L’8 agosto sono passati settant’anni dal tragico disastro consumatosi al Bois du Cazier a Marcinelle nel distretto carbonifero di Charleroi in Belgio. Nell’incendio della miniera, scoppiato a 975 metri sottoterra, morirono 262 persone, fra cui 136 italiani.
Erano per lo più giovani, alcuni sposi da pochi giorni, che si erano avventurati nell’emigrazione favorita da Governo italiano del tempo con degli accordi di scambio uomini-carbone col Belgio, cui di fatto erano venduti i lavoratori che sarebbero scesi nelle miniere di quel Paese.
Erano i giovani che Vincenzo Consolo nel 1951, studente alla Cattolica milanese, vedeva transitare per il Centro di smistamento dei migranti ricavato in un casermone in piazza Sant’Ambrogio. Giovani che coltivavano il sogno di sfuggire alla miseria dei loro paesi d’origine e a umilianti condizioni di lavoro, come quelli, per esempio, elencati nell’esperienza del giovane Lodovico Molari, il quale ha lasciato una nitida testimonianza personale in un suo scritto autobiografico riportato alla luce dallo scrittore Paolo Di Stefano nella seconda edizione del libro La catastròfa, recentemente uscita, come già la prima, nella selleriana collana “la memoria” (2026); il sogno di tornare con un gruzzolo di soldi da investire al loro rientro in Italia. Sogni stroncati tragicamente quel lontano giorno agostano.
Di questa tragedia, sfrondata dei retorici orpelli rituali e dei manierismi degli interventi occasionali, e ricondotta, invece, ai termini della dura, sconvolgente e ancora inquietante realtà, si è occupato quindici anni fa Paolo Di Stefano, sollevando, dopo cinquantacinque anni, il velo sulle ipocrisie e le incurie di chi avrebbe dovuto far luce sulla tragedia e rendere giustizia ai morti e ai loro parenti sopravvissuti e tenuti lontano, non solo geograficamente, da una corretta ed efficace gestione delle terribili conseguenze di quell’evento. Lo scrittore e giornalista avolese, fedele all’impegno civile che lo contraddistingue, non ha mancato allora di denunciare l’inchiesta parziale avviata a suo tempo e i processi farsa che ne seguirono, l’assenza dello Stato italiano, che pure un senso di colpa o almeno di coscienza incrinata avrebbe dovuto registrare al suo interno per via dell’accordo-scambio tra uomini e carbone avvenuto, dieci anni prima, con reale disprezzo dei diritti del lavoro, della dignità e della sicurezza dei lavoratori mandati, di fatto, allo sbaraglio.
Lo scrittore intendeva conservare nelle pagine del libro-documento, consegnandole alla storia, le voci degli ultimi sopravvissuti, delle vedove, degli orfani e dei soccorritori. Impegno chiaramente riuscito e portato a compimento, se, com’è vero, sulla quella tragedia tornò finalmente l’attenzione degli italiani, i quali furono scossi dalla risonanza che la rievocazione di quanto avvenne in quei lontani giorni ebbe sulla stampa, e non per nulla il libro nello stesso 2011 ricevette il “Premio Paolo Volponi-Letteratura e impegno civile”.
Ora Di Stefano torna a occuparsi di quella tragedia con una riedizione del libro, cui ha aggiunto quattro capitoli, a conferma del fatto che gli strascichi e il retaggio doloroso di quell’evento sono tuttora vivi e insistono a interpellare le coscienze assopite o deliberatamente sorde. Sono capitoli nei quali lo scrittore, in un supplemento di testimonianze, tenta di strappare all’oblio la memoria di quegli uomini sacrificati all’altare degli interessi economici e della “ragion di stato”. Scrive nella premessa Di Stefano: Si muore più volte nella vita, e non è detto che l’ultima sia l’ultima, e nemmeno la più dolorosa. La verità è che non si finisce mai di morire…ora che sono passati settant’anni e sono scomparsi quasi tutti i testimoni diretti della catastròfa, le vittime del Bois du Cazier rischiano di morire per la seconda volta o per la terza, Magari morire soffocate: stavolta dal fumo della retorica e delle celebrazioni rituali che si rinnovano ogni anno. Restano le voci (ivi: 9).
Ed è a queste voci superstiti che ha dato campo e libertà di parola, voci di figli invecchiati e di nipoti, che hanno ricordi infantili appresi dai racconti delle madri, in un coro che, sottolinea lo scrittore, ambisce a farsi memoria collettiva. Vediamo pertanto scorrere sotto i nostri occhi e parlare alle nostre orecchie i protagonisti dei quattro capitoli aggiunti alla nuova edizione: un soccorritore bergamasco oggi quasi centenario, un eroico comandante partigiano morto in miniera per uno scambio di turno, un ragazzo emiliano con le sue lettere inviate ai genitori e alcune straordinarie figure di vedove-bambine. Ne viene fuori il racconto di quanto successe nella miniera e di quanto successivamente venne obliterato e/o consegnato all’approssimazione e alla confusione, senza rispetto alcuno per la sacralità delle persone coinvolte.
Fu un incidente causato dalla carenza di sicurezza, dichiara l’ingegnere e storico Maurilio Di Giangregorio. La persona che dava il via al sollevamento dell’ascensore comunicava a chi stava in superficie con una botta di martello su un’asta metallica. Fu dato inavvertitamente un segnale di partenza, però il vagone non era entrato del tutto all’interno dell’ascensore, per cui nel sollevarsi tranciò i cavi elettrici, l’effetto voltaico provocò una scintilla, il tubo dell’olio che si trovava nelle vicinanze si ruppe, questa miscela esplose, e da lì partì l’incendio. Alcuni sono morti a causa dell’incendio, pochissimi; molti per asfissia e altri per l’effetto termico, perché si generò un vapore surriscaldato che provocò delle grosse ustioni (ivi: 292-293). Il minatore che provocò quelle morti atroci, lo sanno tutti, scrive Di Stefano, si chiamava Antonio Iannetta, supertestimone che non sarebbe mai stato ascoltato nei processi (ibidem). Fu sottratto all’intervento della giustizia, permettendogli di emigrare, pochi mesi dopo aver provocato la tragedia, in Canada, nonostante egli fosse l’unica persona che avrebbe potuto raccontare esattamente com’erano andate le cose (ivi: 294). C’è da domandarsi perché gli fu consentito di espatriare, sottraendosi alle sue responsabilità. Di Distefano riporta addirittura la voce secondo la quale nei giorni successivi alla tragedia le autorità gli avevano consigliato di nascondersi per evitare il linciaggio (ibidem). Alla luce di questi dettagli, e soprattutto di ciò che sarebbe avvenuto dopo nel corso degli anni, come non pensare che nel tutelare Iannetta le autorità mirassero sostanzialmente a tutelare sé stesse? Di Stefano non lo scrive, ma lo lascia arguire al lettore.
Allo scrittore rimane il compito di dare nome e voce ai tanti morti, i cui resti alcuni familiari fortunosamente videro che erano stati messi nelle casse da morto alla rinfusa, tra sabbia e cenci, con l’amaro sospetto che in realtà i resti dei loro cari in vari casi fossero rimasti sotto terra. Era stata probabilmente consumata la messa in scena di dare comunque un contentino ai parenti, col classico, come si suol dire, mandare in aria un po’ di stracci. Dubbio persistente nel cuore e nella mente dei tanti parenti, che non si rassegnano davanti al nulla di fatto circa la verità sulla fine dei loro cari. Mario (Ferrante, che nella miniera perse il fratello Camillo assieme ai compaesani di Turrivalignani Rocco, Orlando, Cesare, Giovanni, Francesco, Modesto, Leonino), scrive Di Stefano, ricordava di avere assistito alla traslazione dei corpi e sbirciando dentro quella di Orlando aveva visto nient’altro che un mucchietto di sabbia e un pettinino per i capelli. Era convinto che i corpi fossero rimasti sepolti nella miniera e che le bare vuote fossero state riempite di quel che capitava (ivi: 290), Scorno e beffe, insomma, perpetrate, con un sommario rituale mistificatorio, ai danni dei morti e dei loro parenti.
Nel 2021 sono stati recuperati alcuni corpi, per procedere al loro riconoscimento con l’esame, oggi possibile, del DNA. Ne sono rimasti sconosciuti tredici. Addirittura del molisano Francesco Cicora è rimasto soltanto un nome senza un corpo, perché il DNA del figlio non ha trovato riscontro in nessun corpo tra quelli riesumati al cimitero degli sconosciuti. Sarà ancora giù nelle gallerie? si domanda Di Stefano; Polvere, Fango? Sarà in un’altra bara per uno scambio di resti? (ivi: 296). Rimangono ancora otto italiani senza un corpo, a cui i familiari possano portare un fiore, conclude lo scrittore. Essi sono: Francesco Cicora di San Giuliano di Puglia, Eligio Di Donato di Roccascalegna, Secondo Petronio di Castel del Monte, Edmondo Cirone di Farindola, Francesco Paolo Martinelli di Turrivalignani, Pietro Basso di Fiume Veneto, Michele Granata di Ferrazzano, Pompeo Bruno di Racale. Nomi e cognomi senza corpo, nomi che contengono vite, storie, destini, pianti, altre vite, altri dolori, altri pianti, quelli delle donne e dei figli. Oggi non rimangono che i figli e le figlie a custodire la memoria (ivi: 298) (…) Quel che si sa di certo è che sono morti tutti. Quel che si spera è che non moriranno per sempre (ivi: 299).
Furono vite spezzate, sogni di riscatto umano, economico e civile infranti. Rimane perennemente viva una ferita sempre aperta, una piaga che non permette, ancora a distanza di settant’anni, un sia pur minimo distacco affettivo ed emotivo da una tragedia senza giustizia e senza verità, e perciò necessariamente rimasta aperta. Perciò nel cuore e nell’animo dei parenti non c’è luogo nemmeno a quel minimo di pace interiore necessaria a poter accettare di tornare sui luoghi della Catastròfa in nome di un approccio definito culturale, se non addirittura turistico, col visitare il Museo di una tragedia che per i parenti dei morti gronda ancora il sangue del sacrifico della vita perduta e dell’ingiustizia subita.
Paolo Di Stefano, con la sua competenza di giornalista di razza e di scrittore civilmente impegnato, con questo libro, che adombra i tratti di un work in progress, consegna alla memoria collettiva di tutti testimonianze preziose, rivolte a rendere empaticamente, se non giuridicamente, giustizia, almeno umana, con questo tentativo di voler dare nome ai morti e ai loro parenti rimasti, a causa della tragedia di Marcinelle, senza padri, figli, sposi, fratelli. Egli, occupandosi reiteratamente di quel tragico evento e delle sue conseguenze, di fatto riesce a consolianamente realizzare, in questo caso riguardante Marcinelle, il proponimento del personaggio letterario Pietro Marano col dare ragione, nome a tutto quel dolore (V. Consolo, Nottetempo casa per casa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992: 175) e far esercizio di coltivazione della memoria umana e storica, per combattere la ruggine dell’incalzante oblio. Ciò, a testimonianza e conferma del fatto che, contrariamente alla storia, la quale pretende di essere fedele specchio della realtà, non sempre la letteratura è menzogna, come qualcuno ha scritto e teorizzato, anzi tutt’altro essa sa a volte rivelarsi.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Sebastiano Burgaretta, poeta e studioso di tradizioni popolari, ha collaborato con Antonino Uccello e, come cultore della materia, con la cattedra di Storia delle Tradizioni Popolari dell’Università di Catania. Ha curato varie mostre di argomento etnoantropologico in collaborazione col Museo delle Genti dell’Etna, con la Villa-museo di Nunzio Bruno, con la Casa-museo “A. Uccello”, col Museo teatrale alla Scala di Milano. Ha pubblicato centinaia di saggi e articoli su quotidiani, riviste e raccolte varie. Tra i suoi volumi di saggistica: Api e miele in Sicilia (1982); Avola festaiola (1988); Mattia Di Martino nelle lettere inedite al Pitrè (1992); Festa (1996); Sapienza del fare (1996); Retablo siciliano (1997); Cultura materiale e tradizioni popolari nel Siracusano (2002); Sicilia intima (2007); La memoria e la parola (2008); Non è cosa malcreata (2009); Avola. Note di cultura popolare (2012); Verbumcaru (2020); Riti e usanze popolari ad Avola (2021); Alle soglie del tèmenos (2021); I giorni del corona (2021); La giostra delle apparizioni (2021).
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