Stampa Articolo

San Damiano, il punto di vista di un diavolo invisibile

san-damiano-banner-1di Fabio Fancello

Rendere visibile l’invisibile

San Damiano è un docufilm uscito nel 2024, che porta la firma di Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuentes, che ne hanno curato anche le riprese, il montaggio e la fotografia. È un’opera che ha ricevuto diversi riconoscimenti, essendo entrata nella Selezione Speciale alla 19a Festa del Cinema di Roma, avendo ottenuto numerosi premi in festival e concorsi.

Come spiegano gli stessi registi nelle scene di apertura e come ribadito anche in svariate occasioni [1], i due stavano lavorando a un film di finzione, che seguiva due anni di volontariato con la comunità di Sant’Egidio. La scelta di dormire una notte alla stazione, per motivi di ricerca, diventa l’occasione di incontro per conoscere Damian Bielicki, arrivato a Roma il giorno precedente. Un incontro fortuito che si è rivelato talmente importante da stravolgere le idee progettuali dei due autori, che decidono di seguirlo, anche senza avere un piano specifico di cosa fare con le immagini. Il loro primo obiettivo, stando anche a quanto dichiarato, era quello di rendere visibile e riconoscibile chi è stato marginalizzato dalla società, ascoltando ciò che aveva bisogno di dire. Damiano, come gli piace farsi chiamare, ha conquistato i due autori con il suo carisma, creando con loro un rapporto di amicizia tale da spingerli a tornare con la telecamera per realizzare dei video musicali, diventati poi un vero e proprio film sulla sua vita, frutto di un anno di lavorazione (Cifuentes 2025). 

da "San Damiano" , Roma Termi

da “San Damiano”, Roma Termini

Un gabbiano da Wroclaw a “Roma Termi”

Il documentario è introdotto da un estratto di un testo di Alda Merini, “Francesco, Canto di una creatura”, mentre le prime immagini provengono dall’interno di un treno in corsa, ripreso da un dispositivo mobile, probabilmente uno smartphone o un tablet. L’uomo protagonista si mostra nelle sequenze successive, mentre imita il verso di un gabbiano che lo avrebbe salutato al suo arrivo a Roma e si lamenta che ci sono barboni dappertutto. Mostra anche la sua “residenza”, un luogo senza porte e finestre (e nemmeno un tetto), dove non può entrare nessuno. Si tratta delle Mura Aureliane, che il giovane ha “colonizzato” e reso la sua dimora. La camera lo segue ancora, mentre la sua voce fuoricampo offre un racconto surreale del suo arrivo in città, con il sogno di fare musica, e delle origini di uno dei suoi tatuaggi, dedicato a un amico morto in un incidente insieme a lui, per il quale ha ricevuto una condanna. Amico che, sceso come un angelo dal cielo, avrebbe parlato con lui.

Una digressione, riportata più avanti, e contenente una sorta di flashback risalente a tre mesi prima, mostrerà le reali origini del ragazzo, attraverso immagini realizzate da lui stesso presso l’Ospedale Psichiatrico di Wroclaw in Polonia. È in questo momento che gli autori decidono finalmente di rivelare il suo nome, con una grafica in sovraimpressione: lui è Damiano. 

“Roma Termi” è il suo punto di vista, la scritta che legge dalle mura in cui si trova e che pronuncia ridacchiando. Al suo punto di vista gli autori affideranno gran parte della narrazione, che documenta puntualmente la vita di strada, intrecciandola con le singole vite e gli antefatti della comunità di homeless che popola la stazione. Ne viene fuori un racconto particolarmente intenso, dalla forte spinta emotiva, ma che si rivela anche particolarmente crudo, volutamente non filtrato, attirando svariate critiche per la gratuità di certe immagini esplicite, per le quali è stato respinto dai distributori che lo hanno giudicato “non commerciabile”.

da "San Damiano" , Damiano

da “San Damiano” di Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuntes

Il dio e il diavolo

I registi utilizzano sapientemente delle immagini di Roma Termini dall’altro, per sottolinearne la vastità e complessa umanità, finché non decidono di dare parola ai suoi “abitanti”. Sono immagini di volti sdentati, gente che chiede l’elemosina, migranti sdraiati a terra. C’è anche chi esprime qualche pensiero, parlando della sua contrarietà alla guerra o dei suoi gusti alimentari. Sono lo sfondo di un viavai di passeggeri che vanno di fretta, che li respinge o li ignora volutamente.

Un altro gabbiano in cielo riporta la scena sulle mura dove vive Damiano, che narra un altro racconto, in cui parla di accoltellamento subìto proprio alla stazione, mentre mostra in camera le cicatrici, quasi tutte in corrispondenza dei tatuaggi. È orgoglioso del luogo in cui vive, che riconduce alla lungimiranza di Giulio Cesare, il quale avrebbe costruito le mura per difendere tutti per oltre un millennio: le immagini, senza alcun taglio, lo riprendono mentre si cambia. Più avanti affermerà di non sentirsi un barbone, perché pulisce e sta bene, ha un letto e ha una specie di casa, un “castello”. Anzi pensa che un giorno, quando passeranno dei turisti, si chiederanno chi sia vissuto lì.

Non di rado esprime ragionamenti che rivelano un pensiero religioso molto complesso, come quando sembra rivolgersi alla madre «Non so cosa devo scegliere. Essere un dio o un diavolo. Se io sarò un dio mi uccideranno subito, però, mamma, se io sarò un diavolo, avranno paura di me».

La questione della doppia natura, del dio e del diavolo, del suo rapporto con Dio e della sua filosofia religiosa, ritornerà spesso nei suoi discorsi. Di questa doppia natura, i registi danno una sorta di “dimostrazione”, filmandolo mentre passa accanto a delle donne che vendono il proprio corpo,  improvvisando per loro una canzone volutamente volgare, e mentre si trova in mezzo a dei volontari che stanno distribuendo dei vestiti, affianca dei musicisti che cantano canzoni religiose, di cui lui inventa le parole, dichiarando il suo amore per Gesù.

Ama parlare di forza spirituale, dà una definizione di inferno e paradiso che sembrerebbero quasi parte di un unico purgatorio e affronta anche l’argomento del peccato originale. Per lui, la figura del dio e del diavolo appaiono come una sola entità. Se mangiare una mela porta all’inferno, anche il mangiare un pezzo di pane per fame porta comunque all’inferno. Per gli autori è un atto di accusa rispetto ad un’immagine punitiva e ipocrita di Dio e di ogni autorità, un grido disperato contro un’idea di divinità e di legge morale che sembra voler castigare la vita stessa. Damiano rifiuta di accettare la colpa per il solo fatto di esistere con il peso e la forza dei bisogni, dei desideri, dei simboli dell’immaginario. Appare quasi come una sorta di blasfemia, ma fondata su un’altissima idea di giustizia.

da "San Damiano" , Damiano e Sofia

da “San Damiano”, di Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuntes

Sofia e gli altri

Ci sono tanti personaggi che popolano la stazione e che hanno contatti e, talvolta, anche un ruolo importante nella vita di Damiano e nel suo ecosistema. C’è chi condivide con lui sogni, abitudini e anche dipendenze, come il suo connazionale Christopher con cui ha in comune la passione per la musica, Alessio, Felice e Dorota. Ma è soprattutto il personaggio di Sofia a rivelarsi determinante per comprendere al meglio la psicologia del protagonista e anche le reali condizioni di vita di questa comunità.

La ragazza, introdotta nel film mentre sta chiedendo l’elemosina ai semafori, sembra l’elemento più riflessivo del gruppo, poiché offre una testimonianza diretta sui comportamenti degli altri e li confronta con la sua filosofia di vita. Tuttavia, i suoi ragionamenti e i suoi punti di vista sulla vita, finiscono anche per contraddirsi. Dichiara di avere 22 anni e un’esperienza nel management, motivo per il quale non vorrebbe fare le pulizie a 7 euro l’ora: all’umiliazione dell’essere schiava preferisce piuttosto morire di fame. La sua gioia più grande è stata quella di diventare madre, motivo per il quale ha abbandonato alcol e droga, finché non le hanno portato via i figli. Questa esperienza condiziona i suoi sentimenti, dice di non provare niente, cerca di non pensare a loro, per non cadere «nel buio»: nel mondo che inquieta, fa paura, soprattutto a gente come loro.

Dall’accento e dal lessico anglofono si intuisce che anche lei è di origine straniera, mentre si capisce che diversi personaggi sembrano essere innamorati di lei. È proprio Sofia che approfondisce meglio i trascorsi di Damiano, imponendosi come il raisonneur nel racconto dell’opera. Il ragazzo ha avuto una vita difficile, subendo molestie da un uomo quando era bambino, mentre la madre lo ha tradito (anche se non spiega che ruolo avesse avuto nella vicenda). Sofia lo considera un vero uomo, che le vuole bene, con cui vede un futuro e che l’ha invitata a vivere con lui sulla torre. Sofia dice di considerare Damiano come fosse suo marito. Da parte sua, Damiano la ama e ammira il fatto che faccia di tutto per raccogliere qualche soldo, anche se la loro appare comunque come una relazione atipica, ricca di momenti di tensione e anche di violenza fisica. Così Sofia, parlando di Damiano, dice che è molto dolce, mentre lui le canta e urla «ti odio», e in altra occasione vediamo lui sanguinare, perché lei spaventata lo ha colpito con una bottiglia, mentre le stava facendo male. Poi lo giustifica, dicendo che ha problemi di stress e di rabbia, ma lei lo accetta perché lo ama.

da "San Damiano" , Damiano in sala d'incisione

da “San Damiano”, di Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuntes

La musica e “l’interferenza” degli autori

La musica è una componente fondamentale della vita di Damiano, che in più occasioni viene mostrato mentre improvvisa canzoni rap, con una metrica tutta sua, dedicate a ciò che gli accade intorno: il rapporto con la madre, l’odio, lo stare bene e lo stare male, fino alle strofe che sembrano dedicate a una delusione amorosa. È pare sia stata proprio la musica il fattore scatenante che ha incuriosito i due autori e li ha spinti a interessarsi a lui inizialmente. È una passione che condivide con Christopher, con il sogno dichiarato di incidere qualcosa, magari insieme all’amico, per far qualcosa di bello e di buono e sentirsi bene con se stesso.

Se l’intento dichiarato più volte dagli autori è quello di mostrare il punto di vista dei protagonisti, di Damiano in particolare, limitandosi ad osservare ciò che accade nella loro quotidianità, senza mai intervenire, anche davanti alle scene più controverse, è proprio con la musica che si verifica un’eccezione. Intorno alla metà del film gli autori interrompono la narrazione con una didascalia che informa lo spettatore che hanno presentato a Damiano dei musicisti, che lo hanno invitato a registrare dei pezzi insieme a loro.

Questa scelta cambia improvvisamente il ruolo dei due registi, che da osservatori diventano attori fuoricampo della narrazione, forzandola e, in parte, condizionandola. Le immagini documentano le sessioni di registrazione, che diventano una parte molto importante del film, dove il protagonista può finalmente realizzare il suo sogno. Damiano non improvvisa più ma legge i suoi testi, con la sua metrica irregolare e i suoi problemi di intonazione. Fa anche sorridere la scena in cui, dopo aver scritto nuovi testi e inciso nuovamente, non sembra soddisfatto dei risultati e rifiuta la proposta di utilizzare l’autotune giudicandola contro il suo stile: lui è un artista non un “commercialista”. Uno dei prodotti della sessione in studio è la canzone “Niente”, che sarà utilizzata come colonna sonora nell’arco finale del film.

da "San Damiano" ,  Damiano

da “San Damiano”, di Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuntes

Il linguaggio, i filtri e lo sguardo degli autori

L’assenza di filtro e di edulcorazione dei contenuti investe anche la vita dei protagonisti che affollano il docufilm, che i due registi scelgono di raccontare senza censure né intermediazione. L’importanza, ribadita, che viene data al loro punto di vista, cui affidano il proprio sguardo, non li spinge comunque a negare che la presenza di una camera possa rendere impossibile raccontare davvero la realtà senza filtri. Alcuni critici hanno accusato l’opera di voyeurismo del disagio e di sfruttare la vulnerabilità altrui (Rizzo 2025; Raimo 2025), con riferimento a quanto scritto da Sontag (2003), quando parla di immagini di violenza e catastrofi e sostiene che «l’immagine come shock e l’immagine come cliché rappresentano due facce della stessa medaglia» e tale l’attività (fotografica, ndr) è governata da una caccia alle immagini più drammatiche, caratteristica di un contesto culturale che considera lo shock come uno dei criteri più importanti nel dare valore e incentivi al consumo. Viene criticato il linguaggio, per via dell’alternarsi di inquadrature volutamente in primissimo piano, con la camera piazzata sotto il mento o su corpi inerti, con campi lunghi che rendono le figure umane meri oggetti del paesaggio. Inoltre, la consapevolezza di essere ripresi spingerebbe i protagonisti ad adattare sé stessi in funzione della camera, che non sarebbero capaci di capire e gestire.

Gli autori, difendendo la loro scelta, hanno ribaltato la questione, spingendo a chiedersi, invece, cosa essi abbiano voluto mostrare consapevolmente alla telecamera. Pagani (2025), parlando del film, scomoda un paragone con “Anna” di Alberto Grifi, per l’intenzione di mettere a nudo la vita di Damiano e della sua comunità, cercando di rivelare del reale l’invisibile. Ed è innegabile che, come la protagonista del film di Grifi, anche Damiano sembra non volersi conformare alle “necessità” di scena e, anche in questo caso, la camera non è solo testimone ma diventa anche destinataria delle parole che i protagonisti le rivolgono (Licciardello 2017). Tuttavia, l’aspetto meramente sperimentale si esaurisce con queste analogie. Quanto al riferimento a Sontag, viene considerato fuori luogo dai registi, poiché si tratta di una riflessione filosofica che interessa l’immagine statica e il suo consumo da parte dello spettatore e, soprattutto, non considera la forte componente relazionale e partecipativa, finendo col semplificare e banalizzare il senso dell’opera: i protagonisti partecipano attivamente e utilizzano in maniera libera il mezzo audiovisivo per mostrarsi e raccontarsi.

Alla questione si aggiunge anche l’uso delle immagini amatoriali realizzate dallo stesso Damiano con il suo tablet, per registrare ciò che vedeva quotidianamente. Per valorizzare ulteriormente il suo punto di vista, i due registi hanno ritenuto fondamentale inserire anche queste immagini nel film, la cui narrazione si è fatta così immersiva da far sì che molti spettatori non si accorgono neanche del cambio di inquadratura dall’orizzontale delle riprese della camera al verticale del tablet di Damiano. Ed è proprio dal dispositivo di Damiano che arrivano alcune delle immagini esplicite oggetto delle critiche e soprattutto una scena di violenza documentata in presa diretta, durante una rissa con un altro senzatetto. La scena è molto cruda, al punto che i registi hanno ammesso che non avrebbero mai avuto il coraggio di inscenarla, accettando comunque di utilizzarne le immagini e preferendo documentare, come in altre situazioni analoghe, solo gli istanti successivi al momento di brutalità, filmando Damiano che applica dei cerotti sul viso dell’uomo che ha picchiato.

da "San Damiano" , Damiano

da “San Damiano”, di Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuntes

L’importanza del contesto e la ricerca emotiva

Altra critica all’opera riguarda la presunta assenza del contesto, inteso come l’insieme di elementi di contorno che incidono sulla condizione di disagio economico, sociale e psicofisico che viene mostrata all’interno dell’opera di Sassoli e Cifuentes. Secondo Rizzo (2025), il racconto delle vite altrui espone a un equilibrio difficile e delicato e il narratore si trova a gestire un potere assoluto su chi gli consegna elementi della propria esistenza, un potere che si manifesta nelle tecniche narrative utilizzate e nella scelta del linguaggio lessicale e figurato.

Come è noto, in Italia il numero di persone in povertà è cresciuto in maniera esponenziale, così come quello dei senzatetto, dando origine a una fenomenologia complessa che intreccia il vivere in strada a dipendenze, necessità di supporto psicologico e di cure che non ci si può permettere. Ogni storia ha delle ragioni dietro al crollo, che vanno da un licenziamento a una rottura familiare, da una malattia psichica alla fuga da una famiglia violenta. È una complessità che, stando ai detrattori, nell’opera sembra appiattirsi e adagiarsi sotto lo stereotipo del senzatetto violento con problemi di alcol e droga, costretto a vivere in un ambiente degradato. Ci sarebbe una mancanza fondamentale in questa narrazione, rappresentata dallo Stato, che prima si assenta nella vita delle persone che vivono ai margini della società e in povertà assoluta e poi si manifesta con gli sgomberi e gli allontanamenti.

 Stando alle dichiarazioni degli autori (ancora, Cifuentes 2025), pur rispettando il modello di documentario a cui fa riferimento Rizzo, il loro interesse è rivolto a un altro tipo di esigenza, considerata ai suoi antipodi o forse anche complementare. Lo scopo dei registi sarebbe quello di toccare le profondità delle emozioni dello spettatore, per stimolarne una spinta alla conoscenza. Al pubblico viene proposto di empatizzare con Damiano come essere umano e non come oggetto di studio; pertanto, l’assenza dello Stato nella narrazione non è una dimenticanza, ma l’essenza stessa della realtà documentata.

È indubbio che la visione del docufilm spinga a porsi degli interrogativi sulle condizioni dei senzatetto in Italia, persone che pur vivendo in condizioni disperate “provocano” riflessioni sulle proprie condizioni e coltivano (o praticano) il sogno di una vita diversa. Allo stesso tempo, la costante ricerca di un impatto emotivo verso ciò che accade in campo è ampiamente sentita e riflette la necessità di mostrare l’invisibile per portarlo all’interno del racconto pubblico. Tuttavia, forse anche per questa finalità espressamente “emotiva”, che volutamente non contestualizza il punto di vista che si vuole proporre, si pone ugualmente il rischio di cadere in una dicotomia simile a quella posta da De Filippo (2022) quando parla di un Noi e dell’Altro, descrivendo il doppio schema esistenziale affibbiato ai migranti: da un lato clandestini, terroristi e invasori, dall’altro rifugiati, derelitti e costretti per necessità; da una parte una criminalizzazione e una stigmatizzazione, dall’altra commozione e pietà. Il tutto all’interno di uno schema che non prevede alcuno scambio reale di conoscenza o dialogo, ma solo coinvolgimento emotivo, in una direzione o nell’altra. L’Altro rimane separato, marginalizzato e sconosciuto.

Nel caso di San Damiano, si descrive bene la condizione del disagio in cui si trovano molte persone, al punto che anche ciò che potrebbe essere criminalizzato, finisce per suscitare emozione, ma non si fa riferimento alle responsabilità, alquanto diffuse, che investirebbero anche il Noi proprio per quello stato di cose.

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] https://www.youtube.com/watch?v=TgZI8grNhBE
Riferimenti bibliografici
Cifuentes 2025 = A. Cifuentes, “Noi, Damiano”, in: Appunti – di Stefano Feltri, 12 luglio 2025.
De Filippo 2022 = A. De Filippo, Propaganda Lampedusa, Euno Edizioni, Leonforte (EN), 2022: 23-24.
Licciardello 2017 = A. Licciardello, Il cinema laboratorio di Alberto Grifi, Falsopiano, Alessandria, 2017: 85.
Pagani 2025 = M. Pagani “Senza temere l’incoscienza. La preghiera laica di San Damiano”, in D. Repubblica 19 maggio 2025
Raimo 2025 = C. Raimo, “Il safari del degrado”, in: Appunti – di Stefano Feltri, 3 luglio 2025.
Rizzo 2025 = G. Rizzo, “Il mondo dei senza tetto non ha bisogno di racconti a effetto”, in: Internazionale, 6 luglio 2025.
Sontag 2003 = S. Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano, 2003: 19.
 __________________________________________________________________________________
Fabio Fancello, dottorando di ricerca presso il DISFOR dell’Università degli Studi di Catania e cultore della materia in “Storia dei Nuovi Media” all’Accademia di Belle Arti di Catania. Ha conseguito la laurea magistrale in “Comunicazione della cultura e dello spettacolo” con una tesi su cinema d’impresa e documentario antropologico. Si interessa di cinema e audiovisivo, cultura popolare, patrimonio culturale e cineturismo. Presidente di Meraki ETS e direttore artistico del Meraki Book Festival – Festival del libro e della cultura di Palazzolo Acreide, collabora con realtà editoriali e produzioni audiovisive.

______________________________________________________________

 

.

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Immagini, Letture. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>