CIP
di Domenico Cersosimo [*]
La realtà è deragliata. Siamo immersi in una trasformazione profonda e rapida del mondo che abbiamo conosciuto ed abitato finora e non abbiamo strumenti analitico-interpretativi adeguati per capirne pienamente la portata distruttrice e gli impatti disuguaglianti su persone e luoghi. Prima di tutto, si avverte una diffusa inadeguatezza cognitiva, l’appannamento delle capacità critiche, la carenza di categorie di pensiero consolidate per decodificare il mondo nuovo nonostante i molteplici segnali del suo arrivo incombente, la crisi persistente dei tradizionali luoghi della riflessione intellettuale collettiva.
Scomparsi i partiti e le strutture addentellate della riflessione pubblica – centri studi, settimanali, mensili e trimestrali di analisi e dibattito – si sono via via affastellate in un magma informe una molteplicità di riviste cartacee e online sempre più specialistiche, autoreferenziali, accademiche, elitarie, per pochi addetti ai lavori. Nel frattempo, le università, vieppiù ingabbiate nell’economicismo del new public management anche per effetto di politiche compressive e selettive, si sono rinsecchite di “maestri”, di scuole di pensiero, di orientamenti civili, di impegno sociale: cittadelle della conoscenza di nicchia disinteressate alle esternalità socio-economiche e al benessere delle persone. L’impoverimento progressivo di idee, strutture e istituzioni culturali adeguati alimenta fenomeni crescenti di smarrimento e di impotenza analitica, confusione e forme di vera e propria analfabetizzazione emotiva, di privatizzazione della speranza.
Riprendere con urgenza il filo della riflessione, dello studio e del cammino comune è a maggior ragione oggi la strada principale per capire questa nuova e violenta crisi d’epoca ma anche per rintracciare semi ed esperienze di resistenza sociale, politica e civile alle vecchie e nuove storture e disparità di genere, territoriali, economiche, di classe, e per incrociare le seppur fragili comunità locali in itinere che oltre a prendersi cura di persone e natura si interrogano e lottano per un nuovo mondo possibile. Un lavoro difficile e di lunga durata a cui non possiamo testardamente sottrarci.
La nostra Associazione Riabitare l’Italia, in questo primo quinquennio di attività, ha provato a dare, insieme a tante altre associazioni e a singoli studiosi sparsi nell’intera penisola, il suo piccolo contributo indirizzato, innanzitutto, al riconoscimento politico alle aree marginalizzate, delle comunità dell’Italia interna e non solo, a farle uscire dall’anonimato, a dare dignità ai suoi abitanti, ad indagare e favorire la “restanza”, a dare vita ad esperienze, per quanto minute e disperse, di ri-popolamento. A contrastare gli sguardi e i dispositivi narrativi che nascondono e disconoscono intenzionalmente i territori dissonanti, fuori squadra, alimentando una ostinata e penetrante ingiustizia discorsiva, che inibisce a chi vive nelle aree del margine la possibilità di “fare le cose con le parole”. Anche grazie a Riabitare e alle sue Saggine è cresciuta la consapevolezza nell’opinione pubblica sul carattere policentrico del nostro Paese, sulle complementarità tra territori, sull’inefficacia di politiche pubbliche “cieche ai luoghi” o centrate unicamente su certi luoghi, metropoli e città, identificati, velleitariamente, come motori generali di trasformazione. A smarcarsi dal dominio delle mappe, analitiche e mentali, polarizzanti, del misurare distanze e discordanze da un presupposto centro performante e omologante a cui ricondurre tutto e tutti; a disvelare la crisi di egemonia e di legittimità dei centri, ovvero la loro progressiva incapacità ad esercitare una funzione direzionale e un ruolo trainante per l’intero sistema delle economie, delle relazioni sociali, dei valori simbolici.
Riabitare ha contribuito altresì ad arricchire l’atlante delle parole e dei concetti-strumenti utili per l’azione collettiva e per disegnare nuove politiche pubbliche per i luoghi e le persone che li abitano, indicativi a questo proposito sono i temi di ricerca e gli stessi titoli delle nostre Saggine-Donzelli: “Metromontagna”, “Migrazioni verticali”, “Voglia di restare”, “Contro i borghi”, “Italia lontana”, “Lento pede”, “Manifesto per riabitare l’Italia” e, prima di tutto, il volume seminale da cui è scaturito il resto “Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste”, curato da Antonio De Rossi. A ribellarsi ai discorsi mainstream che manipolano e risignificano le parole: lo spopolamento che diventa abbandono, la distanza isolamento, la disuguaglianza varietà, la soppressione efficienza, la rarefazione deserto, l’urgenza emergenza.
Per capire i territori del margine servono sguardi affilati, taglienti, non indulgenti; non assecondare le narrazioni romantiche, edulcorate, patinate, di presunte autenticità, di agognati rifugi di benessere. Serve invece scartavetrare la realtà, non nascondere cosa sono diventati i paesi interni, la durezza della vita quotidiana degli abitanti, dei sovraccosti che bisogna sopportare per l’assenza del negozio alimentare, dell’ufficio postale, del panificio, del distributore di benzina, della scuola, della farmacia, della biblioteca, della guardia medica, dell’autobus, di strade sicure. Senza però farsi catturare dalla hirschmaniana “sindrome del fallimento”, della disfatta, dell’idea paralizzante che ormai tutto sia stato già tentato e che non ci sia più nulla da fare se non rassegnarsi al declino, all’evidenza dei numeri e alla certezza della scrematura ulteriore di uomini e donne, della desertificazione di servizi. Che non ci siano alternative al rassegnato racconto di storie di exit di persone, famiglie, intere comunità, scomparsa di codici di avviamento postale.
Ovviamente, molto resta da fare, soprattutto in direzione dell’inversione dello sguardo, la ragion d’essere della nascita della nostra Associazione, ovvero guardare l’Italia, tutta l’Italia, dal margine, dai luoghi abbandonati dalla politica e dalle politiche, dagli italiani a cui vengono negati i più elementari diritti di cittadinanza: studiare, curarsi, muoversi. Vedere, insomma, i tanti ossi e le tante polpe rossidoriane, la molteplicità di ecosistemi, le agricolture, le partenze e gli arrivi, le complessità delle configurazioni produttive e imprenditoriali, la compresenza allo stesso modo vitali delle innovazioni hi-tech e di quelle lente legate ai contesti, gli innovatori urbani isolati e quelli dei paesi di montagna, le molteplici connessioni nascoste tra montagne e pianure. Non c’è futuro per le aree marginalizzate senza un cambiamento degli sguardi e della postura narrativa colonizzante, se non si considerano contemporaneamente movimento e contromovimento, fuga e nostalgia, abbandoni e ritorni, de e ri-contadinizzazione. Non c’è futuro se si cade nella trappola del dispositivo dello spopolamento, dell’etica della probabilità, se non si prende atto che i paesi dell’interno italiano assomigliano sempre più a paesi “fisarmonica”: si allargano e si restringono nel corso dell’anno, dei mesi, delle settimane, a volte nella stessa giornata; un pendolo demografico dettato da ricorrenze, festività, tradizioni, stagioni, clima; un’alternanza di letargo e vivacità, di vuoti e di pieni relativi, di silenzio e di vociare, di nostalgie e sorrisi. Luoghi a quotidianità variabile, ma con una quotidianità, con persone che continuano a viverci, a lavorare, a curare persone e natura, a rammentare relazioni familiari e umane sfilacciate. La rimozione della vita quotidiana è l’aspetto più urticante della narrazione dominante, che al più associa il paese a borgo, a pietre, a regno dell’arcaicità o delle amenità, dell’immobilità o della tranquillità, dell’autenticità o desiderio di passato, lungo la catena delle stereotipizzazioni di chi è lontano e che dalle città intravede case senza abitanti, manufatti senza vita, boschi senza persone, cimiteri senza defunti. Considerare le aree interne e l’insieme delle aree marginalizzate non come luoghi da misurare con il metro urbanocentrico, bensì come territori e società locali che misurano i centri, che mettono in discussione le tradizionali egemonie territoriali ormai inefficaci, che domandano cambiamenti radicali negli attuali assetti regolativi istituzionali, nelle politiche della mobilità, della salute, della scuola non più in grado di garantire a tutti, a prescindere dal contesto di residenza, equità di accesso al buonvivere, al lavoro, alla formazione, alla dignità personale e familiare. Guardare alle aree interne e al variegato universo di piccoli paesi appenninici e montani non come territori dell’inarrestabile incenerimento demografico, del vuoto contrapposto al pieno urbano, del diradamento contro la densità, dello svuotamento meridionale contro il riempimento settentrionale. Lo spopolamento come il sottoscala della modernità metropolitana concentrata che aggrava la barriera fisica, psicologica e discorsiva tra città e paesi, tra urbano e rurale.
In questi anni, abbiamo capito che i territori fragili hanno un bisogno vitale di politiche pubbliche di sostegno, di accompagnamento, di facilitazione, di politiche pazienti perché la realtà è complessa e diversificata e che non servono dunque ricette preconfezionate e buone per ogni luogo; perché il loro successo dipende molto dalla conoscenza contestuale e dal protagonismo degli attori e della società locale; perché è necessario costruire un’efficace struttura di governance multilivello, senza sopraffazione tra istituzioni centrali e istituzioni locali; perché è indispensabile individuare, raccogliere e trasferire le conoscenze codificate globali utili nei singoli contesti di intervento e, tanto più difficile, integrarle con le conoscenze tacite locali. Le politiche place-based hanno bisogno di tempo perché non bastano ricuciture e rattoppi delle politiche del passato, tantomeno cataloghi di progetti “cantierabili” slegati e senza orizzonte strategico, anche quando possono fare riferimento a straordinari finanziamenti come nel caso recente del Pnrr. La Snai è intrinsecamente una politica time consumer: contrastare lo spopolamento attraverso azioni e strumenti per accrescere l’offerta quanti-qualitativa locale di servizi pubblici fondamentali e, allo stesso tempo, attivare processi di sviluppo locale sostenibili a partire dalle risorse immobili di ogni singola area interna, sono sperimentazioni di trasformazione socio-istituzionale radicale che consumano tempo, spesso molto tempo.
Per garantire una vita dignitosa ai residenti nelle aree a bassa pressione antropica è necessario rompere l’ossessione novecentesca per il tot: un numero minimo di alunni per classe e istituto scolastico, una soglia minima di parti annui per reparto di ostetricia, un certo numero di abitanti per la farmacia, per la caserma dei carabinieri, per l’ufficio postale, lo sportello bancario e così via. Tendenzialmente soglie elevate e fisse, a prescindere dalla densità demografica, dalla geografia e dalla topografia dei contesti. Un vero capovolgimento di senso: la dimensione prima dei bisogni; il numero prima della vita; l’efficienza prima dell’efficacia; il processo prima dell’essenza. Lo smantellamento sistematico di presidî pubblici e di infrastrutture sociali della quotidianità nelle comunità sotto soglia ha spinto quote crescenti di residenti a spostarsi verso i centri di concentrazione dell’offerta di servizi essenziali, assecondando così la spirale regressiva demografica: meno servizi inducono l’abbandono, ma meno abitanti giustificano il taglio dei servizi e così via lungo il piano inclinato della desertificazione e della sottrazione di futuro.
Bisogna allora rassegnarsi alla rarefazione sempre più spinta e dunque all’estinzione definitiva di tantissime comunità locali? Non c’è scampo al darwinismo istituzionale e del welfare basato sulle dimensioni? È possibile individuare modalità nuove per abitare lo spopolamento? È certamente possibile ripensare l’azione pubblica e tentare, anche in modo sperimentale, nuove forme di riabitare. Si possono immaginare e praticare percorsi e interventi alternativi, riflessivi, considerando il possibile più che il probabile, ripensando in modo radicale erogazioni e accessibilità ai servizi fondamentali. Non basta la semplice offerta di servizi standard; non è neppure sufficiente costruire una scuola o una casa della comunità, e non bastano neanche più insegnanti e ore aggiuntive di didattica, anche se vitali. Si prenda, a mo’ di esempio, il problema delle pluriclassi. Nei paesi in forte calo demografico spesso il numero di bambini non è sufficiente per la formazione di una classe ordinaria e si è dunque obbligati a dare vita a pluriclassi, ovvero ad aule con alunni di differente età e livello formativo. Apprendere e crescere in una classe con pochi alunni e appartenenti a età e anni scolastici differenti è tutt’altra cosa rispetto al farlo in classi ampie con alunni coetanei e dello stesso livello scolastico.
Le pluriclassi avrebbero dunque bisogno di maestri in grado di dominare approcci e strategie educativi coerenti con l’eterogeneità anagrafica e il grado scolastico degli alunni, di assemblare conoscenza per aggiustamenti successivi via via che è messa alla prova empirica nei contesti specifici, in quella determinata classe, con quegli alunni, in quel preciso luogo. Per le pluriclassi servirebbero insegnanti «artigiani», allenati a osservare gli effetti, i cambiamenti e le stratificazioni delle pratiche più che le intenzioni astratte della politica scolastica, a imparare dai fallimenti e a districarsi tra le difficoltà che si manifestano nel processo formativo. Non esistono atenei dove si formano insegnanti con queste specifiche caratteristiche, abilità e propensioni. Le università laureano insegnanti “comuni”, in grado di insegnare in classi altrettanto “comuni”. Il ricorso a maestri con preparazione ad hoc per insegnare in pluriclassi – presupposto essenziale per abitare la scuola in paesi spopolati – interpella dunque la formazione universitaria, i dipartimenti umanistici, i profili formativi dei corsi accademici e post-laurea; pone il problema di una formazione appropriata, di programmi didattici costruiti su misura e di insegnanti con bagagli adeguati per lavorare in contesti educativi e ambientali discordanti dalla norma, in grado di reinventare i processi di apprendimento a partire dall’esperienza. È così che il margine diventa centro, che i bisogni delle scuole rarefatte concorrono ai cambiamenti nella formazione universitaria, che le politiche si umanizzano e l’intervento pubblico si ri-territorializza. Che abitare la rarefazione diventa possibile.
Politicizzare la restanza. L’esempio delle pluriclassi mostra come sia necessario politicizzare la marginalizzazione delle aree interne. Che vuol dire innanzitutto riconoscere i cittadini che hanno scelto di restare e la loro voglia di continuare a vivere in luoghi appartati, diversamente appaganti, di praticare forme di vita più naturali e meno esposte ai rischi del nostro tempo ipertecnologico e ipernormativo. Riconoscere altresì che la marginalizzazione dei paesi è frutto di scelte politiche e che deficit, carenze e debolezze si cumulano e rinforzano vicendevolmente, rendendo inefficaci interventi su una singola criticità. Vuol dire ripensare le politiche pubbliche centrali, perseguendo forme di cooperazione istituzionale con i livelli locali. Significa altresì mettere al centro la questione del potere e dei meccanismi che strutturano e riproducono disuguaglianze nei diritti civili e nella partecipazione democratica: dare la parola alle comunità locali e creare le condizioni per sostenere le capacità e le aspirazioni dei residenti, in primo luogo ricostruendo un’impalcatura di cittadinanza sociale adeguata alle comunità contratte. Restituire loro il potere di auto-riconoscersi come comunità e di decidere sulla propria vita, sull’uso delle risorse locali, fino all’adozione di meccanismi di protezione della loro rappresentanza nelle principali istituzioni politiche e nel Parlamento.
Tutto difficile ma non impossibile. Daccapo, ci vuole pazienza e tempo. Non bisogna farsi prendere dalla smania delle conclusioni; al contrario bisogna far riposare le cose, perché non si tratta di replicare nei paesi ciò che si fa in città e omologare le aree interne al modello urbano. Il nuovo si costruisce sperimentando, con faticose discontinuità e rotture dei paradigmi dominanti, percorrendo vie traverse e cogliendo biforcazioni inattese. A ripensare in modo radicale il concetto stesso di produttività che, con la crescente diffusione dei lavori cognitivi, è sempre più basato su organizzazioni del lavoro stressanti e frenetici, su ritmi e sovraccarichi di prestazioni, che implicano effetti distruttivi sia sui lavoratori che sulle organizzazioni, finendo, paradossalmente, per ridurre l’efficienza e la qualità del lavoro e, dunque, della produttività nel lungo periodo.
La produttività lenta latamente intesa è un asset connaturato di gran parte delle attività economiche delle aree interne, soprattutto nella sfera agricola, dell’artigianato manifatturiero e dei servizi alle famiglie. In particolare, nell’agricoltura contadina e di piccola scala, il lavoro è caratterizzato da ritmi naturali, stagionali, con mesi o settimane o giorni di attività intensa e mesi o settimane o giorni di riposo pressoché assoluto, senza nessuna ossessione dunque per la produttività costante, incessante. Analogamente, in svariati lavori artigianali, l’artigiano di paese oltre che un professionista quasi sempre è un amico, una persona verso cui si nutre fiducia per l’affidabilità e qualità delle sue capacità lavorative, indipendentemente dalla velocità-produttività con cui fornisce la sua prestazione: ciò che più conta è il lavoro ben-fatto, la relazione umana incorporata nella prestazione, il servizio personalizzato, la soddisfazione reciproca per il risultato. Più in generale, una certa lentezza, e una certa integrazione tra attività umane e natura, tra vita quotidiana e cicli stagionali, tra lavoro dei singoli e comunità locale, così come una certa attenzione ai dettagli e alla qualità degli esiti, sono impronte caratteristiche delle società interne demograficamente rarefatte e tuttora in buona parte al riparo dalla disfunzionalità del paradigma produttivo dominante contrassegnato da velocità, quantità, sovraccarico di lavoro a cui si associano diffusamente stress cronico, burnout e problemi di salute per i lavoratori.
In questa prospettiva, le lentezze dei territori del margine possono diventare segni di futuro possibile anche per i centri, almeno per una parte delle attività e delle organizzazioni più permeabili a ripensare l’odierno paradigma dominante. Nelle aree marginalizzate serve innanzitutto ascolto, negoziazione per co-progettare servizi e prestazioni che siano riconquista civile e di cittadinanza per persone che sono costrette a un corpo a corpo quotidiano con un welfare asfittico, destrutturato, introvabile. Servizi pensati, costruiti ed erogati per e con i beneficiari. Il benessere non può essere delegato a soggetti terzi: una buona vita presuppone protagonismo e attivazione delle persone luogo per luogo, una loro legittimazione come soggetti politici e non come passivi individui bisognosi. Politicizzare la questione aree interne vuole dire soprattutto partire dalle persone, dagli abitanti, dai loro bisogni, dai loro sogni, anche quando sono rimasti in pochi. Basta una famiglia per tenere in vita un paese, per considerarlo abitato. Anche una sola famiglia ha diritto a restare, ha diritto al godimento pieno della cittadinanza, del diritto costituzionale di vivere un’esistenza parimenti dignitosa delle famiglie urbane. La rarefazione non toglie diritti.
Riabitare, dopo gli anni iniziali di “accumulazione originaria”, è in grado di fare un ulteriore salto qualitativo, di rafforzare ed estendere le reti con altre associazioni, di diventare sempre più un presidio civile di posizionamento, di critica e di proposta. Certo, ci mancherà moltissimo la guida intellettuale, creativa e organizzativa, della presidenza di Carmine Donzelli, l’ideatore primo di Riabitare, insieme a Antonio De Rossi, Filippo Barbera, Fabrizio Barca e Arturo Lanzani; ci mancherà soprattutto la sua lungimiranza nel quotidiano, sulle piccole cose che rafforzano il senso della vita associativa. Carmine, seppure nel ruolo di presidente onorario, continuerà a non farci mancare il suo apporto intellettuale e le sue straordinarie capacità di promotore culturale ed editoriale, il che rassicura ogni socio e ogni socia sul lavoro che ci attende nei prossimi mesi e anni. D’altro canto, Riabitare, sebbene giovanissima, dispone di una struttura gestionale e progettuale solida, animata dalla passione e dalla vivacità d’azione della direttrice Sabina Lucatelli e dall’efficiente segreteria organizzativa di Marco Leonetti, oltre che di un direttivo ben assortito di sensibilità disciplinari, di genere e generazionali. Riabitare dovrà diventare sempre più un collettivo di pensiero e di azione coeso, inclusivo, avvertito. Ogni socia e ogni socio dovrà sentirsi protagonista della vita associativa, elaborare e alimentare conoscenza condivisa, non rinunciando al proprio sguardo e ai propri convincimenti. Per tali ragioni, vorremmo potenziare i momenti di discussione interna (in presenza e online) sui temi rilevanti della contemporaneità, sulle grandi trasformazioni in itinere e in fieri, delle aree interne e marginalizzate e non solo, attraverso le Saggine, seminari, convegni ed incontri tematici tra tutti noi: per crescere insieme, per integrare le nostre conoscenze, per arricchirle progressivamente nello studio, nell’interazione e nell’ascolto reciproco.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
[*] Il testo è la trascrizione con qualche aggiunta di parte degli appunti utilizzati durante l’intervento conclusivo dell’Assemblea delle socie e dei soci di Riabitare l’Italia svoltasi a Roma il 23 maggio 2025.
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Domenico Cersosimo, professore onorario di Economia applicata all’Università della Calabria, si occupa di temi di ricerca nei campi dell’economia regionale, dello sviluppo e delle politiche per i sistemi produttivi locali e delle aree interne e marginalizzate. Su tali argomenti ha pubblicato diversi saggi scientifici e divulgativi. È presidente dell’Associazione Riabitare l’Italia.
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