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Salvare l’arte come atto di resistenza e di coscienza civile

copertinadi Mariza D’Anna

Il risveglio culturale del Paese dopo la Seconda guerra ha avuto un impulso significativo, e forse ancora poco noto, grazie a due donne straordinarie: Fernanda Wittgens e Palma Bucarelli, la prima a Milano e la seconda a Roma. 

Le due donne, antifasciste, forti e coraggiose hanno difeso strenuamente con il loro pensiero e salvato con le loro azioni opere d’arte di valore inestimabile che sarebbero andate distrutte o perdute, divenendo l’emblema del riscatto culturale del Paese.

È merito di Rachele Ferrario aver portato alla luce questo appassionato confronto culturale. Nel suo ultimo saggio dal titolo La contesa su Picasso (la Tartaruga- La Nave di Teseo 2025), la scrittrice, docente all’Accademia di Belle Arti di Brera, curatrice di mostre e di archivi d’arte, ripercorre con una scrittura appassionata e narrativa la vita eccezionale di queste due donne e con essa alcuni aspetti di questa “singolare” disputa. Ma lo fa con il garbo e l’accortezza non per evidenziare i motivi di una competizione culturale ma per evidenziare come l’arte possa diventare atto di resistenza e di coscienza civile.

Il libro ripercorre la vita di due donne così diverse nel temperamento ma accomunate dalla stessa viscerale passione per l’arte, testimoniata da azioni concrete: la Wittgens protesse dal saccheggio il Cenacolo di Leonardo custodito nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie, prima occultandolo con una controparete di sacchi di sabbia e poi restaurandolo, ma anche lo Sposalizio della Vergine di Raffaello e la Pala di Brera di Piero della Francesca, trasportandoli di persona fino nelle Marche; così come aiutò e salvò molti ebrei e per questo finì reclusa a San Vittore dove per cinque mesi e quattro giorni li trascorse piantonata in una clinica.

Palma Bucarelli, durante l’occupazione, salvò oltre settecento opere trasportandole, da sola, di notte e rischiando la vita per questo. Poi reinventò la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e trasformandola da museo ottocentesco a museo d’arte contemporanea. Racconta Rachele Ferrario della sua vita: 

«sfida i tedeschi vestendo tailleur grigioverde militare che ricordano le loro divise, in vita porta una cintura fatta con bossoli senza proiettili, ma nel cesto della bicicletta ha i fogli clandestini della Resistenza. Con la “tenacia di un mastino” di notte alla guida della sua Topolino, compie viaggi estenuanti tra Roma e Caprarola: cento chilometri ad andare e cento a tornare, col fiato in gola e i vetri dei finestrini rotti, poca benzina e gomme di fortuna, su una strada disastrata. A bordo un carico di casse con dentro le opere della Galleria. In tutto trasporterà 762 pezzi, tra cui le preziose teste scolpite coi polpastrelli nella cera da Medardo Rosso, che Bucarelli ha avvolto nella bambagia, il Ritratto di Giuseppe Verdi di Giovanni Boldini, la Fucilazione in campagna di Renato Guttuso e La maschera di Mussolini di Adolfo Wildt. L’Ercole e Lica di Canova resta nella Galleria con altre opere intrasportabili, avvolte anch’esse da un’impalcatura di legno e sacchi di sabbia». 

9788804621072_0_0_536_0_75Nel 1953 Fernanda Wittgens e Palma Bucarelli guidano i musei più importanti d’Italia, la Pinacoteca di Brera a Milano la prima, e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma, la seconda. Passati gli anni bui della guerra e superati i pericoli le due donne si danno un compito comune che viaggia parallelo e che trasforma la sfida a distanza in una meritoria opportunità: quello di far rivivere i musei riportandoli all’attenzione della gente, luoghi di bellezza e di nutrimento.

Le opere di Picasso, tra i più grandi artisti dell’epoca, diventano così il terreno per contendersi un primato effimero ma di altro valore civile e artistico; una disputa che si accende – spiega Rachele Ferrario – non solo per affermare il prestigio personale ma per lasciare attraverso le opere del grande pittore un segno di come l’arte possa essere coscienza civile e sostenere la rinascita e il ripensamento del mondo, ammorbato dalle brutture che una guerra si lascia dietro, un modo per rimarginare le ferite sanguinanti.  Picasso, simbolo dell’arte civile del Novecento, è il “soggetto” più indicato per avviare questa disputa, colui che era riuscito a trasfigurare l’orrore nella Guernica.

«Due donne, due antifasciste, due alleate – scrive Ferrario – Entrambe, a modo loro, hanno un occhio rivolto agli artisti del passato e l’altro a quelli del futuro. Una volta che il regime cade e la guerra finisce, però, cambia lo scenario e loro si scoprono antagoniste nella lotta per fare del proprio museo non un semplice luogo espositivo ma il simbolo della rinascita. Un museo vivo, al passo con la nuova era dopo gli anni della dittatura, che dovrà ospitare una mostra di indiscusso prestigio, importanza politica e grande impatto emotivo: la prima mostra di Picasso in Italia, e la più grande».

71hr2cwzcnl-_sl1385_È un modo di raccontare l’arte con la tenacia e l’esaltazione dell’arte stessa e Rachele Ferrario ha la sensibilità giusta come dimostrano anche le sue precedenti opere. Ha esordito nel 2005 con Lo scrittore che dipinse l’atomo. Vita di Renè Paresce da Palermo a Parigi; ha pubblicato la prima biografia di Palma Bucarelli (La Regina di Quadri) e Le signore dell’Arte – Carol Rama, Carla Accardi, Giosetta Fioroni, e Marisa Merz. Su Rai Storia ha condotto il programma Il segno delle donne, docufilm di interviste a sei grandi donne del Novecento e collabora con il Corriere della Sera. La sua sensibilità si manifesta quindi dopo la conoscenza e lo studio e ne La Contesa di Picasso ogni pagina è una riflessione sulla funzione dell’arte attraverso i fatti e le vite di due donne diverse. coraggiose senza pari. 

«Hanno molto più in comune di quanto non mostrino in superficie – evidenzia la scrittrice. Sono entrambe donne d’azione, pronte a prendersi ciò che è necessario per le istituzioni che dirigono e per l’arte che difendono e promuovono. Sanno da quale parte stare, e anche di stare dalla stessa parte. E nel momento dello scontro finiranno per fare un passo indietro a favore dell’arte. Eppure, c’è qualcosa che le unisce: per Palma ogni nemico era un dono; e una nemica come Wittgens con la sua intelligenza e la sua tenacia era il dono più bello. Perché per loro l’arte era una questione di etica e di bellezza, capace di stravolgere e ricomporre l’armonia del mondo». 
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026

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Mariza D’Anna, giornalista professionista, lavora al giornale “La Sicilia”. Per anni responsabile della redazione di Trapani, coordina le pagine di cronaca e si occupa di cultura e spettacoli. Ha collaborato con la Rai e altre testate nazionali. Ha vissuto a Tripoli fino al 1970, poi a Roma e Genova dove si è laureata in Giurisprudenza e ha esercitato la professione di avvocato e di insegnante. Ha scritto i romanzi Specchi (Nulla Die), Il ricordo che se ne ha (Margana) e La casa di Shara Band Ong. Tripoli (Margana 2021), memorie familiari ambientate in Libia.

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