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“Risignificare” e rigenerare i luoghi di culto. Il caso dell’Albania

Posted By Comitato di Redazione On 1 marzo 2019 @ 00:55 In Cultura,Società | No Comments

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Albania, Apollonia, L’antica acropoli (ph. Niglio)

di Olimpia Niglio [*]

I dialoghi interculturali, le relazioni internazionali, i colloqui interreligiosi hanno sempre favorito l’apertura di nuove prospettive interpretative della nostra esistenza. Tutto questo ha sempre avuto importanti ripercussioni e condizionato l’evolversi delle conoscenze, delle azioni creative, delle gestioni territoriali e dello sviluppo culturale. Ma queste relazioni hanno anche costituito dei presupposti fondamentali per affrontare e arginare azioni finalizzate all’istaurazione di radicalismi, fondamentalismi, o ancora totalitarismi da cui ne sono scaturiti irreversibili scontri tra le civiltà a partire proprio dal nostro vecchio continente euro-asiatico. La storia passata e presente è testimone di questi avvenimenti che oggi si manifestano in modo ancora più evidente in un mondo in cui la tanto elogiata globalizzazione non sempre si è dimostrata uno strumento a favore dell’uomo, della sua esistenza e del suo benessere.

Tuttavia da tempi lontani l’uomo è stato interessato ad approfondire la conoscenza connessa alla sua esistenza e da qui a stabilire relazioni, dialoghi, ad aprire colloqui che hanno disegnato rotte navali, percorsi esplorativi, azioni di colonizzazione e nuovi mercati che, nel mettere in contatto culture diverse, hanno generato sincretismi molto interessanti e di cui proprio i luoghi religiosi, sin dalla propria origine, sono stati depositari di importanti saperi e straordinarie creazioni.  L’Occidente che ha guardato sempre all’Oriente trova origine proprio lungo queste rotte che partivano dall’Europa ma che hanno visto anche il Mediterraneo e soprattutto il Mare Adriatico essere importante “ponte” di collegamento.

È proprio partendo dalle coste orientali dell’Italia che si sono compiute importanti imprese epiche sin dall’epoca romana, se pensiamo allo stesso sviluppo che ha avuto poi l’Impero o ancora possiamo annoverare le storie di personalità come quella di Fra Giovanni da Pian del Carpine (Magione in Umbria) che nel 1245 su invito di Papa Innocenzo IV intraprese il suo viaggio verso la Mongolia proprio partendo da queste coste adriatiche o dei più noti commercianti veneziani Matteo e Niccolò Polo e del figlio di quest’ultimo Marco lungo le rotte della Via della Seta o ancora del gesuita Matteo Ricci di Macerata che si imbarcò verso l’Oriente per raggiungere addirittura le coste del sud della Cina nel 1583.

In particolare a Rimini Sigismondo Malatesta (1417-1468) contribuisce in modo determinante al rinnovamento delle conoscenze oltre l’Adriatico, grazie ai progressi della marineria ma anche della cartografia. In un contesto culturale umanistico che si stava avviando verso la scoperta di nuovi continenti, queste novità contribuirono certamente alla nascita di un modo nuovo di guardare oltre i propri confini nonché di mettere in atto nuovi strumenti adatti a conoscere nuove geografie. Infatti fu proprio con i Malatesta che furono istituiti gli “isolari” [1], libri dedicati alla rappresentazione, scritta e cartografica, del mondo insulare e delle sue principali caratteristiche.

Da sempre questi incontri tra differenti culture hanno però evidenziato una complessa realtà storica e culturale dove la pluralità delle situazioni ha messo in crisi l’esistenza di un riferimento esclusivo ed univoco. Inoltre le sensazioni, le emozioni e le percezioni rappresentate, di volta in volta, dai singoli osservatori coinvolti hanno fatto conoscere luoghi lontani in modi sempre differenti e quindi condizionati da quegli stati emotivi con cui, nei diversi istanti, questi stessi luoghi venivano descritti. Lo scrittore francese convertito all’Islam René Guénon (1886-1951) nel volume Oriente e Occidente [2] afferma che nel mettere in atto forme di dialogo non significa imporre all’Occidente una tradizione orientale, bensì di «restaurare una civiltà occidentale con l’aiuto dell’Oriente».

1In realtà ciò che a noi, per molto tempo, è apparsa una condizione statica di un dato percorso culturale, differentemente invece si è sempre trattato di un processo molto dinamico che trova le sue radici proprio in questi continui rapporti di scambio di cui l’uomo è stato creatore, attore e regista e che si concretizzano molto bene proprio nell’analizzare il ricco patrimonio religioso risultato anche di queste azioni.

Rapporti di scambio ma anche luoghi di condivisione, fusione e mutuazione di elementi tra diverse culture e religioni che hanno generato la nostra eredità culturale. Analizzare quindi un luogo sacro dalla sua origine ai giorni nostri, nel rispetto del rapporto temporale passato e presente, implica la messa in atto di un processo di risignificazione ossia di ricerca da un lato del significato originario che lo ha generato e dall’altro dei differenti contenuti e delle diverse configurazioni che questo luogo ha assunto nel corso del tempo. Più semplicemente parliamo anche di lettura stratigrafica e di archeologia dei luoghi, ossia di quella scienza che consente di ricostruire antiche attività umane mediante lo studio di testimonianze materiali e coadiuvate anche dall’apporto delle fonti scritte e iconografiche.

Questo approccio finalizzato a risignificare, e quindi quasi a rendere noto di nuovo, il valore dei luoghi di interesse religioso, espressione di quella interculturalità propria del patrimonio culturale ecclesiastico, intende così chiamare a raccolta tutti i saperi ad esso collegati e mettere in dialogo la teologia, la filosofia, le discipline dell’arte e dell’architettura e del paesaggio, le scienze ambientali nonché l’economia, tutti ambiti disciplinari che incidono nei singoli contesti comunitari locali e soprattutto aiutano a riattivare quei “ponti culturali” che nel tempo hanno generato questi luoghi.

Inoltre, in un mondo che sta cambiando rapidamente, sempre più questo ricco patrimonio di interesse religioso, inteso materialmente e spiritualmente, svolge un importante ruolo di “diplomazia culturale” in cui la centralità dell’individuo è fondamentale ed insieme ad esso il risultato del suo operato. Questa centralità diplomatica del patrimonio di interesse religioso è un tema che va analizzato anche alla luce del ruolo che le comunità religiose da sempre hanno avuto all’interno dei processi di colonizzazione e di approccio alle nuove culture. Franco Cardini nei suoi autorevoli e numerosi studi proprio sulle vicende storiche e diplomatiche che hanno visto partecipi esponenti di importanti famiglie degli Stati italiani anche durante le famose Crociate in Medio Oriente, non rinuncia – giustamente – a considerare queste operazioni come «copertura ideologica di scelte politiche utilitaristiche». Testimonianza di tutto questo ancora una volta è Sigismondo Malatesta a Rimini che metterà in atto la sua intenzione politica di reintegrarsi nel sistema governativo delle potenze italiane, dopo un lungo periodo di marginalizzazione che culminò nella sua scomunica da parte di Pio II. La sua disperata spedizione nel Peloponneso, quindi oltre l’Adriatico, doveva riscattare questa sua ribellione alla Chiesa. Il cardinale greco Bessarione, protagonista del fallito tentativo di Unione delle Chiese greca e latina, assicurò al condottiero, tramite la sua conversione, un posto di forte influenza nella curia papale che ovviamente dovette pagare a caro prezzo con dell’estraniazione dal suo popolo [3].

Tuttavia le relazioni che da sempre la penisola italiana ha stabilito con l’area balcanica dimostrano questa importante azione “diplomatica” che trova interessanti riscontri anche nell’analisi di alcuni luoghi sacri di forte interesse archeologico presenti proprio sul territorio albanese.

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Apollonia, Parco archeologico (ph. Niglio)

Nei pressi della città di Pojan, nell’attuale Albania, si trovano i resti dell’antica Apollonia (dal greco antico Απολλωνία), fondata dai coloni greci provenienti da Corinto intorno alla metà del 500 a.C.. Aristotele la definì una delle principali città oligarchiche della Grecia ma fu anche importante sede di scambi commerciali lungo la via Egnatia che collegava le coste meridionali della penisola italiana fino a Bisanzio. Il ruolo commerciale della città era attestato anche dalla presenza di una zecca che coniava monete. Intorno al I secolo a.C. divenne parte della provincia romana di Macedonia e sotto l’impero romano fu città molto importante tanto che Marco Tullio Cicerone nelle sue Filippiche la esaltò come una dei centri più importanti della penisola balcanica. Intanto nel III secolo d.C. un forte terremoto distrusse la città con il conseguente suo parziale abbandono. Risale al XIII secolo la fondazione di una comunità cristiana-ortodossa che sulle pendici di una collina costruì il monastero di Ardenica nei pressi di un preesistente monastero sempre di culto ortodosso. Da annotare che il monastero di Ardenica alla fine del XVIII secolo divenne una notevole scuola di formazione per i clerici nonché luogo di conservazione e di insegnamento della lingua albanese ma fu chiuso al culto nel 1969 per destinarlo a funzioni volute dal partito comunista. É ritornato ad ospitare la comunità ortodossa solo dopo il 1992.

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Apollonia, Monastero di Santa Maria (ph. Niglio)

Intanto l’antica città di Apollonia fu rivalutata solo a partire dal XVIII secolo quando gli interessi per le antichità rifiorirono fortemente, anche grazie ai viaggi che tanti studiosi intrapresero verso le coste meridionali dell’Europa. Primi importanti scavi furono realizzati da ricercatori austriaci al principio del XX secolo per poi essere proseguiti da una comunità francese che vi operò tra il 1924 e il 1938. Durante la Seconda Guerra Mondiale il sito archeologico subì ingenti danni e solo dopo la guerra un gruppo di esperti albanesi intraprese degli studi specifici sull’area, anche se durante il periodo del comunismo albanese (1985-1992) molti beni furono trafugati e venduti illegalmente nel mercato internazionale. Solo a partire dal 1996, a seguito di studi realizzati anche in collaborazione con università nordamericane, la città di Apollonia è rientrata all’interno del Progetto per il Parco Archeologico di Mallakastra con il coordinamento dell’Università di Cincinnati e dell’Istituto Archeologico di Tirana [http://river.blg.uc.edu/mrap/MRAP_en.html]

Pur trattandosi oggi di un sito che è stato parzialmente ricostruito, certamente Apollonia rappresenta un esempio strategico e molto interessante all’interno delle vie di comunicazione che da tempi molto lontani hanno messo in contatto la penisola italiana con la cultura mediorientale. Altro episodio significativo da annotare è che nella prima metà del XIII secolo, quando la città era ormai abbandonata al suo destino, un gruppo di cristiani vi costruirono un’abbazia con chiesa dedicata a Santa Maria. Per l’edificazione del monastero furono impiegate pietre e colonne della città antica e si ipotizza che lo stesso monastero fu eretto sulle rovine del tempio di Apollo. Il monastero ospita oggi il museo archeologico che custodisce gran parte dei reperti rinvenuti dal parco di Apollonia tra cui anche: statue, colonne, anfore, monete, epigrafi, rilievi, gioielli e molto altro.

In Albania incontriamo anche siti di interesse religioso che fanno parte della lista mondiale dell’UNESCO. Si tratta della basilica paleocristiana di Butrinto nell’affascinante area archeologica «eccezionale paesaggio culturale» localizzato in una strategia geografica sull’area mediterranea e che per fortuna è sfuggita all’aggressione del turismo di massa. Per la Organizzazione delle Nazioni Unite questo luogo infatti «costituisce una combinazione molto rara di archeologia e natura».

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Butrinto, Basilica paleocristiana (ph. Niglio)

Nel VI secolo d.C. nei pressi di un tempio ellenistico fu edificata la grande basilica paleocristiana oggetto di studi importanti da parte dell’archeologo italiano Luigi Ugolini, che aveva lavorato qui tra gli anni Venti e Trenta del XX secolo e si era specializzato in archeologia presso l’Università Alma Mater di Bologna [4]. Al termine degli scavi degli anni Venti del Novecento fu possibile venire a conoscenza dell’arco cronologico della basilica compreso tra il IV sec. a.C. fino a tutto il XV-XVI d.C. La basilica paleocristiana, di cui si conservano le strutture fino all’altezza della copertura, rappresenta uno degli edifici altomedioevali più significativi dell’Europa sud-orientale e dove è possibile apprezzare l’arditezza del suo paramento murario con mattoni su cui sono incisi motivi geometrici.

Nell’ampia area archeologica emergono poi i resti di antiche torri e mura difensive; si tratta delle trasformazioni attuate durante la dominazione veneziana tra il XIV e il XVI secolo quando fu edificato il Castello (attuale museo della città di Butrinto ricostruito nel 1930 proprio per allestire questa funzione) e la Torre di avvistamento, anche questa costruita tra il XVI e il XVI secolo. Pochi anni or sono, nel 2015, il Consiglio Nazionale di Archeologia del Ministero della Cultura della Repubblica di Albania con gli archeologi della Sezione di Archeologia del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater di Bologna e con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione, con la Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese hanno attivato un progetto di studio e scavo proprio sull’antica città ellenistica e romana di Butrinto.

Certamente il caso di Butrinto rappresenta un notevole fenomeno di cristianizzazione accompagnato dalla nascita di un’architettura cristiana, temi che sono stati e sono tuttora al centro dell’interesse archeologico nell’area della provincia tardoantica dell’Epirus Vetus, che oggi comprende porzioni dell’Albania meridionale e parti della Grecia nordoccidentale [5]. Unendo poi interessi specifici per i temi della valorizzazione del patrimonio culturale di interesse religioso e per quelli della “diplomazia culturale” in Albania è necessario citare due centri storici iscritti nella lista dell’UNESCO, come rari esempi di arte e architettura ottomana. Ci riferiamo al centro storico di Berat e di Argirocastro.

Il primo è situato nel centro dell’Albania e rappresenta una felice ed armonica testimonianza di diplomazia culturale tra diverse comunità religiose che convivono insieme da molti secoli. La città è divisa in due parti: da un lato il quartiere di Gorica, arroccato su una collina, al centro il fiume Osum, dall’altra parte Mangalem su cui svetta il castello di Kala, costruito dagli Illiri nel IV secolo a.C. e poi fortificato dagli Ottomani nel XVI secolo. Sullo sfondo, in lontananza, la vetta del monte Tomor, dove la confraternita islamica (vicina all’Islam sciita) dei Bektashi festeggia ogni anno i cinque dervisci fondatori del bektashismo albanese.

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Berat (ph. Niglio)

Osservando la città di Berat dal quartiere di Gorica emerge la vista delle tre principali moschee: quella degli Scapoli, del XIX secolo, monumento culturale della nazione dal 1961, esempio dell’architettura islamica albanese, di cui si possono ammirare gli affreschi sotto i portici esterni. È stata chiamata così perché effettivamente era frequentata da giovani artigiani rigorosamente scapoli. Più avanti si trova la straordinaria moschea del Re (o del Sultano), una delle più antiche in Albania, costruita per ordine del sultano Bayezid II nel XV secolo. Il pulpito dell’imam è ornato di paramenti color verde acqua ed è questo il colore che domina tutto l’interno del luogo di culto, caratterizzato da una atmosfera particolarmente suggestiva. Più avanti si trova la moschea di Piombo, che deve il nome al piombo che riveste le sue cupole sferiche. Pochi metri più avanti una delle particolarità di Berat: si passa infatti dall’architettura islamica a quella ortodossa: al centro di una grande piazza è collocata la cattedrale di San Demetrio, di recente costruzione, al cui interno si possono ammirare pregevoli icone e immagini sacre.

Altro importante centro storico patrimonio dell’UNESCO è Argirocastro, nella valle del fiume Drinos nel sud dell’Albania dove si incontrano interessanti costruzioni residenziali a due piani completamente in pietra e costruite nel XVII secolo, motivo per il quale la città è stata anche denominata “Città della Pietra”. Nel centro storico sono oggi presenti anche una moschea del XVIII secolo e due chiese ortodosse sempre dello stesso periodo.

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Argirocastro (ph. Niglio)

Durante il periodo ottomano (1299-1922) nella città di Argirocastro furono edificate ben quindici moschee e di queste, fino al principio del regime comunista, ne erano sopravvissute tredici. Nel piano urbanistico della città, risalente al XVII secolo, era stata prevista la realizzazione di una nuova grande moschea nel quartiere denominata Bazaar, distrutto poi da un incendio e di cui si conserva solo la moschea denominata Bazaar. Nel 1973 questo luogo sacro fu eletto a “monumento culturale” e così fu possibile salvarlo dalla totale distruzione attuata dal regime sulle restanti dodici moschee. Intanto a causa proprio delle leggi anti-religione durante il regime comunista la moschea fu utilizzata come circo e l’alta cupola centrale fu adattata per appendere i trapezi degli acrobati. Con la caduta del regime dopo il 1992 questi usi impropri non solo sono stati soppressi ma la moschea è stata adibita nuovamente al suo uso originario recuperando così lo spirito del luogo che l’aveva animata sin dalla sua fondazione.

Ecco che alla ricerca della risignificazione del patrimonio religioso segue poi quello della rigenerazione di questa importante eredità culturale, ossia l’opportunità di sapersi rinnovare in funzione di quei processi dinamici che hanno sempre interessato tutte le epoche e più rapidamente i nostri tempi. Gli esempi trattati evidenziano tutti la necessità di un progetto finalizzato a ricercare il significato e il valore originario che li ha generati ma allo stesso tempo a ripensare ad un’adeguata funzione che possa rinvigorire lo spirito del luogo. Pensare ad un processo di rigenerazione implica, infatti, mettere in campo molte azioni e molti buoni propositi che siano in grado di costruire dialoghi e attivare sinergie fondamentali per il futuro del patrimonio ereditato.

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019
[*] Il testo qui pubblicato è il risultato di una relazione accademica che la scrivente ha svolto presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Alberto Marvelli” a Rimini, il 18 dicembre 2018 in occasione della Giornata di studio La via adriatica del dialogo interreligioso. Religioni, Arte e Cultura: un confronto italo-albanese.
Note

[1] Donattini Massimo (2000), Spazio e modernità. Libri, carte, isolari nell’età delle scoperte, Bologna, Clueb.
[2] Guénon René (2016), Oriente e Occidente, Milano, Adelphi.
[3] Giovanni Ricci (2011), Appello al Turco. I confini infranti del Rinascimento, Roma, Viella.
[4] De Maria Sandro, Podini Marco (2007), “La basilica paleocristiana di Phoinike (Epiro): dagli scavi di Luigi M. Ugolini alle nuove ricerche”, in Atti del Convegno Ideologia e cultura artistica tra adriatico e mediterraneo orientale (IV-X secolo). Il ruolo dell’autorità ecclesiastica alla luce di nuovi scavi e ricerche, a cura di Raffaella Farioli Campanati, Clementina Rizzardi, Paola Porta, Andrea Augenti, Isabella Baldini Lippolis, Bologna-Ravenna, 26-29 Novembre: 207-228.
[5] William Bowden, (2008), “Cristianizzazione e status sociale nell’Epirus Vetus tardoantico: le evidenze archeologiche”, in Giuseppe Cuscito (a cura di), La cristianizzazione dell’Adriatico, Atti della 38° Settimana di Studi Aquileiesi, 3-5 maggio 2007, Trieste.
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Olimpia Niglio, architetto, PhD e Post PhD in Conservazione dei Beni Architettonici, è docente titolare di Storia e Restauro dell’Architettura comparata all’Universidad de Bogotá Jorge Tadeo Lozano (Colombia). È Follower researcher presso la Kyoto University, Graduate School of Human and Environmental Studies in Giappone. Dal 2016 in qualità di docente incaricato svolge i corsi di Architettura sacra e valorizzazione presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Santa Maria di Monte Berico” della Pontificia Facoltà Teologica Marianum con sede in Vicenza, Italia.
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