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Riabitare le miniere in Sardegna. Fra rovine e abbandoni in cerca di un futuro

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di Paola Atzeni

Partirò da un libro fotografico, che è assai di più non solo per i suoi contenuti. In realtà, durante le presentazioni di questo testo con la partecipazione di lettori, di tecnici minerari, di docenti universitari, di politici impegnati in varie istituzioni, sono emersi discorsi differenti, ma comunemente orientati ai possibili modi di riabitare le miniere dismesse in Sardegna.

Il libro, intitolato Funtana Raminosa. Erranti per le lente gallerie smarriti nell’oblio, edito da Isolapalma per l’editrice Grafica Ghiani nel settembre del 2025, è stato pubblicizzato come composto di 190 fotografie a colori e 37 pagine di scritti. I testi seguono le foto. Continuano in forma verbale la precedente narrazione visuale. Appare un ordine per cui l’azione sociale pare affidata alla forza del parlare nel parlare, cioè alla pragmatica in cui il dire è anche fare, fare con le parole. La mia è una lettura di antropologa che nelle miniere, secondo luoghi e tempi, studia modi di fare e disfare umanità a vari livelli, individuali e di gruppi, di genere e della specie umana.

Il libro mi riporta a Gadoni, dove quasi 50 anni fa documentai come i minatori cambiarono la lunga e forte tradizione della vendetta barbaricina e crearono la modernità di nuove relazioni, con scelte personali autonome di rifiuto di vendette richieste da certe persone che autorevolmente schieravano alleanze e sottomissioni tradizionali. Desideravo tornarvi per rispondere all’invito di Gabriele Calvisi di contribuire alla creazione del libro. Non è stato possibile per vari impedimenti. Vi torno da lettrice, leggendo a modo mio il libro collettaneo ispirato e voluto da Calvisi. Vi torno con lui ricordando qualcosa del libro degli anni Settanta di Umberto Eco, Lector in fabula (Eco 1989) Sapendo che chi legge, non solo chi scrive, come affermava questo studioso, porta a compimento un testo. È un grande conforto ma anche una preoccupante responsabilità verso l’autore e verso i protagonisti del libro, i quali appaiono nel quadro di cambiamenti di grande rilevanza sia del ruolo dello Stato e sia del ruolo dei partiti in una china di degrado democratico, indicato acutamente e precocemente da Enrico Berlinguer.

Entro nel sito minerario di Funtana Raminosa: macchine, magazzini, piazzale, direzione, abitazioni, alloggi operai, spogliatoi, bagni, mensa, cucina… Un tecnologo individuerebbe il contenuto umano degli oggetti tecnici di archeologia industriale. Un architetto aiuterebbe a vedere le sapienze costruttive che governano la produzione dello spazio antropologico, andando oltre la cultura edilizia. Mi avvicino alla miniera e vi entro: locomotori, imbocco galleria, armature, perforatore, esplosivi, ventilatore, vagone… Mancano le persone, poi le incontro ritratte. 

Mappa delle miniere in Sardegna

Mappa delle miniere in Sardegna

1. Poetiche dei ritratti minerari

Con i ritratti conosciamo persone e mestieri minerari: un topografo, un minatore, un capoturno, un minatore, un palista, un falegname, un saldatore, un cuoco, un palista, un saldatore, minatori in gruppo, un minatore, un operatore dell’impianto di trattamento, un minatore e poi un altro minatore, una magazziniera, un ingegnere minerario, un operatore dell’impianto di trattamento e poi un altro, un geologo, un palista, un capoturno impianto, un tornitore, un minatore e poi un minatore guardia, un elettricista, un meccanico, un minatore armatore, un addetto all’impianto di trattamento, un autista, un magazziniere, un meccanico, un sondatore, un palista, un meccanico, una cuoca, un minatore e un minatore armatore, un palista, una analista chimica, un contabile, un palista, un capoturno dell’impianto di trattamento, un minatore e poi un altro minatore, un sondatore, un meccanico e poi un altro. Dai paesaggi umani si passa infine a quelli naturali. Uomini e donne compongono l’insieme delle esperienze tecniche che realizzavano la produzione mineraria. Le ripetizioni di persone che incarnano certe professioni, per quanto casualmente dovute anche a presenze e disponibilità, tuttavia suggeriscono l’esistenza di gruppi professionali di qualche ampiezza significativa. Qui prevalgono le didascalie che accompagnano le foto. 

La didascalia, secondo Didi-Huberman (2007), è la foto che prende parola, la foto che si prende in parola. Tuttavia, la poetica visiva comunica specialmente attraverso gli sguardi che s’incontrano nei ritratti. Le persone che hanno guardato l’obiettivo ora guardano. Guardano “faccia a faccia” che è un modo speciale di guardare e di comunicare. Cosa dicono? Qui entra in campo la ricerca del senso e l’interpretazione fotografica. L’immagine si apre agli incroci degli sguardi nella silenziosa comunicazione interpersonale.

I ritratti comunicano nel e con il proprio sguardo. In questo libro, oltre la professionalità, raccontano l’esperienza personalizzata, individualmente incorporata: una dimensione culturale personale e singolare di esperienza mineraria che contribuisce a formare una configurazione di esperienza, anche sociale e locale, di particolare e autonoma comunanza. Le immagini delle persone con il loro “faccia a faccia” si fanno immagini aperte, si aprono ad altre persone con l’aria di essere un consapevole personaggio della vita della miniera e della comunità locale. Hanno l’aria di vite che hanno saputo attraversare, in modi culturalmente differenti ma in comunanza, vari lavori e rischi minerari di salute e di vita.

Sguardi sicuri con una propria «aria culturale», per dirla con il semiologo Roland Barthes (1980). Spesso son occhi resi abili a saper vedere anche l’oscuro. Occhi da ricercatori, più che da semplici estrattori. Sguardi che accomunano minatori e tecnici, nella comune ricerca quotidiana di lavoro e vita sotto la terra. Ogni persona appare in vista come ricercatrice viva e capace di produrre securitas nei rischi quotidiani, soprattutto quando guarda diritto negli occhi altrui. Le persone portano nelle loro foto abilità personali fatte presenti come corpi d’esperienza e come persone esperte. Persone esperte come patrimonio culturale messo in comune, sia nell’attività lavorativa e sia nell’esposizione fotografica.

Le foto richiamano la gran mole d’importanti pensieri che nutrono la letteratura sulla fotografia. In sintesi, il dibattito teorico sul rapporto tra arte e fotografia può partire dagli articoli del 1931, contenuti poi nel testo pionieristico con il titolo di Piccola storia della fotografia di Walter Benjamin, pubblicato da Skira nel 2011, sul linguaggio fotografico che restituisce profondità al pensiero e sensibilità allo sguardo. Mi limito a segnalare, a titolo esemplificativo, alcuni dei più importanti pensieri sulla fotografia. Il pensiero riflessivo della fotografa Susan Sontag (2004), Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società. Quello sociologico di Pierre Bourdieu (a cura di, 1970) La fotografia. Usi e funzioni sociali di un’arte media e di Alfredo De Paz (2001), Fotografia e società dalla sociologia per immagini al reportage contemporaneo. Quello storico di Adolfo Mignemi (2003) Lo sguardo e l’immagine. La fotografia come documento storico. Quelli antropologici volti sia alla comunicazione fotografica come nel caso di Massimo Canevacci (2000) Antropologia della comunicazione visuale, e sia alla complessità dell’osservazione visiva e del visuale nella elaborazione scientifica, come con Franco Faeta (2011) Le ragioni dello sguardo. Pratiche dell’osservazione, della rappresentazione e della memoria. Per indicare storici dell’arte e dei media che hanno assunto opzioni antropologiche, ricordo Hans Belting (2002), Antropologia delle immagini, e George Didi-Huberman (2007), L’immagine aperta. Motivi dell’incarnazione nelle arti visive. È assai proficua anche l’opera antologica di Claudio Marra (2001) che affronta i problemi della pratica sociale che scaturiscono dalle sperimentazioni fotografiche, come appare dal Le idee della fotografia. La riflessione teorica dagli anni sessanta a oggi.

filosofia-della-fotografia-1508Sulla genealogia filosofica dello sguardo fotografico, appare valido il libro curato da Maurizio Guerri e Francesco Parisi (2013), Filosofia della fotografia. Ricordo il particolare impegno filosofico-programmatico, esplicitato da Vilém Flusser (1987), fin dal titolo del suo testo, Per una filosofia della fotografia, in cui situava la fotografia, specie quella sperimentale, nel produrre informazioni impreviste e nel mettere in immagine certe rivelazioni riferite ad un contesto di pratiche e modelli di libertà nella rivoluzione post-industriale.

Secondo questo studioso, si aprono spazi possibili di libertà, specialmente nella fotografia. Ma è possibile congiungere questo suo tema libertario all’incontro, in certi modi, con le immagini attraverso il punctum e lo studium, come dirò. Le foto, complessivamente, legano miniera e corpi.

In miniera, il corpo fotografato è sito e punto nodale di una integrale materialità culturale (Nancy 2002). Il corpo naturale è diventato e fatto esperienza culturale di miniera, attraverso il lavoro. Il corpo umano, naturale e culturale insieme, produttivo di minerali e produttivo del proprio sé esperto, è diventato corpo esperto di miniera. Superate immediate insicurezze vitali delle vite minerarie, ogni volto con lo sguardo diretto verso il fotografo e verso l’osservatore esige, si fa esigente testimone di un passato proprio e altrui con una presenza esigente. Si tratta in effetti di una presenza esigente che richiede a chi guarda il riconoscimento del proprio valore culturale, acquisito nelle esperienze di umanizzazione del lavoro e delle relazioni minerarie, realizzate autonomamente con valore culturale minerario.

Siamo di fronte a una forte rivendicazione di diritto espressa nella frontalità del ritratto. Si tratta dell’istanza di un riconoscimento profondissimo che proviene dalla persona singolare, latrice di un significato di valore culturale personale collettivamente condiviso. Riguarda un ethos che proviene dalla profonda coscienza di sé, realizzata nell’esperienza autonoma del farsi umani culturalmente valorosi attraverso un cambiamento di sé con un miglioramento delle proprie capacità di risolvere rischi soprattutto infortunistici e vitali nel mondo minerario. Notiamo un’esperienza pacifica di valorizzazione di sé che ogni persona, muovendosi negli spazi e nei tempi concessi fra vita e morte, continua perfino nella fotografia. Invero, nel ritratto ogni persona si assicura la certezza della propria presenza, nonostante la propria assenza (Nancy 2002). L’identità sociale è tradotta nella produzione autonoma del sé, aprendo la questione antropologica della persona che offre il proprio volto come stemma del sé e dell’io. Ogni ritratto prende in carico il compito di una descrizione dei modi di farsi soggetti fotografici nella, della e sulla fotografia nel governare il farsi fotografare. Si tratta di una cooperazione senza sottomissioni, per dirla con Justin Richland (2021). Pertanto, ogni ritratto attira su di sé un’interpretazione antropologica che porta la persona fotografata fuori dalle regole della gerarchia sociale. La porta nell’onorevole capacità di farsi soggetti autonomamente in una collaborazione senza sottomissione, in una collaborazione condivisa. Si tratta di una rilevante questione antropologica sul farsi soggetti autonomi di scelta, per quanto entro certi limiti, sia nelle fotografie e sia nel lavoro e nella vita. Pertanto, sarà necessario tornarvi considerando i discorsi scritti.

Per ora soffermiamoci in breve sulla nozione di immagine aperta di Didi-Huberman, andando oltre il soggetto che si espone per diventare soggetto fotografico. Tale nozione richiede un’attenzione e una postura identificatoria, sia da parte del fotografo e sia da parte dell’osservatore: un passaggio dall’immagine familiare alla sua profondità intima, invisibile o nascosta. L’immagine unisce l’incarnato e il suo significato, nelle metamorfosi reciproche degli incontri interroganti i corpi d’esperienza, nei loro stili d’apparizione su cui non posso soffermarmi in questa occasione. L’immagine si intreccia con l’immaginazione e con varie e possibili alterazioni di significati che possono essere ri-significati, specie nel pathos della continua ricerca. Aprire è scavare, attività di arte mineraria. Quindi, è utile aprire le foto, sia facendole e sia guardandole. Aprire foto di ritratti per far apparire l’interno all’esterno è un modo di procedere dall’aperto degli occhi, e talvolta delle bocche, come apertura di sé, dall’elargizione e dal dono di una verità intima nel realismo dell’incarnazione. Aprire è anche aprirsi. Aprire l’immagine è anche aprirsi all’immagine. Vale per chi si mette in vista nel ritratto e vale per chi fotografa e per chi guarda. 

a1ngkkaeaglLa poetica fotografica mineraria dei ritratti è una poetica di individui che accomuna significati di rischi e di securitas messi in comune. Rischi e sicurezze, anche di disconoscimenti e di riconoscimenti di umanità realizzata, materializzata in certi corpi e in certe relazioni umane, una umanità mineraria valorosa e produttrice di valori, non solo economici. Tale umanità fermamente accompagna e accomuna anche nella serie dei ritratti singolari, serie di unicità e originalità le quali, con distinte pluralità, costituiscono differenti insiemi delle comunità minerarie senza offrire visioni totalizzanti e totalitarie. I ritratti minerari costituiscono un corpus di esperienze umane in cui ogni corpo d’esperienza sembra offrirsi a ogni persona che guarda il libro, aprendosi per diventare qualcos’altro nel presente: l’attuale messa al mondo di un’esperienza fatta per diventare esperienza in comune produttiva nel presente, produttiva ancora di futuro comune incompiuto, da condividere durevolmente e democraticamente.

Roland Barthes, semiologo attento ai segni e ai significati, al senso e alla pratica comunicativa con le sue note su La camera chiara, delinea un percorso della pratica fotografica. Dal punctum, cioè dalla capacità immediatamente attrattiva e pungente di ogni ritratto, egli passa allo studium, all’interesse e alle applicazioni di ricerca ulteriore che le immagini richiedono per una valorizzazione espositiva, nel chiuso o all’aperto, in modo permanente o temporaneo, fisso o itinerante. Le foto, come sappiamo, possono essere fatte uscire dai libri per diventare esposizioni e installazioni con inediti significati partecipati dalle comunità, anche in quelle minerarie. Si tratta di percorsi che si possono sperimentare in modi complementari nei territori minerari dal punctum allo studium e dallo studium al punctum. In altre parole, le immagini possono consentire percorsi che vanno dall’emozione alla ulteriore ricerca, o anche dalla ricerca all’emozione.

Se si vuole rendere culturalmente produttivi di futuro i repertori fotografici di miniera, molti progetti possono essere messi in campo, se si rimuovono inerzie ostacolanti e lentezze mortificanti in istituzioni ormai dannose per avviare iniziative partecipate delle comunità minerarie locali. Mi riferisco a esperienze di rango nazionale e mondiale, agli usi di foto immediatamente significative ed emozionanti, che compaiono o meno nei libri e che dai libri e dagli archivi possono uscire per dar luogo a mostre e installazioni creative e partecipate nelle storiche comunità minerarie. Penso, inoltre, a reti di scientifica documentazione fotografica e filmica che possono essere tematizzati e presentati, unendo sale e piazze e strade isolane e nazionali, europee e mondiali, attraverso esperienze di studium scientifico fotograficamente documentato che, con l’ausilio di elaborazioni artistiche, fanno poi giungere la persona che osserva fino all’elemento attrattivo, conoscitivo e/o emotivo, che spinge verso la conoscenza interdisciplinare anche divulgativa, arrivando al punctum, ovvero fino a colpire menti e cuori negli incontri visuali. Per questo aspetto possiamo rivolgerci a studi scientifici sulle miniere e nelle miniere, come per esempio il Progetto Aria, contando sulla disponibilità rara di Cristiano Galbiati, in cui le conoscenze del mondo e della vita si offrono per una nuova relazione fra scienze “dure” e scienze umane.

Le immagini dei ritratti si aprono agli sguardi altrui, inoltre possono essere interrogate e aperte per diventare qualcos’altro che è più della testimonianza del passato, nella contemporanea temporalità. Si aprono e possono essere aperte, infatti, per diventare attualità. Si tratta di un’attualità che nel contemporaneo mette al mondo una storica esperienza mineraria fatta per diventare inesauribile esperienza in comune, culturalmente produttiva in nuovi modi. Produttiva nel presente per creare ancora futuro. Futuro che parte dalle storiche modernità industriali incompiute per compiere nuove imprese di modernità industriale da condividere democraticamente fra le persone e con la natura. D’Angelo e Pijpers nel 2018 usarono l’espressione temporalità minerarie, mining temporalities, per sottolineare come le risorse estrattive possono essere capite in un complesso di multiple temporalità e durate, ritmi e cicli, con differenti velocità, intensità, ed estensioni. Discorsi e politiche del tempo minerario nella nostra contemporaneità di miniere dismesse in Sardegna riguardano una nuova temporalità mineraria, non solo di memoria ma specialmente di progetto, e di progetto vitale. La coralità e la multitemporalità dei ritratti delle persone che hanno fatto la loro parte nella storia mineraria, locale e non solo, sembrano indurre a nuovi impegni per nuovi tempi minerari. 

Le minerarie poetiche fotografiche dei ritratti, parlando del passato e gettandolo nell’agire dell’agitato mondo presente, sembrano invitare all’agire. Facendo presenti le assenze, sembrano indurre a produrre nuove temporalità minerarie vitali e durevoli presentando molti strati di senso, di semanticità. Nei ritratti le persone dicono l’impegno personale nel “metterci la faccia” facendosi fotografare. Palesano modi propri di farsi soggetti fotografici nella, della e sulla fotografia, mostrando modelli relazionali di cooperazione senza sottomissioni. Esprimono l’«aria culturale» individuale e accomunante di miniera incorporata, esponendo corpi che contengono la miniera. Mostrano persone diventate protagoniste di sicurezze minerarie, indicando il loro sé esperto di risolti rischi minerari di lavoro e di vita, capace di produzioni vitali superando rischi mortali. Esprimono abilità di farsi soggetti autonomi, anche in condizioni di dipendenza, attraverso propri processi culturali di soggettivazioni con un protagonismo vitale che emerge nell’esperienza e nella presenza fotografica. Rivelano autonomismi molecolari, per dirla con Gramsci, individuali e di gruppi locali, che parlano alla società e alle istituzioni.

Dal punto di vista di chi fotografa e di chi guarda, la foto si apre e può essere aperta a partire dagli sguardi che si incrociano “faccia a faccia”, in parità. L’immagine è infatti aperta ma occorre aprirla ulteriormente, per scendere nella sua più profonda intimità. I ritratti minerari possono essere aperti guardando i vari rischi del presente in compagnia di quei corpi plasmati nei rischi, rischi governati incarnando varie esperienze securitarie. per produrre innovative temporalità minerarie di futuro sia nel piano della cultura economico-produttiva e sia in quello della cultura espressiva. Nuove ricerche minerarie, bonifiche produttive dei siti estrattivi dismessi, riusi scientifici post-estrattivi di miniere dismesse possono aprire nuove temporalità. Inoltre, le foto possono uscire dal libro e diventare innovative esposizioni e installazioni artistiche partecipate dalle comunità. 

411jpp3k26l-_ac_uf10001000_ql80_2. Discorsi che vanno indietro e avanti

I discorsi sono tutti preziosi, ciascuno a suo modo. Quello del geografo Matteo Cara mette in vista la congiunzione nascosta di mondi visibili e invisibili, come il sottomondo della miniera. Indica vari segni; il sottobosco, i sentieri, i cammini, il grande fiume, i costoni che nascondono la miniera stessa, la montagna e il pastorale. Tali segni testimoniano anche alternanze di presenze umane che convivevano, presenze antropiche che costituivano la ricchezza di un paesaggio e di un territorio non limitato a monocoltura. Ricordo che in America Latina, nei luoghi e nei tempi in cui le miniere cosiddette artigianali hanno avuto una fonte imprenditoriale agricola più o meno propensa al rischio dell’impresa mineraria, il tema del rapporto fra agricoltura e industria ha assunto speciale importanza, soprattutto con gli studi di Ricardo Godoy nel 1985 e nel 1990. Nell’antropologia mineraria italiana il mondo rurale sardo si pone, invece, in primo luogo come mancato interesse dell’imprenditoria mineraria verso l’integrazione dell’agricoltura, come segnalò Quintino Sella nella sua relazione del 1871. Storicamente, emerge la riduzione funzionale di certi minerali ad usi non confliggenti con monopoli imperanti. Ciò accadde con i progetti di uso chimico del carbone per i fertilizzanti azotati, che avrebbero consentito una differente integrazione fra industria mineraria e agricoltura. Progetti che furono ostacolati dalla Montecatini la quale, di fatto, determinò la riduzione del carbone a esclusiva risorsa energetica combustibile.

9788884679079Il discorso di Tore Cherchi si individua offrendo un profilo storico-politico e storico-culturale delle vicende minerarie in un arco di più di un secolo e mezzo. Egli affronta il tema del colonialismo interno e poi dell’autonomia, distinguendo periodi di presenze e assenze nei modi delle relazioni fra istituzioni pubbliche e imprese economiche. Parte dal libro di Nicola Manca Sollevatori di Pietre. I Sardi, le miniere, il colonialismo, edito dalla Cuec nel 2015 di cui scrisse la prefazione. Il tema del colonialismo è stato ripreso in recenti dibattiti e pubblicazioni. Per esempio, nel libro collettaneo curato da Giampaolo Cherchi e Federica Pau, edito da Meltemi nel 2024, Filosofia del Logu. Logu e Logos. Questione sarda e discorso coloniale. Nel libro di Manca del 2015, pregevole anche per certe comparazioni con l’Irlanda, non compaiono tuttavia riferimenti e citazioni dello studio del 1972 di Maria Stella Rollandi, La formazione della “nuova Irlanda” in Sardegna. Industria estrattiva e sottosviluppo. L’Isola, colonizzata con esemplare tipologia di colonialismo interno analogo a quello irlandese, mostrava il determinante ruolo dello Stato che, a monte, beneficiava dei proventi delle concessioni minerarie. L’esperienza mineraria realizzata nell’Isola dal 1848 al 1914 era storicamente collocata da Rollandi in un lungo quadro di riferimento che riguardava i meccanismi di accumulazione globale che determinavano sviluppo e corrispettivo sottosviluppo. L’autrice si riferiva al testo di Paul Baran del 1957. Egli poneva in luce come le forme economiche considerate arretrate o precapitalistiche, in luoghi di arretratezza e di sottosviluppo, erano in realtà funzionali all’accumulazione capitalistica in cui erano integrati, specialmente come colonie. Maria Stella Rollandi, esaminando le esperienze dell’industria estrattiva in Sardegna, era attenta anche ai successivi studi di Gunder Frank, pubblicati nel 1969. Tali studi indicavano come si approfondiva la polarizzazione fra gli espropriativi centri metropolitani e i centri satelliti, resi periferici nella rete della struttura economica sia internazionale e sia regionale. Successivamente, una schiera di economisti e di socio-antropologi, anche marxisti e anche italiani come per esempio Giovanni Arrighi, sviluppò questi approcci multisituati, globalistici e localistici ad un tempo.

Questa studiosa documentò e sostenne che per molti anni, nella seconda metà dell’Ottocento, le coltivazioni si fecero in giacimenti con minerali di elevato tenore e con solo sussidio di un arricchimento fatto a mano, con costi di produzione ridotti al minimo e con largo margine per i profitti. Le laverie erano molto diffuse e le fonderie piuttosto rare. La sperequazione salariale fra Sardi e Continentali vigeva non solo all’interno della Sardegna, ma anche fra questa e altre zone minerarie, anche quando la produzione aumentò con l’uso dei perforatori a partire dal 1880. Lo sviluppo monopolistico e finanziario avvenne con alta intensità dello sfruttamento vitale della manodopera. Le onorevoli invenzioni tecnologiche e i diritti democratici acquisiti sorvolano spesso sulle arretratezze di pratiche lavorative disumanizzanti, anche quando erano ammantate di scientifica modernità, come accadde nel Novecento con i cottimi Bedaux di genealogia americanistica e fordistica, ben individuata da Antonio Gramsci.

Procedendo con il discorso di Tore Cherchi, egli affronta il tema del colonialismo interno e poi dell’autonomia, distinguendo varie temporalità, secondo periodi e modi di relazioni fra istituzioni pubbliche e imprese economiche. Percorre la lunga storia mineraria della modernità industriale per arrivare alle vicende più vicine, in cui appariva chiaro che la metallurgia di base non assicurava lo sviluppo manifatturiero nell’Isola. Egli soprattutto chiama in causa le responsabilità dello Stato, e delle sue articolazioni in Enti e Aziende, per una politica industriale di rango nazionale e internazionale. Riprendendo il tema del colonialismo interno incrociato nel 2015, egli affronta apertamente la questione del «tradimento» dello Stato verso le miniere, anche nel quadro dello smantellamento delle Partecipazioni Statali. Le privatizzazioni, oscurate anche da corruzioni, di fatto evocano l’acume politico di Enrico Berlinguer sulla questione morale.

Tore Cherchi pone non pochi interrogativi e offre informazioni importanti che riguardano l’antropologia politica e l’antropologia delle istituzioni. Nonostante i disastri del periodo 1980-1994, nel 2000 lo Stato Imprenditore registrava un saldo attivo di 81.300 miliardi di lire. Un attivo notevole, nota Tore Cherchi. Le sue annotazioni sul processo italiano delle privatizzazioni, sottolineano che le telecomunicazioni e le autostrade mostrano esiti contrari a quelli attesi. La parabola dell’industria automobilistica indica debolezze a lungo nascoste e ora palesate. L’attribuzione di valore assoluto all’impresa privata merita nuove consapevolezze critiche che il discorso di Tore Cherchi dischiude e favorisce. Infatti, le scelte industriali avviate con le privatizzazioni e rivolte all’insediamento delle multinazionali nel Polo industriale di Portovesme, svelano le logiche del neoliberismo, disinteressato alla valorizzazione dei territori e delle comunità locali. I poli industriali rimangono poli, senza espansioni produttive. Diventano, inoltre, poli di precarietà. Alcoa, Glencor, Rusal sono nomi di aziende che richiamano esperienze negative tristemente note e dolorosissime ferite ancora aperte. D’altro canto, i passi indietro del Parco Geominerario che ha perso perfino il logo dell’Unesco, i decenni di bonifiche minerarie non fatte, le risorse finanziarie del Piano Sulcis non impegnate localmente e tornate allo Stato, mettono a nudo intollerabili debolezze democratiche, locali e regionali. Responsabilità di istituzioni pubbliche nazionali e locali si congiungono nel discorso di Tore Cherchi. 

La miniera Funtana Ruminosa

La miniera Funtana Ruminosa

Il discorso di Andreano Madeddu affianca quello di Tore Cherchi. Indica la temporalità della fine della miniera di Funtana Raminosa nel 1986. Rievoca la riunione al ministero delle Partecipazioni Statali, a Roma, in cui l’Eni si apprestava a separare il settore minerario da quello metallurgico, scindendo la Samin in due nuove società: la Sim, Società Miniere Italiane, e la Nuova Samin per la metallurgia. Ricorda che pose domande, considerando che la tedesca Metallgesellchaft, leader mondiale della metallurgia dei non ferrosi, integrava invece i due settori. Fu richiesta fiducia nell’Eni, in quanto società pubblica, per firmare l’accordo. Tuttavia, egli non firmò pur restando solo e si dichiara orgoglio di non aver sottoscritto quel documento che segnò la fine dell’esperienza mineraria della Sardegna. Egli richiama, insieme alle battaglie sindacali, indimenticabili emozioni legate a vicende tragiche della miniera. Torna indietro al 1983, alla morte di Bruno Locci, stimato sorvegliante, per il distacco di un blocco di roccia dalla corona della galleria. Ricorda date e orari dell’arresto di Antonio Ghigino, direttore della miniera, di Sandro Aru caposervizio principale, e di Gabriele Calvisi, responsabile dell’ufficio studi, accusati di quel decesso e scarcerati dopo una settimana. Prosciolti poi dall’accusa e archiviato il fascicolo, rimase un’indimenticabile ingiustizia da loro subita.

Con rara e profonda sensibilità umana e sindacale, egli riferisce della crisi nelle relazioni fra tanti lavoratori e tecnici della miniera, indicati come sfruttatori privi di coscienza. Afferma come lesse in quei comportamenti la rottura di solidarietà unitarie che avevano sempre legato le persone in miniera. Continua spiegando che non esiste contrasto tra chi, da posizioni diverse, deve condividere i drammi del lavoro e gli eventi che privano della vita di amici e colleghi. Afferma che chi prova la perenne amarezza della morte sa che non esistono gerarchie del dolore. Infine. ricordando la morte di un amico fraterno nella miniera di Montevecchio, chiarisce come la morte di un altro è anche la morte di un pezzo di sé nei rischi e nelle solidarietà della «terra di sotto».

Egli offre a questo punto, da protagonista, un prezioso frammento delle concezioni, delle visioni, delle forme di vita che caratterizzano le esperienze umane studiate e documentate in Sardegna nel quadro dell’antropologia mineraria italiana. Estendendo le indagini alle pratiche di tecnologia culturale diffuse fra operai e operaie di miniera nell’antropologia del quotidiano, tali studi realizzati nell’Isola hanno potuto offrire una conoscenza storico-culturale più ampia delle esperienze minerarie rispetto agli studi elitari in cui il lavoro operaio era considerato riduttivamente fisico e manuale. Emerso con un’autonoma portata di progettualità, intellettualità, valori, nei rischi della quotidianità mineraria il lavoro operaio, specialmente securitario e vitale, ha donato ampiezze, profondità, robustezze alle esperienze culturali nelle e delle industrializzazioni minerarie. Il lavoro operaio di uomini e di donne nelle storiche miniere della Sardegna, nel quadro della cultura mineraria isolana e nazionale, contribuisce a nutrire sia l’antropologia generale e sia l’antropologia mineraria. 

Funtana Rumirosa

La miniera Funtana Ruminosa

Nel libro appare qualche elemento di crisi locale da non sottovalutare per continuare a verificare l’efficacia analitica della nozione di temporalità minerarie. Gli anni Ottanta del Novecento erano gli anni in cui si affermava il neoliberismo, globalmente e localmente. Erano gli anni del maggior fermento e della maggiore crisi a Funtana Raminosa. Tale fermento appare nelle tranches de vie, nei brani di vita scritti dai tecnici con sorprendente pathos. Giambattista Novella geologo, Sandro Putzolu ingegnere minerario e direttore di miniera, Gabriele Calvisi responsabile dell’ufficio studi, offrono discorsi di alto e di raro impegno tecno-scientifico e democratico per assicurare vitalità produttiva alla miniera e al territorio, alle persone e alla comunità mineraria. 

La tragedia di Funtana Raminosa del 1983 interruppe un’esperienza fortemente tesa all’innovazione produttiva. Gabriele Calvisi dice qualcosa e forse non dice tutto sul suo «dolore oscuro mai dimenticato», sul lavoro da lui svolto a Funtana Raminosa per migliorare la qualità del minerale e della miniera, finito con il suo trasferimento e poi con la chiusura dell’attività estrattiva. La profonda intimità culturale del suo «dolore oscuro mai dimenticato» merita un rispettoso silenzio. Gabriele spera nella riapertura della Facoltà di ingegneria mineraria. I suoi ricordi innamorati della miniera e del paese, lo fanno sentire «smarrito» nella percezione di un futuro negato, di un danno mai risarcito, di una comunità impoverita. Tuttavia, le sue aspirazioni a una modernità industriale ancora da compiersi rispetto a quella storica incompiuta, si associano alle storiche aspirazioni democratiche documentate nel libro, diventando nutrimento culturale per la visione e la produzione di un futuro democraticamente condiviso, fra persone e con la natura. Sono aspirazioni democratiche forti che ora emergono in varie forme, nonostante pesanti sconfitte, non solo a Gadoni ma in tante comunità minerarie non più estrattive. Sono aspirazioni democratiche alte che si sollevano eloquenti, a gran voce, nelle comunità minerarie quando queste ultime paiono ridotte e costrette nei ristretti limiti d’azione delle violenze, anche mortali, inflitte o da infliggere nei conflitti bellici. Si elevano palesando una straordinaria resistenza democratica. Ciò accade onorevolmente per esempio a Iglesias e non solo, specie per la fabbrica di armi RWM a Domusnovas. Se n’è parlato anche di recente in un programma televisivo nazionale come un “ricatto di povertà”, senza possibile libertà d’azione, oltre l’emigrazione.                                                     

91-mj6swwpl-_ac_uf10001000_ql80_3. Autonomie personali e autonomie istituzionali 

Le istituzioni autonomistiche in realtà non raccolgono e non rispettano sufficientemente, a mio modo di vedere, le istanze di autonomia individuali e collettive che provengono dal basso, istanze fortemente espresse ancora in tanti centri minerari. Sul piano storico-culturale emergono forti soggettivazioni individuali e collettive, realizzate perfino in condizioni di sottomissioni violente con varie morti storiche. Tuttavia, vediamo che tali processi di produzione di persone autonome, che chiamo soggettivazioni, processi che possono avvenire in condizioni di dipendenza e perfino di assoggettamento, non sono stati e non sono raccolti adeguatamente dalle istituzioni autonomistiche, a vari livelli, per realizzare ed esprimere un forte, rinnovato e innovativo autonomismo istituzionale. Un innovativo autonomismo federalista e federativo, straordinariamente creativo in cui l’economico sia pensato e praticato in quanto valore vitale e il vitale in quanto valore economico, come accade in parte in alcune bonifiche che restituiscono spazi ad usi pubblici e specialmente nell’avvio di una produttiva economia verde avanzata e di una produttiva economia etica liberamente sostenuta nel mercato finanziario che, sia pure con difficoltà, tentano di affermarsi globalmente. 

Il libro da cui siamo partiti induce a pensare, mentre lo si legge e se ne discute, a un innovativo autonomismo a partire dai sindaci dei Comuni minerari capaci di “agire di concerto” non occasionalmente ma programmaticamente, ovvero in modi non individualmente leaderistici ma esplicitamente connessi in ampi progetti territoriali per la sanità e per l’istruzione, per il lavoro e per l’ambiente. Progetti interlocali e territoriali, perseguiti in articolazione con gli autonomismi molecolari, per dirla ancora con Gramsci, che in generale le istituzioni locali e regionali non raccolgono e non esprimono, qualitativamente e adeguatamente, in ciò che pensano e in ciò che fanno. Per esempio, non è generalmente richiamata, come matrice non solo culturale ma anche politico-istituzionale per un futuro durevole, la valorosa realizzazione dei saper fare minerari vitali, che in miniera univa le grandi opere infrastrutturali di ingegneri e tecnici e operai, dalle grandi armature all’aerazione, dall’eduzione delle acque al governo dei rischi quotidiani. 

Le esperienze securitarie di lavoro nei rischi delle condizioni storiche della vita mineraria in Sardegna, specialmente in tempi di costrizioni violente, costituiscono una storia di altissimo profilo culturale democratico che parla ai rischi del presente. La grande storia culturale dei saper fare minerari vitali non trova adeguato rispetto e riconoscimento. Ciò accade, per esempio, quando le istituzioni rispondono alle domande di rilancio produttivo dei territori post-estrattivi con le scelte sia di soli lavori limitati al riciclo di batterie esauste, sia di armi di guerra vendute a Stati in guerra.

I siti di rifiuti industriali e quelli di produzioni di armi suscitano diffusa e giusta indignazione. Si tratta di soluzioni sperimentate da alcuni decenni nella globalizzazione dell’America de-industrializzata con i “modelli” complementari dei siti di spazzatura industriale, noti come industrial waste sites, e con la complementare militarizzazione industriale. Sono soluzioni in parte limitate e in parte ingannevoli, ben documentate nel suo ultimo libro del 2007 da June Nash che studiò a lungo le esperienze minerarie e industriali, sia in America Latina e sia negli Stati Uniti. 

sperimentazione di un fotobioreattore per la coltivazione di alghe azzurre (Spirulina).

Pozzo minerario di Serucis: sperimentazione di un fotobioreattore per la coltivazione di alghe azzurre (Spirulina).

Credo sia utile essere propositivi, piuttosto che aridamente critici. Incoraggio pertanto a realizzare una svolta concertativa dei Comuni minerari, ben programmata e cadenzata da incontri dei sindaci di tali Comuni con le popolazioni, e unitariamente fra di loro, per armonizzare innovative e caratterizzanti prospettive dei territori minerari, da assumere unitariamente nelle province e regionalmente. Confido fortemente che l’attuale assessore all’industria voglia in futuro cogliere e sostenere culturalmente e politicamente, a veri livelli istituzionali, l’innovativa portata autonomistica delle esperienze minerarie sia storiche, sia di inedite e innovative concertazioni programmatiche unitarie, che i sindaci dei Comuni minerari vorranno esporre di concerto e unitariamente. 

Intanto nuove ricerche minerarie, innovative bonifiche produttive dei siti estrattivi dismessi, riusi scientifici post-estrattivi di miniere dismesse in corso e da accelerare per un loro sviluppo, possono aprire nuove temporalità minerarie. Vecchi sguardi possono unirsi a nuove visioni, vecchi utilizzi possono congiungersi a innovative progettazioni di riconversione d’uso scientifico delle miniere, come avviene con il Progetto Aria per studi della materia oscura e altro a Nuraxi Figus in Gonnesa di cui ha scritto Cristiano Galbiati, con quello chiamato Digital Metalla per un Datacenter green a San Giovanni di Iglesias, e con quello dell’Einstein Telescope per studiare le onde gravitazionali a Sos Enattos in Lula. Aspirazioni di democrazia che caratterizzarono le storiche zone minerarie della Sardegna, si accostano a nuove aspirazioni di durevole lavoro industriale vitale per nuovi autonomismi personali e istituzionali. Aspirazioni storiche e nuove, in parte contenute nel libro corale voluto da Gabriele Calvisi presentandosi non erranti e smarrite ma attive e vive, in gran parte emerse nei dibattiti che ne hanno accompagnato le presentazioni, fanno intravvedere una possibile nuova temporalità mineraria in Sardegna. 

Colonna di distillazion

Seruci, nel pozzo mimerario è stata istallata una colonna di distillazione criogenica

4. Nuova temporalità del riabitare le miniere e i territori minerari

La nozione di temporalità minerarie esposta da D’Angelo e Pijpers presenta un’evidente efficacia analitica nelle indagini storico-culturali e in quelle più specifiche di antropologia mineraria. Per quanto riguarda l’avvio di una innovativa temporalità del riabitare le miniere dismesse, pare necessario partire da un arco temporale e tematico, fra il polo delle rovine e quello dell’abbandono, che marca le miniere dismesse, per giungere ad abbozzare qualche configurazione del riabitare. Pertanto, pare utile richiamare, a questo punto, le riflessioni di Marc Augé (2004) e di Elisabetta Povinelli (2011, 2016) quando considerano rovine e abbandoni. 

Per affrontare questi temi in estrema sintesi, si può dire che Augé indica il valore pedagogico del paesaggio delle rovine le quali, alludendo a una molteplicità di passati, possono servire a fare esperienza del tempo come sensazione della scomparsa e come percezione dell’attualità dell’opera originale. Quest’ultima racconta il suo tempo e la sua storia non in modo esauriente, ma piuttosto come mancanza e come incompiutezza bisognosa nel presente non di un restauro, ma di un’invenzione e di un avvenire. Richiede un aggiornamento che aiuta a reimparare la storia come esperienza che può essere fatta e in cui gli antropologi sono specialisti degli inizi, in un cantiere della reinvenzione nelle oscurità e nelle incertezze del presente. Oscurità e incertezze che rievocano, a ben vedere, sia le apocalissi culturali di Ernesto de Martino (1977), sia l’antropologia del rischio nella seconda modernità globalizzata, indicata da Ulrich Beck (1986). Detto in una parola, il campo delle rovine è un cantiere di futuro, se condividiamo Augé.

Elisabeth Povinelli considera le economie dell’abbandono come pratiche biopolitiche del tardo liberalismo, mentre progetti alternativi nascono nella socialità incorporata che esige nuove potenzialità di vita. Queste ultime possono essere composte e intensificate in una antropologia dell’altrimenti, che unisce sofferenze ed eterotopie disperse in una nuova governance della vita e delle potenzialità del vivere. Paesaggi abbandonati vanno ripensati indagandone le violenze letali e le forme di letalità lenta e corrosiva per affidarli alla cura e alle pratiche, anche discorsive, che potenziano alternative forme di vita con distribuzione democratica di poteri di vita durevole. Alla base delle economie dell’abbandono è situata un’alterazione ontologica che concerne lo statuto ontologico di luoghi, territori, persone. Considerati forme di esistenza che non rientrano nelle categorie di vita, pertanto danneggiabili senza colpa e non meritevoli di investimenti, sono abbandonabili. Di qui l’abbandono sistemico sostenuto dalla degradazione e dalla svalutazione ontologica nel tardo liberismo dell’Antropocene. Le economie dell’abbandono tardo-liberistico sono gli effetti delle geontologie in cui i poteri egemonici decidono chi e cosa conta mentre i mondi di vita sono ridotti all’inerte, al deserto. Come nella più ampia antropologia dell’Antropocene, Povinelli mette in crisi la divisione fra natura e cultura avvenuta nella prima modernità. Una critica di tale divisione si può non solo leggere nell’impianto teorico-metodologico di André Leroi-Gourhan, ma anche intravvedere nelle parti in cui egli prospetta l’esito dello sviluppo tecnologico nella desertificazione della natura, con il suo ultimo filo d’erba. 

11Produrre vivibilità è l’asse portante dell’antropologia dell’abitare (Choay 2006) e del riabitare, con una nuova coscienza dei luoghi e istituendo il territorio come soggetto corale (Becattini 2015). In un innovativo ecoterritorialismo (Magnaghi 2023) le «restanze» (Teti 2022) di chi resiste, continuando a risiedere in paesi dell’abbandono, richiedono rigenerazioni trasformative della fisicità dei territori (Teti 2020), mentre i luoghi in cui si sperimenta una nuova relazione con la terra sono anche luoghi del ‘farsi persone’ con una faccia sociale, oltreché individuale (Clemente 2020). Creare vivibilità a scala territoriale con efficacia rigenerativa per luoghi e persone pare l’ineludibile istanza del presente per un futuro durevole condiviso.

Nell’antropologia mineraria tale istanza assume connotazioni specifiche. Il riuso di certi siti minerari dismessi domanda una coerenza culturale e di senso connessa con un orientamento proiettivo fortemente volto al futuro, come manifestavano gli storici saper fare minerari i quali ora si uniscono alle nuove aspirazioni di futuro sicuro e durevole, democraticamente condiviso. In poche parole, il riuso scientifico dei siti estrattivi è imprescindibile dal risanamento del malsano presente nei territori minerari. Le bonifiche produttive necessitano pertanto, nell’immediato, di persone con alta professionalità tecnica alla cui formazione sono chiamate precise politiche universitarie. Innovative bonifiche non solo risanatrici ma anche produttive nei e dei siti estrattivi dismessi, riusi scientifici post-estrattivi di miniere dismesse in corso e da accelerare per un loro sviluppo anche con nuove politiche di formazione universitaria, l’avvio di nuove ricerche minerarie, possono aprire nuove temporalità minerarie per vitali rigenerazioni dei luoghi e delle persone, individualmente e socialmente, localmente e non solo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
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Paola Atzeni, è stata la prima docente in Italia di Storia della Cultura Materiale, cattedra istituita nel 1986 nell’Università Cagliari. Ha condotto le sue ricerche principalmente nelle dinamiche delle tecnologie e delle ontologie, indagando nel campo dei poteri e mettendo in vista anche il ruolo delle donne nell’esperienza della modernità mineraria. Nei tradizionali mondi agro-pastorali ha continuato a spostare l’attenzione su moderni processi di cambiamento in cui emergevano fenomeni di soggettivazione di genere, individuale e di gruppo, Fra i suoi lavori: 2007, Tra il dire e il fare. Cultura materiale della gente di miniera in Sardegna, Cagliari, CUEC, (1^ ed. 1988); 2017, Saper vivere. Antropologia mineraria della Sardegna nell’Antropocene, 2017, Saper vivere nel Gerrei minerario della globalizzazione, in Aa.Vv., Miniere e minatori nelle terre del Gerrei, Villanova Monteleone, Soter editrice; 2018, La cultura dei minatori delle Alpi. Una svolta negli studi antropologici italiani?, in «Lares», n. 2, maggio-agosto; 2022, Corpi Gesti Stili. Saper fare e saper vivere di donne eccellenti nella Sardegna rurale, Nuoro, Ilisso Edizioni.

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