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Ricordi che non si sono ancora fatti memoria. Antonio Marazzi (1934-2025)

  Antonio Marazzi ritratto da Loredana Putignani, Orto Botanico a Brera, Milano 2024.

Antonio Marazzi ritratto da Loredana Putignani, Orto Botanico a Brera, Milano 2024

di Rossella Ragazzi                                         

Preambolo: Io e Antonio siamo stati colleghi e poi amici, durante una ventina d’anni. Non riesco facilmente a passare dalla modalità “parlare con lui”, che ha caratterizzato questo nostro rapporto, a quella “parlare di lui” anche se la sua persona non dovrebbe essere il soggetto di questo intervento, quanto piuttosto il suo lavoro.

Nel 2005 mi regalò il suo libro Giapponeserie riuscendo a trovarne ancora una copia, visto che era esaurito. Il 2008 è poi uno spartiacque, perché, sebbene ci conoscessimo dal 2000, è nel 2008 che Antonio condivise con me la sua mappa personale del Giappone e mi diede dei consigli per il primo dei dieci viaggi che ho poi effettuato in quel Paese da allora. Non solo luoghi, ma anche inflessioni culturali da notare e imparare, contatti, e soprattutto fiducia che avrei potuto muovermi in un ambiente così formale.

Il mio libro di poesie Miyajima Mon Amour è dedicato all’isola difronte ad Hiroshima dove mi aveva mandato proprio lui, ricordandomi che lì non si può né nascere né morire, per via del culto della purezza scintoista. 

Morire in pace
mentre l’erba appassisce
morire in pace
mentre l’erba cresce
questa è la danza
ultima di farfalle
prima della scomparsa
nuvole si accumulano in torri
e lì mi appresto a vagare”
(Santōka Taneda –  種田 山頭火 1882-1940). 

Sono versi di uno dei più grandi poeti giapponesi. Come Antonio mi disse: «Rientrato dal Giappone sono rimasto contagiato dalla essenziale modalità espressiva degli haiku. Le regole degli haiku per kanji e kana nella lingua giapponese sono state trasferite dalla consuetudine di una metrica sillabica dell’alfabeto – cinque, sette, cinque – tanto arbitraria quanto stimolante per chi intenda cimentarsi in questa forma poetica nella nostra lingua» (c.e. 2022)

E alla fine della sua vita egli scrisse Cento Attimi – Cento Haiku che dovrebbe essere in via di pubblicazione mentre scrivo. Mi piace allora cercare di partire da questo interesse che condividevamo, e in cui lui mi insegnava a notare, ritenere, assaporare le minime variazioni di pensiero, sentimento e azione, sempre a partire dal contesto che “vibrava” fuori e dentro di sé. Questo valeva per idee accademiche, esperienze personali, immagini da far emergere in qualche processo artistico o artigianale (che in molte culture asiatiche o indigene non sono processi o risultati distinti). Fine del preambolo. 

Cerco di abbozzare in questo testo una cronologia, non sempre lineare, che dalla giovinezza porta alla sua venerabile età. Vi saranno dei fatti raccontati, altri ricostruiti, altri appena accennati, e certamente ciò che segue è una goccia nel mare, ma che spero lasci una riverberazione per coloro che vorranno cercare ulteriori elementi biografici. 

Parto da una sua comunicazione personale (c.p.), in uno scambio epistolare (c.e.) preparatorio al lavoro di inchiesta biografica a cui ci apprestavamo. La Russia aveva appena dichiarato “l’operazione speciale” (o meglio guerra di aggressione) in Ucraina, siamo nel marzo 2022: 

«Certo la situazione è talmente devastante e scoraggiante. Io non riesco nemmeno a prendere posizione, a seguire gli eventi in poltrona, davanti a un televisore. La mia cronologia personale mi porta inevitabilmente alla mia infanzia sotto i bombardamenti inglesi sul centro di Milano; mio padre disperso in Russia (che poi è Ucraina oggi, lungo il Don), la ‘borsa nera’ per procurarsi da mangiare, io che andavo a scuola stando attento che non arrivasse l’aereo a mitragliare la strada di casa, quei personaggi che a casa chiamavano partigiani ma fuori bisognava chiamare ribelli, i grandi che ascoltavano radio Londra di nascosto per capire cosa stava succedendo. E la storia che si ripete, penso alla Jugoslavia e all’invenzione del nemico. Basta. Basta parole, basta immagini». 

Questo esempio lo porto per dare subito voce ad Antonio, alla sua melanconia positiva, al suo tatto nel parlare con toni non enfatici, nell’evitare la retorica. É in dialogo con la storia, e il lavoro biografico che cominciammo, lo spinge ad iscriversi in essa, senza necessariamente avere delle risposte nel presente, che lo sovrasta. 

Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale Antonio è sfollato da Milano con la madre arpista e la sorella (il padre alpino è sul fronte russo, come si accenna sopra) e passa un periodo relativamente felice a Sant’Ilario (Genova), un luogo che resterà a lui carissimo tutta la vita, così come la vicinanza del mare e l’essere immerso in climi temperati e caldi. Al ritorno dalla costa ligure trova una Milano da ricostruire. Il padre torna dalla campagna di Russia spaesato, con un’infermità agli arti inferiori e non parla mai più della sua esperienza in famiglia.

Antonio racconta nella sua Autobiografia (2017) che: 

«Negli anni devastanti della guerra e del dopoguerra, durante gli affrettati, frequenti traslochi imposti da bombardamenti e sfollamenti, spuntavano ogni tanto dei libri che attiravano la mia attenzione infantile perché l’autore aveva il mio stesso nome. Si trattava di mio nonno, e un titolo in particolare non poteva non colpirmi: ‘Tra i selvaggi e tra i civilizzati’. Di quel nonno esploratore e console in Argentina mi erano poi rimaste impresse delle sue foto in tenuta da gaucho. Vi era allora un altro mondo ‘là fuori’, fuori cioè da quell’atmosfera asfittica dell’autarchia fascista e dei primi testi scolastici di storia con cui era iniziata la mia visione del mondo». 

Dopo la guerra 

Un giorno, negli anni ‘50, passa in una strada vicino al Duomo: vi è un set, quello di “Rocco e i suoi Fratelli”, film di Visconti sulla migrazione meridionale a Milano nel dopoguerra, ispirato ad un romanzo di Testori. Lui e i suoi compagni di classe cercano di intravedere Annie Girardot da lontano, incantati. 

Milano, Duomo, 1960. Annie Girardot, Alain Delon e Luchino Visconti sul set di Rocco e i suoi fratelli. Copyright: Archivio Fotografico Cineteca Nazionale.

Milano, Duomo, 1960. Annie Girardot, Alain Delon e Luchino Visconti sul set di Rocco e i suoi fratelli. Copyright: Archivio Fotografico Cineteca Nazionale

A Milano aleggia un senso di futuro, nuovi quartieri si ricostruiscono, zone periferiche vengono accorpate al centro tramite trasporti più efficienti, immigrati giunti dal sud le popolano, vi è forse più permeabilità fra le classi sociali in quegli anni che non altrove in Italia; attorno a lui un’intellighenzia cosmopolita in ambiti come l’editoria, il design, l’architettura, le arti concettuali, le scienze del futuro, che lui assorbe, lo stimolano, mentre studia economia e matematica alla Bocconi, con Silvio Ceccato, professore di stocastica.

È proprio durante un viaggio di studio a Princeton, con la sua promozione della Bocconi, che scorge un’immagine potente, che lo fa retrocedere dall’idea di fare carriera in quel settore: racconta lui stesso che passando davanti ad un grande edificio dietro un filo spinato, nella Silicon Valley, vede decine di matematici e ingegneri chini sulle loro scrivanie al di là delle finestre, intenti a calcolare traiettorie balistiche, ad uso militare. Siamo in piena guerra fredda. Capisce quel giorno che non seguirà quella carriera. «Ero uno che era alla ricerca di qualcosa» (c.p. 2022). 

È presso la casa editrice Il Saggiatore che il suo amico Paolo Caruso, il quale aveva tradotto Tristi Tropici di Lévi-Strauss, lo espone all’antropologia strutturalista francese. Quello fu un colpo di fulmine, che si aggiunse ai libri di quell’enigmatico nonno esploratore. Solo dopo diversi anni dalla laurea, durante i quali Marazzi lavorò come traduttore e redattore, iniziò un dottorato di ricerca in antropologia presso l’Università della Carolina del Nord. Era allora sposato con Luisella Hoepli (che morí tragicamente nel 1972) e avevano due bambini piccoli: Martino e Alina. Ritorna definitivamente a Milano, e comincia un periodo di attività televisiva, prima di tornare definitivamente in università. Come ricorda: 

«Quando io cominciai a lavorare come giornalista, c’era una trasmissione che è stata pionieristica, che si chiamava TV 7 (allora c’era solo una rete in bianco e nero, poi due reti). (…) Bene, io facevo quello che faceva la parte giornalistica, poi c’era un mio collega che guidava e riprendeva, si usavano dei vecchi camioncini Volkswagen… e una delle prime cose fu la notizia che la Croce Rossa aveva sbarcato dei profughi che venivano da una zona cinese, forse tibetani dall’Himalaya, ed erano stati soccorsi in zona di montagna in Svizzera e la Croce Rossa Svizzera li aveva accettati. Allora noi siamo balzati così con l’idea di fare una cosa di attualità e lì abbiamo trovato questo gruppo di tibetani appena arrivati che era veramente un’esperienza molto interessante perché erano spaesatissimi, non erano per niente a loro agio (…) loro dovevano andare in paese a fare la spesa, era una cosa pazzesca. Le donne mi hanno molto colpito. Una aveva partorito in aereo! Abbiamo fatto un pezzo su questi tibetani ed è stato l’avvio di una cosa che poi è diventata una ricerca più seria, più antropologica in senso stretto» (intervista 2022). 

Quella ricerca seria sarebbe stata la base della ricerca antropologica sulla diaspora tibetana che Marazzi avrebbe effettuato poi in seguito, e per molti anni. Cominciò ad imparare la cultura, il buddismo e la lingua con i quattro monaci che avevano raggiunto quella piccola comunità vicino Zurigo. Antonio effettuò lì viaggi regolari e soggiornò presso di loro. Analisi di una distanza culturale è uno dei suoi primi libri antropologici (anche con alcune fotografie) che scrive sotto incoraggiamento del professor Bernardi. 

«Giravamo in 16 e montavamo in Corso Sempione. Mi ricordo che, se si volevano fare delle cose per conto proprio, il costo di un minuto di film montato in 16 mm era un milione di lire!! (…) Ero free-lance alla Rai, mentre più “fisso” come giornalista in un’agenzia stampa e poi con la direzione di Leo Lionni, scrissi sulle prime serie di Panorama» (Intervista 2022). 

Aver fatto il giornalista in quegli anni gli aveva dato, come disse, «un lasciapassare per avvicinarsi al mondo, per spalancare gli occhi sul mondo» (c.p.). Ma ebbe anche avvisaglie che gli fecero capire che doveva scappare da quell’ambiente. Lasciò il giornalismo, trovandolo troppo clientelare, sentendosi inadeguato a quel tipo di mondanità, ai ritmi serrati del “fare notizia” anche perché si occupava molto dei suoi figli e desiderava una professione più regolata da orari stabili, e con più tempo per fare ricerca. 

s-l960Formazione e incontri importanti 

Attivo fino all’ultimo giorno della sua vita come universitario e acuto analista degli eventi contemporanei, ottenne la cattedra di Antropologia culturale come ordinario all’Università di Padova nel 1980 e la mantenne fino al suo pensionamento come emerito, nel 2008. «La mia iniziazione all’antropologia non è avvenuta attraverso un tradizionale processo di formazione accademica; piuttosto, è stata il risultato di due autentici momenti di ispirazione» (Autobiografia 2017). Uno fu la lettura di Lévi-Strauss alla fine degli anni ‘60, e l’altro l’incontro con uno dei suoi mentori, il professore di Antropologia Culturale all’Università di Bologna, Bernardo Bernardi, il quale ne riconobbe immediatamente il potenziale. Bernardi (ex sacerdote, studiò in Sud Africa dove ottenne il dottorato in antropologia culturale), era un accademico sui generis, proprio per via della sua traiettoria. Vide subito in Antonio un ricercatore originale e determinato. Per un periodo Marazzi ottenne supplenze a Bologna e poi di ruolo all’università di Pavia in antropologia culturale, lavorando parallelamente per la Mondadori Educational. Fino a che non vinse la cattedra a Padova in cui ha poi insegnato per il resto della sua carriera, alla Facoltà di Psicologia.

Marazzi ha inoltre trascorso diversi semestri accademici presso le Università di Oxford e Cambridge, la New York University, il Museo Etnologico Nazionale del Giappone, la Waseda University di Tokyo e Paris VII, tra le altre. Tra i suoi ispiratori figurano anche gli antropologi britannici Evans-Pritchard, Edmund Leach e Jack Goody. Marazzi vantava una formazione peculiare come studioso italiano, in quanto i suoi riferimenti non erano principalmente ancorati all’antropologia dominante nazionale dell’epoca, ma alla scuola di antropologia sociale britannica, quella che lui preferiva, come amava sottolineare. Parlava bene inglese e francese, amava viaggiare e scoprì presto che utilizzare i sabbatici per restare in altri istituti e immergersi in ambienti cosmopoliti, gli procurava molta ispirazione.

In seguito, ha ampliato le sue indagini, ma soprattutto riflessioni, all’antropologia visiva (da alcuni, fra cui lui e Chiozzi, definita “visuale” proprio per avvicinarla alla tradizione anglosassone “visual”) e al suo prodotto creativo e metodologico per eccellenza: il film etnografico. Marazzi aveva imparato a realizzare documentari mentre lavorava come giornalista professionista presso l’emittente televisiva culturale nazionale italiana, come abbiamo visto, ma non era dietro alla macchina da presa.

La sua principale ricerca sul campo e il suo corpus di pubblicazioni (in italiano, inglese e raramente anche in francese) si sono concentrati, nella prima fase della sua carriera, sulla diaspora tibetana in Svizzera (anni ‘70) e in India. Lui stesso ricorda che incontrò il Dalai Lama nel 1974 a Dharamsala, capitale delle comunità tibetane in esilio, e capì che sarebbe stata una vera mancanza di riguardo visitare il Tibet sotto occupazione cinese, proprio perché avrebbe dovuto accettare dei compromessi con le autorità occupanti che andavano contro i valori della Guida spirituale e delle sue comunità in diaspora (c.p. 2020). Marazzi infatti non era spregiudicato, aveva un tatto raro. Questo è il motivo per cui non andò mai in Tibet.

s-l1200Dal 1983, ha sviluppato un campo di ricerca in Giappone, studiando sia il sincretismo religioso tra Buddhismo e Shintoismo nei contesti rurali e urbani contemporanei, sia, in seguito, il rapporto tra il corpo artificiale e la tecnologia incarnata dai robot.

Durante tutti questi anni si è concentrato sull’antropologia della visione, sull’antropologia della percezione, sul corpo artificiale e sulla robotica, visti attraverso una lente antropologica.

Tra le sue pubblicazioni (considerando che una bibliografia veramente completa ancora non è pubblicata) si segnalano: 

Conversazione con Edmund Leach (1972);
Tibetani in Svizzera. Analisi di una distanza culturale (1975);
Il potere latente. Struttura politica e valori spirituali tra i Tibetani in India (1979);
La Volpe di Inari e lo spirito giapponese (1990);
Mi Rai: In Giappone il futuro ha un cuore antico (1999); 
Lo sguardo antropologico. Processi educativi e multiculturalismo (2000); 
Giapponeserie (2001);
An Encyclopedic Art Biennale in Venice (2014);
Antropologia della Visione (2002 e nuova versione riveduta (2015);
Un regard anthropologique sur la vision (2002); 
An Anthropological View of Vision (2003);
Antropologia dei sensi. Da Condillac alle neuroscienze (2010);
Uomini, cyborg e robot umanoidi. Antropologia dell’uomo artificiale (2012); 
Autobiografia (2017);
 Aural Anthropology: A Way of Listening. Visual Anthropology, Volume 32, 2. (2019);
Un mondo artificiale. Le sfide dell’uomo contemporaneo (2022).

9788843052769E come redattore e/o co-autore e/o co-curatore: Antropologia Culturale. Testi e Documenti (1970). A cura di Laura Bonin e A. Marazzi. Voci di famiglie immigrate (2005). A cura di A. Marazzi Tre paesi un progetto. Percorsi formativi con donne migranti (2004). A cura di A. Marazzi e Donatella Schmidt Marazzi Antonio e Alberto Mazzoni. (2021) Testi nel Catalogo della mostra “Robot the Human Project”. Co-curatori e co-redattori del catalogo: L. Galli. A. Marazzi, A. Mazzoni. Mudec. Milano, 2021. Due libri postumi sono in pubblicazione.

I suoi film antropologici trattano temi diversi come diaspore e migrazioni, il rapporto tra il fare arte, la fisicità dell’opera e la percezione dell’artista, la religiosità in Italia e in Giappone. Alcuni sono stati realizzati in collaborazione con la figlia, la regista Alina Marazzi. Tra i suoi film e video ricordiamo: “London Asia” (1999, con Alina Marazzi), “Yamabushi (1984, in versione giapponese e italiana diversificate nel montaggio); “Ayamola” (1985, con Alina Marazzi); “Anime Abbandonate” (1986); e come co-autore “Il Santo” (1986). Nel 1987, è stato tra i presidenti del Congresso di Antropologia Visuale al Minpaku, il Museo Nazionale di Antropologia del Giappone. 

Il 1988 è un anno fondamentale per la storia dell’antropologia visiva in Italia: dal 20 al 23 luglio, un grande congresso “Incontro Internazionale sull’Antropologia Visuale in Italia” viene organizzato da Antonio Marazzi e i suoi colleghi della sua cattedra all’università di Padova. Esso mette insieme tutte le pratiche o scuole di etnografia visiva e cinema etnografico a livello nazionale, ma si vuole di respiro internazionale perché subito a seguire vi è un comitato rappresentativo che prosegue in pullman per raggiungere il dodicesimo congresso mondiale della IUAES (International Union of Anthropological and Ethnological Sciences) a Zagabria (24-31 luglio), dove Asen Balikci presiede la CVA (Commission Visual Anthropology) e dove Marazzi porta, per così dire, il capitale culturale che è convogliato al convegno di Padova e lo presenta in ambito mondiale. Il comitato scientifico degli Incontri di Padova, oltre a Marazzi, vede Buttitta (Univ. di Palermo), Chiozzi (Univ. di Firenze), Clemente (Univ. di Siena), Lombardi Satriani (Univ. di Roma) e Seppilli (Univ. di Perugia) nel comitato scientifico.

Il programma è denso, dal mattino alla notte, e durante quattro giorni abbondano le offerte di cinema etnografico e di riflessioni sull’antropologia visiva o visuale: infatti questo termine è allora oggetto di discordia e segna un po’ una linea di confine fra “meridionalisti” e “nordici”. Qualcosa che riverbera fino ai nostri giorni. Questo congresso merita uno studio riattualizzato, anche se molti importanti partecipanti non ci sono più.

Negli anni Novanta, Marazzi è stato coinvolto nella curatela del Festival dei Popoli di Firenze e, dal 1986 fino al 2019 ha collaborato con l’Istituto Superiore Etnografico di Sardegna, a Nuoro, in sodalizio con il suo direttore generale, Paolo Piquereddu, per il festival di cinema etnografico SIEFF, fino all’ultima edizione di questo importante festival internazionale. Come racconta: 

«All’ISRE in Sardegna, ho tantissimi ricordi. Fra i quali le interminabili giornate trascorse insieme ad Asen Balikci, occasione davvero unica per conoscere quell’ ‘orso’. Giornate al buio per la selezione dei film, interrotte da Paolo (Piquereddu) per portarci a pranzo e cena in un mitico ristorante nuorese da Roberto, dove la mamma cucinava meraviglie locali. La selezione dei film è un compito ingrato e impegnativo, che ti impegna e ti ripaga ampiamente con continue sorprese (e qualche imbarazzo, come i film di Michael Herzfeld sulle cucine dei ristoranti romani…). Erano quasi delle sedute psicanalitiche, tra stimoli esterni e reminiscenze personali evocate  dal buio e dall’isolamento» (c. e. 2020). 
Paolo Chiozzi, Paolo Piquereddu, Antonio Marazzi, David MacDougall, Michael Herzfeld. SIEFF 2012. Foto: Virgilio Piras. Cortese concessione dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico

Paolo Chiozzi, Paolo Piquereddu, Antonio Marazzi, David MacDougall, Michael Herzfeld. SIEFF 2012. Foto: Virgilio Piras. Cortese concessione dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico

In questa foto, uno snap-shot dei Cavalieri dell’Apocalisse. È vero che in quei decenni sembrava che i signori dell’antropologia “visual” fossero quasi tutti uomini (non aggiungerò bianchi ed “etero” per non diventare retorica). Come anche al congresso di Padova, dove solo il 10% erano donne. In verità la disciplina aveva tra le sue fondatrici proprio Margaret Mead, che era sì bianca, ma non (solo) etero. E tante sono le donne che hanno contribuito in modo rilevante (e ormai sono una maggioranza) nella nostra disciplina. Da Maya Deren a Claudine de France, da Lisbet Holtedahl a Judith MacDougall, da Barbara Mayeroff ad Allison Jaklonko, da Metje Postma a Jean Lydall, da Beate Engelbrecht a Faye Ginsburg, o Cecilia Mangini a solo per citarne alcune.

Era Marazzi sensibile alla condizione femminile nella nostra disciplina? Questa è una domanda che non gli abbiamo posto, non ci eravamo ancora arrivati. È altresì vero che una delle esperienze più formative, e più eccitanti per lui, fu proprio offerta da due colleghe donne: Annette Weiner (successora di Malinowsky) e Faye Ginsburg. Grazie ad Annette ebbe una borsa di studio come Visiting Professor alla New York University, nel 1992-1993. Il soggiorno fu estremamente stimolante, e vi diede un corso sul Buddismo tibetano, ma vi progettò anche un nuovo corso grazie al facile accesso a materiali iconografici, archivi, film di ogni epoca e formato.  Con i suoi assistenti americani, sviluppò Visual Thinking, che ha gettato le basi per il suo approfondimento teorico dell’antropologia visiva, “visual” e della percezione, mentre era ospite del programma Cultura e Media.  Come ricorda: 

«Nel 1992 ero a New York per un corso di Visual Thinking alla NYU. In casa di Faye Ginsburg e Fred Myers, marito e moglie, rispettivamente direttrice del nuovo curriculum in Culture and Media e direttore del Department of Anthropology, incontrai, o meglio, conobbi David MacDougall, al quale era stato proposto di girare un film sulla Sardegna, luogo altrettanto esotico dei Paesi dove aveva filmato. Quell’anno (ma non son proprio sicuro) Paolo Piquereddu aveva vinto la sua paura di volare per partecipare al Margaret Mead Film Festival, dove io facevo gli onori di casa quale membro del comitato diretto dalla figlia di Mead e Bateson, Mary Cathrine. Incontrando David a N.Y. mi feci un dovere di promuovere quell’idea, illustrando la Sardegna per quel poco che ne conoscevo. Mi era piaciuto quel progetto di Piquereddu di invitarlo in Sardegna così, senza impegno, offrendogli ospitalità presso i locali e una jeep con la quale scorrazzare a suo piacere per un sopralluogo. Quello che ne uscì, lo sappiamo, fu qualche anno dopo Tempus de Baristas, una delle opere più intriganti di MacDougall e l’unica dedicata alla nostra cultura» (c.e. 2022). 

Cito questi stralci di scambi epistolari preparatori ad interviste più sistematiche intorno alla sua biografia, non per attrazione verso il pettegolezzo, o quel senso di mondanità che a volte l’ambiente dell’antropologia così circoscritto evoca. Riporto le sue parole testuali per dimostrare come gli intrecci relazionali, in questo ambiente accademico internazionale di habitués, evidenzino appunto come questa disciplina si sia stratificata in senso cosmopolita, alternando appropriati lavori di campo prolungati, lunghi periodi di registrazione audiovisiva, montaggio e poi scrittura accademica, a frequentazione di festival, dove si sono intrecciati linguaggi, lingue, idee e prospettive per progetti futuri. Questo caratterizza il nostro campo disciplinare un po’ salottiero, imbevuto anche dall’eccitazione delle proiezioni aperte al pubblico casuale, ma interessato, se non esperto, delle differenze sociali e culturali.

I festival, ormai numerosissimi in tutto il mondo, permettono alla componente artistica del cinema antropologico (o transculturale) di essere rivelato e celebrato, e dall’altro lato, al ruolo di intellettuale pubblico del filmmaker di vivere momenti di soddisfazione che altrimenti sono per lo più negati fra i muri universitari. É un fascino, quello verso il festival, che altre sub-discipline dell’antropologia non posseggono, perché passano per lo più dalla concentrazione fisica e mentale e integrazione sociale durante il lavoro sul campo, all’endogamia intellettuale nella fase di scrittura in lingua accademica dominante, all’insegnamento piramidale, e alla realizzazione che solo un numero relativamente ristretto di persone potranno leggere il lavoro finito. 

Forse proietto qui ciò che ho vissuto io, e allargo la “sensazione” ad Antonio, quando dico che questo aspetto della nostra professione (quell’aurea di festività e flirt a cui accennavo, soprattutto durante i festival) era proprio allettante, ci stanava dai muri universitari e gettava in una febbre comunicativa di incontri inattesi per varie settimane ogni anno. Era a mio parere un rito ripetuto di identificazione sociale, in cui si confermava (o meno) il proprio impatto sull’ambiente di colleghi, attori sociali, studenti e su un nuovo gruppo di spettatori che avrebbero a loro volta ampliato il network con altri inviti, iniziative, progetti da mostrare e condividere. Era soprattutto un campo di lotta libera fra autori, che si ammiravano, criticavano, con cui sorgevano sodalizi, o anche scetticismi duri a morire, e antipatie. 

Quella cucina di New York dove Marazzi, MacDougall, Ginsburg, Piquereddu e Myers commentarono l’invito a David di imbarcarsi in un progetto sul pastoralismo sardo, è quanto di più lontano dall’atmosfera delle montagne dell’Ogliastra e dalla solitudine che l’autore statunitense provò nelle sue prime ricognizioni in quelle regioni iconiche, ma totalmente sconosciute. Nel racconto di Marazzi, questi due momenti creano una scintilla, e da lì iniziò un progetto che fu così importante per MacDougall, in quanto il suo rapporto con la Sardegna continuò per un trentennio, anche dopo Tempus de Baristas. (Questi sono suoi ricordi che andrebbero comunque verificati con i testimoni).

71fxjto9iil-_uf10001000_ql80_Questi sono intrecci, fra Musée de l’Homme a Parigi,  Istituto Superiore Etnografico di Nuoro, la New York University, il Giappone, e Padova, Firenze, Roma con i MAV o Nuoro al SIEFF, dove passano e dialogano antropologi/ghe del mondo “visual”, che si ispirano e aprono squarci su future attività. Questo modus agendi e vivendi rappresenta una delle modalità della nostra disciplina che è transnazionale, e in cui ci si invita a vicenda ad impollinare le proprie istituzioni, siano essi archivi, festival o istituti universitari e oggigiorno anche le “summer schools”.

Antonio non è solo testimone, anima parecchie di queste occasioni, con fare diplomatico, e fair play. Sono anni di fermento nel campo delle scienze sociali europee: la fine della guerra fredda, la caduta della frontiera con i Paesi comunisti e l’apertura ai Paesi ex-comunisti dell’Est europeo, una guerra sanguinosa in Jugoslavia, la messa in crisi di certi nazionalismi.

Nel 1993 Marazzi è nominato, durante un congresso mondiale a Città del Messico, Presidente della Commissione per l’Antropologia Visiva (CVA) dell’Unione Internazionale di Scienze Antropologiche ed Etnologiche (IUAES), succedendo ad Asen Balikci, il suo fondatore, che lo elegge per scelta diretta di successione, com’è uso in questa istituzione un po’ antiquata. Un decennio prima Balikci aveva notato la capacità di Antonio di rappresentare l’ambiente dell’antropologia visiva e del film etnografico italiani al congresso di Zagabria, e lo aveva da allora “monitorato” come suo possibile successore. Come presidente della CVA 

«(…) ho compreso il mio ruolo in relazione al periodo storico che stavamo vivendo, segnato dalla caduta del Muro di Berlino e dall’opportunità di riunirci con gli europei dall’altra parte. Dopo alcuni tentativi iniziali, il ruolo si è concentrato sul Festival del Cinema Etnografico Sibiu Astra, con Simona Bealcovschi. Si è trattato di passare da una vetrina di documentari sugli eventi folkloristici locali a nuove aperture nell’antropologia visuale e film con uno sguardo e un linguaggio filmico diversi. Con questo spirito, ho lavorato affinché la CVA potesse rimanere in Europa, avvicinandomi a Göttingen, sebbene fosse un’istituzione un po’ rigida e polverosa ormai…» (c.p. 2024).

La sua attività come presidente della CVA nella metà degli anni ‘90, in America Latina si è rivolta in particolare a Messico e Argentina. In questi Paesi è stato attivo. In Messico, Marazzi ha ristabilito i contatti precedentemente instaurati da Asen Balikci e ha sviluppato il progetto “Transferencia de los medios audiovisuales a la población indígena”. Nella regione del Chiapas, diverse comunità hanno ricevuto una videocamera per filmare ciò che ritenevano interessante, in autodeterminazione. La post-produzione è poi avvenuta presso la sede della televisione a Oaxaca. Esistono pubblicazioni al riguardo in Messico e una rendicontazione su queste pratiche collaborative in Sud America dello stesso Marazzi, pubblicato sulla rivista Ossimori (1993).

Per quanto riguarda l’Argentina, fu un rapporto intenso e complicato. Fu invitato ufficialmente un paio di volte a tenere conferenze – ne ricorda in particolare una nella lontana Bariloche: 

«Incontravo quasi segretamente (non ricordo il nome) che insegnava all’Università di Buenos Aires e aveva trascorso del tempo a Parigi nell’entourage di Rouch, Susana Sel e un gruppo che aveva un piccolo centro visivo all’Università e una piccola unità di produzione cinematografica etnografica indipendente. C’era un forte senso di opposizione al regime politico, e dovevo muovermi con cautela, secondo una triste pratica argentina. Fu un’esperienza ripetuta che mi coinvolse profondamente» (c.e. 2024). 

Questa testimonianza mi ha sempre lasciato perplessa perché secondo la cronologia, Antonio frequentò l’Argentina molti anni dopo la fine della dittatura (ufficialmente chiusasi nel 1983) e in un periodo di benessere economico del Paese, proprio prima della grande crisi economica della fine anni ‘90. Allora il suo ricordo di un clima politico teso, degli intellettuali ex esiliati in Francia e tornati in patria, andrebbe ampliato e contestualizzato con archivi e interviste a chi ancora ricorda. Questo capitolo argentino era dunque in progress fra di noi, e necessita uno studio approfondito, per chi se ne occuperà. Antonio stava cercando non solo fra le sue carte, ma stava anche rileggendo gli studi etnografici del nonno, di cui portava il nome e non solo il cognome, colui che era Console in Argentina all’inizio del ventesimo secolo, e aveva redatto libri molto dettagliati su alcuni gruppi etnici di quel vasto Paese, ma che si era altresì occupato di studiare la popolazione italiana emigrata in Argentina, nonché di riflettere a livello di policies da parte del Governo Italiano in rapporto a queste comunità (De Risi, 1999:141). Con l’Argentina vi era per lui un legame particolare, e materia di approfondimento per chi vorrà studiare gli archivi e i testi. 

Nel 1991 Marazzi è stato membro fin dalla sua fondazione dell’Istituto per lo Studio della Multietnicità (ISMu) di Milano, un osservatorio e centro di ricerca pionieristico per l’epoca. Nel 1998 dirige la ricerca-azione Socrates, finanziata dall’Unione Europea, per la promozione della condizione delle donne immigrate e il riconoscimento dei loro diplomi di laurea in Europa, per favorirne l’integrazione e la valorizzazione delle loro competenze. Dal 1998 al 2010 è scelto come rappresentante dell’IUAES presso il Comitato Internazionale di Filosofia e Scienze Umane (CIPSH) dell’UNESCO, una carica che lo rende molto fiero.  Scrive in francese per la rivista del comité, Diogènes. Si lega al laboratorio di Jean Arlaud e contribuisce come consulente al Laboratoire d’Anthropologie Visuelle et Sonore du Monde Contemporain a Parigi.

Dopo il suo pensionamento, come ha ricordato: «Mi sono dedicato a un campo innovativo di studio e ricerca, che ho definito antropologia dell’uomo artificiale, concentrandomi sulla bionica, sulla robotica umanoide e sulle riflessioni culturali e sociali nella genetica umana e nella ricerca neuroscientifica». Un’importante esperienza in questo campo, oltre che le pubblicazioni, è la co-curatela della ricchissima mostra “Robot. The Human Project” che venne inaugurata al Mudec di Milano nel 2021. «I robot sono ora i miei nuovi ‘selvaggi’» (Autobiografia, 2017). Gli piaceva finire così provocatoriamente la sua presentazione, e sorriderne, ovviamente.

Tra i numerosi messaggi lasciati dopo la sua scomparsa, si possono ritrovare i tratti comuni che Marazzi ha espresso durante la sua lunga carriera: gentilezza, eleganza, sensibilità, determinazione, ubiquità.  Molti ricordano come evitasse di trattare con sufficienza le giovani generazioni. Era un buon ascoltatore, aveva un sottile senso dell’ironia e non mancava mai di rispondere ai messaggi, aiutando i ricercatori con le domande più diverse, seguendo i suoi studenti con discrezione e coltivandone in seguito l’amicizia, commentando i loro lavori con tatto e permettendo a ciascuno di trovare la propria strada, in libertà di espressione e autodeterminazione. Credeva molto nelle nuove generazioni, con un pizzico di preoccupazione per la loro vulnerabilità, che però giustificava pienamente a fronte di quello che stavano vivendo. Il Covid lo aveva molto colpito, rattristato, impaurito e solo recentemente stava uscendo di nuovo all’aria aperta, per così dire, ma senza aver dimenticato le conseguenze di quella catastrofe sociale che era stato il lock-down e l’atmosfera asfissiante e coatta della pandemia.

Antonio Marazzi, SIEFF 2010. Foto Virgilio Piras.  Cortese concessione dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico

Antonio Marazzi, SIEFF 2010. Foto Virgilio Piras. Cortese concessione dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico

In questo articolo riassuntivo ho cercato di abbozzare un paesaggio in cui collocare il contributo di Marazzi durante svariati decenni e da posizioni ubique. Ho altresì cercato di aggirarmi in punta di piedi, e sempre sotto un regime di ipotesi: sebbene una sua autobiografia in 12 cartelle esista, pubblicata nel 2017 su Ricerca Folklorica, vi erano altri percorsi da esplorare, e avevamo cominciato, sempre in quel modo schivo e sobrio che lo caratterizzava, soprattutto quando si trattava di mettersi al centro dell’indagine. 

La mia ipotesi è che il suo sia stato un percorso di pioniere e di ecclettico, e soprattutto di persona libera da costrizioni di “genere” espressivo. Non optava per l’uno, o per l’altro, non sembra “radicalizzare” nessun linguaggio (sia esso non-scritto, scritto o “visual”). Li corteggiava, li testava, li analizzava, ma sembrava mantenere una certa distanza dall’enfasi; scriveva in modo molto sintetico, con frasi brevi, cristalline, e con capacità di sintesi notevolissima. I suoi documentari etnografici li fece collaborando; sia con tecnici televisivi oppure con sua figlia Alina, regista professionista. 

Coltivava un proficuo rapporto con molti artisti, soprattutto attivi a Milano. Anche con gli studenti e coloro che stavano “cercando nuovi percorsi”. Alcuni non sono diventati antropologi, né cineasti, né etnografi visivi, ma hanno coltivato i loro interessi, imparando a trovare le proprie qualità, i propri desideri, e a “coniugare”. Forse è proprio il “coniugare” che si addice alla sua pedagogia indiretta, molto influenzata dalla spiritualità dell’Asia orientale. 

Dai percorsi biografici qui accennati, e che ripeto, avevamo iniziato a districare, sistematizzare, ma che andavano approfonditi ognuno e/o in coppie e in triadi, emergono dei grandi filoni tematici ma anche degli interessi topici. L’attività antropologica supportata da ricerca etnografica sul campo si situa maggiormente nel lavoro sulla Diaspora tibetana, sull’immigrazione o sulla religiosità quotidiana giapponese. In quei testi l’influenza dell’antropologia sociale britannica è marcata.

Un altro filone, basato su analisi filosofiche e discorsive, è quello dell’antropologia dei sensi, in cui il campo delle sensazioni auditive, rivolto alla registrazione degli ambienti sonori in vari contesti e «all’interpretazione dei codici fonici culturalmente specifici» (Autobiografia 2017) era uno dei suoi interessi più recenti (presentato al convegno IUAES di Montreal nel 2017 in Canada). (Marazzi, 2019). È doveroso anche aggiungere che Antonio era un grande amante della musica classica, e che sua mamma era musicista. 

Vi è anche il topos dell’esotismo (speculare o unilaterale fra culture coloniali o culture che sono restate relativamente separate per lunghi periodi) che percorre falde sotterranee che passano da alcuni scritti sul Giappone, sull’arte (Biennale di Venezia, che seguiva regolarmente), fino al recente testo introduttivo per un catalogo sulla mostra della collezione Balli redatto da Rossella Menegazzo che ne è anche curatrice. Collezionismo, esotismo, serendipità: un tema antropologico per eccellenza. Non a caso, uno dei «pochi libri che ho riportato dal mio ufficio universitario di Padova quando mi sono infine pensionato» ammetteva Antonio (c.p.2020), era il Forge: Primitive Art and Society (1973) a cui era molto legato, soprattutto il capitolo di Bateson “Style, Grace and Information in Primitive Art”. 

9788843065110_0_0_536_0_75I testi più noti di Marazzi sono quelli legati ad un’esplorazione complessiva dell’antropologia della visione, che ha costituito manuale di testo in ambito italiano, dove tali sintesi non erano sempre reperibili (soprattutto all’epoca in cui non si parlava efficacemente inglese nelle nostre università). Ovviamente, per motivi storici, sono forse un po’ datati e a questo punto è compito di studiosi contemporanei criticare, ampliare, espandere tali orizzonti. La storia della nostra disciplina è raddoppiata di taglia, dai tempi in cui Antonio pubblicava Antropologia della visione. E infine vi sono le riflessioni sulla bionica, la robotica, l’artificiale, sempre in chiave antropologica. Il suo maggiore interesse nell’ultimo ventennio, dopo il ritiro dalla quotidianità universitaria.

Il legame fra la tradizione degli studi di antropologia visiva/visuale e artificiale era un tema che lo ha molto appassionato, derivato proprio dal suo studio sul Tibet e poi sul Giappone e le pratiche spirituali di queste culture, ma applicate alla vita quotidiana, all’impermanenza, e non solo a riti o eventi speciali. Infatti, dopo mesi di residenze universitarie al museo nazionale antropologico di Osaka, Minpaku, o all’università Waseda di Tokyo, Antonio inizia a guardare al rapporto tra natura e tecnologia nella cultura giapponese, evidenziando il pensiero simbiotico radicato nello shintoismo. Questa visione attribuisce una dimensione spirituale (il concetto giapponese di tamashi) non solo agli esseri viventi, ma anche agli oggetti inanimati, comprese le macchine, considerandoli parte di un sistema interconnesso e armonioso. L’uomo, in questa prospettiva, non domina la natura, ma vive in una condizione di dipendenza e riverenza verso di essa, in netto contrasto con l’antropocentrismo che caratterizza l’epoca rinascimentale e poi industriale europea. Il pensiero scientifico giapponese, invece, approccia la separazione tra spirito e materia, riconoscendo una continuità tra il mondo umano e non umano. Questo si riflette nello sviluppo della robotica e della realtà virtuale, che in Giappone stanno progressivamente dissolvendo i confini tra uomo e macchina, integrandosi nella vita quotidiana, a livello di una miriade di azioni che macchine (anche umanoidi) compiono, soprattutto per “prendersi cura” (Rimando al dialogo fra Antonio Marazzi con Junji Tsuchiya, 2016). 

É un’interessante contrapposizione tra il pensiero occidentale e quello giapponese, che mette in luce un approccio più olistico verso la natura e la tecnologia. Credo che Antonio fosse sulla via di approfondire le implicazioni pratiche di questa visione, ad esempio come essa influenzi concretamente le politiche ambientali o lo sviluppo tecnologico. Egli sentiva necessario interrogarsi criticamente su questa interpretazione: se da un lato essa apriva nuove prospettive per un’interazione più armoniosa tra uomo e tecnologia, dall’altro si rischiava di idealizzare il ruolo della tecnologia, trascurando le implicazioni etiche e sociali che accompagnano la sua crescente integrazione nella vita quotidiana. Questa era una dinamica evidente in Giappone, dove i più recenti sviluppi nella ricerca robotica trovavano le applicazioni più pervasive, sollevando interrogativi sull’equilibrio tra progresso tecnologico e valori umani. Antonio aveva infatti commentato: 

«… D’altra parte, quella visione armoniosa del mondo proposta dallo shintoismo non si scontra con una realtà esterna spesso drammatica, come proprio in Giappone gli eventi di Fukushima hanno mostrato? Lì è sembrato che un evento naturale si sia trasformato in catastrofe per una gestione tutt’altro che armoniosa dell’energia che è nella natura, da parte dell’uomo» (2016).  

9788829016655Il ruolo dell’antropologia 

Con Antonio ci interrogavamo spesso sul ruolo dell’antropologia al giorno d’oggi, quando questa disciplina è svalutata e ipo-finanziata in tante università. Parlo qui della duttilità del pensiero antropologico come forma di «filosofia con le persone dentro» come la definì Tim Ingold. Cioè una forma di interrogazione sul far senso, sul co-esistere, e del collettivo come soggetto che è più della somma dei suoi individui. Vi era poi un interesse per le forme dell’immaginazione, che si innesta nelle tematiche sensoriali e infine sull’esplorazione dell’arte e dell’artificiale. Apprezzavamo chi esplorava l’antropologia come un rivelatore che prende forma nel momento in cui crea contatto fra sostanze che prima avevano altre testure, altri colori, altre consistenze. L’emergenza di connessioni sistemiche, di patterns che erano prima sottotraccia. Un atto critico fondamentale dell’antropologo si inserisce in quel “disimparare” a cui ci allena costantemente, se si vuole imparare, di nuovo, con gli altri, con i collaboratori di ricerca. Se non ci si vuole confinare a dibattere solo fra colleghi, con il risultato magari inconsapevole, di selezionare i propri interlocutori per la loro stazza intellettuale. 

Si pensava anche ad un’antropologia come allenamento a disfare le conoscenze acquisite, a porre l’accento sui condizionamenti per poterli superare, e, almeno come aspirazione, la pratica di un allenamento alla libertà interiore. Ed essa necessita tutti i media, o modi, anche funzionali, non solo pragmatici, per poter attraversare, impigliarsi, raccontare, dar senso anche in modo effimero, ai laboratori dell’umano e dell’oltre-umano. Forse per questo non vi era in Antonio uno schieramento campanilistico per un tipo di sotto-disciplina antropologica (antropologia della percezione, antropologia visiva, antropologia politica, delle religioni, o linguistica, etc.). Vi era via via la necessità di operare con tutte queste sotto-discipline contestualmente al tipo di analisi o rappresentazione che si perseguiva. Questo fa di lui un ecclettico, un tipo di antropologo difficile da contenere in uno spazio delimitato di specializzazione antropologica. 

Il problema dell’antropologia è anche renderla libera nella sua espressione, nei suoi linguaggi, nei suoi risultati, e, come diceva il compianto Thomas Hylland Eriksen, grande antropologo norvegese, nella scala e proporzione delle analisi: le località piccole rivelano grandi questioni (1995). Lavorare sulle minutiae della vita socio-culturale, in prima persona, come soggetti situati, è un’opportunità che poche discipline accademiche permettono. Eppure, sembra che l’antropologia non serva a migliorare le società. Forse si insegna troppo tardi nel curriculum, quando tutti i condizionamenti culturali, linguistici e sociali son ben incrostati. Ancora Hylland Eriksen, ha più volte dichiarato che l’antropologia si dovrebbe insegnare fin dalle elementari; questo porterebbe ad una piccola grande rivoluzione nell’approccio all’educazione che non si vuole mera “istruzione”, “trasmissione”, come ci ricorda bene Tim Ingold (2018). Questo è un orizzonte che è tutto da instaurare, semmai la scuola verrà riformata sul serio. 

Mi pongo comunque una questione, in eco con Antonio. E questo credo sia importante: non dare mai per scontato nulla, nemmeno i desideri che sembrano impulsivi, ergo autentici. E se fosse solo un altro condizionamento? Anche questo è un compito dell’antropologo/a. Esplorare i condizionamenti, per identificarli e (per chi se la sente) superarli. Non solo ad un livello personale, bensì insieme agli altri, in relazione. Qui vi è un grande potenziale pedagogico che rende l’antropologia scuola del vivere insieme, oltre che disciplina scientifica o pseudo-scientifica. 

Antonio Marazzi

Antonio Marazzi

Multimodale 

Il termine antropologia multimodale, che comincia ad essere usato oggi, è forse più adatto a fare da corona ai suoi interessi e a quelli di tanti antropologi ecclettici, tuttavia, non ho avuto il tempo di discutere questo aspetto con lui, prima che ci lasciasse. Credo però che Antonio fosse scettico verso l’uso del termine “multimodale”. Proprio per via di questa ingerenza dell’inglese nel nostro gergo accademico, era preoccupato da una questione che rischia di portarci tutti ad usare il Globish, la lingua franca della ricerca scientifica mutuata principalmente dall’inglese. Si chiedeva infatti: 

«Oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno di portata globale. La rete internet ha collegato gli uomini di ogni parte del pianeta e, azzerate le distanze, le varietà culturali sono messe a rischio. Quella che è una straordinaria opportunità per la comunicazione tra gli uomini di ogni parte del pianeta può portare alla perdita o almeno all’offuscamento delle identità culturali custodite dagli idiomi parlati nelle varie società. Fino ad adombrare il pericolo di una nuova forma di colonizzazione, un neocolonialismo digitale all’insegna di un inglese standard che, se da una parte è condizione per entrare a fare parte della comunità mondiale, dall’altra rischia di cancellare il senso profondo delle parole. Attraverso l’appiattimento linguistico si colpisce il patrimonio culturale dell’umanità. Quel linguaggio veicolato da internet esprime spesso quello che il filosofo Wittgenstein definì un sapere inesatto. (…) Ancora una volta, dopo tante vicissitudini, le popolazioni più isolate rischiano di essere le più esposte ai pericoli dell’Antropocene. L’antropologia, per sua tradizione di ricerca vicina alle popolazioni più isolate dal mondo occidentale, intende valorizzare il contributo di quei saperi, il prezioso rapporto con il mondo naturale, depositi di antiche conoscenze. Se vogliamo salvare l’umanità, dobbiamo salvarci tutti» (Intervista 2022).

Marazzi era uno studioso dal linguaggio chiaro, sintetico ma profondo, a volte un po’ rapsodico. Il suo anelito a star fuori dalle mura universitarie parte dell’anno era ancorato a una tradizione che ora sembra quasi geologica, visti gli oneri mercantili e manageriali a cui si è costretti all’interno delle università. Riguardo a questo, credo che il lato spirituale di Antonio, il suo cammino interiore, laico ma molto legato alla filosofia buddista, fosse sempre vivo. Senza farne ideologia, o idolatria.

Antonio Marazzi era un visionario zen, non-barocco. A mio parere, riusciva nei suoi scritti ad anticipare una tendenza di futuro che è in atto, ma allo stesso tempo appare arcaico. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Riferimenti bibliografici 
De Risi, Luca. 1999 “L’etnografia italiana all’estero”, La Ricerca Folklorica n.39, aprile 1999: 135-143.
Forge, Anthony 1973 Primitive Art and Society, Oxford University Press.
Hylland Eriksen, Thomas 1995 Small Places, Big Issues. An Introduction to Cultural and Social Anthropology, Pluto Press
Ingold, Tim. 2018 Antropologia come educazione, Edizioni La Linea.
Marazzi, Antonio & Tsuchiya Junji. 2016 “Robot tra natura, cultura e il pensiero simbiotico giapponese”. www.babylonmag.com
Marazzi, Antonio. 2017. “Autobiografia”, La Ricerca Folklorica, 2017, No. 72: 5-8. 
Marazzi, Antonio.  2019 “Aural Anthropology: A Way of Listening”. Visual Anthropology, Volume 32, 2. 2019
Marazzi, Antonio 2024.  Sulla figura di Emilio Balli. In: Menegazzo, Rossella (ed) Il giro del mondo in 472 giorni. La testimonianza di un globetrotter svizzero 1878-1879, Locarno: Armando Dadò.
Tsuchiya, Junji. 2016 “L’Etica shintoista e lo spirito del neocorporativismo: la simbiosi sociale al di là dell’antropocentrismo nei nostri giorni”. Paper presentato all’università cattolica del Sacro Cuore, Milano.

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Rossella Ragazzi, è Professoressa Associata in Antropologia Visiva e Museale presso il Museo dell’Università Artica della Norvegia, Facoltà di Arti, Musica e Museo Etnografico universitario. È anche una regista professionista. I suoi interessi di ricerca includono gli studi decoloniali e indigeni, la museologia critica, il cinema transculturale e l’antropologia multimodale. La sua attuale area di studio è Sápmi, la patria transculturale e transnazionale del popolo Sámi. Nel 2022 ha ricevuto il Premio per la Migliore Comunicazione della Scienza della sua Facoltà. Dirige il gruppo di ricerca SAMFORSK, con 14 membri, dedicato a modalità innovative di costruzione del patrimonio culturale in contesti indigeni/Sámi. Ha co-curato diverse mostre scientifiche, tra cui “Ravdnj: Impetuosa Corrente: sulla presenza del popolo Sámi nella regione di Troms durante I secoli”. Tra le sue pubblicazioni, Walking on Uneven Paths: The Transcultural Experience of Migrant Children entering Europe, Peter Lang, 2009. ha recentemente co-redatto con T. Fonneland il volume: Memory Institutions and Sámi Heritage: Decolonisation, Restitution and Rematriation in Sápmi, Routledge 2025. Ha scritto numerosi articoli scientifici e divulgativi di museologia critica e antropologia visiva. Ha realizzato una decina di film antropologici, tra cui “La Mémoire Dure” (2000) e “Firekeepers” (2007), entrambi vincitori di premi in ambito antropologico.

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