di Franco Pittau, Jürgen Schleider
Introduzione all’opera
Goethe pervenne solo nel 1816 alla redazione definitiva del primo volume del diario sulla esperienza italiana (intitolato Italienmische Reise), mentre nel 1817 fu pubblicato il secondo volume (intitolato Zweiter Roemischer AUfenthalt): in questo secondo periodo, da giugno 1787 a marzo 1788, egli non scrisse giornalmente ma all’incirca una volta al mese, in forma riassuntiva. A questi due volumi fu aggiunta in seguita un’appendice, per un totale di oltre 700 pagine.
Allora, come tuttora, il testo riscosse un grande interesse e il presente articolo si propone di motivare il desiderio di una sua lettura integrale, proponendo una serie di brani raggruppati per temi. Il lettore non si troverà confrontato con un’arida elencazione di luoghi, città, monumenti e persone incontrate, seppure scritta da un grande letterato, esperto anche in diverse discipline scientifiche. Il diario offre pagine piacevoli, che aiutano a capire perché per alcuni secoli le persone colte, desiderose di perfezionare la loro cultura, venivano in Italia, custode delle opere d’arte greche e romane classiche e di quelle del Rinascimento.
Il primo paragrafo è dedicato all’esperienza del Grand Tour che prevedeva una tappa quasi obbligatoria in Italia. Per il cambiamento che subì, nella sua personalità e nel suo stile, Goethe spicca tra tanti illustri personaggi che fecero la stessa esperienza. Il paragrafo seguente è dedicato alle tappe del viaggio di Goethe. Uno specifico paragrafo, che risponde a tante legittime curiosità, ragguaglia (sulla base dell’esperienza fatta da Goethe) delle difficoltà che un viaggiatore europeo poteva incontrare inoltrandosi nel Meridione. Quindi, singoli paragrafi trattano di Roma, Napoli e Palermo, che costituirono le tappe più significative della sua permanenza.
Abbiamo preso in considerazione anche altri due temi, spesso richiamati nel diario: l’atteggiamento di Goethe nei confronti dei riti della Chiesa cattolica, ritenuti eccessivamente caratterizzati dall’esteriorità, fatta però eccezione per le espressioni di grande misticismo e, venendo al secondo dei temi accennati, l’interesse che un letterato/scienziato poteva trovare in una terra così diversa da quelle nordiche. Sono impareggiabili le pagine che descrivono la bellezza della natura in un Paese pieno di luce, ricco di opere d’arte, dove la gente sa godere del poco che ha, il tutto descritto con una proprietà linguistica e uno stile in grado di catturare l’attenzione.
Le conclusioni sono dedicate alla sua convinta adesione al classicismo, che gli permise di parlare di una vera e propria rinascita personale e letteraria. Fatta eccezione per le considerazioni da noi svolte per inserire quest’opera nel suo contesto storico-culturale, nel commentare il diario ci siamo limitati a brevi frasi di raccordo e dei brani citati abbiamo riportato anche il luogo e la data in cui essi furono scritti, così che ogni lettore all’occorrenza potrà ritrovare gli stessi testi nella versione integrale, prendendo in mano una qualsiasi edizione del diario.
La collocazione di Goethe nell’ambito del Grand Tour
Il Grand Tour europeo, di cui il viaggio di Goethe in Italia si può ritenere l’esempio più significativo, fu una tradizione che si protrasse nel “vecchio continente” per circa due secoli. Questa tradizione con questo nome ebbe origine in Inghilterra nel XVII secolo, quando, dopo l’esperienza repubblicana e il protettorato di Oliver Cromwell, il parlamento nel 1680 invitò re Carlo II, allora in esilio, a riprendere il trono. In quel periodo molti giovani aristocratici, accompagnati dai loro tutor e precettori, iniziarono a trascorrere un periodo di qualche mese o più negli altri Paesi europei per completare la loro formazione tramite la conoscenza di altre culture, altre lingue, altri paesaggi, altri stili nonché lo studio dei monumenti antichi, per i quali l’Italia era ineguagliabile.
Nel XVIII secolo, in piena diffusione dell’Illuminismo, il Grand Tour divenne una vera e propria moda culturale che, meno elitaria continuò a interessare oltre ai membri dell’aristocrazia, anche la classe borghese. Verso la metà del XIX secolo andò rarefacendosi questa esperienza nella sua forma classica quando Thomas Cook organizzò il 5 luglio 1841 la prima forma di turismo collettivo coinvolgendo centinaia di persone. L’iniziativa consistette in un viaggio in treno da Leiicester a Loughborough, mentre successivamente diede luogo a una moltiplicazione e diversificazione dei progetti. In questo periodo furono anche frequenti i casi di viaggiatori romantici (come Byron, Chateaubriand, Stendhal) e scientifici. Ricordiamo che il famosissimo primo viaggio scientifico di Darwin iniziò il 27 dicembre 1831.
Ritornando al nostro tema specifico, dopo aver accennato agli sviluppi di massa o ai viaggi attuati per scelte individuali diverse da quelle riscontrabili nel periodo classico del Grand Tour, è opportuno sottolineare il gran numero di quelli che in Germania, in Inghilterra e Francia, tra il XVII e il XXVIII secolo realizzarono il loro Gran Tour e visitarono l’Italia.
Oltre a Goethe, che fece il suo viaggio in Italia già carico di fama in tutta Europa dopo la pubblicazione de I dolori del giovane Werther, diversi altri illustri viaggiatori vollero fare l’esperienza italiana, spinti da motivazioni diverse da quelle di Goethe, che possiamo sintetizzare nella maniera seguente:
- l’osservazione storica e artistica per Montesquieu, Voyage en Italie (1728);
- il réportage su quanto sperimentato (con una forte vena ironica) per Laurence Sterne, Sentimental Journey through France and Italy (1768);
- l’attenzione agli aspetti religiosi per René de Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem (1811);
- la registrazione delle emozioni personali per Stendhal, Rome, Neaples et Florence (1817).
Le differenze, alle quali abbiamo fatto cenno, risalteranno maggiormente nel corso delle riflessioni che seguiranno. La comparazione di Goethe con gli altri illustri viaggiatori di quel periodo non sarebbe completa se non introducessimo un confronto con i nomi più famosi tra i tedeschi dell’epoca che fecero il viaggio in Italia. Innanzi tutto bisogna sottolineare che l’esperienza italiana in Germania era una pratica diffusa, ma vi furono anche quelli che non ritennero affatto necessario andare in Italia per immergersi nell’arte classica, e lasciarsi influenzare dai grandi capolavori del Rinascimento alla ricerca dell’armonia delle forme.
Ad esempio, Caspar David Friedrich (1774–1840), uno dei più importanti pittori del periodo romantico, molto apprezzato per i suoi paesaggi, rifiutò il viaggio in Italia, perché preferiva una visione nordica e spirituale della natura. Tra quelli che invece ritennero importante rafforzare la loro ispirazione in Italia, le aspettative furono differenziate e solo in parte in parte vicine quelle di Goethe.
Il filosofo Johann Gottfried Herder (1744–1803), che si trattenne in Italia a cavallo tra il 1788 e 1789, fu il precursore del movimento “preromantico Sturm un Drang ed esercitò su Goethe una grande influenza. In Italia egli si mostrò interessato all’arte classica e a quella del Rinascimento, ma a Napoli apprezzò anche la simbiosi tra natura, musica e il popolo, considerandola l’anima di quella civiltà.
Johann Heinrich Wilhelm Tischbein (1751–1829), pittore neoclassico molto conosciuto per avere collaborato con Goethe durante la sua permanenza a Roma e a Napoli e per avergli fatto il celebre ritratto sullo sfondo della campagna romana. Egli influì sulla diffusione dello stile classico nella pittura tedesca [1].
Alexander von Humboldt (1769-859) in Itala ne subì il fascino delay vitalità e qui, da appassionato cultore delle scienze naturali, studiò la geologia e i vulcani, salendosi come Goethe sul Vesuvio.
Karl Friedrich Schinkel (1781–1841), architetto della corrente neoclassica tedesca, soggiornò a Napoli nel periodo 1803–1805. Dall’arte classica e dal Rinascimento trasse l’ispirazione di un’armonia sobria, che si riflette a Berlino nella Schauspielhaus.
Friedrich Wilhelm Schelling (1775–1854) fu un filosofo idealista che visitò Roma e Firenze e vide nell’arte la rivelazione dell’infinito, lasciandosi ispirare dall’estetica classica e rinascimentale.
Heinrich Heine (1797–1856). poeta romantico e giornalista, arrivò nella penisola nel 1828, non condivise l’idealizzazione dell’Italia e riportò le sue impressioni con toni ironici e taglienti, come si rileva dalla seguente affermazione: «I tedeschi amano gli italiani i quali sono come statue che parlano troppo: questo è un problema»: uno stile narrativo molto diverso dal garbo con cui Goethe inserisce anche critiche nel suo diario, sovrastate comunque da un ricorrente e sincero apprezzamento.
Concludendo questo confronto, possiamo affermare che diversi aspetti di queste motivazioni erano in parte simili a quelli che ispirarono il viaggio di Goethe, che però fu dettato da un’esigenza più radicale: avvicinarsi al mondo classico, al Rinascimento.
La durata, le tappe e le motivazioni del viaggio di Goethe
Il viaggio di Goethe iniziò dalle 3 di notte il 3 settembre 1786 fino alle 3 del mattino nella località termale di Karlsbad, dove egli era solito recarsi. Partì da solo, sotto il falso nome di Filippo Moeller, desideroso di restare in incognito durante la sua permanenza, specialmente nello Stato Pontificio, dove il suo romanzo sul giovane Werther era stato messo all’indice per istigazione al suicidio. La privacy, inoltre, era da lui desiderata per evitare di dedicare un eccessivo tempo alle relazioni, pregiudizievole ai suoi programmi di privilegiare le visite conoscitive: ma ciò gli riuscì solo in parte e diversi furono lieti di incontrare uno scrittore così famoso.
Lasciò la corte di Weimar, dove era attivo da un decennio, senza alcun preavviso e senza aver confidato ad alcuno il suo progetto: secondo qualcuno lo aveva confidato solo al duca Carl Albert, impegnandolo a mantener il segreto. Comunque fosse andata, il duca, che era un suo caro amico, fu benevolo con questo suo ministro e considerò l’assenza come un congedo retribuito. Goethe non fece parola del suo viaggio, nonostante la lunga e stretta amicizia, neppure alla nobildonna Charlotte on Stein, con la quale al ritorno interruppe le relazioni per sposare una popolana Cristiane, forse influenzato dalla semplicità naturale dei rapporti sentimentali con le popolane vissuti in Italia, che lo ispirarono a scrivere le Elegie romane, un classico della letteratura sentimentale-erotica, pare dedicato alla “bella Faustina” conosciuta a Roma
L’inizio del viaggio lo mise in contatto con il maestoso spettacolo delle Alpi e gli permise anche di conoscere per la prima volta il mare a Venezia, dove si fermò 15 giorni. Poiché tanta era la voglia di arrivare a Roma, questa prima parte si svolse velocemente, con brevi soste nelle città (appena tre ore a Firenze, tanto era smanioso di raggiungere Roma). Risultano tuttavia interessanti le sue riflessioni sui monumenti antichi, sulle ville, sui dipinti e quant’altro da lui visitato. Le sue tappe principali furono Verona, Vicenza, Padova, Venezia, Ferrara (dove si recò a, visitare la tomba di Torquato Tasso, sul quale iniziò a comporre il poema) e Bologna e, come accennato, proprio di sfuggita Firenze.
Giunto a Roma, vi restò per molti mesi nella prima parte del suo soggiorno, affascinato dal peso della storia che aleggiava nella città eterna, attestato dai monumenti, dalle chiese, dai dipinti, dall’architettura, che cercò di imprimersi nella mente, visitandoli anche più volte, recandosi anche nei castelli romani.
Non trascurò di partecipare alle manifestazioni culturali della città e di curare le buone compagnie, in particolare quella del pittore Johann Tischbein, che gli rese un prezioso servizio organizzativo e fu autore del celebre dipinto in cui lo ritrasse sullo sfondo della campagna romana e lo accompagnò anche a Napoli. Fu lui a cercargli il disegnatore Piech come compagno per la prosecuzione del viaggio.
A differenza della maggior parte dei viaggiatori dell’’epoca. che a stento si recavano a Napoli per visitare il Vesuvio e Pompei, Goethe si fermò per più di un mese nella città partenopea, ritornandovi anche dopo il suo viaggio in Sicilia. Egli ebbe così modo di salire anche tre volte sul Vesuvio. Arrivato via mare in Sicilia, si immerse nell’ammirazione nelle vestigia della Magna Grecia nel corso di un viaggio avventuroso. E così, oltre a Roma, anche Napoli e la Sicilia entrarono nel cuore del poeta. Egli non si limitò ad apprezzare i monumenti e le opere d’arte, ma volle anche conoscere da vicino la gente del posto, praticare la lingua italiana (che riuscì a parlare e scrivere fluentemente), leggere libri di autori italiani, osservare la natura con lo sguardo proprio dello scienziato, acquisire una conoscenza approfondita della tipica natura mediterranea, unendo insomma nella sua visione natura, arte, scienza, senso della vita e delle relazioni umane.
Lasciata la Sicilia e ultimato il secondo soggiorno a Napoli, Goethe ritornò a Roma per un più lungo soggiorno, dopo il quale intraprese la via del ritorno, intervallato da brevi soggiorni e a Firenze, Parma e Milano. La nostalgia dell’Italia, da lui idealizzata come il Paese terra della cultura classica, lo accompagnò fino alla morte, mentre attorno a lui andava prevalendo sempre più il romanticismo. La frase “Più luce”, che si riporta avesse pronunciato un momento prima di morire, alludeva forse a questa luminosa esperienza vissuta in Italia?
Nella mente la rivoluzione francese segnò l’inizio di una modernità, che per diversi aspetti non lo trovarono consenziente. La pubblicazione dell’opera Die italienische Reise non riprese solo gli appunti del suo viaggio ma incluse anche le motivazioni della sua convinta conversione al classicismo, che già in Italia gli ispirò la trasposizione in versi del dramma Ifigenia in Tauride, un’opera significativa del moderno umanesimo perché fa dipendere i nostri destini alle nostre menti e alle nostre decisioni e non al favore degli dèi.
Già da giovane Goethe, come racconta nella sua opera autobiografica Dichtung und Wahrheit (Poesa e verità) sognava di recarsi in Italia. Il padre Johann Caspar Goethe, un facoltoso borghese di Francoforte, fece un viaggio in Italia nel 1840 e portò con sé stampe incisioni e documentazione. Inoltre, pubblicò le memorie della sua esperienza nettamente in italiano, una lingua che fece insegnare anche a suo figlio. Egli si fermò in Italia per otto mesi e mostrò interesse agli aspetti storici, artistici, scientifici durante la sua permanenza, che non mancarono di influire su suo figlio.
L’Italia esercitò infatti la sua attrazione anche sull’unico figlio del poeta, August, che andato a Roma nel 1830 per compiervi il suo Grand Tour, vi trovò sfortunatamente la morte, due anni prima di suo padre, trovando sepoltura nel cosiddetto cimitero degli inglesi alla Piramide. E così si può affermare che l’Italia fu l’attrazione della famiglia Goethe per tre generazioni, trovando però in John Wolfgang la persona che la seppe apprezzare in maniera ineguagliabile.
I disagi affrontati da Goethe nella sua visita del Meridione
Se Roma e Napoli erano città pronte ad accogliere viaggiatori in provenienza dall’estero, procedendo verso il sud. la situazione era fortemente deficitaria se non inesistente, specialmente in Sicilia, ad eccezione di Palermo. Goethe incontro i maggiori disagi nella sistemazione logistica quando, lasciato il capoluogo regionale, attraversò la Sicilia nel periodo aprile-maggio 1787.
A Girgenti la mancanza di una locanda non produsse effetti negativi perché Goethe e il suo disegnatore Pieck vennero ospitati da una buona famiglia, utilizzando un drappo per separare la parte della stanza loro assegnata. Questa famiglia produceva artigianalmente maccheroni e gli ospiti poterono gustare un delizioso piatto di pasta, dopo una placida notte, e dedicarsi alla visita dei templi greci dislocati nelle campagne circostanti (Girgenti, 24 aprile 1787). Questa sistemazione di fortuna, ma soddisfacente, rappresentò un’eccezione. Dopo le strade diventarono impraticabili a causa della pioggia, mentre non si riusciva a trovare un posto dignitoso per dormire.
«Le strade erano pessime, e tanto più disastrose, in quanto ché una volta erano state selciate, e continuava a piovere a dirotto. L’antica Eona ci fece triste accoglienza, la nostra stanza non aveva pavimento; mancavano le impannate alle finestre, cosicchè ci era forza vivere nelle tenebre, ovvero rimanere esposti agli spruzzi della pioggia. Consumammo quel poco che ci rimaneva delle nostre provviste, e passammo una cattiva notte davvero, facendo sacramento di non prendere più mai, a meta del nostro viaggio, un nome mitologico» (Castrogiovanni, 29 aprile 1787).
Percorrendo la strada che porta a Catania, Goethe si sofferma sui disagi ai quali vanno incontro forestieri.
«Sempre sotto la pioggia, ci fermammo in una bettola solitaria, (…) i mulattieri dormono sul trifoglio destinato alle loro bestie, ma il Forastieri è forza pensi in anticipazione, ad assicurarsi di un alloggio. Prendendo una stanza a caso, fa d’uopo pensare anzi tutto a pulirla. Non vi sono né banchi, né sedie; per sedere non si hanno che tronchi bassi d’alberi; di tavoli poi non ve ne ha neppure l’ombra. Se si vuole provare di formare con quei tronchi d’albero un letto, si và da un falegname e si prendono tante tavole a nolo quante occorrono» (In strada verso Catania, 30 aprile 1787).
Era forte, avvicinandosi a Catania, il desiderio di trovare a Catania un buon alloggio. Durante la visita della Sicilia l’usuale pessima sistemazione spinse Goethe e il disegnatore Kniep a sperare fortemente n una confortevole accoglienza a Catania.
«Il vetturino per dissipare alquanto il nostro malumore ci promise un buon albergo per la sera; e difatti ci portò in una locanda costrutta da pochi anni su questa strada, a metà cammino da Catania, dove finalmente dopo dodici giorni ci fu dato di godere di qualche agio. Ci colpì poi un’iscrizione che trovammo tracciata col lapis sur una parete, in carattere inglese molto elegante. Era la seguente: “Passeggiere, chiunque tu sia, guardati bene a Catania, dall’albergatore del Leone d’oro; egli è peggiore dei Ciclopi, delle Sirene, di Scilla, per chi ha la disgrazia di cadere ne’ suoi artigli”. Per quanto ritenemmo che il previdente viaggiatore potesse avere magnificato il pericolo col ricorrere alla mitologia, formammo però il proposito di schivare il Leone l’oro, il quale ci veniva indicato quale animato di tanta ferocia. Ed allorquando il nostro mulattiere ci domandò dove intendessimo prendere alloggio a Catania, rispondemmo entrambi in coro “dovunque; perché non al Leone d’oro!” ed egli allora mi fece la proposta di alloggiarmi, come già aveva fatto per altri viaggiatori, nella locanda dove egli usava ricoverare le sue bestie, e non replicammo parola, non avendo altro desiderio, fuorché quello di schivare gli artigli della terribile fiera» (In viaggio verso Catania,1ì maggio 1787).
Purtroppo anche la struttura segnalata dal vetturino non si rivelò soddisfacente, se ne dovette cercare un’altra.
Ritornati a Napoli, molto più agevole e dignitosa fu la sistemazione nella locanda del signor Mariconi, al largo del Castello;
«se nonchè la mancanza totale non solo di fuoco, ma pur anco di camini si fa sentire in modo incomodo assai; febbraio, qui pure, mantiene i suoi diritti. Io provavo un intenso desiderio di scaldarmi alquanto» (Napoli 26 febbraio 17).
Anche in cammino per ritornare a Roma si ripresenta il problema del riscaldamento. Dopo Napoli,
«In fondo alla valle giace S. Agata, dove trovammo una buona locanda, con un gabinetto, dove nel camino ardeva un bel fuoco; se non che la nostra stanza è fredda, non vi sono vetri alle finestre, ma unicamente imposte in legno, che io mi affrettai di chiudere» (S. Agata, 24 febbraio 1787).
Queste poche citazioni attestano la disponibilità di Goethe ad approfondire la conoscenza dell’Italia, anche spingendosi oltre le grandi città con i disagi che ne derivavano. È interessante ricordare che, in mancanza di guide turistiche, assolvevano questo compito informativo i diari di viaggio, che indicavano i posti dove il forestiero poteva trovarsi bene o, al contrario, era destinato a un pessimo soggiorno: il brano che fa riferimento alla pessima fama della Locanda “Lone d’oro” ne è un esempio. Un altro aspetto, al quale Goethe accenna con discrezione, è la mancanza di gabinetto comodo. Andando oltre i disagi materiali, possiamo constatare come questi non abbiano pregiudicato l’opportunità di godimento spirituale che gli veniva offerta.
Roma e il fascino di una città al centro della storia
Roma, una scuola di vita, una fonte di conoscenza, un ambiente di quiete totale e uno stimolo ad apprendere sempre più. Per Goethe vivere qui era l’avveramento di un sogno coltivato fin da ragazzo e abbisognava di tempo per riprendersi da questo “salto mortale” (annotazione del 13 novembre).
«Trovansi tracce di splendidezza e di distruzione, le quali superano ogni mia imaginazione. Quanto fu rispettato dai barbari, venne manomesso dagli architetti moderni. Quando si considera l’esistenza di questa città, la quale risale a due mille anni ed oltre; quando si pone mente a tutte le vicissitudini, e tutte le trasformazioni a cui andò soggetta nel corso dei secoli, e che si pensa sorgere pure dessa sempre sullo stesso suolo, sugli stessi colli; che si scorgono ancora le stesse colonne, gli stessi muri; che nel popolo si riconoscono tuttora tracce del carattere antico, si finisce per diventare in certo modo contemporaneo delle varie epoche, delle diverse vicende, per comprendere quanto a primo aspetto pareva oscurissimo, vale a dire, in qual modo una Roma sia succeduta all’altra. (…) Si vedono dovunque un quadro, una vista di ogni genere, di ogni specie; palazzi, e rovine, giardini e deserti, strade ampie e strade strette, casipole, stalle, archi di trionfi e colonne, e spesse volte tutte queste cose addossate cotanto le une alle altre, che si potrebbero disegnare sopra uno stesso foglio di carta (…) Qui invece si vive quasi in una grande scuola, dove s’impara cotanto in che non si sa da qual parte cominciare ad esporlo. Per farlo a dovere, converrebbe stare qui vari anni, ed osservare un silenzio pitagorico» (Roma., 7 novembre ).
«Salimmo sulla cupola, e vedemmo di lassù la catena degli Appennini illuminata dal sole, il monte Sorratte, le colline vulcaniche di Tivoli, Frascati, Castelgandolfo, la pianura, e più oltre il mare». (Roma, 22 novembre 1786)
«Alla sera andammo al Colosseo, quando cominciava di già a farsi scuro. A fronte di questo, ogni altro monumento appare meschino; la sua imponenza è tanta, che si dura fatica ad imprimersene l’aspetto nella mente, lo si ritiene unicamente in proporzioni minori, e quando si ritorna a vederlo, appare sempre più grandioso» (Roma, 11novermbre 1786).
«Tutta la storia del mondo si rannoda a questo gran centro, ed io posso dire essere nato una seconda volta, essere risorto, nel giorno in cui sono venuto a Roma» (Roma, 3 dicembre 1786).
«Roma è un mondo, e vi vorrebbero anni ed anni per addentrarvisi, e conoscerlo a dovere. (…) Roma, io credo sia la più grande scuola per ognuno, e per conto mio l’ho provato, e me ne sono persuaso. (…) Qui in certo modo si nasce una seconda volta, e si considerano quali idee puerili tutte le idee che si ebbero dapprima» (Roma, 13 dicembre 1786)
«La storia specialmente si può qui studiare meglio che in qualsiasi altro punto del globo. Altrove si legge, quasi stando di fuori, qui invece si direbbe essere nell’interno dei fatti; tutto qui si rannoda, tutto di qui parte, e vi fa ritorno. E ciò non solo per la storia romana, bensì per la storia universale. Di qui si possono seguire, accompagnare i conquistatori fin sulle sponde del Weser o dell’Eufrate; si può per quanto si sia un balordo, uno scimunito aspettare il ritorno dei trionfatori sulla via sacra, prendendo parte intanto, prima di godere di questo splendido spettacolo, alle distribuzioni di grano, e di danaro, che si fanno alla plebe» (Roma, 29 dicembre 1786).
«Non è possibile formarsi una idea della bellezza di Roma, allorquando splende la luna nel suo pieno, senza averla vista. Tutti i particolari scompaiono in quel grande contrasto di luce, e di ombre, ed unicamente le immagini grandi ed in complesso, si presentano all’occhio. (…) L’aspetto il più imponente si è quello del Colosseo, il quale di nottetempo è chiuso. (…) Era vista propriamente stupenda, e conviene vedere illuminati pure a quel modo il Pantheon, il Campidoglio, la piazza di S. Pietro, non che le piazze, e le strade di maggiore ampiezza. Per questo modo qui il sole e la luna, hanno dalle altre località, dacché loro incombe rischiarare moli colossali, però proporzionate (Roma, 28 gennaio 1787).
Anche di fronte a una realtà così avvincente poteva capitare che l’attrazione esercitata da Roma fosse superata dal Vesuvio in eruzione. Goethe, tuttavia, non modificò i suoi programmi e, recatosi successivamente a Napoli, ebbe comunque l’opportu8nità di vedere il Vesuvio in eruzione.
Egli riferisce anche su un contesto socio-politico guardingo non favorevole agli scambi.
«Ho conosciuto parimenti vari altri uomini di merito, i quali sono qui numerosi; se non che il sospetto, la diffidenza del governo clericale, li fa vivere estranei gli uni agli altri» (Roma, 14 gennaio 1787).
Ad ogni modo egli stette attento a non lasciarsi prendere dalle partigianerie, che non starebbero funzionali allo scopo del suo viaggio.
Del Carnevale romano il poeta non è entusiasta e a suo avviso valeva la pena di parlarne una sola volta, precisando che i nobili si tengono in disparte, la classe media ha modeste fortune e i popolani sono sprovvisti di mezzi: insomma, non vede aleggiare una vera felicità, (che invece constaterà a Napoli) e si rende conto solo di un gran chiasso: insomma, un enorme contrasto tra la Roma antica e quella attuale (Roma, mercoledì delle ceneri, 21 febbraio 1787).
Napoli, una citta, una popolazione e un mare stupendi
Gli appunti contenuti nel diario su Napoli sono un continuo inno alla felice arte di vivere della gente, che la natura ha aiutato a maturare. Anche a Goethe pare di essere diventato un altro uomo.
«Non si potrebbe fare colpa ai Napoletani, se nessuno di essi vuole allontanarsi dalla sua città, né ai suoi poeti se parlano in modo iperbolico della felicità, che qui si gode, quand’anche sorgessero in vicinanza non uno, ma due Vesuvi. Nessuno qui può ricordare Roma; a fronte di questa stupenda posizione, la capitale del mondo fa la figura di un antico monastero, il quale sorga in una località infelice» (Napoli, 3 marzo 1787).
«Oggi ho vagato qua e là per la città senza scopo fisso secondo il mio costume, osservando e notando varie cose. (…) Dal complesso potrei dedurre che un suolo felice, il quale provvede largamente, facilmente ai bisogni principali, dà origine ad una razza felice d’uomini, i quali senza pensieri, possono ritenere che il domani non sarà diverso dall’oggi, dal ieri; e che pertanto, vivono senza preoccuparsi menomamente dell’avvenire. Hanno soddisfazioni momentanee, piaceri moderati, dolori passeggieri, e soffrono allegramente» (Napoli, 12 marzo 1787).
«Questo cielo ispira la mollezza, il desiderio di vita comoda; intanto però, vado acquistando a poco a poco, idea sempre più precisa della città» (Napoli, 13 marzo 1787).
«Napoli si è un vero paradiso; ognuno vi vive nell’ebbrezza di una specie come tutti gli altri; quasi più non mi riconosco, e mi pare essere divenuto altro uomo. Ieri io pensavo, o che ero pazzo in passato, ovvero che lo sono diventato ora (Napoli, 16 marzo 1787).
«Mentre a Roma si può studiare volontieri, qui non voglio pensare ad altro che a vivere; vi si dimentica tutto il mondo, e se stesso, e mi produce una singolare impressione, il trovarmi attorniato da persone, le quali non pensano ad altro che a godersi la vita» (Caserta, 16 marzo 1787).
«La terra fertilissima, l’ampio mare, le isole vaporose, il monte che non riesco a. trovare espressioni, per riprodurre tutte queste bellezze meravigliose di natura. In questa contrada si comprende subito, come possa essere sorta nell’uomo l’idea di coltivare la terra, qui, dove tutto prospera in un campo, dove si può avere speranza di fare dai tre ai cinque raccolti in un anno. (…) La cosa piacevole e salutare ad un tempo, lo aggirarsi in mezzo a questa folla sterminata, di persone sempre in moto, ed osservare come segua questa il suo corso, al pari di un fiume; ed intanto ognuno trova in tutta quella confusione la propria strada, raggiunge il suo scopo. In tanta agitazione, in mezzo a tante persone, io mi trovo solo e tranquillo, e tanto più lo sono, quanto maggiore si è il chiasso per istrada» (Napoli, 17 marzo. 1787).
«Se io non fossi spinto dall’indole tedesca, e dal desiderio di apprendere piuttosto e di operare, anziché di godere, io mi tratterrei alcun tempo ancora in questo suolo, del vivere facile e piacevole, e cercherei trarne profitto. Dovrebbe pur essere un gran piacere lo stare qui, quando vi si possedesse una casa alquanto confortevole, e vi si potesse ordinare il proprio tenore di vita. Non si potrebbero mai lodare abbastanza la posizione della città, la mitezza del clima, se non chè, queste due cose sono pressoché le sole, le quali siano a disposizione dei forastieri». (Napoli, 22 marzo 1787).
«Giunti sulla vetta di una collina (andando nella direzione di Salerno, NdA), ci si offrì allo sguardo una vista propriamente meravigliosa. Napoli in tutta la sua magnificenza; le case di questo le quali si stendevano per la lunghezza di parecchie miglia sulla riviera del golfo; i promontori, le lingue di terra, le rupi; e finalmente le isole, ed al di là di queste il mare, nella sua splendidezza ed immensità» (Napoli 25 marzo 1787).
«Ho impiegata tutta quanta la giornata a visitare queste magnificenze (…) Si dica, si narri, si dipinga tutto quanto si vorrà, si troverà qui sempre di più. La spiaggia, il golfo, il porto, il Vesuvio, la città, i sobborghi, i castelli, le passeggiate! (…) Sono indulgente per coloro i quali delirano per Napoli, e ricordai con commozione il mio povero padre, il quale aveva serbata una memoria incancellabile di tutto quanto, specialmente, io vidi oggi per la prima volta. (…) Io mi trovo ora totalmente tranquillo, a modo mio, e soltanto apro larghi larghi addirittura gli occhi, allora quando scorgo cose troppo pazze» (Napoli, 27 ottobre 1787).
Consapevoli della parzialità delle citazioni, vogliamo completarla riferendoci alla riflessione svolta come attento sociologo dei costumi, con la quale Goethe ritenne infondata la tesi di chi presentava i napoletani come una massa di disoccupati in quanto ritenuti privi di qualsiasi voglia di fare alcunché. Veniamo, invece, indotti da Goethe a convincerci che essi lavoravano in un altro modo, con m fantasia più spiccata, adattandosi alle opportunità offerte da quel mercato di lavoro. Si tratta di un brano solido nelle argomentazioni e letterariamente stupendo, molto interessante anche dal punto di vista storico, che purtroppo non è stato possibile riportare neppure parzialmente e che invitiamo il lettore a gustare nella sua integrità (Napoli, 28 maggio 1797).
Si può chiudere con una insolita espressione di disappunto di Goethe nei confronti dei suoi tanti amati napoletani, da lui ritenuti ingiusti nel giudicare i popoli nordici.
«I napoletani ritengono di possedere il paradiso, ed hanno una tristissima idea delle contrade settentrionali. “Sempre neve, dicono, case di legno; grande ignoranza, ma danari assai”. Tale si è l’idea poco lusinghiera, che si formano dei nostri paesi» (Napoli, 25 febbraio 1787).
Palermo e l’immersione nel classicismo della Magna Grecia
Goethe, accompagnato dal disegnatore Kniep, lasciò Napoli e arrivò a Palermo dopo avere navigato per quattro giorni, per la mancanza del vento, prendendo così piena conoscenza del mare:
«Chi non si sia visto circondato in ogni parte dal mare, non può dire di avere un idea precisa del mondo, e delle sue relazioni con questo; e nella qualità poi di pittore di paesaggio, quella linea grandiosa, semplice, mi rivelò un orizzonte del tutto nuovo» (Palermo, 3 aprile 1787).
«I nostri primi passi furono diretti a formarci un’idea generale della pianta della città, la quale è cosa facile e malagevole ad un tempo; facile, in quanto che una strada lunghissima la percorrete tutta quanta dall’alto al basso, dal mare per la porta dove eravamo entrati verso i monti, ed inquantoché, verso la metà, questa strada è tagliata ad angolo retto da un’altra via, e su queste linee è facile lo orizzontarsi; ma fuori di queste, la città porge un vero laberinto intricato di strade, e stradicciuole, per entro al quale un forastiero non si può raccapezzare, senza il soccorso di una guida.(…) La posizione di Palermo, che guarda settentrione, fa sì, che la città e la spiaggia non sono mai rischiarate da luce soverchia, e che non si scorge nell’onde il riflesso di quella del cielo; ed oggi difatti, tuttochè la giornata fosse chiarissima, il mare presentava una tinta Azzurrina scura, di aspetto serio, mentre a Napoli, cominciando dalle ore del mezzo giorno, è sempre di aspetto più gaio e più piacevole, per quanto si stende la vista» (Palermo 3 aprile 1787).
«Oggi impiegammo la giornata specialmente a girare la città. Lo stile architettonico delle costruzioni, ricorda per lo più quello di Napoli; però vi sono alcuni monumenti pubblici, per esempio fontane, i quali si potrebbero quasi dire di gusto puro. Non havvi qui, come a Roma, uno spirito artistico il quale dia norma ai lavori; gli difici sorgono a caso, ed a capriccio. (…) Si potrebbe dire ad un dipresso la stessa cosa delle chiese, dove la profusione degli ornamenti supera quella ancora dei gesuiti, ma non già a norma di un disegno prestabilito, bensì a caso, secondo il capriccio degli artisti» (Palermo, 5 aprile 1787).
Il giardino pubblico di Palermo offre a Goethe, di fronte a una natura così rigogliosa, suggestioni ispirate all’antica Grecia.
«Vi si scorgono piante esotiche, circondate da siepi verdeggianti, viali di aranci, di agrumi ripiegati a foggia di volta, pareti leandri (…) le onde cupe del mare a settentrione, il loro frangersi sulla spiaggia dei vari seni, l’odore stesso delle acque salse, tutto mi richiamava alla memoria l’isola felice dei Feace» (Palermo, 8 aprile 1787).
«Da quelle vetrine (del Palazzo reale, NdA) spira un’aura primaverile di fiori e di frutti dell’arte, la quale richiama al pensiero un’epoca splendida, scomparsa per sempre. La magnificenza, ora totalmente sparita, delle antiche città della Sicilia, risorge all’aspetto di quei dischi incisi di metallo, in tutta la sua freschezza primitiva. (…) La Sicilia e la nuova Grecia, mi fanno sperare il risorgimento di tempi migliori». (Palermo, 11 aprile 1787).
«Non saprei trovare parole per descrivere e riprodurre la limpidezza vaporosa dell’atmosfera di queste spiaggi, quando arrivammo a Palermo nel pomeriggio di una bellissima giornata, tanta era la purezza dei contorni, la morbidezza del tutto, la varietà delle tinte, la perfetta armonia fra cielo, terra, e mare. Chi lo ha visto una volta, non può a meno di ricordarlo per tutta la vita» (Palermo, 13 aprile 1787).
Goethe si sente ispirato da tanta bellezza della natura a scrivere una composizione sulle orme di Omero:
«Vorrei secondare un’idea la quale mi preoccupa sempre più; vorrei dare vita alla magnificenza di questi dintorni, al mare, alle isole, ai porti, in una composizione poetica, la quale per indole, per forma, fosse diversa da tutto quanto ho scritto finora. La limpidezza del cielo, l’aria marina, l’atmosfera vaporosa, la quale confonde in un sol elemento mari e monti, tutto contribuisce a raffermarmi nel mio proposito. (…) Tutto ciò mi allettava per modo, che durante tutto il mio soggiorno a Palermo, e lungo la maggiore parte del mio viaggio di Sicilia, non ho guari potuto pensare ad altro. sguardo» (Taormina, 7 maggio 1787).
«Mi trovo propriamente felice di avere idea così chiara, così precisa, di quanto vi ha di grande, di bello d’incomparabile nella Sicilia. (…) Per quanto poi riguarda Omero, potrei dire addirittura che mi si sono aperti gli occhi; le descrizioni, le similitudini (…) quella spiaggia, tutti quei promontori, tutti quei golfi, tutti quei seni, quelle isole, quegl’istmi, quelle rupi, quelle spiagge arenose, quelle colline imboschite, quei pascoli in dolce pendio, quei campi fertili, quegli ameni giardini, quegli alberi ben tenuti, quegli scogli, quelle caverne che ad ogni tratto, ad ogni ora mutano di aspetto; ora soltanto posso dire che l’Odissea è diventata per me parola, la quale ha vita» (Lettera a Herder, Napoli, 17 maggio 1787).
Tra tante lodi non manca una nota di amara meraviglia nei confronti della città di Palermo per quanto riguarda la mancata pulizia anche delle strade principali per cui i rifiuti finiscono per depositarsi sulla carreggiata per poi essere trasportati dappertutto dal vento, rendendo così vana la fatica dei bottegai che scopano con accuratezza il tratto del loro marciapiede: uno di questi merciaioli spiegò ironicamente a al poeta che forse il deposito dei rifiuti viene considerato funzionale al passaggio delle carrozze dei nobili, evitando i frequenti sobbalzi (Palermo, 5 aprile 1787). Questi scossoni non furono invece risparmiati a Goethe durante il suo lungo e disagiato tour della Sicilia, che però non intacca la profondità dell’ispirazione maturata nell’isola.
Impressioni di Goethe sui riti della Chiesa cattolica
Goethe, cresciuto nell’ambiente protestante, non restò molto affascinato dalla liturgia della Chiesa cattolica e grande fu la sua delusione dopo aver assistito alla messa del papa nel palazzo del Quirinale, sua residenza ufficiale.
«Ci affrettammo ad entrare colla folla in un’ampia e stupenda corte, ed a salire per una scala grandiosa. In quella sala, di fronte alla cappella, alla vista di quella lunga serie di stanze, si prova un senso di riverenza, per trovarsi sotto un medesimo tetto con il vicario di Cristo. La funzione era cominciata; il Papa ed i Cardinali si trovavano di già nella chiesa. Il santo padre è di aspetto bellissimo, ed imponente; i cardinali sono di varie età, e di diversa presenza. Avrei avuto un vivo desiderio di udire il capo supremo della Chiesa cattolica, dischiudere l’aurea bocca, e parlare della felicità indicibile delle anime sante, in modo da rapirmi in estasi. Se non che, nel vederlo muoversi unicamente davanti all’altare, volgendosi ora all’uno ora all’altra parte, facendo gesti, atti, e mormorando preghiere, né più né meno che qualunque altro sacerdote, si risvegliò in me il sentimento protestante, e non provai piacere di sorta alla vista della funzione, che già mi era nota, per avere assistito altre volte alla messa. Cristo del resto, insegnò oralmente fin da ragazzo la sua dottrina, ed anche nella sua gioventù non si rinchiuse nel silenzio, risultandoci dal Vangelo che parlava spesso, volontieri, e stupendamente. Che cosa mai direbbe, pensavo io, se qui apparisse, se vedesse il suo rappresentante sulla terra muoversi a quel modo, ora di qua, ora di là, mormorando, a fior di labbra, parole inintelligibili?» (Roma, 3 novembre 1797).
Questo indagatore delle profondità del cuore umano constatò spesso una sopraffazione del rito sul messaggio della fede cristiana. Ma la sua attenzione ritornava quando vedeva nella pratica religiosa riemergere aspetti più vicini al mistero della fede.
«Udii colà (nella Basilica di S. Pietro, NdA) una specie nuova e bella di musica. Nella stessa guisa che si eseguiscono concerti di violino o d’altri stromenti, si eseguivano colà concerti di voci, in modo che una voce, per esempio il soprano, si era quella predominante, la quale eseguiva gli a solo, accompagnata di quando in quando dai cori, e sempre poi come, ben si comprende dall’orchestra» (Roma, 22 novembre 1786).
«Le loro cerimonie, i loro sacrifici, le loro processioni, i loro balli, tutto ciò scivola sopra di me, e cade a terra, né più né meno, che l’acqua sopra un tabarro di tela cerata» (Roma, 10 gennaio 1797).
Il seguito della riflessione sottolineò la profonda impressione di fronte agli spettacoli della natura e ai capolavori artistici e, avendo partecipato anche a una messa celebrata secondo il rito greco, dalle cerimonie da lui ritenute più adatte, serie, più ponderate e anche più popolari.
Egli, però, apprezzò molto il fatto che la festa di S. Antonio Abate, patrono dei quadrupedi, venisse organizzata a Roma con la partecipazione degli stessi animali, liberati in quel giorno da ogni fatica, debitamente adornati e radunati di fronte alla chiesa del santo per una benedizione:
«È d’uopo notare che tutte quante le religioni le quali vennero diffondendo le loro dottrine ed il loro culto, furono condotti, in certo modo a far partecipare gli animali pure, ai loro favori spirituali». (Roma, 18 gennaio 1787).
Fu invece meno gradita a Goethe, anche per ragioni prettamente artistiche, il rito della benedizione delle candele, cui assistette nella Cappella Sistina:
«Il 2 di febbraio abbiamo assistito nella cappella Sistina, alla funzione della benedizione delle candele, se non che vi trovammo poca soddisfazione e non tardammo. gli amici miei, ed io, ad uscire di là, appunto il fumo di quelle candele, nonché quello dell’incenso, che da trecento anni in qua ha recato tanto danno a quelle stupende pitture, e che finirà per rovinare affatto quelle meraviglie dell’arte» (Roma, 16 febbraio 1787).
L’atmosfera festosa e chiassosa di Pasqua a Palermo, fatta di colpi di schioppo, mortaretti, romori di ogni specie davanti alle chiese, campane, suoni d’organo, canti dei devoti, salmodie del clero, portò Goethe a questa riflessione:
«Vi era propriamente di che far perdere la testa, a chi non è assuefatto a culto divino cotanto chiassoso» (Palermo, 8 aprile 1787).
Goethe parlò invece con simpatia della gioiosa tradizione dei napoletani di vivere il Natale preparando in diversi modi i presepi:
«Torna qui a proposito il ricordare un’altra viva passione dei Napoletani; quella dei presepi, che nella notte di Natale si vedono in tutte le chiese (…) il Vesuvio con i suoi dintorni che ne formano il fondo» (Napoli, 27 maggio 1787).
Egli mostrò anche di sapere apprezzare i luoghi di culto cattolico ammantati di un profondo misticismo, grazie alla loro semplicità, come il santuario di S. Rosalia a Palermo.
«Regnava un profondo silenzio in quel luogo solitario e deserto; e quella rozza grotta, splendeva di lindezza; a vece dello splendore della pompa del culto cattolico, in Sicilia specialmente, si accostava quivi alla semplicità dei tempi primitivi; l’illusione prodotta da quella figura di giovane seducente per un occhio pure esperto nell’arte, tutto contribuiva a trattenermi in quel luogo. Ebbi difficoltà a strapparmene, e e non tornai a Palermo, che a notte inoltrata» (Palermo, 6 aprile 1787).
Goethe non mancò di precisare la versione del cattolicesimo, che a lui più piaceva, parlando del suo santo preferito, Filippo Neri. In lui il timore di Dio
«si componeva con storielle curiose e allegre sulle sue bizzarrie, che ne conservano una memoria lieta, anche perché era caritatevolissimo e dedito all’istruzione della gioventù. Impegnato già ai tempi di Lutero a conciliare la religione con il mondo e a riformare la chiesa e i costumi».
«Pur incredulo rispetto alla possibilità di far lievitare il suo corpo, per Goethe in spirito il santo «si era reso superiore al mondo, e ch’egli faceva guerra alla vanità, all’apparenza, all’ostentazione, ch’egli considerava quali i più grandi ostacoli alla vita religiosa» (Napoli, 26 maggio 1787).
L’Italia, una grande opportunità per l’osservazione scientifica
Egli parimenti si mostrava a suo agio, come già abbiamo visto, quando il discorso riguardava le qualità delle rocce, la loro origine, l’antichità dei ruderi, pur lamentandosi di non avere la competenza del grande archeologo Winckelmann e comunque interessato a una conoscenza meno superficiale. Non vi è
«metodo più sicuro di formarsi prontamente un’idea precisa della natura di una contrada montuosa, che quello di osservare i sassi e le pietre che si rinvengono nei corsi d’acqua i quali scendono dalle alture, e come anche in questa occasione, si cerchi rappresentarsi per mezzo di quelle reliquie, l’età classica del nostro globo. (…) Nelle vicinanze del monte Pellegrino si coltivano queste in certi punti, alla profondità di ben cinquanta piedi, egli strati inferiori, sono di tinta affatto bianca. Si trovano talvolta in quei sassi coralli, spoglie di animali, sovra tutto poi conchiglie pietrificate. Per contro negli strati superiori, trovansi argille di tinta rossa, e difettano del tutto, o quanto meno scarseggiano, le conchiglie. Lo strato superficiale poi, è sempre di argilla rossiccia, di poca consistenza» (Palermo, 4 aprile 1787).
Egli era inoltre un grande studioso dell’anatomia umana, necessaria ma non sufficiente per arrivare alla sublimità delle forme dell’arte classica.
«Ho studiato abbastanza l’anatomia, ed ho acquistata, fino ad un certo punto, e non senza fatica, la cognizione, del corpo umano; se nonché, in questa città, la contemplazione continua delle statue, fa sorgere desiderio, e scorgere la necessità, di essere versati sempre più in quella scienza. Per la nostra anatomia medico- chirurgica basta conoscere le parti, ed a questo scopo qualunque muscolo meschino può servire. Qui per contro, in Roma, le parti, le membra, non si possono dire tali, se non porgono ad un tempo forma bella, e nobile» (Roma,20 gennaio 1787).
Goethe è soddisfatto nel constatare che il contatto con la natura del Meridione gli consente di avanzare nei suoi studi scientifici.
«La vista di queste contrade meridionali, non mi procura soddisfazione soltanto, ma cognizioni ancora, le quali mi gioveranno sempre più efficacemente. La storia naturale si è come l’arte; molto si scrisse riguardo ad entrambe, e chiunque si dedica allo studio di quella, può formare sempre nuove combinazioni» (Roma, 16 febbraio 1787).
«Allo spettacolo di questa natura si ridestano le mie fantasie botaniche, e sono sulla via di scoprire nuovi rapporti nella natura, dove nulla vi ha d’inutile in tanta immensità, dove la varietà sorge dalla semplicità» (Roma, 18 febbraio 1787).
I progressi sono tangibili ma abbisognano di essere continuati nel tempo.
«Ho pure studiato ora bene i prodotti del Vesuvio, i quali fanno tutt’altra figura, quando si prendono a considerare, gli uni in relazione cogli altri. Credo che se potessi dedicare quel tanto che mi dovrà sopravanzar di vita all’osservazione, finirei per fare qualche scoperta, la quale allargherebbe la cerchia delle cognizioni umane. Vi prego far sapere ad Herder, che vado traendo sempre nuove deduzioni dalle mie teorie botaniche; il principio è sempre lo stesso, ma per svilupparlo a dovere, vi vorrebbe una vita intiera; forse riuscirò a stabilirne i punti principali» (Napoli, 13 marzo 1787).
«Mi è capitato propriamente quanto avevo pensato sempre, vale a dire, che in questa contrada soltanto, sarei riuscito a rendermi conto di molti fenomeni di natura di molte opinioni intricate e confuse. Raccolgo molto, e lo porterò Meco» (Napoli, 17 marzo 1787).
La passione per la ricerca scientifica richiedeva tempo ma anche, all’occorrenza, coraggio.
«L’annuncio di una recente eruzione di lava, la quale invisibile da Napoli scendeva verso Ottaiano, m’indusse a portarmi una terza volta al Vesuvio». Goethe, condotto sul posto da un calesse e poi accompagnato da guide esperte, mosso dal suo interesse scientifico cercò di avvicinarsi all’altezza da cui scorga la lava, ma a un certo punto, anche su suggerimento della guida, dovette desistere «per il calore insopportabile ai piedi e l’aria irrespirabile» (Napoli, 20 marzo 1787).
Goethe, da tempo impegnato nello studio della metamorfosi delle piante, troverà un grande supporto a tal fine nell’osservare la lussureggiante vegetazione meridionale. Nei giardini di Palermo egli si interrogò sulla metamorfosi della forma delle piante alla ricerca della “Urpflanze” [2]. Egli chiese, mostrandosi un precursore della teoria evoluzionista:
«Alla vista di tanti vegetali di forma nuova, o modificata, mi rinacque il mio antico capriccio; non sarebbe possibile cioè, lo scoprire in questa schiera di piante, la pianta primitiva, originaria? Deve pure questa esistere! Diversamente, come potrei riconoscere che tutti questi vegetali sono piante, qualora non si potessero riferire tutte ad un tipo?» (Palermo, 17 aprile 1787).
«Ti devo poi confidare (il messaggio è indirizzato a Herder, NdA) che io sono vicinissimo a scoprire il segreto della generazione delle piante, non che della loro organizzazione, e che la cosa si è la più semplice che si possa immaginare. Si possono pure fare le più belle osservazioni sulla superficie del globo. Ho scoperto in modo evidente, e tale da escludere ogni dubbio, il punto principale dove si nasconde il germe; scorgo pure in complesso tutto il resto, e non ho d’uopo più che di formarmi idea più precisa di alcuni particolari. La pianta originaria dovrà essere la creazione più meravigliosa del mondo, e per questo la natura stessa mi dovrà portare invidia. Mi trovo propriamente felice di avere idea così chiara, così precisa, di quanto vi ha di grande, di bello, d’incomparabile nella Sicilia» (Lettera a Herder, Napoli, 17 maggio 1787).
Goethe, come scienziato, si dichiarò felice e poco dopo il ritorno in Germania pubblicò nel 1790 la sua opera Metamorfosi delle piante. Vedremo, però, che fu altrettanto felice di essersi rigenerato, oltre che esistenzialmente, anche letterariamente con la sua piena adesione al classicismo.
Conclusioni: un viaggio che segnò la convinta adesione al classicismo
«Non è guari possibile formarsi un’idea giusta dell’Italia, senza avere vista la Sicilia; qui stà la chiave di tutto» (Palermo, il 13 aprile 1787).
Tre furono le tappe fondamentali del suo viaggio, e ciascuna di esse ebbe qualcosa di determinante per Goethe: Roma come scuola per comprendere la storia, Napoli per abbracciare un diverso stile di vita e Napoli con la Sicilia come terra di introduzione alla Magna Grecia e al classicismo. Ciascuna di queste tappe incise in lui in maniera determinante e le specifiche impronte furono armoniosamente trasfuse nella sua personalità.
Restringendoci al piano letterario, bisogna dire che Goethe, andando controcorrente nell’abbracciare il classicismo, che per lui fu però fu una necessità dettata da una esigenza in lui profondamente radicata. Pertanto, è comprensibile che egli fosse portato a idealizzare l’Italia, perché questo processo rendeva più salda la sua decisione. Nel diario sono ricorrenti le frasi che lo mostrano dedito a pieni polmoni i messaggi specifici di Roma, di Napoli e di Roma (e così anche quelli di Napoli e della Sicilia), convinto del ristretto tempo a disposizione (Roma, 6 gennaio 1787)
È noto che, secondo diversi esperti, il diario, pubblicato da Goethe solo nel 1816, fu ampiamente soggetto ad aggiunte per accentuare l’idealizzazione dell’Italia come custode del classicismo e per insistere sulla consapevolezza dell’importanza del messaggio del classicismo.
Non siamo dei critici letterari ma riteniamo possibile che Goethe abbia insistito su alcune accentuazioni, e. a nostro modo di vedere, è anche comprensibile che lui lo facesse. Resta difficile individuare il numero delle aggiunte fatte e quali siano state in particolare. Certamente però, questo è il nostro modesto parere, la sostanza di questa ispirazione idealizzante era già contenuta negli appunti originari (non disponibili), altrimenti si dovrebbe pensare a un radicale e improbabile rifacimento del diario perché frasi che alludono a questa impostazione sono continuamente ricorrenti nel diario.
Del resto la trasposizione del dramma di Ifigenia in stile classicheggiante avvenne definitivamente in Italia e fu presentata a una cerchia di amici in diverse riprese, lasciandoli alquanto perplessi per il cambiamento stilistico, molto diverso da quello usato per Goetz von Berlichingen: questa reazione portò Godette a scrivere: «Durava qualche fatica piegarsi a questo mio nuovo lavoro, d’indole pacata e tranciar» (Roma, 18 gennaio 1787).
Anche a Napoli, lo smarrimento che scorse negli uditori della nuova versione dell’Ifigenia lo portò ad affermare: «Ora tutto è cambiato ed in sostanza mi accorgo benissimo, che nessuno mi sa tenere conto delle molte mie fatiche» (Napoli, 16 marzo 1787). La sua affermazione manterrebbe lo stesso valore anche se Goethe avesse attestato lo stupore degli uditori di allora anche ad anni di istanza, ma forse è più probabile che lo avesse scritto a caldo.
Fatta questa precisazione, vediamo, con tre citazioni, come Goethe abbia presentato la sua tendenza a un nuovo stile durante la sua prima permanenza a Roma.
«Nel rientrare poi in me stesso, nel prendere ad esame le proprie sensazioni come si fa con piacere in ogni occasione di qualche momento, scopro in me un sentimento il quale mi arreca grande soddisfazione, e che anzi mi arrischio ad esprimere. Parmi, che chi visiti attentamente questa città ed abbia occhi per vedere, debba acquistare fermezza di carattere, formarsi di questa dote pregevolissima un’idea, che non aveva dapprima. Lo spirito si modifica, viene acquistando serietà senza cadere nell’aridità; si trova in una condizione pacata, tranquilla, la quale procura soddisfazione. Quanto meno per conto mio mi trovo non avere apprezzato mai cotanto rettamente le cose, quanto dacché mi trovo qui, e ne sono lieto, per le conseguenze che ne potrò provare, per il rimanente della mia vita» (Roma, 19 dicembre 1786)
«Quella specie di risurrezione intima, interna, della quale vi ho fatta parola, continua. Pensavo bensì imparare qui molte cose, ma non mi sarei immaginato mai di dovere ritornare addirittura a scuola, di dovere ripetere le tante cose, completare lo studio di tante altre. Ora però ho finito per persuadermene, mi vi si sono pienamente rassegnato, e quanto più obbedisco a questa necessità, tanto maggiore soddisfazione ne provo» (Roma, 20 dicembre 1786).
«Del senso artistico tedesco, della vita artistica in Germania, si potrebbe dire che fa romore, ma che non risuona. Allorquando io rifletto quante cose stupende stanno alla mia portata, e quante poche io valgo ad apprezzare, dovrei disperarmi, se non mi confortasse la speranza di potere al mio ritorno apprezzare i pregi di quei capo lavori, attorno ai quali io vado ora girando» (Roma, 11 gennaio 1787).
In Italia Goethe fu ricercato da diverse persone, desiderose di congratularsi con il famoso autore de I dolori del giovane Werther, mentre qui, superato il tumultuoso periodo giovanile, era entrato in una fase di profondo cambiamento personale e di stile letterario, che volle consolidare con la sua venuta in Italia, per poi diffonderlo con le successive opere una volta ritornato in Germania.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Va ricordata anche Angelica Kauffmann (1741–1807), una svizzera di lingua tedesca, che operò a Roma. Firenze e a Napoli ed ebbe una forte sulla comunità artistica tedesca a Roma negli anni della permanenza di Goethe.
[2] Goethe non è stato considerato un precursore dell’evoluzionismo darwiniano, che era prettamente esperienziale, mentre la sua ricerca era piuttosto di natura filosofico-formale.
Riferimenti bibliografici
Aa.Vv, Goethe e l’Italia/ Goethe und Italien Editore: Mondadori Electa, Milano, 1989 (monografia illustrata bilingue incentrata sui riferimenti al patrimonio artistico italiano).
Aa.Vv., Alle origini del turismo culturale, il Grand Tour, Goethe e il viaggio in Italia, Università di Padova, Padova- Ministero dei Beni Culturali, a.a. 2024-2024, https://thesis.unipd.it/handle/20.500.12608/70447
Brilli A., Quando viaggiare era un’arte, Il Mulino Bologna, 2017
De Seta V., L’Italia nello specchio del Grand Tour, Rizzoli, Milano, 2014
Goethe J. W, Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87, traduzione e prefazione di Di Cossilla A., Tipografa libraria Ditta Editrice F. Mannino. Milano 187. Questo è il testo da noi utilizzato per le citazioni, messo a disposizione da Wikisource in lingua italiana e. Sparte il ricorso all’inusuale “imperocché” e qualche altra desueta espressione, la traduzione, preceduta da un’interessante prefazione, è molto accurata e e piacevole in grado di far gustare il fascino datato del testo).
Goethe (con) J. W., Viaggio in Italia, trad. Zaniboni E., Sansoni, Firenze,1949 (traduzione d’epoca interessante per le scelte lessicali).
Goethe I. W., Viaggio in Italia, trad. Castellani E., Editore: Mondadori, Oscar Classici, Milano, 2016 (Testo integrale).
Goethe (von) J. W., Viaggio in Italia (1786–1788), Rizzoli, Milano, 1997 (Riporta anche note di contestualizzazione).
Zapperi R., Una vita in incognito. Goethe a Roma, Editore Bollati Boringhieri, 2000.
Sitografia
Berrino A, “Forestieri a Napoli nell’Ottocento: attrazioni, socialità e cultura“, chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://grupoturhis.wordpress.com/wp- content/uploads/2018/10/2014-berrino-memoria-e-ricerca-articolo.pdf
“Il fantastico viaggio in Italia di Goethe”, https://www.latitudeslife.com/2022/04/il-fantastico-viaggio-in-italia-di-goethe/
Johann Wolfgang von Goethe“, https://it.wikipedia.org/wiki/Johann_Wolfgang_von_Goethe
La Caffarella e il “Grand Tour»: come poeti e “Sscrittori del sette-ottocento hanno visto la Caffarella”, https://www.caffarella.it/SitoMario/artlet/let_GT.htm#:~:text=Johann%20Wolfgang%20Goethe&text=Stimolati%20da%20ci%C3%B2%20che%20vedevano,in%20quel%20momento%20in%20Italia.
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Franco Pittau, dottore in filosofia, è studioso del fenomeno migratorio fin dagli anni ’70 quando, per un quinquennio, condusse anche un’esperienza sul campo, in Belgio e in Germania. È stato ideatore del Dossier Statistico Immigrazione, il primo annuario del genere realizzato in Italia. Già responsabile del Centro studi e ricerche IDOS (acronimo di “Immigrazione Dossier Statistico”), attualmente ne è e presidente onorario. È membro del Comitato organizzatore del Master in Economia Diritto Intercultura (e anche docente) presso l’università di Roma Tor Vergata e scrive su riviste scientifiche sui temi dell’immigrazione, dell’emigrazione, della diffusione all’estero della lingua italiana nonché delle questioni connesse al fenomeno religioso.
Jürgen Schleider, dirigente scolastico in pensione, laureato in ingegneria elettronica presso l’Università tecnica di Darmstadt, per la sua ulteriore formazione come insegnane della lingua e della letteratura tedesche ha seguito i corsi presso la citata università e quella di Magonza. Indagine sui problemi dei Gastarbeiter nella Repubblica Federale Tedesca è il titolo della tesi da lui elaborata sotto la guida dei professori Franz Hebel e Rudolf Loberg. Nella realizzazione di progetti a carattere linguistico e letterario ha collaborato anche con istituti scolastici italiani, segnatamente a Foggia. Fortemente impressionato dall’ammirazione nutrita da Goethe per la lingua, la cultura e il paesaggio italiani, è molto legato all’Italia, dove fin da giovane ha stretto rapporti di amicizia. Da ultimo ha collaborato con l’Istituto di Studi politici S. Pio V per una ricerca sulla diffusione delle lingue nel mondo.
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