinanza o opposizione, sono molto forti tra gli scrittori sardi, soprattutto quando parlano di Sardegna e la fanno ‘parlare’, anche se ciascuno a modo proprio.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Atti a cura di Giuseppe Marci e Gigliola Sulis, Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia, Cagliari, Cuec 2001.
[2] Atti pubblicati solo nove anni dopo, a cura di Sylvie Cocco, Valeria Pala e Pier Paolo Argiolas, Sergio Atzeni e l’arte di inanellare parole, Cagliari, Aipsa edizioni 2014.
[3] Atti a cura di Giuseppe Ledda e Gigliola Sulis, Sergio Atzeni e le voci della Sardegna, Bononia University Press 2017.
[4] Oltre che con un’edizione in due puntate di Araxi dimoniu e la traduzione di un lungo racconto-saggio di Victor Serge, con qualche “ombrosa recensione”, come ricorda Goffredo Fofi introducendo l’edizione dell’Unione sarda di Bellas mariposas (G. Fofi, Uno scrittore necessario, ivi: 19).
[5] Mentre, da parte loro, Angioni e Mannuzzu erano stati indicati da Oreste del Buono come gli iniziatori della “Scuola sarda del sardo” (O. Del Buono, È nato il giallo sardo?, “Panorama”, 6 novembre 1988).
[6] In I. Palladini, Occhi di incantamondo. Un ritratto critico e tredici dialoghi su Sergio Atzeni, Franco Angeli 2015: 51-54. Sono in tutto 13 interviste a studiosi e scrittori, mentre altre 22 interviste, a intellettuali diversi sono in C. Farci, Sergio Atzeni un figlio di Bakunin, Cagliari, Cuec 2015.
[7] Raccolta anch’essa postuma, pubblicata da Il Maestrale di Nuoro nel 2002; poi riveduta e aggiornata, a cura di Giancarlo Porcu, nel 2008.
[8] R. Copez, Cantava di cani bagnati / di blues mai suonati /ha sognato mariposas: belle e sguaiate, in Sergio Atzeni e l’arte di inanellare parole, cit: 237-241: 240.
[9] Sulla faccia della terra di Angioni non era ancora uscito quando Manai confrontava i due autori nel suo Cos’è successo a Fraus? Sardegna e mondo nel racconto di Giulio Angioni, Cagliari, Cuec 2006:167.
[10] G. Angioni, Sulla faccia della terra, cit.: 124.
[11] G. Lupinu, Emilio Lussu, Gavino Ledda e la questione della lingua sarda, Unica Open Journals 2019.
[12] Un esempio del suo gainico (tanto incomprensibile da avere avuto bisogno di essere interamente tradotto in nota) è nel contributo di Gavino Ledda, dal titolo Istotorrài: Su occhidorzu, in Cartas de logu. Scrittori sardi allo specchio (Cagliari, Cuec 2007: 127-129): una raccolta. ideata da Giulio Angioni (che ne ha scritto la premessa), di brevi scritti in cui 42 scrittori sardi, allora tutti viventi, si raccontano o parlano della propria o altrui scrittura e identità, in un gioco di specchi ricco e variegato.
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Cristina Lavinio, già ordinaria di Linguistica educativa all’Università di Cagliari, ora in pensione, è responsabile per l’italiano del polo della Sardegna, nell’ambito del progetto nazionale promosso dall’Accademia dei Lincei “I Lincei per una nuova didattica nella scuola”. Fa parte della giuria del Premio Tullio De Mauro (sezione del Premio nazionale “Salva la tua lingua locale”). È stata segretaria nazionale del GISCEL (Gruppo di Intervento e di Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica) e si è sempre occupata anche di formazione degli insegnanti e di educazione linguistica e letteraria. Le sue numerose pubblicazioni vertono su temi di linguistica del testo, di linguistica italiana e sociolinguistica, riguardano le varietà della lingua, la comunicazione orale e scritta, generi narrativi di tradizione orale e popolare, lingua e stile di numerosi scrittori sardi, tra i quali Grazia Deledda, Salvatore Cambosu, Emilio Lussu, Giuseppe Dessì, Salvatore Satta. Si ricordano qui solo il volume Narrare un’isola. Lingua e stile di scrittori sardi (Bulzoni 1991), la cura di Oralità narrativa, cultura popolare e arte. Grazia Deledda e Dario Fo (ISRE-AIPSA 2019), oltre a numerosi altri saggi su atti di convegni e riviste, fino a un contributo sulle prime attestazioni e il persistere di vari luoghi comuni a proposito di Grazia Deledda (in “Italica Wratislaviensia”, vol. 15, 2024).
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