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Rigenerazione e frizioni nei territori fragili. Una lettura di Territori in movimento di Letizia Bindi

51hfsnosssl-_sl1460_di Giovanni Gugg 

Il movimento come postura

Negli ultimi anni le aree interne sono divenute uno degli spazi più intensamente attraversati dal discorso pubblico, politico e accademico. Tra narrazioni del ritorno, retoriche della rigenerazione e promesse di rinascita, questi territori sono stati caricati di aspettative che rischiano di oscurarne la complessità sociale, storica ed ecologica (De Rossi 2018; Carrosio 2019; Barca et al. 2014). È dentro questo campo saturo di senso che si colloca Territori in movimento. Ri-gener-azioni in aree fragili di Letizia Bindi (Donzelli editore, 2025), un libro che non si limita a descrivere i processi di trasformazione in atto, ma ne esamina criticamente le condizioni, i linguaggi e le implicazioni. Il volume non propone un modello né una ricetta replicabile, e non si iscrive nella proliferazione di manuali, policy paper o narrazioni edificanti che hanno accompagnato il rinnovato interesse per i territori marginali. Al contrario, si presenta come un esercizio di posizionamento: un modo di stare nei territori, di attraversarli, di lasciarsi interrogare dalle loro trasformazioni senza pretendere di governarle interamente.

Il titolo segnala con chiarezza questa presa di distanza dalle semplificazioni. Territori in movimento non allude a una direzione univoca del cambiamento né a una traiettoria progressiva, ma ad un esserci plurale, discontinuo, talvolta regressivo, spesso contraddittorio; fatto di andate e ritorni, di arresti, di frizioni, di tentativi che non sempre riescono. Si tratta di ripensare l’abitare e di sfidare la rappresentazione delle aree interne come territori chiusi e isolati. Il movimento non è infatti l’esito di un progetto, ma una condizione strutturale dei territori osservati, in sintonia con una tradizione antropologica che assume mobilità e camminare come dispositivi conoscitivi (Ingold, Vergunst 2008; Gugg 2022).

Anche la scelta del prefisso ri- nel sottotitolo (ri-generazioni, ri-abitare, ri-attivare) è oggetto di una riflessione esplicitamente critica, infatti Bindi mostra come il ri- contenga insieme una promessa e un rischio: promessa di trasformazione, ma anche tentazione di ripetizione e sacralizzazione del cambiamento, fino a configurarsi come «un mantra del ri-», una retorica che ritualizza i processi di trasformazione. In questa prospettiva, la rigenerazione non è mai assunta come valore in sé, ma interrogata nei suoi presupposti culturali, politici ed epistemologici: rigenerare chi, rigenerare cosa, secondo quali criteri e per conto di quali soggetti. Ogni progetto di rigenerazione produce inclusioni ed esclusioni, rende visibili alcuni futuri e ne oscura altri; non esiste rigenerazione neutra, tanto che «il semplice atto di dichiarare un’area e/o una comunità “rigenerata”» può rispondere a interessi specifici più che a un cambiamento realmente inclusivo, secondo dinamiche ben note alle antropologie delle politiche pubbliche.

Ciò che distingue Territori in movimento da molta letteratura recente sulle aree fragili è l’attenzione costante alle condizioni di possibilità dell’azione. L’etnografia è al tempo stesso strumento conoscitivo e pratica relazionale, esercizio di ascolto e forma di restituzione, ma senza scivolare in un’adesione acritica ai discorsi del fare. Le etnografe e gli etnografi, cioè, devono saper leggere, avverte Bindi, «tra gli interstizi della narrazione» (ivi: 13), evitando di contribuire inconsapevolmente alla sua riproduzione. Ne emerge una postura che rifiuta sia la nostalgia per mondi rurali idealizzati, sia l’entusiasmo progettuale che trasforma ogni iniziativa locale in segnale automatico di rinascita, restituendo ai territori la loro densità storica e relazionale e offrendo, insieme, una riflessione più ampia sul ruolo dell’antropologia nei contesti di trasformazione contemporanei.

ssbr7kxufub5_s4-mbTraiettorie di ricerca nei territori fragili

Letto nel suo insieme, il libro appare come un punto di arrivo – provvisorio ma densamente argomentato – di una traiettoria scientifica che attraversa più di un decennio di ricerca antropologica su aree interne, montane e rurali, condotta per progressiva estensione e complessificazione dei problemi (Bindi 2013; Bindi 2023). Il nucleo originario del percorso è riconducibile agli studi su pastoralismo, transumanze e patrimoni bio-culturali (Bindi 2020; Bindi 2022; Belliggiano et al. 2021). In quei lavori, il pascolo vagante non è trattato come residuo del passato, ma come dispositivo relazionale capace di tenere insieme mobilità, produzione, ambiente, saperi e forme di vita. La transumanza vi appare infatti come «un sistema di allevamento basato sul movimento, che si fonda sulla reiterazione dei medesimi tracciati che collegano aree rurali e città, terre alte, colline e pianure, mettendo in contatto mondi diversi di produzione e di consumo» (ivi: 162). Già qui emergono attenzione alle pratiche e alle temporalità lunghe, e diffidenza verso letture statiche e identitarie dei territori (Ingold, Vergunst 2008). Bindi considera la mobilità non come eccezione, ma come condizione ordinaria, infatti legge le aree interne non come spazi fermi o arretrati, bensì come nodi di flussi storici di persone, animali, merci, saperi e immagini, secondo un’impostazione che si estende dal dominio pastorale ai processi contemporanei di ritorno, restanza, neo-insediamento e progettazione culturale (Teti 2022).

Un secondo snodo della traiettoria è costituito dai lavori nei contesti post-sismici dell’Appennino centrale, dove riflessione su trauma, perdita e memoria si intreccia all’analisi delle condizioni materiali e politiche della ricostruzione (Emidio Di Treviri 2018). Le aree fragili non vi appaiono tali solo per deficit demografici o produttivi, ma perché «abbandonate e dimenticate in termini di custodia, di protezione e tutela» (ivi: 39), rendendo la rigenerazione un processo situato, attraversato da conflitti, asimmetrie di potere e disuguaglianze di accesso alle risorse (Bindi 2020; Bindi, Mercurio 2023). È in questo passaggio che si consolida una postura pienamente sviluppata nel volume, ovvero l’idea che la rigenerazione non possa essere separata dalle ferite che pretende di sanare. Infatti, la cura dei luoghi, delle comunità e delle memorie non è mai neutra, perché implica sempre scelte, priorità ed esclusioni.

Ma un ulteriore elemento di continuità è il lavoro sui processi di patrimonializzazione e sul dibattito critico sul patrimonio, rispetto ai quali Bindi mantiene una posizione critica, siccome invita a distinguere tra valorizzazioni condivise e operazioni estrattive di senso, spesso funzionali a logiche turistiche o di marketing territoriale (Palumbo 2009). Nel libro, questa riflessione si connette con una critica alle ontologie semplificanti delle aree interne, laddove «la narrazione orientata all’enchantement di tipo turistico rispolvera le idee di autenticità e arcaicità», immaginando montagna e margini come spazi univoci e indistinti (ivi: 154).

Inoltre, un ulteriore tassello di questa traiettoria va individuato nell’esperienza curatoriale e teorica maturata nei lavori collettivi, a partire dalle prime riflessioni sulla rivista “Voci” fino alle più recenti curatele, dove la riflessione si è progressivamente aperta alla dimensione interdisciplinare e al ruolo pubblico dell’antropologia nei processi di trasformazione territoriale (Bindi 2013; Bindi 2024). Infatti, in questa direzione si collocano approcci metodologici orientati a far rientrare il “sociale” nelle decisioni di conservazione del patrimonio costruito in aree interne, attraverso l’integrazione tra ascolto della comunità, strumenti valutativi e community mapping (Gugg, Rossitti 2024). Non a caso, l’autrice stessa osserva che «le storie umane e intellettuali delle protagoniste, quelle che nel tempo ho definito biografie rigenerative, rappresentano un oggetto speciale di interesse per l’etnografia» (ivi: 134).

Nel complesso emergono con coerenza l’attenzione ai territori come spazi vissuti, attraversati da relazioni complesse tra umani e non umani (Descola 2005); la centralità delle pratiche rispetto alle narrazioni; la cautela verso semplificazioni progettuali; la convinzione che l’antropologia debba restare dentro i processi senza smettere di interrogarli criticamente. Da questo punto di vista, Territori in movimento è una maturazione teorica che consente di leggere insieme pastoralismo, disastro, patrimonio e rigenerazione come parti di un unico problema antropologico, quello di abitare e pensare i territori fragili senza ridurli a oggetti d’intervento o a icone salvifiche.

aaLe promesse ambigue della rigenerazione

Uno dei contributi più rilevanti del libro è lo smontaggio paziente delle retoriche che hanno colonizzato il discorso pubblico sulle aree interne. Il volume prende posizione contro una concezione semplificata della rigenerazione territoriale, spesso ridotta a sinonimo di ripopolamento, attrattività o successo economico misurabile, laddove «velocità, cantierabilità, performance, presenze turistiche, nuove residenze divengono così gli elementi delle griglie di valutazione delle comunità locali» (ivi: 154). Bindi mostra come queste narrazioni, apparentemente orientate al futuro, possano produrre nuove forme di subordinazione simbolica perché le aree interne continuano a essere pensate per opposizione: non più come luoghi del deficit, ma come spazi da “salvare”, da rendere performanti secondo metriche estranee alla loro storia sociale e ai loro tempi concreti. Questo slittamento avviene attraverso un doppio registro immaginativo che oscilla tra «i fantasmi della solitudine, l’isolamento, la rarefazione delle relazioni» e la loro destinazione «inesorabilmente» all’abbandono, e, all’opposto, la «rappresentazione edulcorata e pro-turistica di aree vuote, incontaminate, dove ritrovare pace e ristoro» (ivi: 154).

Il libro insiste su un punto spesso rimosso: rigenerare non significa “riempire i vuoti”, perché questi (vuoti demografici, infrastrutturali o produttivi) sono esiti di processi storici e politici stratificati. Trattarli come superfici disponibili all’intervento progettuale significa ignorare relazioni, memorie e asimmetrie; e alimentare dispositivi di rappresentazione che, mentre pretendono di “fare il bene” dei territori, producono nuovi vincoli, nuove attese e giudizi morali su ciò che è legittimo e desiderabile (Teti 2022). Particolarmente efficace, in questo quadro, è la critica alle narrazioni turistico-culturali che propongono le aree interne come riserve di autenticità, lentezza e naturalità, in cui Bindi mostra come tali rappresentazioni, pur rovesciando il segno negativo dell’abbandono, continuino a produrre un’immagine essenzializzata, contribuendo «alla creazione di nuove ontologie delle aree interne», sospese tra abbandono e idealizzazione (ivi: 154-155). In altre parole, montagna, borgo e campagna vengono caricati di aspettative salvifiche che hanno poco a che fare con le condizioni materiali dell’abitare e del lavorare, e molto con la disponibilità dei luoghi a essere consumati come scenari (Gugg 2024).

In questa cornice, dunque, il ripopolamento assume una valenza quasi morale, perché tornare, restare, investire diventano atti implicitamente virtuosi, mentre chi non rientra o non partecipa ai progetti rischia di essere espulso dal campo del dicibile. Si tratta di una deriva da cui il libro mette in guardia, insistendo sul carattere selettivo e conflittuale dei processi di trasformazione, nei quali spesso «alcune scelte strategiche […] sono venute da un relativamente ristretto gruppo di policy-maker» (ivi: 62-63). Evidentemente, la rigenerazione non è un traguardo comune, ma un processo diseguale, attraversato da asimmetrie di risorse e di potere.

61hr7ekmryl-_sl1360_Camminare i territori

Non meno incisivo è il contributo che offre il volume rispetto alla decostruzione delle opposizioni che continuano a organizzare il discorso sulle aree interne: partire/restare, mobilità/stanzialità, centro/margine. Territori in movimento mostra come tali dicotomie siano non solo analiticamente deboli, ma politicamente fuorvianti, perché oscurano la complessità delle esperienze di vita che li attraversano, riducendole a scelte nette e spesso moralizzate, laddove la “produzione di località” è storicamente fatta anche di circolazioni e relazioni a distanza. In particolare, nel capitolo dedicato alle etnografie pedestri, il movimento non è mai inteso come semplice spostamento nello spazio, perché, in coerenza con una tradizione che ha letto il camminare come modalità di percezione, relazione e conoscenza situata (Ingold, Vergunst 2008), Bindi sottolinea che andare e tornare, viaggiare e restare, sono pratiche che si presuppongono a vicenda, poiché «un essere in costante movimento […] tiene insieme al contempo lo stare e l’appartenere, così come il viaggio e la dimensione itinerante» (ivi:135).

In questa prospettiva, la restanza, nel solco delle riflessioni di Vito Teti (2022), perde ogni aura identitaria. Infatti, restare non è una virtù in sé, così come partire non è una colpa né una fuga: entrambe sono condizioni situate, spesso obbligate, talvolta scelte, sempre inscritte in trame storiche di lunga durata; e il libro di Bindi insiste, con un movimento argomentativo convincente, sul fatto che le aree interne sono state e continuano a essere spazi profondamente mobili, in cui «un fitto intreccio di viaggi di andata e ritorno, di lettere, di merci, di oggetti e di immagini ha costituito da almeno due secoli la cultura ibrida e contaminata delle campagne e delle montagne» (ivi: 161). La mobilità, dunque, non arriva “oggi” come novità, ma si configura come un dato strutturale che muta forma senza scomparire.

Qui, pertanto, il cammino assume una valenza che va oltre la metafora, diventando una pratica conoscitiva, una modalità di relazione con i luoghi e con le persone che consente di cogliere ciò che sfugge alle analisi distaccate o puramente progettuali, perché «il corpo camminante apprende e perimetra e ne fa traccia: il corpo crea la mappa con il suo stesso camminare» (ivi: 159). E tuttavia, proprio perché sempre più spesso i cammini vengono mobilitati come dispositivi d’intervento, il libro ne registra l’ambivalenza, dal momento che «i cammini sono strumenti di animazione territoriale che supportano capillarmente la rivitalizzazione di luoghi abbandonati e spopolati» (ivi: 165), ma la loro efficacia come leve di rigenerazione dipende dalla capacità di intrecciarsi con pratiche produttive locali e forme di cura del territorio sedimentate.

In una cornice di questo tipo, l’etnografia pedestre consente di sottrarsi alle metriche dominanti della rigenerazione – velocità, performance, attrattività – e di aderire ai tempi concreti delle comunità, per cui il lavoro sul campo non precede l’azione progettuale né la segue come verifica ex post, ma la accompagna, la interroga, talvolta la rallenta, in una logica che dialoga con l’orizzonte della ricerca-azione e dell’engagement. Inoltre, il libro mette in guardia dai rischi connessi a questa prossimità, perché «il patto fiduciario tra ricercatori e comunità richiede un investimento di tempi ed energie» che rende fragile il confine tra analisi e partecipazione (ivi: 158). Evidentemente, Bindi non offre soluzioni rassicuranti, ma riconosce l’instabilità di questa frontiera come condizione strutturale dell’antropologia impegnata (Dei 2007).

81m1ypb6y-l-_sl1500_Stare nel margine

Se la critica alle retoriche della rigenerazione e la riflessione sulle mobilità complesse costituiscono l’ossatura analitica di Territori in movimento, è nell’attenzione ai corpi, al genere e alle differenze che il libro introduce uno scarto nettamente politico. La rigenerazione viene così sottratta a ogni pretesa di neutralità e ricollocata nel campo delle relazioni asimmetriche e delle posizioni situate. Il prefisso ri-, già interrogato nelle sue ambivalenze, è riletto anche come dispositivo generativo, perché non è un semplice ritorno o ripetizione, ma è una possibilità di trasformare le relazioni sociali attraverso il riconoscimento delle differenze che le attraversano, poiché «il genere riporta al cuore dell’azione trasformativa dei territori la madre di tutte le differenze» (ivi: 167).

Contro le narrazioni che trattano i territori come spazi astratti di intervento, Bindi insiste sul fatto che ogni trasformazione passa attraverso corpi concreti: corpi sessuati, invecchiati, affaticati, vulnerabili; corpi che camminano e lavorano e che proprio per questo «misurano e perimetrano le terre, divengono strumenti concreti di relazione e di coscienza dei luoghi» (ivi: 165). Il camminare emerge così come pratica di conoscenza e come forma incorporata dell’abitare, rendendo visibile ciò che le retoriche dello sviluppo tendono a rimuovere. Questa attenzione ai corpi si intreccia con una critica alle narrazioni che privilegiano soggetti e capitali non accessibili a tutti, riportando al centro la questione delle esclusioni e dell’asimmetria nell’accesso alle risorse, poiché «le categorie fragili patiscono maggiormente l’esclusione dal lavoro, dalla formazione permanente e dalla piena cittadinanza attiva» (ivi: 125). Inoltre, la riflessione si estende oltre l’umano, proponendo di pensare la rigenerazione come un assemblaggio di relazioni tra umani e non umani, in cui la cura dei luoghi non può essere separata dalla cura delle relazioni multispecie che li rendono vivibili.

È da questa prospettiva che Territori in movimento rifiuta tanto l’idealizzazione del ritorno quanto la celebrazione ingenua della rigenerazione come panacea delle diseguaglianze territoriali, invitando, piuttosto, a “stare nel margine”. Questo non significa addomesticarlo o metterlo a valore secondo metriche esterne, ma riconoscerlo come spazio densamente relazionale, attraversato da frizioni e ambivalenze, in cui il cambiamento è reversibile e negoziato. La trasformazione, cioè, prende forma nel lavoro quotidiano del “fare insieme”, perché le azioni «restituiscono le fatiche e gli entusiasmi del fare insieme che sono alla base di tutte le trasformazioni, di ogni possibile ritorno, di tutti i nuovi inizi» (ivi: 167).

Da qui emerge una postura antropologica che potremmo definire precauzionale: una forma di coinvolgimento che non rinuncia all’azione, ma mantiene uno sguardo critico sulle proprie condizioni di possibilità. La rigenerazione non è mai un obiettivo neutro, ma un campo di forze in cui si confrontano visioni del futuro, interessi divergenti e desideri diseguali (Appadurai 2013), all’interno di territori fragili che richiedono attenzione ai tempi lunghi e alle relazioni situate (Bindi 2021). In questo senso, Territori in movimento non propone modelli replicabili né soluzioni salvifiche, ma apre campi di interrogazione, lasciando che i processi restino aperti e non interamente catturabili da griglie normative. Questa scelta riflette una posizione di ricerca consapevolmente situata, interna ai processi ma non coincidente con essi, che attraversa anche il lavoro condiviso con altri percorsi di ricerca e di intervento.

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Riferimenti bibliografici
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Giovanni Gugg, dottore di ricerca in Antropologia culturale è stato assegnista di ricerca presso il LESC (Laboratoire d’Ethnologie et de Sociologie Comparative) dell’Université Paris-Nanterre e del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) ed è docente a contratto di Antropologia urbana presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università “Federico II” di Napoli. Attualmente è scientific advisor per la Fondazione ISSNOVA (Institute for Sustainable Society and Innovation) e membro del consiglio di amministrazione del CMEA (Centro Meridionale di Educazione Ambientale). I suoi studi riguardano il rapporto tra le comunità umane e il loro ambiente, soprattutto quando si tratta di territori a rischio, e la relazione tra umani e animali, con particolare attenzione al contesto giuridico e giudiziario. Ha recentemente pubblicato per le edizioni del Museo Pasqualino il volume: Crisi e riti della contemporaneità. Antropologia ed emergenze sanitarie, belliche e climatiche.

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