di Orietta Sorgi
Nella Sicilia poverissima della guerra e del dopoguerra, si leva, da più parti, un grido di dolore che è insieme un canto di protesta verso gli umili e i diseredati. È la voce di tanti cantastorie che in quegli anni affollano le piazze e, fra la gente, lamentano con la forza del dialetto e della musica, le condizioni di un popolo oppresso dalla miseria e dallo sfruttamento.
Negli anni Sessanta del Novecento, quando le masse entrano a far parte della storia, il Mezzogiorno d’Italia diviene l’osservatorio antropologico privilegiato per denunciare le condizioni dei contadini ai limiti della sopravvivenza. E così Ciccio Busacca nel catanese, Otello Profazio in Calabria, muniti di cartellone e chitarra, danno avvio, col canto, ad un movimento di ribellione sociale. Ignazio Buttitta, nel palermitano, scenderà per strada e i suoi versi diventeranno uno strumento di militanza politica. «Senza la folla non riesco a parlare» – dirà infatti il poeta – sottolineando l’assoluta necessità della partecipazione collettiva.
In sostanza, prima ancora che le grandi trasformazioni dello scorso secolo cancellassero la cultura popolare, intellettuali e artisti si adoperano in una costante opera di recupero e riproposta delle tradizioni sonore e musicali.
In tale clima prende corpo il talento di Rosa Balistreri, la cantautrice del Sud, che, ispirandosi a questi autori e a questo mondo popolare di cui era parte viva e oppressa, tradurrà in melodia quel senso di insofferenza verso le ingiustizie che avevano caratterizzato, sin dall’infanzia, il suo temperamento e la sua formazione. La potenza della sua voce segnerà infatti il suo riscatto, manifestandosi già da bambina, quando fra i banchi dei mercati alimentari, si cimenterà nell’abbanniare i prodotti in vendita.
La storia dell’artista è ora ricostruita in un bellissimo film di Paolo Licata, che prende il titolo L’amore che ho, dal romanzo di Luca Torregrossa, nipote di Rosa, distribuito da Dea film nelle sale cinematografiche. Il film si snoda sui ricordi, in un continuo alternarsi di flashback fra passato e presente, in cui Rosa, ormai anziana e dimenticata, ripercorre la sua vita sfogliando vecchie foto di famiglia: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza e la maturità.
Rosa nasce e cresce a Licata, un piccolo centro agricolo dell’agrigentino, in assoluta povertà, dove subirà in prima persona le vessazioni del suo tempo, fra le percosse e l’autoritarismo di una famiglia tradizionale e patriarcale. Già in tenera età dovrà accompagnare il padre, alle prime luci dell’alba, aiutandolo nel duro lavoro dei campi, verrà privata, in gioventù, del suo grande amore, per via di mancati accordi fra le famiglie sulla dote matrimoniale, costretta invece a sposare un uomo dispotico e alcolizzato, e per di più nulla facente che la farà vivere in uno stato di quasi schiavitù. Persino la nascita della sua bambina sarà il frutto di una violenza sessuale, un dramma che condizionerà quel legame sin dall’inizio e per sempre.
Rosa dovrà lasciare il suo paese e i suoi affetti, abbandonando persino la piccola Angela, per fuggire dalle conseguenze di vendetta di un tentato omicidio nei confronti del marito. Conoscerà in seguito anche il carcere per essersi ribellata con la forza alle molestie di un prete.
Un’esistenza costellata da abusi e privazioni, che neanche la fama e la celebrità riescono a risanare, soprattutto per quello struggimento dettato dal conflitto con la figlia, uno strappo che non si ricucirà mai.
Nella Firenze colta e progressista degli anni Settanta, Rosa entrerà in una rete di relazioni talentuose, grazie anche al suo legame sentimentale col pittore Manfredi Lombardo: conoscerà Dario Fo e Franca Rame, con i quali metterà in scena lo spettacolo Ci ragiono e canto, diventerà amica di Ignazio Buttitta e Renato Guttuso e collaborerà, nell’ultima fase della vita, con Andrea Camilleri in una performance teatrale.
Ma anche lì i conflitti familiari turberanno nuovamente quell’apparente stato di tranquillità dovuto al successo nel nuovo ambiente: la sorella, scappata di casa e rifugiatasi a Firenze, verrà uccisa dal marito abbandonato sotto gli occhi di Rosa e dei familiari. Il vecchio padre, di conseguenza, morirà suicidandosi per il dolore.
Si è detto, non senza qualche riserva, che il film batte più l’accento sulla dimensione privata e intimistica dell’artista piuttosto che sull’aspetto professionale. In realtà si tratta di due facce indissociabili, perché ciò che Rosa canta al suo pubblico, non è altro che la trasposizione sul piano musicale e narrativo di eventi dolorosi vissuti in prima persona. La vita e l’arte si fondono infatti l’un l’altra, facendo sì che vicende esperienziali traghettino sul piano astorico e atemporale del mito. La vita di Rosa diviene un exemplum, una chiave universale di risoluzione delle negatività.
Il nipote/figlio Luca, autore del romanzo, è in tal senso, una sorta di voce narrante, colui che sa bene ricomporre la frammentarietà di un’esistenza. La sua presenza costante accanto l’artista, costituisce un leitmotiv della narrazione: funziona da un lato, come riempitivo di un vuoto mai colmato per la maternità negata, dall’altro rappresenta l’artefice che riesce a riannodare il passato col presente, riportando Rosa sul palcoscenico. Efficace è, a tale proposito, la scena di Rosa/cantastorie quando scandisce col canto la sua vita attraverso gli scacchi figurativi del cartellone. Il vissuto diviene racconto, la prassi quotidiana si sottrae al divenire del tempo e diviene metastorica.
In tal modo l’orizzonte esistenziale di Rosa Balistreri cessa di essere un fenomeno contingente e individuale, abbracciando quello di molte altre donne e non solo. Di tutti coloro che hanno dovuto subire e subiscono uno stato di inferiorità sociale e sopraffazione.
Il cinema di Paolo Licata ha restituito così una preziosa testimonianza richiamando l’attenzione sul caso di Rosa Balistreri, nelle sue alterne vicende e riportandola al presente. Un messaggio forte e incisivo è quello che solo il cinema può dare come linguaggio simbolico per eccellenza. Soprattutto ai giorni nostri minacciati da drammi di ogni sorta: violenze e femminicidi, stragi in mare dei migranti, genocidi di guerra. Uno sviluppo senza progresso, direbbe Pasolini, uno “sviluppo” che appare piuttosto come una drammatica involuzione, una tragica apocalisse.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Orietta Sorgi, etnoantropologa, ha lavorato presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, quale responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006); Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011); Gibellina e il Museo delle trame mediterranee (2015); La canzone siciliana a Palermo. Un’identità perduta (2015); Sicilia rurale. Memoria di una terra antica, con Salvatore Silvano Nigro (2017).
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