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Sergio Atzeni nei ricordi di Gianfranco Cabiddu

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

di Costantino Cossu 

Da dove vuoi cominciare a raccontare Sergio Atzeni?

«Guarda, facciamo così: cominciamo dalla fine degli anni Ottanta e poi inseriamo un flash back. Una tecnica cinematografica, se vogliamo. Nel 1988 feci il mio primo film, Disamistade, che andò bene: ebbe una candidatura al David di Donatello e fu premiato come migliore opera prima al Festival di Valencia. Incoraggiato dal successo, mi misi a lavorare alla pellicola successiva. Pensai di adattare uno dei romanzi di Atzeni. Cercai di contattare Sergio attraverso un comune amico, il giornalista e critico teatrale Walter Porcedda. Walter mi diede il numero di telefono della sorella di Atzeni, con la quale Sergio viveva in Emilia dopo aver lasciato Cagliari nel 1986.

Fu così che gli inviai per posta una copia di Disamistade e gli dissi che volevo fare un film da uno dei suoi libri. Ne nacque una corrispondenza nella quale ci davamo del lei, perché, nonostante fossimo coetanei ed entrambi cagliaritani, con l’Atzeni scrittore ormai affermato credevo di non avere mai avuto alcun rapporto di conoscenza diretta. E invece quando finalmente, nella primavera del 1994, ci vedemmo a Roma dove io vivevo mi trovai di fronte con sorpresa il ragazzo del liceo con il quale avevo condiviso tanti momenti della mia adolescenza cagliaritana. Mi trovai di fronte Sergio. Soltanto con il nome, infatti, io lo conobbi a Cagliari nella prima metà degli anni Settanta, quando con tanti coetanei di allora ci facevamo d’erba e di musica al Bastione, nel vecchio quartiere del Castello. E altrettanto era stato per lui: allora per Sergio io ero soltanto Gianfranco. A Roma, insomma, lo scrittore Atzeni e il regista Cabiddu si riconobbero, quasi vent’anni dopo, come ex ragazzi degli anni Settanta».

mv5bmtqzmdqwzwetyzk0my00nmrkltg0odqtodcyzddiytjjzwjlxkeyxkfqcgc-_v1_fmjpg_ux1000_La musica era il mondo che teneva insieme Sergio e Gianfranco ragazzi…

«Sì, soprattutto la musica. Suonavamo tutti e due al Gong, un locale al Castello. Io stavo in una band che girava per i piccoli paesi dell’hinterland cagliaritano facendo le cover della hit parade, con inserti di tango, walzer e mazurche e, obbligatoriamente, di ballo sardo. Ma facevamo anche rock. Era un po’ l’ambiente proletario e sottoproletario in cui è ambientato Bellas mariposas, l’ultimo romanzo di Sergio. La nostra base era Sant’Avendrace, quartiere di diffusa marginalità sociale. Allora i ragazzi che stavano nelle band venivano in gran parte da lì o da altri quartieri poveri della città, come Sant’Elia. Erano quasi tutti border line. Le ragazzine che facevano le cantanti, invece, quasi sempre arrivavano a Cagliari dal circondario, tutte in minigonna e con tanta voglia di vivere».

Che anni erano esattamente?

«Stiamo parlando della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta. In quel periodo con Sergio ci siamo visti soprattutto per ascoltare musica e per farci canne al Bastione. C’era uno del nostro gruppo che aveva uno scannatoio, lo chiamavamo proprio così. Era un monolocale al Castello dove andavamo ad ascoltare dischi e a fumare per ore. Usciva un vinile nuovo e lo sentivi venticinque volte, dalla sera sino all’indomani mattina. Quando arrivavano gli Lp di John Lennon – Some Time in New York, Mind Games, Walls and Bridges – li aravamo nel corso di eterne notti insonni».

lennonC’era la musica e c’era la politica…

«C’era la politica. E quella Sergio la faceva tanto e con passione. Era uno dei leader del movimento studentesco cagliaritano. Io guardavo da lontano all’attivismo di quegli anni. Certo, partecipavo alle manifestazioni, ma la mia passione era la musica. Per me la militanza politica che assorbiva molto Sergio e tanti altri miei coetanei è stata una dimensione un po’ laterale. Ero più il ragazzaccio che frequentava i garage di Sant’Avendrace dove si suonava rock. È curioso, vedi: a Roma tra gli amici sardi che ho frequentato e frequento tuttora da espatriato c’è Giovanni Maria Bellu, cagliaritano, giornalista eccellente. Lui Sergio se lo ricordava soltanto come leader del movimento studentesco. Gli ho raccontato io l’altra faccia di Sergio: la musica, le canne, lo scannatoio al Castello. Due universi, la musica e la politica, che allora, nel clima di quegli anni, potevano entrare in connessione perfetta».

9788862023849_0_0_0_0_0Che cosa vi siete detti a Roma nel 1994 quando vi siete rincontrati?

«Dissi a Sergio che volevo fare un film da Il quinto passo è l’addio. Sentivo che quel libro toccava la mia esperienza di vita. Mi rispecchiava sia nel racconto di una certa borghesia cagliaritana immobile nelle sue chiusure (io sono figlio di un ufficiale dell’Esercito), sia nella descrizione della città proletaria, dei quartieri dove io, da figlio irregolare di una famiglia borghese, facevo musica. Sergio però mi disse che avrebbe preferito qualcosa di nuovo rispetto a un film tratto da Il quinto passo è l’addio. Un soggetto originale. E allora gli proposi di raccontare le band musicali della Cagliari degli anni Settanta, quell’ambiente lì che entrambi avevamo frequentato e conosciuto, anche se su versanti un po’ diversi: lui nei locali al Castello dove si suonava jazz e musica West Coast, io a Sant’Avendrace nelle tane dove si facevano cover pop e rock duro. Insieme, Sergio e io abbiamo cominciato a buttare l’abbozzo di una sceneggiatura su questa traccia: la storia di due ragazzi che la musica, nello stesso tempo, univa e separava. Ci siamo sentiti l’ultima volta nel luglio del 1994. Lui stava lavorando a Passavamo sulla terra leggeri, che doveva consegnare all’editore entro Ferragosto; io seguivo il progetto “Sonos de memoria”, che Gillo Pontecorvo, direttore della Mostra del cinema di Venezia, aveva scelto per la selezione di quell’anno, in programma a settembre. Quindi rimanemmo d’accordo che ci saremmo visti dopo l’estate per mettere ordine nei frammenti di ricordi che avevamo raccolto e trasformarli in una sceneggiatura. E invece, proprio nello stesso giorno, il 5 settembre, in cui a Venezia è stato proiettato Sonos de memoria è arrivata la notizia che Sergio era morto nel mare di Carloforte».

Quel progetto quindi si è fermato?

«Sì, ma non si è fermata la voglia di lavorare su Sergio. Proposi al mio produttore, che allora era Giuseppe Tornatore, di fare un film da Atzeni. Lui disse di sì. Ci riflettemmo un po’ e alla fine la scelta si ridusse a due opere: Il figlio di Bakunin e Bellas mariposas, romanzo nel frattempo uscito postumo. Fu Tornatore a insistere per Il figlio di Bakunin. Di questo libro a lui piaceva molto la dimensione epica».

mv5byjrlytu3m2etmdm0ys00mge1ltlimzatogixyzu0y2mwzmjmxkeyxkfqcgc-_v1_fmjpg_ux1000_E per te che cosa ha di interessante Il figlio di Bakunin?

«Intanto nel libro c’è un lavoro sulla lingua che è magistrale. L’artificio dell’indagine sulla vita passata di un padre condotta dal figlio registrando su nastro le testimonianze di quelli che lo avevano conosciuto, si traduce nel fatto che a tutti viene conservata la propria lingua. Questo è molto interessante dal punto di vista cinematografico, perché tutti i personaggi sono nettamente definiti in partenza: la loro lingua si trascina dietro un corredo di segni e un’appartenenza sociale precisi. È un campionario umano molto ricco inserito nella cornice delle vicende storiche che, dai primi del Novecento sino agli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, coinvolgono il bacino minerario del Sulcis-Iglesiente e tutta la Sardegna».

Con un personaggio centrale raccontato attraverso il filtro del figlio. Il libro è un’epopea storica ma anche una ricerca del padre…

«E questo rendeva Il figlio di Bakunin ulteriormente interessante. Nel libro Sergio racconta la storia di un padre che si sovrappone, sino quasi a identificarsi, con la recente storia dell’isola, ma lo fa attraverso gli occhi attuali del figlio. Il libro è stato pubblicato nel 1991. È quindi la generazione di Sergio, la nostra generazione, che alla svolta degli anni Novanta, alla fine di un secolo, si interroga sul passato ma anche sul proprio presente. Per cercare una strada che apra al futuro. Il tutto senza chiusure. Che è il tratto distintivo di tutto il lavoro di Sergio: vedere nella Sardegna una possibilità di racconto, ma lontano da ogni banalizzazione, lontano dalle incrostazioni folcloriche che hanno fuorviato tanti degli sguardi, autoctoni e no, che nel tempo si sono posati sull’isola».

Il tuo addio a Cagliari e quello di Sergio in che cosa differiscono?

«Il mio addio a Cagliari, a 19 anni, aveva una specifica motivazione legata a una prospettiva di vita: volevo fare il musicista. All’università di Cagliari, dove mi ero iscritto a Lettere dopo il liceo, avevo dato un solo esame: Storia della musica. Dal docente di quella materia, Antonio Trudu, avevo saputo che a Bologna avevano appena aperto il Dams. Sono andato, in traghetto e in autostop, a vedere che cos’era. E mi è sembrato una specie di miracolo. Vedevo gli autori i cui testi leggevo già sui libri e sulle riviste che lì facevano i professori. E vedevo un’atmosfera informale che mi sembrava quella giusta. Con tanta fatica ho convinto mio padre e mi sono iscritto. Ho fatto tutto il corso sino a specializzarmi in Etnomusicologia. Io, insomma, da Cagliari me ne sono andato con gioia».

Baroncelli

Paola Mazzarelli

Per Atzeni invece?

«Sergio da Cagliari è stato in qualche modo espulso. Non aveva molti amici. Dagli studi di Gigliola Sulis, da quella sorta di autobiografia che è Il quinto passo è l’addio e dalle cose che a me ha raccontato Giovanni Maria Bellu, le cose a Cagliari per Sergio non andavano bene. Lavorava all’Enel in un impiego che non amava, aveva perso un concorso per essere assunto alla Rai come giornalista in una maniera che non gli era per niente piaciuta e che lo aveva fatto sentito tradito da persone che riteneva vicine, viveva negli anni Ottanta gli effetti psicologici negativi dell’arretramento politico in atto rispetto agli orizzonti di mutamento radicale del decennio precedente. A Cagliari Sergio viveva male. Ha fatto fatica a trovare una strada. E il distacco, a trentaquattro anni, è stato doloroso. Pesava tutto ciò che di avvilente c’era stato prima. Lontano dalla Sardegna è andata molto meglio. A Torino, quando Sergio ha cominciato a lavorare nell’editoria stabilmente come traduttore, quando finalmente ha potuto dedicare alla scrittura il tempo necessario e quando nel lavoro e nella vita s’è trovato a fianco una persona come Paola Mazzarelli [1] , Sergio è diventato una persona totalmente risolta». 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Paola Mazzarelli è stata la compagna di Atzeni. Ormai dalla seconda metà degli anni Ottanta, traduce dall’inglese per Einaudi e per altre importanti case editrici italiane. Dal 2007 al 2022 è stata direttrice  della Scuola di traduzione editoriale TuttoEuropa di Torino. È stata tra i fondatori della rivista online Tradurre – Pratiche teorie strumenti. Occasionalmente tiene lezioni e seminari sulla traduzione presso università e altre istituzioni.
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Gianfranco Cabiddu, laureato al DAMS di Bologna in etnomusicologia, ha esordito alla regia 1988 con il film Disamistade, a cui ha fatto seguito nel 1997 Il figlio di Bakunin, tratto dall’omonimo romanzo di Sergio Atzeni. È anche autore di documentari che hanno come sfondo e come soggetto la Sardegna, tra i quali Sonos ‘e memoria (2001). Con La stoffa dei sogni (2016), liberamente ispirato a L’arte della commedia di Eduardo De Filippo e alla sua traduzione de La tempesta di Shakespeare, ha vinto nel 2017 il David di Donatello per la migliore sceneggiatura adattata e il Globo d’oro per il miglior film. È il direttore artistico del festival Creuza de mä, che si tiene dal 2007 a Carloforte e che è dedicato al rapporto tra cinema e musica.
Costantino Cossu, giornalista, ha studiato a Sassari al Liceo Azuni e a Urbino alla Scuola di giornalismo e alla facoltà di Sociologia dell’Università “Carlo Bo”. Dal 1993 al marzo del 2022 ha curato le pagine di Cultura del quotidiano La Nuova Sardegna. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Manifesto. Ha collaborato con il settimanale Diario diretto da Enrico Deaglio e con la rivista Lo Straniero diretta da Goffredo Fofi e collabora con le riviste Gli Asini e Doppiozero. È stato docente a contratto nel corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Sassari. Per la casa editrice Cuec ha curato il libro Sardegna, la fine dell’innocenza; e per le Edizioni degli Asini il libro Gramsci serve ancora?

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