“Ricordatevi che foste migranti”. Una conversazione con Moni Ovadia

Da Le Supplici di Eschilo

Da Le Supplici di Eschilo

di Valentina Richichi

Mentre gli osservatori di tutto il pianeta gridano alla barbarie che deriva dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse umane e ambientali e le crisi politiche ed economiche fanno, con qualche immagine forte ed una frase ad effetto, da sfondo lievemente tapisserie agli studi televisivi che ospitano i talk show, da qualche altra parte, quasi eroicamente, si reagisce all’impotenza del senso comune, ricorrendo alle forme dell’arte e mutuando, anche da testi fondamentali della letteratura e del teatro, quei codici etici, concreti portatori di valori culturali facenti parte di un patrimonio inalienabile, in grado di parlare a gran voce e sulla sola direttrice di una comunicatività di ordine primario. È quanto accade se a parlare al pubblico è la rappresentazione artistica che, con il suo linguaggio immediato, riesce a colpire la sensibilità e a farsi energia propulsiva della riflessione sui grandi drammi dell’umanità.

Dalla catarsi del teatro antico alla risemantizzazione contemporanea, il passo è breve e ha i colori e i suoni della rappresentazione de Le Supplici di Eschilo, messa in scena al Teatro Antico di Siracusa nella appena trascorsa stagione, sotto la direzione di Moni Ovadia. La supplica delle Danaidi approda sulla scena nel senso ampio della richiesta di accoglienza e asilo di cui il pubblico è spettatore nella propria quotidianità, intessuta di immagini televisive che raccontano il dramma dei popoli migranti. In tale inedita presentazione del dramma eschileo, si recita in lingua siciliana e greca e si racconta una storia antica quanto l’umanità, quale è il movimento migratorio, che ha la necessità di colpire l’animo autorappresentandosi quasi da sé, ricercandosi e riconoscendosi negli impianti comunicativi di una vera e propria koinè del Mediterraneo, dove lingue e musiche – l’adattamento è a cura del musicista Mario Incudine – guardano all’apertura verso l’alterità, da sempre contrastata e demonizzata, per farne frontiera di senso condiviso.

Coro delle Danaidi

Coro delle Danaidi

È sulla analoga scia di intenti che, nelle scorse settimane, il sodalizio artistico Ovadia-Incudine ha dato luogo ad una intensa rappresentazione della tragedia dell’emigrazione dal titolo Anime migranti, spettacolo di musica e parole in cui si assiste ad una parabola che dalla migrazione storica siciliana giunge, anche attraverso la drammatica vicenda di Marcinelle, alla tragedia odierna dei migranti che approdano sulle nostre coste, avvalendosi delle pagine del poeta Ignazio Buttitta e di Erri De Luca, delle suggestioni musicali e dei costanti richiami alla dolorosa separazione dalla propria terra e dai propri cari, alla ricerca di un futuro incerto, tutto da costruire. La storia della migrazione siciliana diventa, in questo caso, veicolo privilegiato di una memoria che ha il compito di rendersi speculare ai fatti tragici di cui arriva notizia quotidianamente, quelli delle carrette del mare che approdano, col loro carico di speranza, ma che, sempre più spesso, diventano relitti sommersi e che lasciano intorno a sé immensi cimiteri sottomarini.

A conclusione dello spettacolo cui ho assistito lo scorso 22 agosto, nel Parco archeologico di Selinunte, ho incontrato Moni Ovadia, anche grazie alla mediazione di Sergio Bonanzinga che qui ringrazio, per discutere del ruolo dell’arte e su come questa possa costituire un veicolo insostituibile per metterci al riparo dalla mediocrità con cui spesso i mezzi di informazione propinano i drammi, a volte reiterandone la vicenda col solo fine di abituare progressivamente lo spettatore perché non si soffermi sul problema più del necessario. In quella occasione ho provato a ragionare con lui di come e quanto lo stato attuale del nostro rapporto con la realtà politica sempre più disumanizzata e asservita alle leggi del mercato ci abbia privati di quella coscienza dei diritti umani che hanno costituito il centro delle riflessioni degli ultimi secoli e che rischiano di finire dimenticate, tra le ovvietà delle rappresentazioni mediatiche e la solitudine esistenziale cui veniamo condannati dai poteri forti, tesi a separarci gli uni dagli altri e, soprattutto, a farci apparire lo straniero come infinitamente altro.

Dinanzi a ciò che accade oggi in politica, alle retoriche che innesca la cosiddetta “guerra tra poveri” e alle violazioni sistematiche dei diritti umani, l’arte come può reagire?
Moni Ovadie e Mario Incudine

Ovadia e Incudine

Le forme del fare artistico hanno una specificità, cioè interpongono fra noi e l’orrore una sorta di pietas che ci permette di guardare in volto la Medusa senza rimanerne pietrificati. È ciò che ha fatto il fare artistico davanti ai campi di sterminio. Se un uomo, una donna, venissero presi e portati sul luogo dell’orrore, probabilmente non ne reggerebbero il peso. Non resisterebbero che pochi giorni, prima di commettere un suicidio, vedere il proprio equilibrio completamente stravolto. L’operare artistico permette, attraverso la finzione narrativa e la finzione rappresentativa, di dire la verità più spietata, senza che questa sia distruttiva, proprio perché ciò che noi ascoltiamo riferisce dei fatti veri, ma nel momento in cui noi l’ascoltiamo è frutto dell’operazione di finzione. Noi, nell’attore che riferisce una tragedia come quella di Marcinelle, abbiamo la rappresentazione di quell’evento e non la sua trasmissione diretta. Ma anche quando il testimone dell’orrore riferisce, già la sua narrazione è filtrata, non è la realtà ma un riportarla. E anche il testimone autentico dilata, contrae, omette, enfatizza: dunque, l’operare artistico svolge una funzione cruciale nel poter mettere in relazione la comunità dei convenuti all’evento di incontrare l’orrore, di incontrare la tragedia e il dolore e di potere mettere in relazione i propri sentimenti, le proprie relazioni nel percorso conoscitivo con quell’evento; quindi, secondo me, ha un’importanza grandiosa.

Ho avuto modo di rendermene conto recentemente, tre-quattro anni fa, assistendo a un lavoro teatrale pedagogico con persone che avevano subito la tortura. Gente imprigionata e torturata da regimi dittatoriali. Erano africani, arabi, asiatici che, con due grandi teatranti colombiani, facevano un lavoro di rielaborazione teatrale della loro esperienza. L’episodio più coinvolgente, ormai fissato nella mia memoria, nella mia emozione, è quello di un nigeriano che, esprimendosi in wolof,  recitava,  cantava e danzava la propria esperienza di tortura. Naturalmente, tutto questo ha un valore pedagogico e anche un valore terapeutico che viene dall’esperienza dello psicodramma. In questo senso, credo che questo valga per coloro che usano il teatro attraverso lo psicodramma e le forme pedagogiche teatrali che permettano di rielaborare la propria esperienza. Anche per lo spettatore, che assiste a queste cose, è un modo per incontrare quell’esperienza attraverso questa pietas rappresentativa narrativa che utilizza la finzione per comunicare la verità. Gigi Proietti, in un folgorante sonetto in romanesco spiega qual è la funzione del teatro con questi versi: vive er teatro dove tutto è finto, ma niente c’è de farso e tutto questo è vero, e cioè: il teatro ci permette di affrontare qualsiasi tema senza rimanere pietrificati dal volto della Medusa. Il teatro ci permette di raccontare qualsiasi verità.

Affrontare il tema dell’emigrazione siciliana per arrivare al dramma dei migranti che approdano dalla Libia, dalla Siria, dall’Eritrea, può costituire una sorta di psicodramma per coloro che assistono a questo spettacolo?
Moni Ovadia

Moni Ovadia

Io ritengo di sì, perché c’è un’inevitabile presa di distanza, da parte di persone che si misurano col fenomeno dell’emigrazione di genti che vengono da un altrove che li fa apparire lontani, dunque questo è un modo di avvicinare e di permettere, a coloro che sono meno sensibili, di conoscere il migrante e quel migrante che fa parte della tua storia. Nell’etica ebraica, il rispetto e il riconoscimento dello straniero, ricorre al monito, ancorché non riuscito, che dice: Ricordati che fosti straniero in terra d’Egitto, e allora è  proporre, a un pubblico italiano e nel momento in cui arrivano i migranti, il monito: Ricordatevi che foste migranti. Evidentemente, lo svolgersi scenico di  questa memoria ha una funzione di avvicinamento e di familiarizzazione e quel migrante, in realtà, fa parte della stessa categoria umana di coloro che vissero: i tuoi fratelli, i tuoi padri, i tuoi nonni.

Ho abbastanza anni per ricordare la migrazione interna e il rifiuto, da parte di chi riceveva il migrante del nostro sud, nel nord. Io ricordo, e le ho viste, non me le hanno certo raccontate, le scritte “Via i meridionali dalle nostre città, non si affitta ai meridionali”, e il meccanismo è assolutamente identico. Come, ad esempio, mostrare immagini di ciò che subirono i nostri emigranti nella vicina Europa: qualche scritta, come “Vietato l’ingresso agli italiani e ai cani”, nella Svizzera tedesca, può aiutare a rinfrescare la memoria e a creare quel piccolo grande shock che permette di mettere in crisi il meccanismo di difesa, di estraniazione e di alienazione da colui che non vogliamo conoscere, che vogliamo collocare in un’area di disconoscimento, in una alterità assoluta. Evidentemente, questo ci torna molto comodo per proteggerci e per giustificarci. Una delle frasi più ripetute dai razzisti del nostro tempo, che non vogliono essere chiamati tali, è “Non sono come noi” e con questa formula ti autoassolvi. E ancora: quando si raccontano storie dell’emigrazione nostra, si sente dire: “Allora era diverso…noi andavamo a lavorare!”. Sono, queste, forme di protezione, responsabilità e anche di autoselezione del proprio atteggiamento discriminatorio. E, allora, uno spettacolo che dica: “È la stessa cosa: vedete? Il processo ha invertito il senso, ma ha lo stesso modo di prodursi! Trenta milioni di italiani emigrarono in un secolo; quattro milioni e mezzo erano clandestini”.

Che al giorno d’oggi le merci circolino più liberamente degli esseri umani può in qualche maniera fomentare una decostruzione della nostra natura migrante?

 Sì, perché noi siamo entrati nell’era di un’ideologia totalizzante che è quella del danaro. Così come noi avveleniamo il pianeta e stiamo preparando distruzione e auto- implosione dal lavoro, e il caso dell’Ilva è paradigmatico: addirittura la salute viene messa in contrapposizione al lavoro. Questo avviene in una società che consente un’operazione già concettuale e poi, dal concettuale al pratico è  generare una società corrotta oltre ogni misura. È una società marcia. Viene detto che certi diritti siano incompatibili con l’economia. Il fatto che oggi ci sia una tendenza assolutamente manipolatoria, modello disinformatia, conduce ad un modello di perversione del senso, per cui si è molto fatto per i diritti civili, per potere invece negare i diritti sociali.

Fungerebbero, dunque, da specchietto per le allodole?

Esattamente. Verranno dati determinati diritti ai gay, pensiamo ai matrimoni, ma i diritti del lavoro diventeranno sempre più poveri di contenuto, fino a sparire. Per esempio, questo episodio del lavoro a Ferragosto è come dire che il diritto al riposo è opzionale.

Avviene un totale asservimento alla causa dell’economia, della finanza…

Il lavoro diventa servile e il suo contenuto di dignità viene rimosso. Qualcosa per cui la dignità del lavoratore sul lavoro non appartiene al padrone, all’azienda, ma soltanto a lui, e neanche al sindacato.

Il lavoratore si trova oggi ad avere a che fare con un interlocutore che è totalmente distante da quello di un tempo: non ha più un volto, ha a che fare con le multinazionali.

Esattamente. Coi consigli di amministrazione, il “padrone porco” era meglio, perché era riconoscibile. Oggi, invece, c’è questa totale spersonalizzazione e un attacco allo statuto di diritto delle condizioni lavorative. L’articolo 18 era stata la conquista; adesso, siamo tornati al lavoro bracciantile con gli stipendi da fame, con quelli che chiamano “contratti regolari”. Ma, soprattutto, in ciò che sembrava una conquista acquisita, era importante il contenuto di dignità del lavoro, per cui la retribuzione doveva consentire una vita dignitosa, il potersi costruire una famiglia, potere anche costruire il Sé, un essere umano migliore che aveva il tempo per poter migliorare la propria condizione professionale ed esistenziale. Naturalmente, adesso, ciò viene considerato una chimera.

Dall’Italia si va via alla ricerca di una condizione contrattuale più dignitosa; chi arriva in Italia da Paesi che vivono altre difficoltà, finisce spesso vittima del caporalato. Questa America proverbiale dove è andata a finire?

In realtà, quello fu soltanto un mito. Perché tutte le leggende sull’America, poi, si infrangevano contro un capitalismo terrificante. Il protocapitalismo, i capitalismi delle manifattura, gli swap shops come venivano chiamati negli Stati Uniti, erano luoghi di sfruttamento, di morbosità – nel senso che creavano malattie professionali terrificanti – e i bambini lavoravano dieci, dodici ore…il mito dell’America c’era, ma a che condizioni? Non c’è dubbio che ci siano persone che abbiano fatto fortuna, però tutto questo è stato pagato duramente da due generazioni. Attraverso lo spaesamento, lo sfruttamento bestiale. Poi, coloro che hanno riadattato le caratteristiche di quello stato di capitalismo avanzato, stavano dalla parte dei vincitori, magari ritrovandosi, alla prima crisi, a perdere quello che avevano acquisito. Negli Stati Uniti, l’ultima crisi ha demolito la classe media: il mito del benessere americano.

Una middle class ago della bilancia di un’intera società?

Sì, lo era. Adesso è stata impoverita. Come una volta, la middle class non era tale per statuto di diritti, ma era tale perché in una certa fase dell’economia serviva al potere economico. Nel momento in cui si entra nella finanziarizzazione totale, la classe media non serve più. 

Non si vedono riconosciuti i propri diritti e con essi, sono perduti totalmente quelli di tutti.
Ovadia

Ovadia

Io sono convinto che il capitalismo non ha nessuna dimestichezza con i diritti, che li ha accettati obtorto collo, solo dietro lotte durissime, e li ha accettati perché c’era la paura del ba-bau comunista: anche se era un modello, con tutte le sue infamie e le sue nefandezze, costituiva perlomeno il simulacro dell’alternativa, e allora bene i socialdemocratici, e allora bene Roosevelt. Finito questo, non ce n’è più bisogno. Secondo me, il grande sconfitto della caduta del muro di Berlino è la socialdemocrazia. I socialdemocratici dicevano «Voi comunisti siete degli estremisti esagitati, noi vi dimostriamo che il capitalismo è emendabile»: falso.

Si è rivelato un sistema estremamente autoimplosivo, ripiegato su se stesso, dunque?

Non solo: abbiamo visto che il capitalismo selvaggio, il capitalismo finanziario e ipersfruttatore si armonizza perfettamente con il regime sedicente comunista come quello cinese. Contrariamente a tutta la vulgata. Con un sistema politicamente più rigido del regime sovietico. Questa è la dimostrazione che capitalismo, democrazia e libertà non sono affatto sinonimi, anzi: hanno accettato lo stato sociale solo per raggirare il peggio, ma non certo per vocazione. Ritornando a noi, fa abbastanza impressione come l’affermazione dei diritti universali che prevedono la pari dignità e l’uguaglianza degli uomini, divengano adesso semplicemente chiffon de papier.

Costruire una memoria dell’anima migrante può aiutarci a comprendere meglio il nostro posto, in questo contesto, oggi definito della “post-politica”?

Certamente, se noi ci rivolgiamo alle nuove generazioni e se le generazioni più cresciute che vengono a misurarsi con questo spettacolo ne fanno strumento di comprensione e di formazione e di rieducazione. Noi abbiamo bisogno di educare le generazioni che stanno crescendo al riconoscimento dell’emigrazione come fenomeno che coinvolge umanità, la quale umanità ha lo statuto pieno di titolarità alla dignità e al diritto. Non si può evadere questa questione senza riprecipitare nella barbarie nazionalista. Il caso dell’Ungheria è il caso dell’Europa, ma è un’Europa che manca di una vera e propria vocazione e non è altro che un aggregato di interessi economici e proclamazioni velleitarie. Di fronte al fenomeno dell’immigrazione, l’Europa reagisce in forma non omogenea, non progettuale. E poi si permette, un Paese membro, di erigere un filo spinato! Mentre, di fronte a questo, quel Paese andrebbe buttato fuori dalla Comunità Europea. La verità è che tutta la retorica della democrazia, dell’uguaglianza, dei diritti…di fronte alla verifica dei fatti, mille scuse: ad esempio, questa storia del reato di clandestinità è inaccettabile, corrisponde alle leggi di Norimberga dei nazisti.

Il reato stesso di clandestinità viola in sé i diritti umani.

È un reato di impianto nazista, perché la clandestinità è una condizione. Clandestino è tale perché non ha i documenti: se potesse averli, non sarebbe clandestino.

Dialoghi Mediterranei, n.15, settembre 2015

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Valentina Richichi, laureata in Beni demoetnoantropologici presso l’Università degli studi di Palermo, sta conseguendo la laurea specialistica in Antropologia culturale. Si interessa di educazione nelle classi multietniche, di processi migratori e retoriche geopolitiche. Svolge ricerca nel contesto dell’accoglienza ai migranti e si occupa di progetti di cooperazione internazionale. È attualmente impegnata in uno studio sulla fotografia in età coloniale e sull’emigrazione siciliana negli Stati Uniti.

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