di Pietro Clemente
5 Luglio
È il 5 luglio 2025. Ida ed io arriviamo a Siddi in auto con Felice Tiragallo e sua moglie nel pomeriggio. Il giorno prima eravamo sbarcati a Cagliari per poi raggiungere la casetta di famiglia al Margine Rosso che dà sul mare di Quartu. La giornata è caldissima, ma arrivati a Siddi siamo accolti in una grande corte alberata sorprendentemente fresca, tira perfino un po’ di vento. Il Museo sta dietro. Ci sono tante persone, volti conosciuti, alcuni che non vedevo da quarant’anni e qualcuno cui non so dare un nome. È il compleanno del museo. Compie 25 anni. Superata la maggiore età il museo festeggia le nozze d’argento. È un museo speciale per quelli tra di noi che sono stati legati a Cirese e al suo insegnamento. Nel 2000, all’ inaugurazione del Museo di Casa Steri, c’eravamo tutte/i (o quasi): eravamo allieve/i cagliaritani di Cirese e avevamo collaborato alla realizzazione del Museo stesso.
La padrona di casa e direttrice del museo, Anna Maria Steri, ha allestito per l’occasione uno spazio all’aperto, quasi tutto all’ombra, ha sistemato le sedie per il pubblico, il tavolo da cui si parla, lo schermo per gli interventi da remoto. Non ricordo chi ha aperto i discorsi, forse proprio Anna Maria. Poi sono cominciati gli interventi dei vari relatori. Quando ho finito il mio, mi sono ri-seduto tra il pubblico e ho visto dei giovani che offrivano la carapigna, un gelato fatto in modo tradizionale. Vi erano poi dei bambini che distribuivano ventagli colorati contro la calura. La direttrice ama curare i dettagli, rende viva l’ospitalità secondo un suo stile di accoglienza. Al tavolo si succedono tanti relatori – storici, antropologi, archeologi, nutrizionisti – che portano i loro contributi, segno evidente della volontà di collaborazione col Museo: studiosi questi ultimi quasi tutti attivi anche in passato.
Nel suo intervento Anna Maria Steri mette in evidenza il rapporto col pubblico negli anni, gli alti e i bassi, la mazzata del Covid, l’incremento di iniziative di richiamo e di eventi per recuperare attenzione e visitatori. Un racconto intenso che mostra come un museo deve darsi da fare per conquistare il suo spazio e per realizzare la sua missione, ma allo stesso tempo deve confrontarsi con le grandi difficoltà e lottare per non soccombere, per risorgere, per ritrovare il suo senso e il suo valore. L’evento del 25° compleanno è il segno del successo di questa lotta.
La serata è finita in un buffet con ottimi cibi sardi che per me, che non venivo da tempo nella mia isola, sono stati una tentazione irresistibile. Poi, prima del rientro a Cagliari, una visita d’obbligo al museo. Ritrovo le tracce delle nostre collaborazioni di 25 anni prima, con la scelta di un allestimento leggero che faccia soprattutto parlare gli spazi storici della casa. Una buona scelta. Ogni volta che visito un museo penso però anche a come potrebbe riproporsi, cambiare abito, forse anche darsi una nuova missione.
Storie di famiglia
Il Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna è detto anche Museo di Casa Steri, il Museo di Siddi. Siddi è un piccolo paese della Marmilla di 548 abitanti. Per me qui è come una casa di famiglia non solo perché nasce dalla scelta della famiglia Steri – da secoli proprietaria degli immobili, in particolare dei fratelli Steri, eredi di penultima generazione – di dedicarli a casa Museo, e affidarli alla attuale direttrice, figlia e nipote, ma anche perché 25 anni fa, all’inaugurazione si raccolsero una buona parte degli antropologi e della antropologhe sarde con Alberto Cirese, fondatore di una tradizione di studi, nata proprio nell’Università di Cagliari. Ne fanno fede delle fotografie che rendono memorabile quell’incontro [1]. Forse quell’occasione raccolse una famiglia in senso lato, fatta di ‘parenti di anima’, secondo l’uso sardo proposto da Michela Murgia (peraltro allieva antropologa di Angioni e Caltagirone, come lei dice). Come molti di noi sentivano ‘figlia di anima’ Vladimira Desogus, allora allieva di Giannetta Murru e giovanissima collaboratrice del Museo: la prima di coloro che ci hanno lasciati [2].
Nel pensare a quel museo mi tornano alla mente colleghi cari che ci hanno collaborato, quasi tutti antropologi sardi della scuola ciresiana, In occasione del 25° compleanno del museo ci siamo ritrovati e confortati con quelli che ci sono ancora nel ricordo di quelli che non ci sono più.
I fratelli Steri sono la vera genealogia del luogo e del museo. Anna Maria Steri è una direttrice tenace ed abile, naturalmente dotata. Sul versante degli studi è stata Giannetta Murru la madrina e la guida del museo. Giannetta ha saputo sollecitare tante collaborazioni di studiosi e ha promosso, col suo forte senso della storicità, interventi non solo antropologici, ma anche suggestioni importanti legate alla preistoria, alla storia medievale, ai temi della genetica e della longevità sarda.
Parole dell’anniversario
Nella mia relazione ho espresso la convinzione che le case museo siano uno dei punti di ‘resistenza’ della museografia demoetnoantropologica, ma anche più in generale di quella ‘cultura materiale’ che oggi si riconosce anche nella dimensione dell’immateriale. Dove tecniche e saperi, oggetti e memorie, parlano e raccontano generazioni, storie, ingiustizie, lotte, sofferenze, emigrazioni, cambiamenti, competenze, abilità. Che io sappia, un museo come casa Steri non trova molti riferimenti comparabili a livello nazionale. Un museo che può forse favorire il confronto è il museo del lavoro e della cultura materiale di Buscemi [3] dedicato al lavoro contadino e all’artigianato. Il museo di Buscemi è diventato poi, attraverso un percorso istituzionale con la Regione Sicilia, ecomuseo degli Iblei, raccogliendo una rete di esperienze del territorio. Questo stesso percorso potrebbe essere interessante anche per Casa Steri [4].
Il nucleo costituito dalla famiglia Steri è anche quello che difende il museo, in un tempo in cui si ha davanti un abbandono quasi generale dei musei da parte degli enti locali, la storia familiare che dà continuità e forza, senso di cura, nel venire meno dei finanziamenti pubblici. E proprio da questo nucleo si possono rilanciare le domande sui bandi regionali, europei, del Ministero della cultura per ottenere contributi, in assenza dei quali tanti piccoli musei hanno dovuto chiudere. Il paradosso è che mentre in passato i musei familiari venivano ceduti al ‘pubblico’ (Comuni o Province che se ne facevano carico), oggi il “pubblico” non è interessato per i costi che dovrebbe sostenere e quindi prevale il modello “privato” – culturale, appassionato e coinvolto, che riesce ad essere più attivo ed efficace che non il pubblico.
L’Associazione nazionale delle case museo sembra godere di buona salute. Di contro oggi non esiste quasi più museo DEA che abbia un direttore antropologo dipendente da un ente o da una società, per cui i musei del nostro settore chiudono o vivono di volontariato. Ma comunque i musei spontanei, frutto di collezionisti locali, continuano a nascere così come già avveniva negli anni ’70, ma non riescono mai ad essere presidi pubblici con una corretta gestione antropologica.
D’altra parte un dibattito mondiale – forte come il maestrale in terra sarda – spinge i musei a discutere. A cosa serve un museo che non sia accogliente? A cosa serve un museo che non crei educazione? Che non faccia parlare chi lo visita, che non combatta contro il razzismo? Le domande sono molte di più. E al museo viene chiesto in generale di essere un agente di partecipazione e di democrazia. La risposta a queste domande si trova in buona parte nel dibattito internazionale sulla missione del museo che ha portato l’ICOM mondiale prima alla controversa dichiarazione di Kyoto e poi alla condivisa dichiarazione di Praga [5].
A livello nazionale i musei demoetnoantropologici hanno avuto un grande calo di attenzione da parte del territorio, perché sono stati visti per lo più come portatori di vecchiume, di inutile passato, luoghi per il turista o per la memoria locale degli antenati.
A questo punto mi domando se i musei possono ritrovare spazio, senso, missione. Casa Steri lo ha fatto. Nel mio più recente impegno verso i piccoli paesi a rischio di scomparsa, ho cercato di approfondire il possibile ruolo dei musei DEA nel potenziare politiche di ritorno abitativo e di sviluppo delle aree interne. In un saggio sulle Alpi, gli antropologi P. Grimaldi e D. Porporato [6] hanno sostenuto che in Piemonte ci sono più musei al di sopra degli 800 metri che in collina e pianura, Sembra che questi musei sostituiscano la chiesa, l’ufficio postale, i centri ormai chiusi e servano da punto di riferimento ai residenti. Qua e là nelle Alpi i musei si occupano anche di promuovere i prodotti della gastronomia locale. Si intuisce che hanno uno scopo per il presente, scopo che si deve perseguire per una nuova missione: far partecipe il museo delle aree interne allo sviluppo locale, usarlo come riferimento per usi, pratiche, saperi ancora utilizzabili e spesso più adeguati alle caratteristiche del territorio, essere agente di democrazia e di partecipazione.
Il Museo di Casa Steri ci insegna. Il racconto che Anna Maria Steri, energica direttrice e padrona di casa, ci ha fatto, e che trovate in queste pagine mostra una buona e coraggiosa, tenace gestione del museo che ha fatto sì che potesse sopravvivere degnamente per ben 25 anni. È un museo che non esito a definire esempio di buone pratiche .
Gli interventi che seguono danno conto dell’interesse che il Museo ha saputo suscitare in diversi campi di studio.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Nelle foto di gruppo troviamo Alberto Cirese, Enrica Delitala, Chiarella Rapallo, Giulio Angioni, Paola Atzeni, Pietro Clemente, Giannetta Murru, Gabriella Da Re, Benedetto Caltagirone, Franco Lai. In qualche foto si vede anche Gabriella Mondardini dell’Università di Sassari. Caltagirone e Atzeni erano legati alla tradizione di De Martino e di Clara Gallini, ma eravamo famiglia anche con loro. In una foto c’è anche Emanuela Rossi, ora docente a Firenze, che viene dalla scuola romana: da A. M. Cirese, A. Sobrero, P. Clemente.
[2] Ne ho scritto un ricordo su Antropologia museale. A rileggerlo, mi sembra un vero e proprio pianto funebre ma mi farebbe piacere che lo leggeste: untitled
[3] I luoghi del lavoro contadino
[4] SO_01_GURS_28_2014 (22)
[5] Leggere le definizioni del museo e della sua missione nei dibattiti internazionali aiuta non poco a pensare al futuro Definizione di Museo – ICOM Italia
[6] II musei etnografici. Forme e pratiche di resilienza alpina | Dialoghi Mediterranei, nel n.41 di Dialoghi Mediterranei si apriva un dibattito sui musei e una possibile nuova missione nei processi di ‘riabitazione’ delle zone interne, un dibattito che continuò nei numeri successivi della rivista.
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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.
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