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San Cristoforo tra rovine e Fenici

Etna, Eruzione, 1669

Fig. 1 Etna, Eruzione, 1669

di Cristina M. Pantellaro [*] 

 Sorgere dalle ceneri

Per raccontare il quartiere San Cristoforo di Catania vorrei proporre alcune immagini [1] piuttosto eloquenti che ci supportano nel porre le premesse storiche che ne hanno determinato la genesi e condizionato le fasi di sviluppo. Queste immagini illustrano l’eruzione vulcanica del 1669 una delle più devastanti degli ultimi secoli e, a uno sguardo attento, ci forniscono molte informazioni sugli eventi accaduti (Abate, Branca 2016). Alla fine del XVII secolo infatti le notizie venivano diffuse attraverso ‘avvisi’ e ‘bollettini’ stampati periodicamente e distribuiti anche a livello internazionale. Politica, fatti di cronaca ed eventi naturali che, se sono di particolare rilevanza, vengono descritti attraverso incisioni e stampe illustrate, circolano velocemente tra le elitè ma anche tra la gente comune. La prima immagine (fig.1) è un’incisione di Giovanni Alfonso Borelli realizzata nel 1670, solo pochi mesi dopo l’evento catastrofico, sulla quale ho posto il simbolo della x per indicare il punto nel quale è sorto il quartiere San Cristoforo e la seconda immagine (fig.2) è un dipinto di Giacinto Platania che fu testimone diretto della colata lavica, realizzato tra il 1670-75.

Fig. 2

Fig. 2 Etna, Eruzione 1669

L’11 marzo del 1669 sull’Etna in una parte più bassa rispetto al cratere centrale si apre una bocca da cui ha origine la colata lavica. I punti eruttivi, che appaiono come due montagne da cui fuoriescono fumi e magma, hanno origine da un’unica fonte e vengono chiamati Monti della ‘Ruina’ (rovina in spagnolo), ma successivamente, e ancora oggi, prendono il nome di Monti Rossi. L’eruzione durò 4 mesi e la colata lavica, con un’altezza di 5 metri, attraversò uno spazio di 17 chilometri finendo col riversarsi nel mare e prolungando la costa per oltre un chilometro e mezzo. L’incontro tra l’acqua e la lava produsse vapori di una tale portata da generare una nube grande quanto l’intera città.

In quegli anni la popolazione di Catania constava di 20 mila abitanti e, sebbene non vennero registrati morti, l’eruzione ha condizionato più di ogni altro evento, l’assetto urbanistico del versante meridionale dell’Etna influendo anche sulle attività economiche. La Piana di Catania, in cui sorgevano gli orti che fornivano sostentamento agli abitanti, venne distrutta, isolata e resa inaccessibile, e gli animali morirono di fame. La colata lavica si ramificò in due direzioni una verso sud e l’altra verso Catania. Il magma eruttato accerchiò lentamente la cinta muraria della città che tuttavia non cedette all’impeto distruttivo del vulcano. Le illustrazioni dell’epoca ci descrivono le reazioni degli abitanti: la fuga attraverso navi che lasciano il porto di Catania per mettersi in salvo e le processioni religiose che si intensificano con l’intento di chiedere l’intercessione dei Santi (si veda il dettaglio del dipinto di Giacinto Platania) per fermare l’eruzione. In una illustrazione realizzata da Francesco Morabito, nel sottosuolo magmatico viene raffigurato il diavolo a sottolineare la convinzione degli abitanti che questi eventi siano stati causati da punizioni divine che possono essere mitigate attraverso la preghiera che allontana la dannazione dai luoghi. 

Fig.3 Immagine estrapolata dal video di Associazione Passione Etnea

Fig.3 Immagine estrapolata dal video di Associazione Passione Etnea

I ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) hanno realizzato un eccellente lavoro di ricostruzione degli eventi dell’eruzione del 1669 incrociando dati geofisici con testimonianze storiche e l’Associazione Passione Etna ha prodotto un documentario divulgativo “Etna 1669 – Luoghi e conseguenze” in cui hanno rappresentato in 3D il percorso compiuto dal magma e mostrato i luoghi prima e dopo l’evento. Ciò che si evince è che via Plebiscito, l’arteria principale che attraversa e congiunge diversi piccoli quartieri del Centro storico che si dipanano in un continuum urbano, tra cui San Cristoforo, si snoda quasi interamente sulla colata lavica (fig.3 e fig.4). Una strada che ha grossomodo la forma delle mura che l’hanno arginata e che ci offre una idea di dove finisse l’antica Catania. 

Fig.4 Immagine satellitare Catania – Via Plebiscito – Google Earth 2025

Fig.4 Immagine satellitare Catania – Via Plebiscito – Google Earth 2025

Il quartiere sorge dunque sulle ceneri della catastrofe. A quell’epoca Catania è caratterizzata dall’abbondanza di sorgenti in superficie che scorrono sino alle dune sabbiose che possono essere scorte dalla Porta Decima della città, ma l’eruzione seppellisce tutto lasciando un paesaggio dominato dal nero. Tuttavia, i fiumi non vengono prosciugati e ancora oggi l’Amenano scorre sotto la superficie e sgorga nell’omonima fontana di piazza Duomo. L’eruzione cambia dunque la morfologia della città, in pochi giorni il paesaggio muta radicalmente. La colata lavica ricopre chilometri di terra e produce una grande quantità di cave da cui successivamente verrà estratta e lavorata la pietra, divisa in lotti e venduta a poco prezzo proprio a quelle persone che avevano perso tutto e con cui verrà ricostruita Catania dopo il devastante terremoto del 1693.

Ancora oggi in alcune aree della città è possibile ritrovare le testimonianze di questa eruzione, tracce che sono entrate a far parte del paesaggio urbano. Per esempio, in una pagina web che promuove i siti patrimonio Unesco [2] della Sicilia viene mostrata l’immagine (fig.5) di una parete lavica pietrificata, alta 5 metri e ancora intatta che si trova nel complesso dei Benedettini che oggi è sede dell’Università e polo culturale. Studiosi, appassionati, promotori turistici e persino i ricercatori dell’INGV propongono percorsi rivelatori delle tracce ‘monumentali’ della colata.

Fig. 5- parete di colata lavica (foto Stefano Branca)

Fig. 5- parete di colata lavica (foto Stefano Branca)

Queste tracce geologiche sembrano essere quindi assimilabili ai ruderi archeologici e sarebbe interessante approfondire la percezione degli osservatori e l’intento dei promotori culturali attraverso le riflessioni di Marc Augè (2004) sui significati che vengono attribuiti alle rovine, attraverso cui viene distinto un tempo puro, non databile che si differenzia da quello storico che gli studiosi cercano di documentare o far riemergere.

Augè esplora il modo in cui le rovine ci fanno percepire un tempo perduto che viene recuperato attraverso operazioni e interventi artistici, archeologici e di trasformazione di paesaggi storicizzati mediante processi di conservazione e di sviluppo urbano. La parete di magma è quindi un monumento storico che funge da commemorazione e testimonianza di un evento che ha cambiato profondamente la città e che conserva elementi di straordinarietà.  

Fig. 6 Terremoto della Val di Noto del 1693 [[in ENEA (1992), Terremoti in Italia dal 62 a.d. al 1908, Roma]

Fig. 6 Terremoto della Val di Noto del 1693 [[in ENEA (1992), Terremoti in Italia dal 62 a.d. al 1908, Roma]

Tuttavia, come abbiamo accennato precedentemente, l’eruzione vulcanica non è stato l’unico evento catastrofico di quel periodo, e poco più di un ventennio dopo, nel pomeriggio dell’11 gennaio del 1693, un terremoto (fig. 6) con un’intensità massima pari all’XI grado della scala Mercalli (MCS), devasta Catania, assieme a Noto, Ragusa, Siracusa, Modica, Militello, Caltagirone e Palazzolo Acreide. Vengono rase al suolo. A Catania, su una popolazione di circa 20 mila abitanti, muoiono circa 16 mila persone. Ragusa perde oltre 5 mila abitanti su circa 9.950, mentre Noto conta circa 3 mila vittime. All’evento seguirà un violento maremoto che si estenderà fino allo Stretto di Messina. 

L’emergenza viene gestita in modo immediato e pochi mesi dopo sorgono i primi cantieri. Alla guida del processo di ricostruzione troviamo figure che vengono definite illuminate come Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, Viceré di Sicilia e Vicario generale per la ricostruzione.

Il Duca di Camastra utilizza criteri urbanistici moderni, vengono realizzate strade diritte e ampie, piazze scenografiche e si adottano criteri antisismici, attraverso l’uso di pilastri robusti anziché colonne e mura di maggiore spessore. Dalle macerie del terremoto del 1693 ebbe origine un’epoca di creatività architettonica e urbanistica e la ricostruzione della Sicilia sud-orientale, in particolare della Val di Noto, venne attentamente osservata e documentata. La pietra lavica divenne protagonista di questa ricostruzione che inaugurò il Tardo Barocco siciliano.

Anche Catania ha goduto di un lungo periodo fiorente in termini architettonici, urbanistici e commerciali, nel corso del secolo successivo viene ricostruita e vengono realizzate molte opere che ancora oggi rappresentano il patrimonio della città, come per esempio Palazzo Biscari. San Cristoforo tuttavia nasce come zona popolare con vocazione rurale e case terranee, abitate da categorie sociali fragili. È sovraffollata e pullula di attività artigianali e commerciali, come la stessa toponomastica urbana dimostra: via dei Cordai, dei Pecorai, dei Conciatori, Mulino a Vento, delle Calcare e così via. 

Il declino urbanistico e l’iperbole criminale 

Dopo l’Unità d’Italia, nel XX secolo, Catania vide un ulteriore sviluppo economico, affermandosi come una delle maggiori città del Sud Italia, con importanti infrastrutture e un significativo aumento della popolazione. E proprio il quartiere San Cristoforo, insieme agli altri che si susseguono lungo la via Plebiscito, diventa un punto nevralgico per la vicinanza del porto commerciale, la nascita di fabbriche, specialmente nel settore agroalimentare, e la costruzione di palazzetti nobiliari in cui risiedono gli imprenditori del tempo. Non possiamo soffermarci su una ricostruzione storica approfondita della città, tuttavia è importante sottolineare (facendo una operazione superficiale e un salto temporale) che il cambiamento che conferirà quello stato di degrado che ancora oggi lo caratterizza, arriverà nel dopoguerra, negli anni Sessanta del secolo scorso. Le parole chiave del declino sono le crisi economiche e la chiusura delle fabbriche che restano per lo più di impronta artigianale non riuscendo a stare al passo con i cambiamenti del mercato, le epidemie e l’emergere di attività criminali di cui San Cristoforo diventa noto fulcro fino al suo culmine a partire dagli anni Ottanta. In quegli anni, famiglie mafiose consolidano un potere criminale strutturato nel quartiere, con attività che includono estorsioni, traffico di droga e usura. Inoltre, San Cristoforo diventa teatro di guerre tra clan che si contendono il controllo dello spaccio di droga.

La mafia siciliana ha origini nel XIX secolo legate a gruppi di potere locali che già allora si arrogavano il diritto di fare giustizia privata, influenzando le dinamiche politiche e sociali. Ha sfruttato le tensioni della società contadina e represso le rivendicazioni sociali per consolidare il proprio potere criminale (Cfr. Lupo 2018) Giovanni Falcone, magistrato impegnato nella lotta antimafia e ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio del 1992, ha sottolineato il vuoto lasciato dallo Stato in Sicilia che la mafia ha usato a proprio vantaggio, infiltrandosi profondamente nella società e nelle istituzioni. Senza la volontà politica e strutture adeguate le leggi antimafia non sono efficaci e piuttosto risultano inadeguate. In quegli anni vi furono numerosi episodi di violenza e repressione della lotta sociale, e Catania venne considerato uno dei territori più coinvolti nella criminalità organizzata.

Per anni San Cristoforo è stato un quartiere ‘inaccessibile’ persino alla polizia. Il tipo di reticolato urbano che si era sviluppato senza alcun controllo né gestione istituzionale è disordinato e contorto, fatto di case ammassate le une alle altre e questo assetto ha rappresentato la condizione ottimale per fornire nascondigli ai criminali che entravano in un cortile e passando da una casa all’altra riuscivano a sfuggire ai controlli.

 Fig. 7 –Soglie - ingresso nel cortile

Fig. 7 –Soglie – ingresso nel cortile

Propongo una foto (fig. 7) che ho scattato durante una ricognizione nel quartiere che spero possa rendere l’idea: un portone che sembrerebbe dare accesso a un cortile privato, che in realtà racchiude un vicolo e un agglomerato di altre abitazioni. Di situazioni di questo genere, cortili interni, strade senza sbocco, si potrebbe pensare alle scatole cinesi, una dentro l’altra, il quartiere ne è pieno.

Nel 1964 Piano Regolatore Generale descrive San Cristoforo come un agglomerato di case nato senza seguire alcuna normativa e che necessita di un intervento importante:

«Superata la via Plebiscito che, per la usa larghezza o per qualche isolato episodio edilizio, dà a chi la percorre la sensazione della città, non appena ci si interna un poco nelle strade laterali del quartiere, l’impressione che si ricava cambia notevolmente. Le vie diventano strettissime ed irregolari: le case si presentano in un quadro di assoluto disordine, sia per l’esiguità dei prospetti sia per la diversa tipologia adottata. Le casupole ad un solo piano, dove ogni stanza è un appartamento, si alternano a case a più piani, di cui quello terreno destinato a botteghe o ad abitazioni e quelli superiori ad abitazione, secondo la vecchia tipologia dell’edilizia ottocentesca catanese, sorto senza modificare i tracciati stradali su spazi inadeguati, secondo rapporti, vincoli e distacchi, che nessuna regolamentazione edilizia oggi renderebbe possibile. Il mancato coordinamento dello schema viario rende caotico il tracciato di alcune strade, le cui quote di sbocco non corrispondono a quelle delle strade principali, per cui è frequente incontrare una scala al termine di una strada o notare ai lati di alcune strade edifici con piani sotterranei, purtroppo abitati, determinati dalla posteriore realizzazione delle opere stradali. Il quartiere è completamente privo di verde mentre le sue attrezzature pubbliche sono carenti». (PRG pag.28). 

Tutt’oggi la situazione urbanistica del quartiere non sembra essere mutata. 

Prospettiva, metodo e posizionamento

Dopo questa lunga premessa che ritengo indispensabile per leggere e comprendere il quartiere in continuità con gli eventi storici a cui si devono la sua nascita e il suo sviluppo, vorrei soffermarmi sull’obiettivo di questa ricerca, appena avviata. Un lavoro che si pone in continuità con la prospettiva applicata al dottorato che ho svolto qualche anno fa, sulle “Edicole votive a Napoli tra memorie contese e pratiche dell’abitare” il cui intento era quello di indagare i processi contemporanei dell’abitare popolare nello spazio pubblico e se possibile anche privato, attraverso l’analisi di pratiche minute, singolari e plurali, che sopravvivono al deperimento e rinviano a una forma specifica di operazioni (“modi di fare”), e a ciò che De Certeau (2012) definisce “scarti” (anormalità, malattia, devianza, morte) che sfuggono al tentativo di essere reintrodotti nei circuiti della gestione riaffiorando in nuove forme di uso dello spazio.

Le ‘tattiche’ che mettono in pratica gli abitanti del luogo, aggirando le leggi in modi specifici che producono uno stile di vita, caratterizzato dalla specificità locale, si intrecciano indissolubilmente con le ‘strategie’ politiche e istituzionali. Oggi il quartiere si presenta fortemente degradato, tuttavia è in atto un processo di turisticizzazione che ha cambiato il volto di alcune aree limitrofe. Il contrasto è intenso e immediato. Entrato a far parte del ‘centro storico’ di Catania in tempi recenti è un quartiere oggi noto specialmente per lo street food, con le griglierie fumanti sul ciglio della strada e la tipicità della carne di cavallo. Ma di interesse rilevante è che il quartiere è recentemente stato inserito nel Decreto Caivano (decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123), una normativa messa a punto con un duplice scopo: da un lato di intervento e riqualificazione infrastrutturale e dall’altro di contrasto alla criminalità, al disagio giovanile, alla povertà educativa, prevedendo strumenti sia punitivi che di recupero.​ Nel corso di quest’anno (2025) sono apparse sui canali mediatici diverse notizie che hanno annunciato lo stanziamento «di 20 milioni di euro di cui il 78% delle risorse sarebbe stato destinato ad opere infrastrutturali, lasciando ai servizi sociali poco meno di 1,5 milioni di euro» [3], in cui si dibatte su come riqualificare il tessuto esistente, l’inserimento di nuovi servizi e spazi comuni, pedonali, piazze e verde, e si forniscono alcuni dati relativi alle condizioni di povertà (4 famiglie su dieci) e sullo stigma che rappresenta l’abitare in certe vie del quartiere. Emergono anche alcune critiche riguardo alla sua applicazione nel quartiere San Cristoforo, dove si teme che i finanziamenti possano portare a speculazioni edilizie.

Si intende dunque osservare tattiche e strategie in stretta correlazione le une con le altre alla luce di questa ‘grande operazione’ di riqualificazione che in questi mesi si sta delineando, mostrando anche le alleanze politiche e degli attori sociali coinvolti.

Fig 8 – Mappatura parziale dei ruderi – realizzata da Cristina Pantellaro

Fig 8 – Mappatura parziale dei ruderi – realizzata da Cristina Pantellaro

La prima attività che ho svolto è stata quella di conoscere il quartiere attraverso l’atto di camminare, munita di macchina fotografica in orari in cui i negozi erano chiusi al pubblico, tra le 14.00 e le 16.00, e in cui il San Cristoforo si spegne nel silenzio del ‘riposino’ pomeridiano. Ho quindi realizzato una mappa (fig.8), ancora in corso d’opera, nella quale la mia attenzione si è concentrata sulla presenza di ruderi e la cui funzione, oltre che fornire una documentazione dettagliata che si presta a osservare anche il mutamento in termini diacronici di questi luoghi, rappresenta uno strumento, ormai per me routinario, di appropriazione dello spazio. In questa prima ricognizione ho individuato circa 40 ruderi in maggioranza di grandi dimensioni, un numero cospicuo rispetto all’estensione del quartiere tenendo conto che non è ancora definitivo. Insieme a questa modalità ho adottato anche l’abitudine di osservare dall’‘alto’ il quartiere attraverso l’utilizzo di foto satellitari per verificare lo stato dell’arte di alcuni edifici, le cui facciate nascondono molti segreti.

L’osservazione delle rovine prende spunto dal lavoro di Ann Stoler (2013) e dei più recenti studi di Mara Benadusi (2025) e di Lorenzo D’Orsi (2023). Per Stoler il concetto di “rovina” viene inteso non solo come stato fisico di decadimento e abbandono di edifici o spazi urbani, ma anche come processo sociale e politico. La ‘ruination’ indica una forza materiale e sociale che rappresenta l’impatto duraturo di politiche di controllo, degrado e marginalizzazione su spazi abitativi e popolazione e analizza le conseguenze simboliche e pratiche in quartieri degradati con rovine urbane vissute dagli abitanti come memoria e condanna di politiche fallimentari e abbandono istituzionale. È un concetto chiave per analizzare quartieri come San Cristoforo dove il degrado fisico si intreccia con dinamiche materiali, sociali, simboliche e politiche complesse.

Nelle ricerche svolte da Benadusi e D’Orsi vengono esplorati i territori siciliani del tardo-industrialismo con particolare attenzione sulla trasformazione urbana in cui le rovine non sono solo resti di un passato industriale ormai superato, ma simboli di una condizione più ampia di “rovinamento” che riguarda processi di incuria, abbandono e disinvestimento nelle città. Le rovine rappresentano una perdita materiale e ambientale e crisi sociali profonde. Allo stesso tempo, questi spazi abbandonati possono diventare luoghi di attivismo e rivendicazione urbana, in cui le comunità cercano di trasformare il degrado in occasioni di intervento e rigenerazione, interpretando le rovine come segni vivi di memoria collettiva e potenziali vettori di cambiamento: operando attraverso il concetto di “scratching” (graffiatura) descrive le tattiche usate per grattare via gli strati disturbanti del paesaggio tardo-industriale e rivelando alternative che trascendono i limiti attuali (Benadusi 2025).

Sempre più spesso si sente parlare di anthropology at home e nel senso letterale del termine questa ricerca si svolge nel quartiere nel quale ho acquistato una casa. Un appartamento in un palazzetto d’epoca decadente, che ha avuto bisogno di una importante ristrutturazione per la quale ho deciso di coinvolgere le maestranze locali – muratori elettricisti, falegnami – non senza grandi difficoltà. Un quartiere nel quale non ho mai vissuto, ma che appartiene alla memoria familiare di cambiamento radicale di alcuni luoghi che da popolari sono diventati criminali. Da spazi di condivisione all’aperto a luoghi insicuri da cui andar via e in cui restare chiusi, nascosti.

Il 23 maggio del 1992 ero una adolescente e ricordo bene la strage di Capaci e la violenza ininterrotta e diffusa a livello mediatico in cui vivevo quotidianamente a Catania in quegli anni. Una o forse la principale ragione che mi ha spinto ad andare via, in un’assenza di futuro. Tuttavia, ‘il giro lungo dell’antropologia’ mi ha riportato nei luoghi di origine con il tentativo di fornire un contributo riflessivo di cittadinanza attiva, oltre che come antropologa. Questa immersione ‘domestica e interessata’ mi ha fatto pensare a un approccio che in linea col superorganico di Kroeber (1917) potrebbe essere definito super-emico. 

Fig. 9 Scuola Andrea Doria 2025; foto satellitare vista dall’alto

Fig. 9 Scuola Andrea Doria 2025

Passeggiare

Concludo questo testo inaugurale sull’abitare popolare col proporre una sequenza di fotografie. 

La scuola Andrea Doria (fig 9-10) è stata chiusa nel 2012 e lasciata decadere, un grande edificio immerso in un reticolato di casupole. Mi sembra interessante citare la testimonianza di un docente raccolta dal giornale i ‘Giovani Siciliani’ (web) che eredita il nome da Giuseppe Fava, il giornalista ucciso il 5 gennaio del 1984 da Cosa Nostra:

Fig. 9 -10 Scuola Andrea Doria 2025; foto satellitare vista dall’alto

Fig. 10 Scuola Andrea Doria 2025; foto satellitare vista dall’alto

«Chiude la sede centrale della scuola media Andrea Doria. Muore un pezzo di pezzo di storia del quartiere di San Cristoforo. E muore una speranza. Ho insegnato in via Cordai, sede centrale della Doria, per otto anni e quella Scuola la porterò nel cuore per sempre. Non tutta la scuola, ma la sede di via Cordai, perché molti non lo sanno, si tratta di plessi che presentano realtà molto diverse. Dalla sede Centrale molti docenti aspi­ravano a trasferirsi nelle altre sedi per­ché la vita era più “facile”, io ho sem­pre scelto di restare in via Cordai, dove la vita era più “difficile”, ma dove ca­pivi che i bambini avevano bi­sogno di te, di qualcuno che li aiutasse a scopri­re le loro qualità, che gli faces­se comprendere di essere migliori di quello che credevano. Facevi tanta fatica a farti accettare, ri­spettare, riconoscere, ma alla fine le soddisfazioni erano impagabili, inde­scrivibili e ogni anno cacciavano via la tentazione di andare altrove. Quest’anno ho scelto di cambiare, ma è proprio vero che ho scelto? Sape­vo che la sede di via Cordai era già sta­ta eliminata dai programmi del Comun­e, che si preparava allo sfratto, de­cidendo di non pagare l’affitto dell’edifi­cio alle Suore Orsoline» [4].
Fig. 11– Strade di San Cristoforo

Fig. 11– Strade di San Cristoforo

Nella strada limitrofa c’è un’altra scuola, l’istituto Cesare Battisti. La si può scorgere nella immagine satellitare precedente, un grande plesso circondato da edifici decadenti: fabbriche, mura, edifici a rischio di crollo. Le foto che vi propongo raccontano il percorso degli studenti per andare a scuola (fig. 11-12).

 

Fig. 12 – Strade di San Cristoforo

Fig. 12 – Strade di San Cristoforo

La presenza di fabbriche è ingombrante. Gli abitanti che ho provato a intervistare non hanno memoria della vita del quartiere, anche se in alcune pagine facebook ho trovato alcune testimonianze fotografiche. Le fabbriche più note nella zona producevano liquirizia, zolfo, cuoio, tessuti e seta, ma tra le più imponenti abbiamo la Manifattura Tabacchi (fig.13), chiamata il “Gigante di San Cristoforo”, una riconversione della Caserma della Cavalleria Borbonica e per questo quest’area ha mantenuto l’appellativo di ‘Quartiere militare’.

Fig. 13 – Manifattura tabacchi

Fig. 13 – Manifattura tabacchi

Considerata un emblema dell’emancipazione femminile, all’interno della manifattura Tabacchi, infatti, a lavorare erano quasi tutte donne: nel 1877 523 su 567 dipendenti. Purtroppo non mancava il fenomeno dello sfruttamento. Il mercato del tabacco evolse nel corso degli anni e portò a un ulteriore incremento del personale dipendente che raggiunse le mille unità. Dalla foto satellitare si evince la misura della grandezza dell’edificio. Attualmente una parte è stata ristrutturata e occupata dalla Fondazione di arte contemporanea Brodbeck.

Fig. 13 – Manifattura tabacchi

Fig. 13 – Manifattura tabacchi

Su un palazzo di due piani dai soffitti finemente affrescati, visibili dalle porte – finestre ormai sventrate – compare la scritta: “Sottosezione Belfiore – Democrazia Cristiana” (fig. 14) (Belfiore è il nome della via in cui risiede) a testimonianza di un certo fervore politico nei tempi passati, ma di cui al momento non ho trovato riscontri immediati.

Questo palazzo (fig. 15) che si regge ormai attraverso una solo trave è stato segnalato nel 2007 e ha subìto ispezioni e verifiche dalle istituzioni preposte, dalla protezione civile, senza arrivare ad alcun risultato di demolizione. Nel 2012 la strada è stata chiusa con dei separè metallici che hanno isolato ulteriormente gli abitanti del luogo, che vivono in spazi angusti e spesso fuori dagli usci in prossimità dell’edificio pericolante. 

Fig. 15 – Palazzo pericolante

Fig. 15 – Palazzo pericolante

Il disordine abitativo esterno si proietta all’interno delle case creando uno stile di vita generalmente non dissimile da quello che si vive al di fuori. Sui siti che vendono gli appartamenti della zona, in questo momento in numero piuttosto considerevole, è facile incontrare proposte di abitazioni ancora arredate e che mostrano la gestione dello spazio spesso piccolo e multifunzionale (fig. 16-17).

Fig. 16 – Case in vendita nel quartiere

Fig. 16 – Case in vendita nel quartiere

Fig. 17 – Case in vendita nel quartiere

Fig. 17 – Case in vendita nel quartiere

Quando si parla di San Cristoforo non si può non far riferimento al cavallo e all’economia che ruota attorno a esso. Sellerie e macellerie equine sono piuttosto diffuse e frequenti in un’area di piccole dimensioni.

Nel quartiere si trovano molte stalle illegali che accolgono cavalli che vengono impiegati per le corse clandestine.

Ma la rappresentazione del cavallo, come si può vedere, si inserisce in una dimensione simbolica più ampia, per esempio un murale è presente nel parcheggio dell’Oratorio Salesiano del quartiere, o una immagine che sembra quella di San Giorgio su un portone di un cortile nel quale si trova probabilmente una stalla.

Ma questa è solo la superficie (fig. 18). 

Fig. 18- Cavalli

Fig. 18- Cavalli

Fig. 19 – Esperienza olfattiva

Fig. 19 – Esperienza olfattiva

Anche se le stalle sono spesso abusive, nascoste allo sguardo, in locali fatiscenti che però si distinguono da quelli in reale stato di abbandono perché hanno lucchetti di protezione nuovi e lucenti, camminando per le strade del quartiere non è difficile riconoscere l’odore pungente in prossimità di una di esse. Olfatto e udito partecipano con intensità all’esperienza dell’attraversamento (fig. 19). Altri odori si mescolano: quello della marjuana, il fetore nauseabondo di spazzatura, testimone di una raccolta porta a porta che non sembra essere ben gestita, il profumo del bucato con i panni stesi su stendibiancheria collocati sulla strada e il lavaggio dei marciapiedi su cui scivolano fiocchi di sapone. Anche l’udito partecipa e distingue, e si abitua a riconoscere la specificità: nitriti di cavalli e canti pomeridiani di galli; canarini potenti in minuscole gabbie poste sulle pareti esterne di case e botteghe. Una usanza piuttosto diffusa che ricorda anche un proverbio in dialetto catanese: ‘l’aceddu nta iaggia non canta p’amuri ma pi raggia’ (l’uccello rinchiuso nella gabbia non canta per amore ma per la rabbia, ultima parola questa che nell’accezione dialettale è ancora più feroce), espressione che indica anche una certa dose di cinismo locale. Insieme a questi suoni il ritmo degli zoccoli di cavallo che trainano calessi o carrozze leggere e veloci, musica neomelodica, roboanti motorini e fuochi di artificio notturni, a cielo basso, fatti esplodere dai balconi delle abitazioni. Questi aspetti ricordano il concetto di “esperienza dei sensi” (Feld 2009), un approccio focalizzato sul ruolo centrale del suono nell’esperienza umana e nella costruzione della conoscenza.

Fig. 20 – Abitare

Fig. 20 – Abitare

Propongo infine un assemblaggio di foto che illustra le svariate soluzioni creative che gli abitanti hanno adottato per ristrutturare casa al suo interno e al suo esterno. Oltre che alla varietà dei colori e dei materiali utilizzati, i marciapiedi vengono occupati come estensione delle case terranee oppure si scorge un murale in memoria di particolari abitanti del quartiere, in questo caso lo ‘zio’ Pietro, in cui il termine di parentela rivela una abitudine nel quartiere, quella di dichiarare una certa intimità anche con persone non imparentate, o ancora un B&B che riprende la retorica dell’eruzione vulcanica del 1669.

Esplorare la rovina è una esperienza totalizzante che comprende spazi interni ed esterni in senso materiale e simbolico. La rovina non è percepita come qualcosa di distante da sé, dal proprio abitato e viene spesso rifunzionalizzata in attività illegali, stalle, aie e luoghi di deposito, di produzione di fuochi di artificio, di nascondiglio per la droga, di occupazione abusiva abitativa. La rovina viene dunque inglobata in uno stile di vita e forse ne orienta un modello culturale. Produce paesaggi ed esperienze di vita perché rappresenta la proiezione delle proprie medesime abitazioni che vengono recuperate o lasciate degradarsi. La ricerca vuole cogliere la connessione tra persone, luoghi e paesaggi attraverso i mutamenti dello spazio, del suo assetto urbanistico e dei comportamenti simbolici e ‘pratici’ degli abitanti locali. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
[*] Questo articolo restituisce le prime riflessioni su un nuovo campo di ricerca etnografica che sono state proposte in occasione del Quinto Convegno “SPERARE/DISPERARE/DESIDERARE” organizzato dalla Socierà Italiana di Antropologia Culturale (SIAC), svolto a Matera dal 25 al 27 settembre nel 2025, nel Panel dal titolo “Nostalgia e rigenerazione. Rovine, luoghi (di)sperati e desiderati” (proposto da Giacomo Nerici (Università di Salerno) e Simone Valitutto (Università di Salerno). 
Note
[1] Le immagini sono state scaricate dal sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia al seguente link: https://www.aivulc.it/dettnewsetna_11_marzo_1669_inizio_di_uneruzione_che_ha_segnato_la_storia_della_vulcanologia/4_520/it/ 
[2] Si veda il link: https://www.smarteducationunescosicilia.it/monte-etna/leruzione-del-1669-a-catania/ ma la foto originale e realizzata dal vulcanologo Stefano Branca è fruibile al link: https://ingvvulcani.com/2019/03/07/la-grande-eruzione-delletna-del-1669-tra-vulcanologia-e-storia/
[3] #Catania #San Cristoforo #PattoEducativoComunità #CantiereperCatania #quartieriarischio #LuigiRenna #CarloColloca 
[4] https://www.isiciliani.it/cosi-hanno-tolto-la-scuola-ai-bambini-del-mio-quartiere 
Riferimenti bibliografici
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Maria Cristina Pantellaro, Dottoranda in antropologia culturale alla Sapienza, Università di Roma, presso il Dipartimento Saras, con una ricerca sulle edicole votive dei Quartieri Spagnoli di Napoli che ha l’obiettivo di indagare i processi contemporanei dell’abitare popolare nello “spazio pubblico”, attraverso l’analisi di pratiche singolari e plurali (“modi di fare”) e nuove forme di uso dello spazio. Ha conseguito il diploma presso la Scuola di Specializzazione in Beni Demoetnoantropologici della stessa Università. Per molti anni ha lavorato con fondazioni ed enti di ricerca per la realizzazione di progetti, sia a livello nazionale che internazionale, e per indagini antropologiche, nel settore no-profit; gli ambiti di intervento nei quali ha principalmente svolto le attività professionali sono: educazione e formazione, inclusione sociale e cultura. Tra le recenti pubblicazioni: Esperienze di travestimento femminile a Bellizzi Irpino (2020); Graffitismo vs Public Art? Riflessioni sulle trasformazioni di pratiche urbane contese da istituzioni, abitanti e artisti (2021); Edicole votive a Napoli tra memorie contese e pratiche dell’abitare (2021). 

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