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Ripensare alla “convivialità” di Illich in una prospettiva sociologica contemporanea

la-convivialitadi Rossana M. Salerno 

Introduzione 

Il termine convivialità, nel suo uso quotidiano, rimanda a momenti di socialità piacevole, a un “essere insieme” – “allo stare insieme” nello stesso luogo. È un concetto che appartiene all’esperienza ordinaria e che richiama un modo sereno di abitare il tempo comune, la straordinarietà e l’ordinarietà delle relazioni sociali. Tuttavia, Ivan Illich, ne La convivialità (1974), opera una trasformazione semantica radicale: sottrae il termine alla sfera del costume e lo ricolloca all’interno di un discorso politico e antropologico di grande portata. Nella sua riflessione, la convivialità non descrive un’atmosfera o uno stile di relazione, ma una struttura sociale alternativa. Diventa una categoria critica in grado di leggere la modernità, smascherando le conseguenze profonde e distruttive della società industriale avanzata.

Illich mostra come ciò che comunemente viene percepito come progresso — maggiore produzione, più servizi, tecnologie sempre più complesse — nasconda un processo di espropriazione della libertà: gli strumenti tecnici, oltre una certa soglia, cessano di essere mezzi nelle mani degli individui e diventano apparati che li governano. La convivialità, reinterpretata in questo senso, serve a mettere in luce la perdita progressiva di autonomia, l’erosione della creatività sociale e l’involuzione dell’individuo da soggetto creativo a semplice utente-consumatore. Essa svela come l’organizzazione industriale della vita riduca la pluralità umana a ingranaggio, generando dipendenza e passivizzazione.

In questo quadro, Illich introduce la nozione di strumento conviviale, uno dei concetti più originali della sua opera. Uno strumento può dirsi conviviale quando resta alla portata di tutti, senza essere monopolizzato da specialisti o amministrazioni che ne controllano i codici, l’uso e lo scopo. È uno strumento che potenzia l’individuo invece di limitarlo, che amplia il campo dell’azione possibile, che non richiede apparati esterni per funzionare e che non crea ruoli gerarchici di dominio, come “esperti esclusivi” e “utenti dipendenti”.

Lo strumento conviviale permette all’individuo di agire nel mondo senza essere agito: un’affermazione che coglie nella sua essenza la critica illichiana ai processi di istituzionalizzazione. Quando l’apparato tecnico organizza la vita – stabilisce il ritmo, definisce i bisogni, prevede comportamenti e soluzioni – la libertà diventa un simulacro. Lo strumento conviviale, invece, restituisce alla persona la possibilità di scegliere, modificare, creare, condividere. È un mezzo che genera potere personale e comunitario, non dipendenza o alienazione.

La convivialità così intesa non corrisponde quindi al “semplice stare bene insieme”: è una forma di organizzazione sociale che richiede responsabilità, misura e capacità di autolimitazione. L’uso conviviale degli strumenti presuppone una scelta culturale: decidere che la libertà e le relazioni hanno più valore dell’efficienza astratta o della produttività illimitata. Per questo Illich lega la convivialità a un’etica dell’austerità creativa, fondata sulla sobrietà e sulla cooperazione, non sul consumo o sulla competizione.

Sul piano sociologico, la convivialità si presenta come una risposta radicale alla crisi della modernità industriale. La società contemporanea, infatti, ha costruito un modello in cui l’apparato tecnico tende a inglobare la totalità della vita: la sanità, l’educazione, la mobilità, il lavoro, il tempo libero. Questo processo, nonostante l’apparente crescita del benessere, produce nuovi tipi di povertà: povertà di autonomia, povertà di relazioni, povertà di senso. Illich coglie con forza questa dinamica, mostrando come la centralizzazione degli strumenti porti a ciò che chiama “monopolio radicale”: la sostituzione delle capacità umane con servizi industriali e la progressiva incapacità della società di fare affidamento sulle proprie risorse interne.

Dunque, la convivialità si configura come una proposta alternativa che mette al centro quattro principi fondamentali: relazione, misura, comunità e autonomia. Non sono semplici parole-valigia, ma categorie profondamente intrecciate che permettono di ripensare in modo critico il nostro modo di vivere insieme.

Anzitutto, la relazione: nello strumento conviviale la dimensione relazionale non è un effetto secondario, ma il cuore stesso del suo funzionamento. Uno strumento è davvero “conviviale” solo se favorisce l’incontro, la cooperazione e la reciprocità; solo se mette le persone in condizione di agire insieme, anziché isolarle in ruoli passivi di utenti. La relazione diventa così il primo antidoto all’alienazione, perché restituisce all’agire umano un carattere co-creativo.

Accanto alla relazione, la convivialità introduce il principio della misura. Per Illich, infatti, la tecnica diventa disumana non quando è troppo semplice, ma quando eccede la scala dell’umano, quando supera la “seconda soglia” e si trasforma in apparato oppressivo. La misura non è un limite castrante, ma la condizione che mantiene lo strumento al servizio della vita, evitando che esso si gonfi fino a produrre dipendenza, controllo e passivizzazione. La misura è, in altre parole, una forma di tutela della libertà.

Crowd of young and elderly men and women in trendy hipster clothes. Diverse group of stylish people standing together. Society or population, social diversity. Flat cartoon vector illustration.Il terzo principio di Illich (1974) è la comunità. La convivialità riconosce che nessuna libertà individuale può esistere senza un contesto condiviso che le dia forma, sostanza e continuità. La libertà non nasce nel vuoto, ma dentro un tessuto sociale fatto di legami, tradizioni, scambi, responsabilità reciproche. La comunità non è il luogo che limita l’individuo, ma quello che lo rende possibile. È nello spazio comunitario che la convivialità prende corpo: nei gesti, nelle relazioni, negli strumenti che le persone imparano a usare e condividere.

Infine, la convivialità è autonomia, scrive Illich, ma un’autonomia intesa non come autosufficienza individualistica, ma come capacità di gruppi e persone di auto-organizzarsi, scegliere i propri strumenti, definire i propri bisogni e i propri limiti. L’autonomia è la forma politica della convivialità: la possibilità di decidere insieme quale tipo di vita si vuole costruire, quali strumenti utilizzare, quali istituzioni riconoscere e quali trasformare.

In questa prospettiva, Illich diventa un autore imprescindibile per comprendere le trasformazioni contemporanee e per immaginare nuovi modelli sociali capaci di resistere alla logica della produttività illimitata. Il suo pensiero non offre soltanto una critica, ma una proposta: la convivialità come principio ordinatore di una società più umana. Essa ci invita a ripensare la politica come spazio di corresponsabilità, l’educazione come pratica diffusa e non monopolizzata, la tecnologia come strumento proporzionato e non dominante, la comunità come luogo generativo di libertà.

Dunque, la convivialità ci ricorda che la vita buona non dipende dalla quantità di servizi che riceviamo, ma dalla qualità dei legami che sappiamo costruire, dalla capacità condivisa di creare, agire, cooperare e dare forma al mondo insieme. È in questa capacità co-creativa che risiede la speranza sociale e la possibilità di una modernità diversa, più sobria, più libera e più profondamente umana. 

i__id7538_mw600__1xLa lezione sulla “convivialità” e la “speranza” oggi 

Tra i passaggi più innovativi del pensiero di Illich vi è la definizione di società conviviale. Egli scrive: «chiamo società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo» (Illich, 1974: 15). Con queste parole egli introduce un significato profondamente nuovo e tecnico della convivialità: non più semplice socialità, ma una forma di organizzazione sociale che restituisce alle persone il potere di usare e orientare gli strumenti.

Per Illich, infatti, conviviale è quella società in cui ciascuno può fare uso degli strumenti necessari per realizzare le proprie intenzioni, senza dover passare attraverso apparati centralizzati. Il contrario della convivialità è la produttività industriale, dove l’efficienza prevale sulla libertà e gli strumenti diventano così complessi da richiedere specialisti che ne detengono il monopolio. Ne derivano gerarchie, dipendenze, ruoli rigidi: l’individuo diventa “utente-consumatore”, un destinatario passivo, espropriato della propria capacità di modellare il mondo.

Illich offre un esempio rivelatore: nei Paesi ricchi, i carcerati dispongono di più beni e servizi delle loro famiglie, ma sono privi della capacità di incidere sulla loro forma di vita. Possono consumare, ma non partecipare. Questa condizione è, per Illich, l’esatto opposto della convivialità. Avere accesso ai beni non significa essere liberi: significa esserlo solo se gli strumenti sono realmente sotto il controllo delle persone e delle comunità.

Per questo Illich introduce la figura dell’uomo austero, colui che trova la propria gioia nell’impiego degli strumenti conviviale, non perché rinuncia ai piaceri, ma perché sceglie strumenti che non ostacolano le relazioni, che non lo isolano e non lo rendono dipendente. L’austerità, richiamando Aristotele e Tommaso d’Aquino, non è privazione, ma virtù della misura che favorisce l’amicizia, l’eutrapelia, la gioia condivisa. È il modo in cui una persona si mantiene protagonista della propria vita, senza abdicare al proprio potere di azione.

Questo ci porta direttamente al cuore del discorso: la comunità. Etimologicamente cum-munus indica sia il legame (cum, con) sia il dono e il compito condiviso (munus). Il titolo stesso — con il trattino e i tre puntini di sospensione — suggerisce che la comunità è una realtà mai conclusa: un processo aperto, un cammino che lega passato, presente e futuro. La comunità non è un dato, ma una narrazione condivisa che si rinnova nel tempo. È, soprattutto, uno spazio di pluralità: come ricorda Arendt (2021), gli uomini possono comprendersi perché sono uguali, ma hanno bisogno del discorso e dell’azione proprio perché sono diversi.

Da qui emerge una visione del dialogo come attraversamento: un movimento in cui le differenze non si annullano ma convivono, in cui non si cerca un facile consenso, ma un avanzare insieme, aprendo strade nuove e attraversando territori sconosciuti. È un dialogo che produce contaminazione, innovazione, possibilità.

La convivialità, quindi, non è una semplice categoria tecnica, ma una categoria politicaformativautopica, capace di mettere in relazione approcci teorici e pratiche sociali. La sua forza sta proprio nella capacità di connettere l’alto e il basso, l’analisi dei sistemi e la vita quotidiana delle persone, generando una visione di società fondata sulla libertà, sulla relazione e sulla creatività condivisa. La modernità, pur essendo ricca di strumenti, tecnologie e servizi, rischi di generare nuove forme di dipendenza, passività e perdita del senso politico e comunitario.

61ibbfutlml-_ac_uf10001000_ql80_Ponendo parallelamente le teorie di Arendt e Illich, pur partendo da ambiti diversi, ci aiutano a vedere la stessa crisi da due prospettive complementari: Arendt denuncia la dissoluzione dello spazio pubblico, dove gli individui non agiscono più insieme, mentre Illich analizza come la sovra-industrializzazione trasformi le persone in utenti e consumatori, privandole della capacità di usare strumenti in modo libero e creativo. Mettere insieme le loro intuizioni permette di cogliere un punto centrale: la libertà umana – che non è garantita né dalla tecnologia né dai servizi, ma dalla capacità delle persone di agire, parlare, cooperare e mantenere il controllo degli strumenti che essi stessi utilizzano – incontrandosi nella convivialità descritta da Illich. Entrambi indicano la necessità di recuperare forme di vita in cui l’agire, la cooperazione, la responsabilità e la misura tornino ad essere al centro. Arendt lo fa attraverso la rivalutazione dell’azione politica e dello spazio pubblico e Illich attraverso la proposta di una società conviviale in cui gli strumenti siano riportati alla scala umana e restituiti al controllo delle comunità.

Ivan Illich, criticando la sovra-industrializzazione, ci ricorda che l’essere umano vive non soltanto di beni e servizi, ma della capacità di usare strumenti che non lo dominino, che gli consentano di agire con altri e non al posto di altri. La convivialità, per Illich, è questa capacità: un modo di organizzare la vita sociale in cui gli strumenti restano proporzionati, condivisi, aperti alla creatività e all’autonomia. Laddove gli strumenti si fanno troppo complessi e richiedono specialisti che ne detengano il controllo, la società perde la propria convivialità e l’uomo smarrisce la sua libertà: diventa utente, consumatore, destinatario passivo. È in questo contesto che Illich lancia il suo monito: «Dobbiamo riscoprire la distinzione fra speranza e aspettativa». Le società industriali non alimentano la speranza – che richiede libertà, responsabilità, immaginazione – ma generano aspettative: l’attesa che apparati impersonali risolvano i problemi al posto nostro. L’aspettativa è passiva; la speranza è attiva. La prima immobilizza, la seconda libera.

In questo anno giubilare “della speranza” Papa Leone XIII – attraverso le sue parole «il cuore umano non può vivere senza speranza, il pontefice non ha espresso solo una verità spirituale, ma una profonda intuizione sociologica: una società che non genera speranza – che non offre significati, relazioni, orizzonti condivisi – è una società che rischia di collassare sul piano morale e sociale. La speranza, per Leone XIII, è ciò che tiene insieme il mondo: ciò che permette all’individuo di non cedere alla disperazione e alla collettività di non disgregarsi. Le società che vivono di sole aspettative tecniche e consumistiche, senza speranza, diventano società smarrite.

Dalla convivialità alla speranza si apre così un percorso che non è solo teorico, ma profondamente pratico: un invito a recuperare relazioni significative, a usare strumenti che non “disumanizzano”, a ricostruire comunità, a credere nel futuro della reciprocità non perché essa ci sarà data per forza, ma perché possiamo costruirla insieme attraverso la fiducia verso l’altro. Una società conviviale diviene, perciò, anche una società che sa sperare; una società capace di agire è una società che non si limita ad aspettare ma il pensiero del fare si traduce in azione nella collettività come supporto e come scambio di interazione “conviviale”.  

Ripensare alla “convivialità” di Illich in una prospettiva sociologica contemporaneavan Illich

Ivan Illich

Conclusione 

Oggi la convivialità assume un significato nuovo e più profondo rispetto a quello originariamente proposto da Illich: non è soltanto la capacità di “stare insieme”, ma la possibilità di costruire forme di vita in cui gli strumenti, le tecnologie e le istituzioni non annullano l’autonomia umana, bensì la amplificano. Nel mondo iperconnesso e ipertecnologico contemporaneo, la convivialità diventa la misura critica per valutare quanto una società sia capace di favorire relazioni libere, azioni condivise e cooperazione non mediata dall’efficienza degli apparati. La pandemia ha reso questa consapevolezza ancora più evidente: il lungo periodo di isolamento, il trasferimento massiccio della vita sociale sul digitale, la paura del contatto e la frattura dei rituali quotidiani hanno lasciato segni tangibili nelle relazioni. Da un lato, hanno indebolito la spontaneità della presenza e generato diffidenze sottili; dall’altro, hanno mostrato quanto il legame umano sia un bisogno vitale, insostituibile, capace di restituire senso anche nei momenti di maggiore fragilità. La convivialità post-pandemica è quindi più fragile ma anche più consapevole: non la si dà più per scontata, la si custodisce, la si ricostruisce come bene comune.

In questo quadro, la speranza non è un sentimento astratto, ma un indicatore strutturale sulla condizione di “salute” di una comunità. La distinzione proposta da Illich tra speranza e aspettativa diventa decisiva: le società che funzionano solo attraverso aspettative – cioè pretese verso lo Stato, la tecnologia, la medicina, l’economia – producono individui passivi, disillusi e vulnerabili; mentre le società che alimentano la speranza generano capacità di azione, responsabilità condivisa e immaginazione collettiva del futuro.

Mantenere la speranza, oggi, significa allora ritornare alla convivialità: scegliere strumenti che non ci dominino, restituire centralità ai legami, favorire l’azione comune, ricostruire spazi reali di incontro dopo la frammentazione pandemica. Significa credere che il futuro non è un prodotto da ricevere, ma una realtà da costruire insieme. In un tempo in cui la solitudine digitale cresce e gli apparati diventano sempre più pervasivi, la speranza è forse l’atto più radicale che possiamo compiere: un gesto comunitario che restituisce dignità all’umano e che trasforma la convivialità in un progetto politico di libertà condivisa.

Chiedersi se oggi siamo davvero capaci di essere conviviali significa interrogare non solo i nostri comportamenti individuali, ma l’intera struttura delle società in cui viviamo. La convivialità, nella prospettiva di Illich, non è semplicemente una predisposizione caratteriale – non è cordialità, simpatia o buona educazione – ma una competenza sociale complessa: la capacità di usare strumenti, relazioni e spazi comuni senza cadere né nella dipendenza dagli apparati né nella competizione distruttiva. È, in altre parole, una forma di libertà condivisa. E proprio per questo la risposta non è affatto scontata.

Siamo capaci di convivialità nella misura in cui riusciamo a cooperare senza delegare tutto alle istituzioni, senza farci travolgere dalla logica del consumo e senza ridurre il mondo a un insieme di servizi da utilizzare.

Ma molte dinamiche della contemporaneità vanno nella direzione opposta: l’individualismo competitivo, la frammentazione delle comunità, il dominio del digitale, la solitudine urbana e la pervasività degli apparati tecnici rendono sempre più difficile coltivare relazioni autentiche e reciproche. La pandemia ha amplificato questa difficoltà, facendo emergere paure, distanze, ritrosie, ma allo stesso tempo ha mostrato — forse più di ogni altra crisi recente — quanto la convivialità sia un bisogno vitale e non un lusso. Abbiamo sentito nostalgia della presenza, del corpo, del gesto quotidiano; abbiamo scoperto che la mediazione tecnologica non basta a generare comunità.

La convivialità, dunque, non è qualcosa che possediamo automaticamente: è una competenza da apprendere e da custodire, una pratica sociale che richiede tempo, disponibilità, apertura, ascolto, coraggio. È un agire che si fonda sulla pluralità, come ricorda Arendt (2021): «la capacità di abitare uno spazio comune riconoscendo che gli altri non sono ostacoli, ma condizioni della nostra libertà». Ed è anche questo pensiero una forma di speranza, come insegna Papa Leone XIII: «una fiducia nel fatto che il legame con l’altro può generare futuro», dunque, la relazione non è un rischio ma un’occasione.

Continuo a chiedermi se al giorno d’oggi siamo davvero capaci di essere conviviali negli stessi termini definiti da Illich. Lo siamo in potenza, perché la convivialità appartiene alla struttura dell’essere umano: viviamo di relazioni, di cooperazione, di sguardi condivisi. Ma siamo spesso in difficoltà, perché le forme sociali della modernità – dalla tecnocrazia alla cultura della prestazione, fino all’isolamento digitale – erodono le condizioni che rendono possibile questa convivialità.

Essere conviviali, oggi, significherebbe intraprendere un percorso: riconoscere la fragilità dei legami, scegliere strumenti che non ci sovra-determinano, ricostruire comunità locali, praticare l’azione condivisa e mantenere viva la speranza che un modo diverso di vivere insieme è possibile. La convivialità non è un dato: è un compito. È la risposta più radicale che possiamo dare alla solitudine contemporanea. È la forma concreta che assume la speranza quando diventa vita sociale.

Nella società contemporanea si parla spesso di “comunità”, ma ciò che viviamo quotidianamente assomiglia più a un surrogato che a una comunità reale. Le nostre interazioni, sempre più mediate da strumenti digitali e organizzate da ritmi lavorativi frenetici, producono un senso apparente di comunità: gruppi, chat, reti sociali e legami effimeri e intermittenti che danno l’illusione di essere insieme senza richiedere il coinvolgimento profondo tipico delle relazioni autentiche. Sociologicamente, si tratta di forme di aggregazione “liquide” — fluide, reversibili, a basso investimento emotivo — che permettono di sentirsi parte di qualcosa senza assumere le responsabilità e la presenza che una comunità richiede davvero.

La convivialità, nel senso proposto da Ivan Illich, è qualcosa di molto diverso. Non coincide automaticamente con la comunità, né con il semplice “stare insieme”: è la capacità di utilizzare strumenti, tempi e relazioni in modo tale da accrescere l’autonomia delle persone e il loro potere di agire insieme. La convivialità non nasce da un’appartenenza formale ma dal fare con, dall’incontro che permette progettualità, creatività, azione comune. Per questo, una società può avere molte “comunità apparenti” – gruppi, reti, aggregazioni momentanee – ma rimanere poco conviviale se gli individui non dispongono di strumenti e spazi che li rendano realmente capaci di cooperare, decidere, costruire insieme.

È qui che la pandemia e la digitalizzazione massiva hanno reso più visibile la differenza tra i due concetti. Abbiamo continuato a sentirci “connessi”, ma abbiamo anche scoperto che questo non bastava a generare comunità reale, quella fatta di presenza, reciprocità, responsabilità condivisa. Allo stesso tempo, abbiamo compreso quanto la convivialità – intesa come capacità di incontrarsi, agire insieme, essere parte attiva di un contesto – fosse fragile e bisognosa di spazi adeguati, di tempo liberato dalla frenesia, di strumenti non alienanti.

In questo caso il pensiero di Arendt ci aiuta ancor oggi a capire perché la comunità nasce solo dove c’è uno “spazio dell’apparire”, uno spazio pubblico nel quale le persone possano agire e parlare concretamente tra loro. Senza questo spazio, la comunità si riduce a un insieme di contatti; e senza autonomia e partecipazione, non può esistere convivialità.

In questa prospettiva, la sfida del presente è duplice: ricostruire comunità reali e praticare convivialità reale. La comunità dà il contesto affettivo e simbolico in cui sentirsi riconosciuti; la convivialità fornisce la capacità concreta di agire insieme, di contribuire, di creare. Quando queste due dimensioni si incontrano, la società diventa un luogo generativo, capace non solo di sostenere i suoi membri ma anche di alimentare quella speranza che permette (ancora) ai gruppi sociali di immaginare e costruire futuro non solo interconnesso ma soprattutto di reciprocità conviviale. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Riferimenti bibliografici 
Arendt, H. (2021). Vita activa. La condizione umana (A. Dal Lago, trad.). Milano: Bompiani.
Illich, I. (1974). La convivialità. Milano: Mondadori.
Illich, I. (2012). Rivoluzionare le istituzioni. Celebrare la consapevolezza. MilanoMimesis

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Rossana M. Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.
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