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Riscatto ed emancipazione del Mezzogiorno nella politica di Nunzio Nasi

copertinadi Salvatore Girgenti

Nasi venne eletto deputato al Parlamento italiano in rappresentanza del collegio di Trapani nel 1886. Avvocato, libero docente in Filosofia del diritto, grazie al suo carisma, alla sua dialettica ammaliatrice e a una profonda cultura giuridica e umanistica, riuscì a guadagnarsi una fama di primo piano nello scenario politico italiano. Nel 1898, infatti, entrò nel primo gabinetto Pelloux come ministro delle poste. Nel 1900, dopo l’attentato e la morte di re Umberto, il giovanissimo Vittorio Emanuele, succeduto al padre, smentendo le previsioni di quanti sostenevano che la Corona, dopo i tragici fatti, avrebbe chiamato al governo un esponente della destra reazionaria, diede, invece, l’incarico di formare il governo a Luigi Zanardelli, giurista di chiara fama, di tendenze liberali e uomo particolarmente moderato  [1].

Nel suo governo Zanardelli volle il trapanese Nasi, a cui fu affidato il ministero della Pubblica Istruzione. Nei confronti di Nasi, Zanardelli nutriva una grandissima stima. Negli ambienti romani Nasi veniva indicato, addirittura, come il pupillo di Zanardelli. Entrambi erano, poi, accumunati dall’esigenza di una svolta politica in senso progressista, che tenesse conto, soprattutto, delle istanze meridionalistiche. In molti nelle stanze del potere e nell’opinione pubblica profetizzavano la nomina di Nasi a primo ministro e contemporaneamente l’ascesa a gran maestro nazionale della massoneria italiana. Nelle sue mani si sarebbe racchiuso un potere immenso. Possiamo, quindi, ben comprendere lo stato di agitazione dei suoi oppositori, oppositori che, badiamo bene, non erano solamente politici, ma rappresentanti di interessi economici di opposti interessi a quelli di Nasi. Quali erano, in particolare, questi interessi?

Ai primi del ’900 le statistiche sulla produzione industriale non ponevano l’Italia ai primi posti fra i Paesi europei e, in particolare, c’erano tutti i presupposti o, quantomeno, la possibilità che il decollo avvenisse più al Sud che al Nord. Questo grazie anche alla nutrita presenza nell’Isola di molti mercanti inglesi, che avevano educato i giovani rampolli siciliani nell’arte della mercatura. Ignazio Florio era solito dire che doveva molto ai buoni consigli di Ingham. Ci limiteremo a ricordare la Fonderia Oretea che dava lavoro a circa 1300 operai, l’estrazione e la commercializzazione dello zolfo (dalle miniere siciliane si estraeva circa il 70% della produzione mondiale), le tonnare Florio con l’inscatolamento sott’olio del prodotto, le cantine vitivinicole, la produzione del sommacco e della cenere di soda, i pastifici e, per non dilungarci troppo, ricorderemo la Navigazione Generale Italiana, che consentiva ai Florio di gestire in termini di assoluto monopolio i collegamenti marittimi nazionali ed internazionali. Fra l’altro, proprio in Sicilia, contemporaneamente alla nascita a Torino della Fiat, nasce un’industria per la produzione di macchine e di motociclette. Non a caso, tra il 1891 e il ’92, si tenne a Palermo la quarta Esposizione Nazionale, finalizzata a monitorare lo stato di crescita dell’industria italiana. Sta di fatto che nel 1891 Palermo era uno dei punti di maggiore riferimento del capitalismo nazionale e che nessuna grossa impresa finanziaria veniva intrapresa a livello nazionale senza tenere conto degli umori della classe imprenditoriale palermitana e dei Florio in particolare [2].

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Francesco Crispi in un ritratto d’epoca

Malgrado i tanti difetti di Francesco Crispi, nessuno potrà negare che il politico di Ribera non mancò mai di incoraggiare e sostenere le iniziative dell’imprenditoria siciliana, tanto è vero che il progetto “Sicilia” trova in lui la sua paternità. Morto Crispi, tale eredità passò a Nasi, che nella sua azione di governo intendeva dare un indirizzo ancora più marcatamente meridionalistico. La morte prematura di Zanardelli e l’avvento al potere di Giolitti segnò invece il momento dell’affermazione di un progetto diverso, tendente a favorire e proteggere nello sviluppo industriale l’area settentrionale della nazione a scapito del meridione. Per raggiungere, quindi, questo obiettivo urgeva liberarsi della presenza di Nasi. Si badi, la lotta non era un fatto personale; ma come diciamo oggi era solo una questione di business. Fatto fuori Nasi, il proponimento di spazzare via ogni istanza meridionalistica dai piani di intervento del governo veniva tutto in discesa. Nella vicenda Nasi c’è, in sintesi, un partito, espressione di determinati interessi economici e rappresentato da un uomo politico, Giolitti, che combatte un altro partito, espressione di diversi interessi economici, capeggiato da Nunzio Nasi. Per raggiungere questi scopi, Giolitti cerca di allargare l’area della sua maggioranza. Fatto eclatante per quel periodo, invita i socialisti e i radicali a far parte del governo. I primi, a malincuore, non accettarono l’invito, perché una tale adesione – almeno così si disse – non sarebbe stata compresa dalla base. Nonostante tutto, Turati, pur di ottenere qualche vantaggio per la classe operaia, assicurò un appoggio esterno. I radicali, al contrario, rifiutarono decisamente, influenzati dal veto antigiolittiano esercitato dal gruppo zanardelliano e, quindi, da Nasi.

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Nunzio Nasi in un ritratto giovanile

Non a caso l’attacco partì dopo pochi mesi dall’insediamento del governo Giolitti, dapprima, ma in maniera più sfumata, iniziò la stampa governativa. Subito dopo il socialista Bissolati portò l’eco delle accuse alla Camera, sollecitando una commissione d’inchiesta. Gridando allo scandalo, la notizia fu riportata dalla stampa, non più in maniera soft, ma con titoli a nove colonne. In sintesi, si accusava Nasi di avere gestito i soldi del Ministero con una certa leggerezza. Il rapporto del castelvetranese Saporito, fedelissimo di Giolitti e acerrimo nemico di Nasi, giunse persino a parlare di irregolarità delittuose, tanto da proporre l’invio degli atti all’autorità giudiziaria. La Camera approvò queste conclusioni e in maniera sbalorditiva autorizzò l’arresto del deputato trapanese. In seguito ad una serie di ricorsi e controricorsi, dei quali eviterò di scrivere per non tediare troppo chi legge, la Corte suprema dichiarò l’incompetenza dell’autorità giudiziaria, trasferendo il processo al Senato del Regno, costituito in Alta Corte di Giustizia.

Immaginate, nel frattempo, come la stampa nazionale, foraggiata da Giolitti, potesse avere buon giuoco nel gonfiare i fatti. In questo giuoco al massacro, per ingenuità, anche Palazzo Giustiniani ebbe la sua parte di colpe. Il Tribunale del Grande Oriente convocò, infatti, Nasi a Roma per ascoltarlo in merito alle accuse che gli erano state rivolte e, in particolare, per emettere un verdetto massonico in base alla sua linea difensiva. In realtà, tra l’invio della raccomandata e il giorno della convocazione ci fu un lasso di tempo di appena quarantotto ore. Anche se la raccomandata fosse arrivata in tempo, Nasi materialmente non sarebbe mai potuto essere presente. Sembrò tutto studiato a tavolino. Ne approfittarono alcuni fratelli, ligi alle direttive giolittiane. La sua assenza fu considerata un atto di tracotanza e di dispregio nei confronti del tribunale: la sua assenza – asserirono – dimostra chiaramente la sua colpevolezza. Come logica conclusione Nasi fu espulso dalla massoneria per comportamento indegno. Il verdetto doveva restare segreto, ma quegli stessi fratelli che gli si erano scagliati contro nel corso della seduta del tribunale massonico, si affrettarono a darne comunicazione alla agenzia De Stefani e ai principali quotidiani d’Italia, che non esitarono a pubblicare la notizia con titoli a nove colonne. Immaginate l’effetto di tale notizia sull’opinione pubblica. Se il Grande Oriente non aveva esitato ad espellere Nasi dal suo corpo, uno dei suoi più illustri ed autorevoli rappresentanti, non poteva che essere colpevole.

Ma di quali gravi colpe, in sintesi, si era macchiato? Anzitutto, l’avere erogato fondi in bilancio per sussidi al di fuori delle norme regolamentari (esempio una maestra vedova che chiedeva un sussidio). Per quanto concerne le spese di viaggio nella qualità di ministro, queste erano state autorizzate sulla parola del suo segretario. Poi ci sono i volumi e le stampe che erano stati spediti senza conoscere l’uso, né la destinazione (Piranesi alla Biblioteca Fardelliana). Infine, in merito all’erogazione dei fondi per le spese casuali, è stato dimostrato che questi erano prevalentemente destinati all’acquisto dei libri per uso personale del ministro. Tra i beni sottratti si parlò anche di un plaid.

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La spiaggia di Trapani con il villino Nasi sullo sfondo

Le accuse erano talmente ridicole da fare intuire anche al più ingenuo e sprovveduto cittadino, che in realtà vi era sotto un disegno ben preciso: quella della distruzione morale del parlamentare trapanese. Nasi, come abbiamo detto, si muoveva politicamente, per quanto concerne il Sud, in chiave autonomistica e democratico-radicale. In questa ottica avrebbe dovuto trovare come naturali alleati anche i socialisti, ma questi ultimi dimostrarono una ingenua incapacità o – e forse questo è il vero motivo – preferirono stringere alleanza con il gruppo dirigente del nuovo governo, condividendo la necessità di non consentire al Sud di sviluppare una vigorosa battaglia politica nei termini indicati con chiarezza da Salvemini. Quest’ultimo, in perfetta sintonia con Nasi, si batteva, anche all’interno del Partito Socialista, per una radicale riforma del costume politico del Sud. Da qui la sua nota polemica contro i metodi di Giolitti, che perpetuavano la condizione di servaggio delle masse contadine di fronte alle classi dominanti del Mezzogiorno d’Italia. Come se non bastasse, il gruppo dirigente del Partito Socialista, a quel tempo guidato dal riformista Turati, si dichiarò contrario a sviluppare nel Sud una vigorosa battaglia politica. L’atteggiamento prevalso fu quello di un accordo politico col giolittismo, sulla base di alcune concessioni particolari e settoriali a vantaggio delle classi operaie del Nord. Una linea politica che Turati non si preoccupa nemmeno di nascondere se nelle colonne della Critica Sociale propugnava «l’egemonia della parte più avanzata del Paese sulla più arretrata» [3].

Alla luce di questa politica governativa, lo ripetiamo ancora, ben si [4] comprende come Nasi potesse rappresentare un grosso ostacolo. Bisognava a tutti i costi farlo scomparire dalla scena politica. Anche perché, in vista di una sua chiamata al governo della Nazione, il politico siciliano si preparava a presentare una sua candidatura, oltre che a Trapani, anche in uno dei collegi di Napoli e Milano. Lo attesta anche il fatto che durante le sue permanenze a Napoli, Nasi era sempre ospite dei fratelli Spaventa, che nella città, oltre ad essere grandi esponenti del mondo culturale, erano anche in grado di determinare, per il loro ascendente, ben precise scelte politiche. Fautore di un partito meridionalistico, Nasi sosteneva che quel che occorre:

«è d’avere una deputazione compatta cosciente ed indipendente, che sappia coalizzarsi ed agire collettivamente ogni volta che si tratti di interessi del meridione, precisamente come fanno i deputati piemontesi e lombardi. Non occorrono, quindi, tanto uomini di ingegno, quanto uomini di carattere fermo e risoluto, che non vadano a Roma a mettersi al servizio dei nostri nemici per proprio tornaconto, ma che abbiano il coraggio di dirsi onorati d’essere meridionali e di combattere coloro che disconoscono i nostri diritti e i nostri interessi. Perché bisogna convincersi di questo: che il governo ha sgovernato la Sicilia e il Meridione tutto, fomentando ed aizzando i partiti locali a base personale; come bisogna anche convincersi che quando gli elettori sono concordi ed uniti il governo non può nulla» [5].

E a lui, a dimostrazione di quello che dicevo prima, fece eco Francesco Saverio Nitti:

«L’Italia meridionale – diceva – aveva tutti gli elementi per trasformarsi. Possedeva un grande demanio, una grande ricchezza monetaria, un credito pubblico solidissimo. Ciò che mancava era ogni educazione politica; ciò che bisognava fare era educare le classi medie e formare soprattutto l’ambiente politico» [6].

Proprio nel periodo in cui era ministro della Pubblica Istruzione, Nasi affermava nel corso di una conferenza: «L’Italia meridionale appare ai settentrionali come una vandea di baroni assenteisti, di plebi ignoranti e di politicanti corrotti» [7]. Ed ancora:

«Il giorno in cui i vari partiti locali si fondessero nel grande partito meridionale, unico partito che ha ragione di esistere nel nostro territorio, noi, non solo ci saremmo emancipati dal governo, ma otterremmo il suo rispetto e il soddisfacimento dei nostri bisogni» [8].

4Nasi, come possiamo ben comprendere, non solo costituiva un grosso pericolo per il mantenimento degli antichi equilibri politici, ma anche un grave ostacolo alla realizzazione del disegno nordista. La sua vicenda rappresenta un esempio eclatante di quanto possa il potere per distruggere un uomo che marcia contro i suoi interessi o per salvarlo da accuse ignominiose come fu nel caso dell’onorevole Palizzolo, accusato, ma poi assolto, di un suo coinvolgimento nell’omicidio del tenente Petrosino. Eppure non tutti caddero nella trappola ordita da Giolitti. Il presidente dell’Alta Corte di Giustizia, all’inizio del processo contro Nasi, dichiarò che il ministro trapanese sarebbe stato assolto perché i fatti – come si dice in gergo – non sussistevano. Fece di più. Sentì il bisogno di pronunziare in pubblica udienza l’onestà del Nasi, dopo avere ascoltato i principali testi d’accusa, i quali – a suo parere – non seppero portare all’udienza che parole di livore. All’indomani di questa sua dichiarazione presentò inspiegabilmente le dimissioni dall’incarico per gravi motivi di salute. Lo stesso quotidiano del partito socialista, L’Avanti, in una inchiesta sulla Pubblica Istruzione, affidata a Paolo Sgarbi, scrisse che il processo non doveva essere fatto a Nasi, ma ad un sistema. Nello stesso articolo si riportavano alcuni dati in merito alla gestione Baccelli, dove si dimostrava che gli illeciti erano di gran lunga più gravi di quelli imputati a Nasi. In particolare si evidenziava che nel capitolo Agraria, istituito per incrementare la festa degli alberi, le somme date dal ministero ai comuni per sviluppare l’educazione agraria erano addirittura irrisorie; nella realtà, quel capitolo fu sempre fatto divorare dagli impiegati del ministero, imputando ai relativi mandati la falsa qualifica di «studi per l’insegnamento agrario», studi che sarebbe stato facile per la commissione d’inchiesta constatare che non furono mai compiuti, né iniziati [9].

Giovanni Alfredo Cesareo, famoso critico letterario del tempo e docente di letteratura italiana a Palermo, dichiarò di non credere alle accuse che venivano mosse contro Nasi e di ritenerlo totalmente innocente per averlo conosciuto sempre onesto fino allo scrupolo.

«Una volta – aggiunse – ricusò di fare l’avvocato ad una nota società commerciale, la quale gli offriva un lauto compenso, perché gli parve di non potere conciliare con quell’ufficio la sua libertà di politico. Ma anche ammesso che si sia reso colpevole delle accuse che gli sono state mosse, io affermo che egli non ha fatto altro se non continuato certe abitudini di franchezza amministrativa, tramandategli da non pochi predecessori e, pur condannando in astratto quelle abitudini, ci si chiede: perché si sia colpito solo il siciliano e non si sia istruito un processo anche contro quegli altri ministri di terraferma?» [10].

5E questo è un altro punto da tenere presente. Il processo contro Nasi, diremmo oggi lo sputtanamento contro Nasi, suscitò in Sicilia un’ondata di indignazione. La collera del popolo montò di giorno in giorno, ritenendo che non si stava colpendo solamente uno dei suoi più illustri personaggi, ma, addirittura, si stava buttando fango sui siciliani tutti. A Trapani scoppiò una protesta al limite della rivoluzione. Venne buttata a mare una carrozza postale con le insegne di casa Savoia. Tutte le botteghe esposero il ritratto di Nunzio Nasi, si ammainò la bandiera, si diede vita a cortei spontanei, che percorrevano le vie principali di Trapani, cantando l’inno di Nasi. «Questo perché – sottolinea Cesareo – la Sicilia è vilipesa dal Governo che vi manda i suoi impiegati per punizione, come in una Cajenna; che nega alle nostre facoltà universitarie gli insegnamenti a tutte le altre concessi; che non mantiene le promesse fatte e ne deride i propositi; trascurata come selvaggia e remota dai cittadini del Regno. La Sicilia si sente come a disagio in questo Regno d’Italia a cui s’è data per amore e che la tratta per l’appunto come i maschi trattano le donne che si diedero per amore» [11].

Anche all’estero non si mancò di evidenziare il tono burlesco del processo. La Francia, informata, del contenuto “miserabile” del processo (così testualmente si scrisse) richiamò i suoi corrispondenti e aprì una sottoscrizione per ridare all’Italia le somme spese da Nasi per onorare il ministro Chaumié, poiché a Nasi fu pure rimproverato durante il processo di avere eccessivamente speso in piante e giardinieri al fine di adornare le sale nel corso di un convegno al quale parteciparono Ministri dell’Istruzione e altre figure istituzionali di altri Paesi.

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Sbarco a Trapani del senatore Nasi

Malgrado le proteste, non solo dei siciliani, ma anche del meridione, Nasi venne condannato il 24 febbraio 1908. La battaglia meridionalistica, privata di uno dei suoi maggiori esponenti – non  dimentichiamo che fu interdetto dai pubblici uffici per ben quattro anni e due mesi – subì un duro colpo. Nonostante tutto, la protesta dei siciliani non si assopì. Anche se sapevano che una sua elezione a deputato sarebbe stata invalidata, Trapani, Palermo e Caltanissetta votarono sempre Nasi, dimostrando una coralità di entusiasmo politico non comune. Tutte le città siciliane, persino, Catania si schierarono a favore di Nasi. Tutte le città, nessuna esclusa, protestarono contro l’atroce offesa che, tramite Nasi, era stata fatta al buon nome della Sicilia, attingendo a delle motivazioni ideologiche che sapevano di velleitarismo sicilianista. Insomma, anche se in termini non universalmente validi, i siciliani e il Meridione tutto videro in Nasi l’esponente più rappresentativo del sicilianismo, di un movimento, cioè, tendente alla difesa degli interessi economici del Meridione tutto contro le prevaricazioni governative e i tentativi di assoggettare la Sicilia all’espansionismo industriale del Nord d’Italia [12].

Scaduta la condanna il 29 agosto del 1912, Nasi poté ripresentarsi come candidato alla Camera nelle elezioni del 1913 nei collegi di Trapani, Caltanissetta, Modica e Palermo, dove verrà eletto plebiscitariamente, malgrado Giolitti avesse fatto di tutto per ostacolarlo. A tal fine, infatti, prima delle elezioni, aveva convocato a Roma i prefetti delle tre città. Ma la risposta di questi ultimi fu unanime, poiché, senza mezzi termini, sostennero che qualsiasi mezzo si fosse adoperato, il risultato sarebbe stato identico, in quanto Nunzio Nasi è impassibile  non avrebbe avuto nemmeno bisogno di lavorarsi il collegio. Giolitti passò allora, tramite i suoi referenti isolani, alla vecchia politica clientelare, alla quale si era soliti ricorrere in momenti di elezioni con la distribuzione di croci, promesse di strade, di ponti, di bonifiche, scioglimenti di consigli comunali, invio di commissari prefettizi prepotenti verso gli enti locali, supposti avversi al candidato ministeriale, aperture straordinarie di scuole medie, inaugurazioni di ferrovie o, all’occorrenza, ritiro o concessioni di patenti di porto d’armi e di licenze per esercizio e rivendite; inizio di processi penali, che si arrestavano miracolosamente per intercessione del candidato ministeriale [13]. E quando non era possibile con questi mezzi si ricorreva all’ostruzionismo o alla mafia. Fu proprio questo scellerato comportamento finalizzato ad ostacolare l’elezione di Nasi a spingere Gaetano Salvemini a pubblicare il famoso libro Il ministro della malavita. Persino Napoleone Colajanni, di schieramento opposto a Nasi, deplorò l’intollerabile ingerenza governativa e la sfacciata protezione accordata alla malavita e alla mafia per contrastare il suo avversario. Fatti in realtà non nuovi. Erano questi i sistemi a cui i governi italiani ricorrevano in Sicilia e nel meridione per fare trionfare i candidati prediletti. Fra tutti ricorderemo il caso di Alcamo, a fine secolo, in occasione di una elezione suppletiva. Il generale Mirri chiese con franchezza militaresca al procuratore generale Venturini la scarcerazione provvisoria di un accusato di omicidio e di associazione a delinquere, perché poteva rendere utili servizi al governo nella lotta elettorale [14].

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1908, Trapani, il trionfale ritorno di Nunzio Nasi

A dispetto di Giolitti, i comizi di Nasi a Palermo, Catania, Messina, Caltanissetta, Modica, Trapani e Napoli, richiamarono folle oceaniche. I treni che lo portavano nelle varie città, subirono notevoli ritardi, perché una folla immensa li bloccava alle varie fermate per potere stringere la mano al deputato trapanese. Dall’America, dove si erano costituiti numerosi comitati pro Nasi da parte di emigrati meridionali a sostegno della sua candidatura, giunsero contributi economici per le sue spese elettorali.

I movimenti separatisti siciliani, da sempre numerosi e presenti nella storia siciliana, gli proposero di assumerne la guida. Ma Nasi, pur comprendendo le loro legittime richieste, rifiutò sempre. Credeva fermamente nell’Unità Nazionale. Il suo unico obiettivo era quello di ridare dignità al Meridione tutto.

«Voi mi avete eletto a simbolo delle vostre speranze future e voi siete la testimonianza che la forza di un uomo non deriva dall’esercizio del potere, bensì dal popolo che solo rappresenta la base delle oneste fortune politiche. Il male, vedete, è di natura politica non economica soltanto. È la camicia di forza che dobbiamo toglierci… dobbiamo togliere a questo che si chiama, con ironia, governo liberale, il mezzo di nuocere alla libertà, a questo che si chiama governo democratico il mezzo di creare tiranni. E il primo passo da compiere è quello di dare vita a una magistratura indipendente. Io non appartengo a nessun partito. Sono per il popolo. Da deputato e ministro ho sempre difeso la libertà di coscienza e i diritti di tutti i cittadini ai quali si minacciava tirannia sotto qualsiasi forma. Mi accusano di essere un separatista; ma di quale unità lesa mi vanno parlando coloro i quali l’hanno distrutta nell’anima dei popoli, mantenendo ingiustizie ed ineguaglianze? Se separatismo significa difendere la causa del proprio Paese, elevarlo a nuove fortune, allora, sì, noi siamo separatisti. Domandiamo l’autonomia perché non vogliamo che i nostri milioni vadano, come avviene dal giorno dell’Unità, in alto e che siano invece spesi da noi» [15].

A fine comizio per coprire il tragitto da piazza Ballarò a piazza Sant’Oliva, a casa del trapanese Sorrentino, che lo ospitò, l’automobile che lo trasportò impiegò ben due ore, dovendo effettuare numerose soste per consentire ai palermitani di stringergli la mano. Come nella processione del Corpus Domini numerosi balconi erano abbelliti da fini coperte o da gigantografie dei ritratti di Nasi. Persino un drappello di soldati, nei pressi del Politeama, scattò sull’attenti al suo passaggio, salutandolo militarmente. Quello che Nasi chiedeva era di dare al meridione un posto più dignitoso nella storia economica e sociale della nazione; chiedeva una politica regionale sana e dignitosa, capace di far comprendere a tutti gli italiani che la questione del Mezzogiorno era una questione nazionale e che le più fortunate regioni dell’Italia potevano sentirsi più prospere e più liete il giorno in cui tutti avessero aiutato il Mezzogiorno a risorgere.

«Come mai, dopo cinquant’anni di vita nazionale, si parla ancora di due Italie, di regioni barbare, di nuovi pericoli, di nuove riscosse? Queste non sono voci di pessimismo, bensì richiami alla realtà. Non è la Sicilia, non è il Mezzogiorno che oscilla tra l’inerzia e l’entusiasmo, ma è tutto un mondo politico. Noi abbiamo atteso con grande pazienza che prevalesse un senso della giustizia. È il momento di dire basta. È il momento che una grande Lega Meridionale si formi per gridare il nostro sdegno e per ottenere, non solo quello che ci è stato tolto, ma anche quel che non ci è stato dato. Il Mezzogiorno aveva una proprietà ecclesiastica e demaniale enorme. Le vendite male eseguite non fecero ricavare le entrate che si dovevano ottenere. L’effetto fu un trasferimento di ricchezza monetaria dalle nostre province allo Stato, che le destinò ad altre regioni dove maggiori erano le spese pubbliche. Senza dire, poi, che l’ordinamento finanziario napoletano era di gran lunga superiore al piemontese, perché basato sopra ad un sistema di piccole moderate imposte. Quello piemontese era costoso, ingombrante con imposte e tasse gravose numerosissime. Avvenne così che per effetto del nuovo ordinamento il Regno delle Due Sicilie si trovò ad un tratto, senza che nessuna trasformazione economica fosse avvenuta, a passare dalla categoria dei paesi a imposte lievi nella categoria dei paesi ad imposte gravosissime. La causa maggiore di depressioni per il Mezzogiorno è che esso dà di più e riceve molto di meno. Se fosse possibile di mettere da un lato tutto ciò che ha dato di imposte e tasse l’Italia meridionale e dall’altro ciò che lo Stato ha speso al Nord per l’esercito, la marina, la giustizia, la sicurezza e i lavori, risulterebbe che c’è differenza di parecchi miliardi che dal Mezzogiorno sono passati al Settentrione»[16].

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Trapani, Dimostrazione allo scoglio di Nunzio Nasi

Una visione della decadenza parlamentare la ebbe Cesare Abba, quando i superstiti della spedizione dei Mille, dopo cinquant’anni, giunsero in visita a Salemi. In quell’occasione, si narra, che Cesare Abba, ricordando il proclama della dittatura, abbia detto: «Ecco il rimedio a tanti mali: la dittatura avrebbe dovuto durare cinquant’anni». Egli vide l’acerbo contrasto tra i sogni patriottici del ’60 e la realtà presente.

«Intanto oggi – continua Nasi – quello che è più necessario per il Meridione è il Credito agrario, che mira a combattere l’usura e frenare l’emigrazione. Non meno urgente è la possibilità di accordare credito e miglioramenti per le cooperative, muovendo seri e concreti passi per la ripartizione del latifondo. La città non deve dimenticare il contado» [17].

Da Napoli annunzia per la prima volta la formazione di una Lega del Mezzogiorno e nel contempo la necessità di fondare un quotidiano a Roma. «La Calabria e la Basilicata – continuò – non dovranno attendere i terremoti e le calamità pubbliche per richiamare l’attenzione del governo»[18]. Il comizio di Nasi fece passare un brutto quarto d’ora a Giolitti, specialmente perché venne tempestivamente informato che da molte città della Puglia, della Calabria e della Basilicata erano partite richieste a Nasi di tenere comizi nelle loro piazze. La reazione fu ridicola. Si cercarono tutti i cavilli giuridici necessari, finalizzati a non convalidare l’elezione di Nasi alla Camera, finendo col fargli più bene che male. Dalle colonne del giornale socialista, Napoleone Colajanni scrisse: dal giorno in cui contro la legge si continuasse ad annullare l’elezione di Nasi la giustizia sarebbe cacciata da Montecitorio e comincerebbe la persecuzione politica [19]. E l’Osservatore Romano, in genere alieno dal prendere posizioni politiche, precisò che il perdurare di un tale atteggiamento politico avrebbe avuto un effetto sinistro nel Mezzogiorno d’Italia, fecondo di spiacevoli conseguenze [20]. Persino Luigi Sturzo, che non era un uomo di parte né tantomeno amico di Nasi, in una intervista diede nel complesso una immagine positiva dell’ex ministro. «Certo – disse – da principio le accuse contro Nasi fecero molta impressione; però oggi prevale l’opinione che Nasi fu vittima di odi personali, di ire e di gelosie politiche, anziché per colpe che egli avesse commesso»[21].

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Trapani, Palazzo civico

Fu così che sotto la spinta dell’opinione pubblica e comprendendo che non era più possibile né prudente continuare ad ignorare il responso delle urne, la giunta delle elezioni si riunì il 20 febbraio del 1914 per convalidarne finalmente l’elezione. Nasi ritornò in Parlamento, assumendo il ruolo di vessillifero degli interessi meridionali e della risurrezione del Sud, rappresentando, in poche parole, la sintesi degli sparsi scontenti dell’Isola. Lo scoppio della Prima guerra mondiale mandò, purtroppo, in frantumi ogni possibilità di vittoria del movimento meridionalista. La fine del conflitto, come se non bastasse, portò anche un radicale cambiamento di rotta delle richieste di politica economica da parte della media e grossa borghesia meridionale, che, proprio su questi obiettivi, un tempo concorde, andò sempre più frantumandosi. L’illusione di uno sviluppo industriale nel Sud, competitivo nei confronti del Nord, si infranse di colpo, riportando la classe borghese verso il controllo della terra, che da secoli dava garanzie più sicure di solidità e che, nel bene e nel male, aveva sempre assicurato una certa agiatezza ai grossi latifondisti. Sarà infatti nel primo dopoguerra che gli antinasiani registreranno i loro primi successi. La crisi economica seguita al conflitto mondiale, la perdita per l’economia trapanese di alcuni tradizionali mercati, e lo stesso spostarsi verso gli interessi agrari di alcune famiglie che avevano fatto la loro fortuna nei traffici e nelle industrie, provocarono lo sgretolamento delle posizioni nasiane. Successivamente il fascismo farà leva proprio sui ceti moderati, sugli agrari, per conquistare la cittadella democratica nasiana, che, comunque, sarà in Sicilia tra le ultime posizioni democratiche a cadere.

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Trapani, onoranze funebri a Nunzio Nasi

Mussolini, fedele alla sua strategia politica di attrarre nella sua orbita gli uomini più carismatici di ogni provincia e regione d’Italia, corteggiò a lungo l’ex ministro, intuendo chiaramente, con la perspicacia che certo non gli mancava, che con Nasi la penetrazione del fascismo nell’Isola sarebbe stata di gran lunga agevolata, Ma Nasi, vedendo crollare gli ideali politici per il raggiungimento dei quali aveva combattuto e pagato duramente di persona, preferì dignitosamente ritirarsi nella sua città natia a coltivare i vecchi studi di Filosofia del diritto, dando una ulteriore conferma che nella sua vita non aveva cercato né prebende né onori, né trionfi o ricchezze, ma unicamente il riscatto e l’emancipazione del Sud.

Per quanto concerne il fascismo così egli scrisse nel suo diario:

«Intanto il fascismo della nostra provincia come di quasi tutta la Sicilia, rimonta alla sesta ora, così poco cara all’on. Mussolini. Ora senza preconcetto o allusione personale, è indubbio che a Trapani e provincia il fascismo nacque per iniziativa di minoranze, alcune screditate, e con la cooperazione di rifiuti di partiti di maggioranza, i quali, alcuni per di più, hanno avuto l’abilità di trovare credito verso i poteri superiori. Sono queste le ragioni generali e principali per le quali la situazione politica della provincia di Trapani è quasi immutata. La maggioranza è eminentemente democratica ed è rimasta con la sua fede, attaccata al suo passato che nulla o poco le rimprovera e si è messa al posto di osservazione, che è il gran muro contro cui urta il fascismo locale».

Un rifiuto quest’ultimo che rischiò di costargli caro e di essere la causa di una seconda persecuzione. Non piacque all’area più reazionaria ed oltranzista del partito fascista, tanto che cercarono di accusarlo di essere di sangue ebraico. Nella “Vita Italiana”, una delle riviste più famose e diffuse nel periodo fascista, diretta da Giovanni Preziosi, notoriamente filonazista, venne pubblicato un articolo di tre pagine nel quale si sostenne che

«il nome della famiglia ebraica Nasi si collega al problema dei marrani o ebrei mascherati. Nunzio Nasi, che fu ministro della Pubblica Istruzione nel 1900 appartiene al ramo emigrato dalla Spagna in Sicilia. Gli ebrei devono essere messi nella condizione di non nuocere. Devono rientrare nel nulla. Il vecchio mondo liberale, massonico, ebraicizzato non deve più imporre il suo marchio alla storia: è condannato. È condannato a rientrare nel nulla, dinanzi al cammino vittorioso del fascismo e del nazional-socialismo»[22].

Ma Mussolini, per fortuna di Nasi, si rifiutò di prestargli ascolto. Nasi morì ad Erice nel 1935. Ma il tempo è galantuomo e il primo ottobre del 1950, in occasione dei trionfali festeggiamenti per il centenario della nascita, Enrico Molè, giunto a Trapani in rappresentanza del governo, così concluse il suo intervento:

«Ricordino quelli che hanno dimenticato e apprendano quelli che ignorano questo triste episodio della vita italiana… le pagine del processo, i resoconti del dibattimento, da cui risultano la futilità dell’accusa, dimostrano l’ignominiosa montatura, artatamente costruita per distruggere moralmente un grande uomo e un grande statista».
Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020
 Note
[1]  Sulla vicenda Nasi, vedi: S. Girgenti, La Vicenda Nasi e i suoi riflessi nell’opinione pubblica italiana, L.U.T, Trapani, 1985; A. Costa, Il calvario di un ex ministro, Piacenza 1908; N. Nasi, Memorie: Storia di un dramma parlamentare, Ciuni, Roma 1943.
[2] Cfr. M. Ganci, La Sicilia contemporanea, Palermo-Napoli, ed. Storia di Napoli e della Sicilia, 1980.
[3] S. Costanza, Note introduttive per un profilo di Nunzio Nasi, sta in “Trapani, rassegna della Provincia”, marzo-aprile 1965.
[5] Intervista rilasciata da Nunzio Nasi a “L’azione sera” di Catania il 3-4 agosto del 1908.
[6] F.S. Nitti, Su i recenti casi di Napoli, sta nella rivista “La Riforma Sociale”, fsc.12, anno VII, vol. X, Torino, 1900.
[7] Il documento fa parte del Carteggio Nasi, depositato e conservato, dopo numerose vicissitudini alla Biblioteca Fardelliana di Trapani.
[8] Ibidem.
[9] P. Sgarbi, Il nostro contributo all’inchiesta sulla P.I., sta sull’Avanti” del 10 luglio 1908.
[10] G. A. Cesareo, Delusioni e speranze della Sicilia a proposito del processo Nasi, sta nel “Giornale d’Italia” del 31 ottobre 1907.
[11] Ibidem.
[12] Sull’argomento vedi: M. Rizzone Navarra, Per l’uomo e la patria, Modica, 1910; F. Brancato, Francesco Perrone Paladini, Palermo,1962; M. Vaina, Popolarismo e nasismo in Sicilia, Quaderni della Voce, Firenze, 1911
[13] Sull’argomento vedi “Giornale di Sicilia” del 21-22 settembre, del 2-3 ottobre 1913.
[14] Ibidem, 21-22 ottobre.
[15] In “Giornale di Sicilia” del 5-6 ottobre.
[16] Il discorso integrale di Nasi a Napoli fu riportato integralmente dal “Roma” del 16-17 maggio 1913. Ampi stralci del discorso furono pubblicati dal “Giornale di Sicilia” e dal “L’Ora”.
[17] Ibidem.
[18] Ibidem.
[19] In “Rivista Popolare” del 15 marzo 1913.
[20]  In “L’Osservatore romano” del 3 giugno 1913.
[21] In “Corriere d’Italia” del 24 ottobre 1907.
[22] P. Pellicano, Il nucleo famigliare ebraico Nasi, in “La Vita Italiana”, anno XXIX, maggio 1941, Roma: 547.
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Salvatore Girgenti, docente di storia e filosofia, giornalista, saggista, Preside dell’I.T.C. “Europa” di Erice, è stato direttore della Scuola Superiore di Giornalismo della Libera Università di Trapani, dove ha anche insegnato Storia contemporanea. È presidente dell’Accademia di Studi Medievali di Trapani. Ha collaborato alla terza pagina della “Sicilia” di Catania e alle riviste “I Nuovi Quaderni del Meridione”, “Incontri Meridionali”, “Il Trimestre”, “La Fardelliana”, “Libera Università del Mediterraneo” e “Cronache Parlamentari”. Ha pubblicato, tra l’altro: La vicenda Nasi e i suoi riflessi nell’opinione pubblica italiana (1985), Siciliani Illustri (1985), La Compagnia dei Bianchi di Trapani (1988), Cent’anni fa l’esposizione nazionale di Palermo (1991), Le radici ebraiche dell’ordine templare: un’ipotesi di ricerca (2011), Il caso Tancredi. Una storia siciliana (2018).

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