Avrei voluto essere con voi a raccontare Emilio Lussu ma non mi è stato possibile. La figura di Lussu è entrata non solo nella storia ma anche nella leggenda. Mi sarebbe piaciuto parlarne a voce, come fanno i narratori e i nonni, ma spero di potervi trasmettere ugualmente una immagine della sua lezione perché possa essere utile oggi.
Ho avuto il privilegio di essergli in qualche modo allievo e amico. L’ho conosciuto nel 1962 a Cagliari. All’epoca avevo vent’anni ed ero iscritto al PSI, e in seguito al PSIUP: Emilio e sua moglie Joyce – che ho frequentato molto – avevano una particolare attenzione per i giovani. Ho avuto quindi modo di conoscerlo anche come politico e come uomo di etica rigorosa quando operava nel Comitato Direttivo regionale del PSIUP sardo. Facevo parte della Federazione Nazionale Giovanile del PSIUP e, quando andavo a Roma per le riunioni, ero ospite a casa sua. Perciò, ho cominciato a considerarlo un amico, nonostante ci fossero cinquantadue anni di differenza di età.
Era per me una specie di zio alla lontana, saggio, rigoroso, indomito, mai sfiduciato. A volte capitava, che Emilio raccontasse le sue esperienze internazionali di fuoriuscito per tramandarci la sua esperienza. Noi giovani ci sentivamo molto lontani dalla politica che in quegli anni esprimeva il Partito Socialista, prima, e il PSIUP sardo, poi. Ci pareva priva di progetto, concentrata solo sull’opposizione al centro-sinistra nascente. Noi giovani guardavamo alla nuova classe operaia sarda, come a un nuovo potere che nasceva dal basso: immaginavamo consigli di fabbrica, solidali con le lotte dei pastori.
Ma per Emilio avevamo un’ammirazione sconfinata, come anche per i suoi libri straordinari, pieni di esperienze e di insegnamenti storici e morali. Ricordo Un anno sull’Altipiano, Marcia su Roma e dintorni, Diplomazia clandestina, La catena, Il cinghiale del diavolo, bellissimo e magico racconto di caccia ambientato nella Sardegna della sua giovinezza. Nelle ultime edizioni quest’ultimo volumetto è accompagnato da due scritti particolarmente importanti: uno riguarda la sua educazione di democratico, centrato sulla figura del padre, e l’altro parla della società armungese del passato. Armungia è il paese natale di Emilio. Quest’ultimo suo scritto è stato spesso oggetto di appassionata discussione tra gli antropologi, categoria che infine è diventata il mio mondo di studi.
Emilio, nonostante i grandi riconoscimenti letterari, rifiutava di essere considerato uno scrittore; voleva essere considerato un militante politico, come del resto è stato per tutta la vita. Questo suo sentire fa capire l’importanza e la responsabilità che Emilio attribuiva alla politica, una sfera oggi piuttosto impopolare. Ma voglio ricordare che, per la mia formazione intellettuale e politica, è stato molto importante il libro Fronti e frontiere, di Joyce Lussu che racconta le vicende politiche e personali della coppia Lussu in Francia dove erano emigrati politici nel ventennio fascista. Voglio ricordare inoltre un bel volume scritto da Joyce Lussu L’olivastro e l’innesto, il cui titolo nasce dalla metafora di una coppia che si trasforma e si fonde in una nuova realtà.
Dopo il ‘68 uscii dalla politica dei partiti tradizionali, e lo persi di vista, ma tenemmo sporadici contatti per lettera, qualche volta attraverso Joyce, che veniva a trovarci a Siena, dove mi ero trasferito perché avevo avuto un incarico di insegnamento all’Università. Nel 1974 Emilio mi scrisse una lettera di complimenti per il mio lavoro universitario e di apprezzamento per aver scelto di trasferirmi nella città toscana, rifiutando il pendolarismo così diffuso nelle Università. Dopo la sua morte, il mio dialogo con lui è continuato attraverso i suoi libri, spesso usati nell’insegnamento, ma anche con una ricerca durata tre anni che condussi ad Armungia con i miei studenti di antropologia, alla fine dei quali (erano gli anni 1998-2000) scrivemmo vari articoli sul paese e sulla memoria di Lussu.
Poi, intorno al 2015, il nipote di Emilio, Tommaso, laureato a Roma, ha scelto di vivere ad Armungia nella casa degli antenati, protagonista di un tentativo coraggioso di lottare, con i mezzi della cultura, contro lo spopolamento del paese. Tommaso ha fatto di Casa Lussu – edificio di valore storico – un presidio di iniziative culturali. Nel 2016 Tommaso Lussu ha avuto il riconoscimento nazionale del premio Bianchi Bandinelli, per la “tutela dei beni culturali come impegno civile”.
Come si intuisce dalle mie parole, ho avuto il privilegio di avere la lunga e costante vicinanza e compagnia di Emilio Lussu. Un po’ amareggiato quando nel dibattito sardo veniva criticato o dimenticato, ma consapevole del suo ruolo di grande risalto nella storia italiana, che veniva via via ricordato, sia nelle occasioni di celebrazione e memoria della Costituzione (in Valle d’Aosta lo ricordano per il suo impegno autonomista e gli hanno dedicato degli spazi urbani), sia per nuove edizioni dei suoi scritti, pubblicazione di memoriali e dell’opera omnia di Lussu, dove ho trovato nuovi scritti di grande interesse.
Secondo me, gli insegnamenti più importanti di Emilio, quel che di lui è da trasmettere alle nuove generazioni è la sua personalità di uomo, di figura quasi leggendaria, per coraggio, audacia, fedeltà ai principi, rigore morale. Portava al mondo della sua Isola un’esperienza internazionale vissuta in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna negli anni del fascismo e del nazismo. Costruiva progetti di lotta al fascismo, in un mondo spesso sorvegliato dai servizi segreti italiani e dai loro infiltrati. Ci raccomandava di diffidare sempre delle spiegazioni ufficiali dei governi e degli Stati, di tenere l’allerta sulle vere intenzioni dei grandi soggetti del potere. Lussu credeva con determinazione nella possibilità di sconfiggere il nazifascismo riponendo una grande fede nell’umanità, nel suo senso di giustizia, di volontà di progresso e di uguaglianza tra gli uomini. Il suo internazionalismo, cui la moglie Joyce dedicò tanta parte della sua militanza, e insieme il suo autonomismo, sono ancora oggi una guida e un esempio, contro i cosmopolitismi e le chiusure identitarie.
In un tempo scoraggiante e disarmante come quello che stiamo vivendo, mi viene alla mente l’immagine di Emilio trentenne e già leggendario per il suo ruolo di capitano in guerra, che viene arrestato dai fascisti dopo un fallito tentativo di linciaggio e che, pur ammalandosi nel carcere di Buoncammino a Cagliari, non si piega di un millimetro davanti ai tentativi dei suoi ex compagni sardisti di favorire una mediazione con il fascio. Mariangela Sedda lo ha raccontato nel suo romanzo La cancellazione con una forza che me lo ha fatto restare nella mente e nel cuore. È anche al mondo delle emozioni che si deve fare appello quando si sceglie di combattere per una causa giusta, pur sapendo i rischi, le difficoltà, le lotte che possono essere necessarie e che lui esemplarmente condusse.
Nel 2019 è uscito un romanzo di Carofiglio, noto ex magistrato e scrittore impegnato, La versione di Fenoglio (Torino, Einaudi), in cui, nel dialogo tra un ragazzo e un uomo maturo (il carabiniere Fenoglio) compare un libro di Lussu Un anno sull’Altipiano. Il carabiniere consiglia al giovane di leggere anche Marcia su Roma e dintorni, e conclude che «sembra un libro scritto oggi per raccontare cosa succede ora in questo paese». Questo è un esempio di come Lussu viene visto fuori dalla Sardegna. È letto da giovani e adulti dando forti suggestioni morali e politiche. Lussu anche per me è questo: un uomo che ha fede nel futuro e quindi spinge all’azione e all’impegno civile, che ha valori saldissimi e aiuta a misurare ciò che succede oggi anche sul piano della moralità. È un appello alla nostra coscienza quando la realtà che viviamo ci sgomenta. In specie ci dà una lezione su cosa è la democrazia, in senso opposto al populismo. Lussu fu popolarissimo ma ebbe sempre in mente le regole, i diritti, legati alla Costituzione, l’importanza di dare il buon esempio, non di fare appello alla “pancia” della gente per avere voti facili. Una pietra miliare che ci serve a misurare il nostro tempo e che ci aiuta ad affrontarlo.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.
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