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Ri-leggendo Pappé

51mrojcdwol-_sl1482_di  Lauso Zagato 

La proposta di tornare a riflettere sulla situazione palestinese non può, mi auguro, suscitare meraviglia alcuna, alla luce dell’orrore senza fine in corso. Una certa sorpresa può piuttosto originare dal titolo: perché concentrarsi su un autore, per quanto (meritatamente) famoso, con tutto quello che sta succedendo? E soprattutto: perché voler ri-leggerne il testo più celebre [1], quando lo stesso Pappé – anche tralasciando altri suoi contributi importanti lungo gli ultimi decenni – è autore di un recentissimo saggio che da subito si è imposto al centro di dibattito? [2] Un saggio, aggiungo, la cui prima parte (dedicata alla crisi di fondo della società israeliana) ben si adatterebbe alla riflessione che segue. Alla prima domanda spero risponda la rilettura che intendo condurre. Quanto alla seconda, il rispetto che il grande storico israeliano merita mi impedisce di usare una parte del suo ultimo lavoro per – come dire? – contribuire a seminare dubbi sulla tesi ultima che lo sorregge: la speranza, che Ilan Pappé vede (si sforza di vedere) come una prospettiva concreta, della fine per autoscioglimento di Israele come noi lo conosciamo, a favore della nascita di una Palestina egualitaria, multietnica e pluri-religiosa.

L’operazione politico-culturale che egli si propone, al pari della spinta etico-politica che la sorregge, è certo meritoria; sotto certi aspetti mi ricorda peraltro il dibattito in Italia nel decennio pre-48 del XIX secolo, quando neoguelfi e altri “patrioti moderati” prevedevano l’ineluttabilità della formazione di uno Stato italiano [3], senza l’esplosione di una sola cannonata né colpo di fucile, come conseguenza della crisi ormai palese dell’impero austriaco. Quest’ultimo, per cercare di sopravvivere all’imminente collasso finale, avrebbe certo dovuto abbandonare la penisola ad un autogoverno.

Ahimé, le Potenze in genere non sono solite finire per autoscioglimento o dissoluzione, e tantomeno lo sono le odierne macchine di guerra e di sterminio in via di impetuosa autocostruzione [4]. Concentrerò piuttosto l’attenzione sulla rilettura de La pulizia etnica della Palestina, e sulle sempre nuove riflessioni che, qui ed ora, ne scaturiscono. 

zagTra pulizia etnica e genocidio

L’autore mette le mani avanti, sottolineando vuoi il carattere originario del piano sionista di portare a compimento una pulizia etnica completa della Palestina, vuoi l’estraneità di un tale progetto rispetto a quello standard genocidario: quest’ultimo essendo caratterizzato dalla necessaria presenza della mens rea, cioè di una palese progettualità volta alla distruzione del gruppo target [5]. Nel caso invece della pulizia etnica «i massacri accompagnano le operazioni, ma quando si verificano non fanno parte di un piano di genocidio: sono la chiave tattica per accelerare la fuga della popolazione destinata all’espulsione» [6]. Tornerò sul punto nelle considerazioni finali. Resta che la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia ha avuto modo di stabilire, esprimendosi sul massacro di Sebreniza [7], come questo, essendo volto alla distruzione del gruppo dei bosniacchi in quanto tale, integrava il crimine di genocidio; ciò malgrado l’episodio si calasse in un progetto generale di pulizia etnica. Che di genocidio poi si tratti, nel caso degli avvenimenti in corso finalizzati alla distruzione di Gaza e alla cancellazione dei suoi abitanti, non appare, alla stregua di tale indirizzo giurisprudenziale, neppure più in discussione [8]. Ma accontentiamoci al riguardo – per ora – di lasciarci pervadere dal grido addolorato di chi nota come il sionismo abbia operato per costruire una identità non basata sul “mai più questo deve succedere” (a nessuno), quanto invece sul “mai più questo deve succedere a noi” [9].

È il piano di pulizia etnica che si sviluppa nel ’47-’48 a dominare l’indagine: L’autore ci introduce con risolutezza alla lunga premeditazione/gestazione, risalente a ben prima della persecuzione nazi-fascista degli ebrei in Europa. Pappé chiarisce subito (ivi: 20) che non lo interessano tanto la tendenza ideologica dei soggetti coinvolti nell’elaborazione e attuazione del piano, quanto «enfatizzare la pianificazione sistematica con cui un’area di etnia mista venne trasformata in uno spazio etnicamente puro». Il gigantesco crimine iniziale dimenticato, la Nakba, costituisce insomma l’oggetto della ricostruzione, e prima ancora dell’interesse, dell’autore.

Non intendo fare un riassunto delle parti salienti dello scritto, quanto invece interrogare il testo per problemi, e risposte fornite. Chi pianificò cosa? Come si crearono le dissonanze rispetto al piano originario nel corso del biennio di pulizia etnica 1947-48? Quid dei marxisti, delle esperienze sindacali su base bi-etnica che pure erano in corso, del movimento “comunista” dei kibbutz? Quale fu il ruolo dei soggetti internazionali coinvolti (Stati arabi, RU, NU)? E dove erano finite le due superpotenze nel biennio? Ma soprattutto: quid della popolazione palestinese, prima e durante la pulizia etnica, e cosa ne resterà alla fine? In conclusione azzarderò una (introduzione ad) una più ampia riflessione su quello che Pappé definisce ecocidio/memoricidio. 

umanita-violata-la-palestina-e-linferno-della-ragione-coverChi pianificò cosa?

La responsabilità ideologica della pulizia etnica in Palestina risale ai fondatori del sionismo; costoro reinventano il territorio biblico come culla di un moderno movimento nazionalista. Nel loro linguaggio sono stranieri tutti i non ebrei vissuti in Palestina dal periodo romano; ma per molti si tratta addirittura di una terra vuota, terra nullius secondo i classici canoni del colonialismo europeo, nel senso che i palestinesi più che essere un ostacolo non esistono, non vengono presi in considerazione come soggetto (eventualmente) agente [10]. Come sempre nel colonialismo di insediamento il dilemma iniziale dei conquistatori è tra il contemplare la presenza di una popolazione indigena assoggettata o la sua cacciata/distruzione (in questo secondo caso vengono in evidenza i modelli del Nordamerica, dell’Oceania e in particolare della Tasmania come anche, inizialmente, della Nuova Caledonia). Orbene, la scelta iniziale dei sionisti, a seguito di un dibattito assai breve, era stata chiara, rapida ed univoca: l’elemento arabo andava cacciato dal territorio “redento”, tutto e subito. Fin da quando era iniziata l’immigrazione ebraica in Palestina (tra fine del XIX e inizio del XX secolo) l’indicazione di massima era stata che, quando si compravano immobili e tenute agricole, non ci si avvalesse oltre di personale dipendente arabo. Negli anni ’30, intensificandosi il lavoro di Ben Gurion e soci in preparazione della pulizia etnica, tale richiesta si fece pressante, e portò a episodi di frizione tra militanti politici sionisti e padronato ebraico di recente insediamento, episodi poi di regola rientrati.

I pianificatori della pulizia etnica sono un gruppo ristretto di persone immigrate nella quasi totalità dall’Europa, che mai, neppure per un istante, prende in considerazione gli abitanti di origine araba (l’88/90% della popolazione palestinese dopo la Seconda guerra mondiale) come interlocutori, compagni di strada, ma in realtà neppure come avversari degni di questo nome, il loro approccio consistendo nel negarne l’esistenza come popolo, e quindi, inevitabilmente, come umani. Si sottolinea spesso che questo gruppo di pianificatori fosse formato da laici e non da fanatici religiosi. Ciò dà per un verso una colorazione se possibile ancora più fosca a ciò che si sta preparando, ma per l’altro verso esige una correzione: dietro le varie generazioni di sionisti stanno, fin dall’inizio, i movimenti religiosi protestanti che, soprattutto in Inghilterra (anche negli SU, in misura peraltro assai minore), dalla fine dell’Ottocento agivano per strappare alla Turchia la Palestina, e vedevano nel ritorno degli ebrei in Palestina un iniziale «capitolo di un progetto divino che avrebbe accelerato la seconda venuta di Cristo» (ivi: 25). La natura ormai residuale di tali movimenti nel secondo dopoguerra, al momento cioè della Nakba, non può farne dimenticare la funzione di traino e protezione al nascente sionismo svolta alcuni decenni prima: importanza politica indiretta, ma anche diretta con la figura di Lloyd George, primo ministro inglese durante la Prima guerra mondiale, animato da forsennato odio/disprezzo per i “maomettani” in genere. La deriva islamofobica che, a più riprese, ha attraversato l’Europa occidentale dallo scorcio conclusivo del XIX secolo in poi non va insomma vista solo come occasione, ma anche come “brodo di cultura” della successiva, tragica deriva sionista. 

Mappa del Piano di partizione dell'ONU per la Palestina, adottato il 29 novembre 1947

Mappa del Piano di partizione dell’ONU per la Palestina, adottato il 29 novembre 1947

La dissonanza negli esiti

I sionisti volevano fin dall’inizio impadronirsi, se possibile, dell’intera Palestina del mandato inglese, tanto più dopo la decisione di abbandono da parte di tale Stato (su cui oltre). Tuttavia la leadership era pronta ad accontentarsi, per così dire, anche dell’80/90% del territorio (i coloni sionisti erano nel ’46 meno del 10 % degli abitanti!), purché “ripulito” degli abitanti. Alla fine del 1947 la Risoluzione 181 delle NU avrebbe assegnato loro il 56% del territorio, e alla futura Palestina il 44 %. La Risoluzione causò ampio risentimento da parte araba, mentre fu prova di abilità del gruppo dirigente sionista accettarla formalmente, e poi cominciare immediatamente a lavorare per allargare il territorio del nuovo Stato, approfittando della confusione che avrebbe accompagnato il ritiro inglese. L’operazione andò a buon fine al di là delle aspettative. Al momento dell’armistizio, ad inizio ’49, il 78% della Palestina era stato conquistato da Israele, il rimanente 22% era diviso tra Giordania (Cisgiordania e Gerusalemme est) e Egitto (Gaza e Rafah). I palestinesi, veniva quindi confermato, non esistevano.

L’unico punto da chiarire rimane allora quello del perché sia rimasta una minoranza araba (nel senso di abitanti della Palestina al momento dell’inizio della pulizia etnica) nel territorio sottoposto ad Israele, malgrado le esplicite intenzioni iniziali e la feroce determinazione con cui queste vennero portate avanti, e come questa minoranza sia composta.  Intanto: la popolazione araba della Palestina era composta prevalentemente di musulmani e di cristiani (il 10%, minoranza cristiana tra le più rilevanti dell’intero mondo arabo), ma vi era anche una piccola percentuale di ebrei. Questi appartenevano di diritto alla nuova Israele, ma essendo arabi toccò loro la parte più sporca del lavoro, compito cui peraltro si sottoposero con entusiasmo. I cristiani non furono oggetto di eccidi come quelli che accompagnarono la cacciata degli arabi islamici, e anzi, dopo una prima fase di allontanamento brutale, venne loro offerto un ritorno provvisorio ai villaggi di appartenenza in cambio di un giuramento di fedeltà. È molto importante, ed i cristianissimi sostenitori europei di Israele dovrebbero piuttosto di questo coraggioso comportamento dei correligionari palestinesi menare vanto, che la proposta incontrò un rifiuto generalizzato: anche la minoranza cristiana fu così cacciata verso i Paesi arabi vicini [11].

La politica del divide et impera di parte sionista ebbe invece pieno successo con i drusi (setta appartenente al mondo islamico), come del resto con la minoranza circassa, quest’ultima peraltro piccolissima. A entrambi i gruppi fu concesso rimanere, avendo combattuto contro i nemici palestinesi (cioè partecipato ad uccidere, razziare, violentare, etc.). A questi si aggiunsero i (molti) informatori (spie) dei servizi di intelligence sionisti, qui considerati non uti singuli, ma come appartenenti a clan amici, che vennero premiati. Va detto che nel corso tumultuoso degli eventi molti di costoro furono sottoposti comunque a misure di allontanamento, anche se venne risparmiato loro il regime di esplicito terrore. Bisogna ancora aggiungere i beduini, pochi e il cui numero a causa della politica degli allontanamenti si sarebbe sfoltito ulteriormente, ma comunque presenti nel primo Israele, anche perché parte integrante della leggenda sulla Palestina pre-Nakba che il sionismo stava apprestando. Ancora si devono aggiungere, in una serie di casi, singoli clan cui erano state fatte promesse che, almeno per una prima fase, parve opportuno mantenere. Giova precisare: il nitore nelle scelte (anche omicidiarie) sioniste risulta evidente nella prima fase della pulizia etnica (primi mesi del ’48 in particolare), quando gli onnipotenti esponenti dei servizi informativi mantenevano il controllo sulla scelta tra chi viveva e chi moriva, villaggio per villaggio, e poi, tra i primi, su chi restava e chi doveva andarsene. In alcuni casi, in zone dove i neo-arrivati avevano già il controllo economico, sarebbero stati i proprietari terrieri ebrei a pretendere, con un certo successo, che i loro operai agricoli potessero restare. Vi è ancora la cognizione da parte del vertice sionista del particolare problema rappresentato da Nazareth, città tra le più popolate, dove è particolarmente forte la minoranza araba cristiana, e in relazione alla quale, sapendo che gli occhi della cristianità euro-americana erano puntati, si decide di operare in modo circospetto.

Un ulteriore fattore da prendere in considerazione – ci spiega Pappé – è il caso, divenuto elemento decisivo nella parte finale del conflitto. Negli ultimi mesi di guerra, quando Israele ha dalla sua anche l’arma del bombardamento aereo, le popolazioni che sanno di non poter difendersi scappano, alla cieca, andando incontro a trattamenti di particolare barbarie, come talvolta di parziale tolleranza (nel senso che viene lasciata loro una sorta di stanzialità, comunque lontano dalle loro abitazioni e dai loro villaggi storici). Ciò senza che sia facile capire il perché: quello che è certo è che la rigida osservanza iniziale del piano sionista (pulizia etnica accompagnata da omicidi mirati) si stempera, nei mesi finali del ’48, in un rigurgito di atti individuali e per bande, in cui è difficile trovare l’episodio che distingue l’evolvere della situazione in massacro o in semi-tolleranza.

L’ultimo fattore che porterà alla diminuzione della pressione sulla popolazione dei villaggi, è la crescente intolleranza dei governi arabi (tutti complici della pulizia etnica sionista, come si vedrà) verso la massa di profughi che viene scaricata loro addosso, e il rischio concreto che la rete di complicità internazionali che ha reso possibile la Nakba venga meno. 

necropolitica-achille-mbembe-n-1-edicoes1-0058ae489ddf198aa216033064336029-480-0Marxisti, sindacati, avanguardie operaie, .. kibbutz?

Tutto questo avviene in un mondo appena uscito dalla guerra mondiale, con un blocco (diciamo così) socialista formatosi e militarmente potente, mentre tra gli immigrati ebrei in Palestina sono assai numerosi gli ex perseguitati politici (socialisti e comunisti), e soprattutto la stessa ala marciante del sionismo è costituita dal movimento dei kibbutz, forza politica in termini generali “comunista”, hic et nunc. Ancora, nelle zone urbane della Palestina sono presenti sindacati, e a chiazze gruppi comunisti anche solidi, ci sono esempi affermati di collaborazione sindacale, e di cooperative miste arabo-ebraiche. Come fa questo mondo non tanto a venire sconfitto, quanto proprio ad evaporare come se non fosse mai esistito? Su ciò il contributo scientifico di Pappé è decisivo, e consente di introdurre taluni spunti di osservazione.

Le vestigia di una divisione ideologica iniziale sono rintracciabili nel dibattito interno sionista ma si tratta di sospiri senza peso. Non dovremmo fare la guerra agli effendi e allearci con i contadini arabi? chiede dubbioso un “sionista di sinistra”, di lunga permanenza sul campo, che fino a quel momento ha operato per la cooperazione in funzione anticapitalista tra i due gruppi. I contadini arabi sono precisamente i nostri nemici, spiega paziente Ben Gurion in person, per cui conta solo il numero delle varie categorie di arabi, e quindi il nemico vero sono davvero i contadini, costituendo costoro la grande maggioranza della popolazione araba, più difficili di conseguenza da cacciare in toto. Non è un caso poi che, nella logica del sionismo, proprio le esperienze urbane collaborative siano quelle più immediatamente e spietatamente prese di mira [12]. Resta la realtà, difficile da digerire, del ruolo centrale dei kibbutz nella pulizia etnica; anche perché a posteriori, nella vergognosa corsa finale alla divisione del bottino, lo scontro ideologico-politico tra fazioni del sionismo ricomparirà come dal nulla. Da un lato avremo le forme più sfrenate di speculazione individuale e di gruppo (alla lunga vincenti, nell’Israele post-laborista) dall’altro lo statalismo “etico” laborista, con a fianco il movimento “comunista” (sic!) dei kibbutz, che va incontro alla sua età di massima espansione. Insomma: solo una volta completata l’espropriazione della terra e delle ricchezze (spesso anche delle vite) dei palestinesi [13] la “normale” dialettica della lotta politica dentro il nuovo Stato riprenderà il proprio corso come se nulla fosse …

E la sinistra palestinese, che ha tanto contribuito a creare i presupposti della Nakba? Prima vediamo brevemente il ruolo degli Stati arabi, a sua volta da inquadrare nella più generale prospettiva internazionale, almeno per quanto riguarda Regno Unito e ONU.  

Villaggi ed insediamenti ebraici al 31 marzo 1945.

Villaggi ed insediamenti ebraici al 31 marzo 1945

Regno Unito, NU, e poi Giordania, Egitto, Siria, Iraq. Libano. Quid delle superpotenze?

Il nuovo governo inglese laborista uscito dalle elezioni del 1945 costituì inizialmente un serio ostacolo al piano di pulizia etnica. Il ministro degli esteri Bevin sosteneva una soluzione che accontentasse in primo luogo quanti vivevano in Palestina; ciò anche alla luce del fatto che la gran parte degli ebrei europei dava ampia prova di preferire una prospettiva di emigrazione oltreatlantico a quella di emigrare nella Palestina sionista. Insomma i laburisti inglesi parvero per un attimo andare a vedere il bluff sionista, e le milizie clandestine di questi ultimi risposero con una serie di attentati cui gli inglesi reagirono con il disarmo parziale delle truppe ebraiche (che avevano armato negli anni precedenti), e soprattutto con molti arresti nell’ala estrema del sionismo. Anche a causa di tale comportamento energico, la pretesa iniziale sionista del controllo su tutta la Palestina del mandato si “ridusse” a quella sull’80%.

La politica inglese cambiò tuttavia di lì a poco a seguito della decisione del governo laborista di concedere l’indipendenza all’India, nel ‘47. Il conseguente riposizionamento del Paese sullo scacchiere internazionale portò con sé la riconsiderazione della stessa presenza mediorientale: il Regno Unito decise di porre fine al mandato sulla Palestina, stabilendo il ritiro per l’estate ’48, e devolvendo da subito ogni decisione sul futuro della regione alle Nazioni Unite. Queste presentarono a novembre ’47 la mappa che si trasformò, il 27 novembre, nella citata Risoluzione 181. Al futuro Stato palestinese (818.000 arabi, 10.000 ebrei) andava il 42% del territorio. Israele (500.000 ebrei e 438.000 palestinesi) aveva il 56%, mentre una terza parte, (20.000 persone equamente suddivise) costituiva la piccola enclave di Gerusalemme. A fronte del rifiuto degli Stati arabi cominciò, come già accennato, la doppia manovra sionista. Fingere di accettare il piano – ma solo in quanto esso conteneva l’accettazione esplicita dell’esistenza dello Stato di Israele – per poi lavorare a distruggerlo, negandone la possibile fissazione dei confini.

A partire dal momento della decisione di ritirarsi, e in particolare dopo la Risoluzione 181, gli inglesi rimasero passivi di fronte alla spietata offensiva subito cominciata dai sionisti. Quanto alle NU, su loro ricade la grave colpa di non avere mai neppure preso in considerazione gli effetti del fallimento eventuale della Risoluzione. Nella assoluta assenza di reazione da parte di entrambi tali soggetti, gli attacchi sionisti ai villaggi palestinesi e alla popolazione palestinese delle città cominciarono già nel dicembre 1947, dapprima come rappresaglie a (peraltro saltuarie) violenze di parte arabo-islamica, ma già dal mese di gennaio come attacchi diretti. Dagli Archivi Ben Gurion escono direttamente le parole del leader a gennaio ’48: non era più il momento di distinguere i colpevoli (cioè chi aveva provato a difendersi) dagli innocenti, ma era piuttosto il momento di infliggere danni collaterali [14].

L’evidenza della passività delle NU, unita a quella delle truppe inglesi, indusse i Paesi arabi ad uscire (apparentemente) dall’atteggiamento cinico assunto dopo la Dichiarazione 181: grandi e roboanti parole, ma nessun fatto, salvo l’indicazione del Consiglio della Lega araba di mandare volontari ed armi. Peraltro Arabia Saudita ed Egitto si erano limitati a mandare (simbolici) finanziamenti, il Libano promise (sic!) dei fucili, solo la Siria e in parte l’Iraq fecero dei preparativi militari. Restava la Giordania, all’epoca il più forte e meglio armato Stato mediorientale, già schierata sul campo, ma che rifiutò ogni forma di cooperazione con i volontari, essendo in corso trattative segrete con Israele per ottenere la Cisgiordania e – cosa che più interessava – Gerusalemme est. A gennaio 1948 il primo ministro giordano andò a Londra per ottenere l’imprimatur britannico all’accordo concluso con la leadership sionista: dominio giordano sulla Cisgiordania e su Gerusalemme est in cambio dell’annessione del resto della Palestina ad Israele.

Nei primi mesi del 1948 oltre 250.000 mila palestinesi venivano cacciati dalle loro terre (con molte esecuzioni capitali), e i Paesi arabi furono costretti a prepararsi alla guerra, in parte sotto le spinte delle rispettive opinioni pubbliche, ma soprattutto perché terrorizzati circa le intenzioni ultime dei sionisti. Al di là del frasario roboante, le loro intenzioni erano dimostrate dall’attribuzione del comando unitario al re di Giordania, cioè colui che aveva già (credeva di avere …) in mano l’accordo con Israele per la spartizione. Il resto è conseguenza nota: mentre la retorica in Occidente impazza sul rischio di secondo Olocausto, la pulizia etnica accelera, e le truppe degli Stati arabi controllano i villaggi sui confini, e si tengono al riparo da iniziative militari, fatta eccezione per il limitato contingente iracheno: questo, venendo meno alle indicazioni del proprio governo, scende apertamente in campo a fianco dei palestinesi, finendo inevitabilmente sopraffatto. Nei mesi successivi il tradimento generalizzato nei confronti del popolo palestinese diviene esplicito, dal momento che i governi nazionali ordinano alle truppe in Palestina di difendere attivamente i confini … dalla marea dei profughi. Sarà questo – il tiro al bersaglio incrociato su masse di donne e bambini in fuga da parte di egiziani e sionisti – l’orrore finale.

Si vuole forse negare che una guerra vera e sanguinosa sia stata combattuta nei mesi finali del ’48? Assolutamente no: il punto è che la guerra tra Stati da finta divenne reale quando i sionisti, rinforzati anche da un arrivo di armi modernissime dall’est [15], ritennero di cancellare l’accordo con il re di Giordania e aggiungere al bottino la Cisgiordania, nonostante questa fosse il prezzo convenuto per il tradimento. Anche il sud del Libano, e le alture del Golan, entrarono nelle loro mire. A questo punto, incontrarono una vera resistenza militare. Malgrado il prevalere sul campo, graduale ma inesorabile, degli israeliani, la guerra si concluse con un armistizio improvviso all’inizio del ’49: Israele rinunciava all’en plein, per dirla così, e si limitava a quanto aveva già giudicato all’inizio risultato minimo accettabile: l’80 % (78% in realtà) del territorio.

La causa dell’apparente incoerenza sta per un verso nell’insostenibilità ulteriore della pulizia etnica. Ormai era di pubblico dominio il tiro al bersaglio incrociato sulle famiglie in fuga al confine con l’Egitto (al punto che sarebbe lecito parlare di cooperazione de facto egiziana nella pulizia etnica), e d’altro canto la Cisgiordania, densamente popolata di suo, era il luogo dove molti dei profughi dalle zone già oggetto di pulizia etnica avevano trovato rifugio. Andare avanti nella conquista avrebbe procurato problemi insormontabili di gestione della pulizia etnica, senza contare i nuovi accordi difensivi che l’Inghilterra stava realizzando ad inizio 1949 con alcuni di tali Stati, Giordania ed Egitto in particolare. Per l’altro verso i leader sionisti riscontrano la persistenza di una grande difficoltà ad attrarre ebrei europei in Palestina per popolarla dopo la cacciata delle popolazioni residenti. Si vedevano così costretti a ricorrere alla immigrazione di un numero considerevole di ebrei africani (ed anche arabi, negli anni successivi), operazione fino a quel momento risolutamente scartata dalla leadership sionista bianca. Per la ripresa in grande stile della pulizia etnica in Palestina, sia pure in forma modificata, si dovrà attendere l’acquisito controllo, qualche decennio più tardi, su Gaza e Cisgiordania.

E le grandi Potenze? Il carico di armi da est a maggio del ’48 ha un significato politico ancora tutto da approfondire. Scopriamo infatti essere venuta direttamente dal vertice dell’URSS di allora la spinta decisiva alla fondazione dello Stato sionista: da ciò problemi (enormi) di riflessione storico-politica non affrontabili in questa sede. Gli SU invece, dopo aver tenuto un profilo relativamente basso durante la gestione inglese della crisi, sono gli unici a tentare di trovare, ancora a primavera ’48, una via d’uscita che eviti quanto meno l’orrore finale sul campo. Solo quando il campo avrà parlato, la realpolitik (unita certo alle pressioni della lobby ebraica americana, come indica Pappé) porterà quello Stato ad accorrere in soccorso del vincitore, in una logica di competizione con l’URSS a chi arma di più e meglio il sionismo trionfante.  

Ma il popolo palestinese infine, obiettivo indifeso delle operazioni politico/militari di tutti, assolutamente tutti gli attori statuali citati? 

nakba-aftermath-graph-mee-2023_2I palestinesi

La ricostruzione operata da Pappé consente di rispondere ad un quesito emergente: a parte la popolazione delle campagne – gli immigrati ebrei vivevano in comunità chiuse, non vi era alcun contatto tra masse contadine e nuovi venuti – gli abitanti delle città, gli intellettuali palestinesi non si accorsero mai di nulla nei decenni di preparazione della Nakba??

In realtà, fin dagli anni finali del governo turco sulla Palestina, si accorsero, e ne discutevano. Era loro chiaro, in termini generali, l’apparire sulla scena di un nuovo soggetto che occupava terre e prendeva potere in Palestina. Lo vedevano peraltro come variante degli sforzi “missionari e colonialisti europei”, ignorando la dimensione mortale per la sopravvivenza fisica e culturale della Palestina rappresentata da tale variante. Da parte di intellettuali egiziani si parlò di un tentativo europeo di spostare nell’area poveri ed apolidi (sic!), come parte di un piano generale europeo «mirante all’espropriazione delle terre della popolazione locale» (ivi: 24). In alcuni casi si va oltre, collegando il nuovo fenomeno agli sforzi di chiese, missionari, colonialisti, di riconquistare la Terrasanta. A ben guardare, queste ultime analisi sono dotate di un solido fondo di verità: ho parlato, seguendo lo stesso Pappé, delle chiese missionarie protestanti anglosassoni di fine XIX-inizio XX secolo come brodo di cultura, o quanto meno guaina protettrice dello sviluppo del sionismo. Giova ripetere: quello che i palestinesi non comprendono e non subodorano, pur vedendo rafforzarsi un nuovo aspirante padrone, è la realtà spietata della pulizia etnica incombente.

Per quanto riguarda la massa della popolazione palestinese, la passività del 47-48 ha come spiegazione il ricordo bruciante della fallita ribellione contro gli inglesi nel ’36, e la durezza della repressione. La pulizia etnica si scatena contro una popolazione già sconfitta, già rassegnata a cambiare padrone, una volta divenuto chiaro che nessuno interverrà per proteggerla. Questo spiega come per vari mesi  gli avvenimenti si susseguano con un copione unico, che sempre sorprende gli abitanti dei villaggi: arrivo notturno delle milizie, raccolta degli abitanti, separazione tra uomini in età atta a combattere e altri abitanti, eliminazione pubblica di chi aveva partecipato agli eventi del ’36 (gli inglesi avevano fornito gli elenchi), cacciata di donne, vecchi e bambini, mentre parte degli uomini resterà in internamento per tempi anche lunghi prima dell’espulsione; tutto ogni volta nella disperata sorpresa delle famiglie [16]. Episodi di resistenza vera e propria ci saranno solo quando sarà generalizzata la presa di coscienza che di ben più che di un cambio di padroni si tratta, e prima che il tradimento degli Stati arabi si palesi appieno e tolga ogni possibilità. Da ultimo, con l’inizio dei bombardamenti aerei, la fuga disperata in massa dai centri non ancora assaltati, senza attendere l’arrivo degli assalitori.

In contraddizione palese con la cancellazione della storia della Palestina che i sionisti si preparavano a mettere in scena (deserto percorso da beduini), in Palestina esisteva nelle città un movimento sindacale e politico, spesso autore di battaglie in comune con l’elemento ebraico. Scopriamo trattarsi di una minoranza per lo più favorevole, nei mesi precedenti, alla creazione di uno Stato ebraico, nella prospettiva di un generale riscatto e modernizzazione della Palestina. La loro sorte è la più compassionevole: complici involontari di quanto sta per avvenire ai danni del loro popolo, ma incapaci di cambiar schemi di riferimento rispetto al generico progressismo ereditato dal marxismo europeo.

Mi soffermo sull’esempio che vale per tutti, relativo ad Haifa. Ad Haifa erano rimasti non più di 5000 palestinesi (forse anche meno) dopo la pulizia etnica (23 aprile 1948), dei 75.000 che erano all’inizio di quell’anno, distribuiti nei vari quartieri. La sera del 1 luglio i rappresentanti furono convocati dal comandante israeliano che comunicò loro come, entro i successivi quattro giorni, dovessero trasferirsi tutti in un unico quartiere, il più povero e malfamato della città [17]. Si trattava della minoranza che aveva avuto i rapporti più stabili con gli ebrei negli anni precedenti, caratterizzata da una forte politicizzazione (diversi comunisti tra loro) e da una accettazione fin dall’inizio della divisione in due Stati (Haifa ricadeva nella proposta di divisione ONU nello Stato ebraico): insomma, collaborazionisti politici, per dirla brutalmente, anche se non proprio spie al servizio dell’intelligence. Si sentirono traditi – uno di loro gridò esterrefatto: “Ma questo è razzismo!” (esterrefatti rimaniamo noi nel leggere: siamo ormai a luglio ’48, il più della pulizia etnica era completato, altro che razzismo!) – di fronte ad un comandante gelido ma nel contempo quasi sorpreso dal fatto che costoro fossero in grado di articolare un discorso politico (gli avranno detto trattarsi di mezze scimmie …).

Se lo sono meritato? Nessuna comprensione per questi collaborazionisti inconsapevoli? La loro, a mio avviso, è la versione araba del dramma, comune a socialdemocrazia e stalinismo, su cui si inceppa nel XX secolo la macchina politica del movimento operaio, rivoluzionario come riformista: il mito del “progressismo”, che nella fattispecie si trasforma nella convinzione che, a gioco lungo, l’arrivo di questa ondata migratoria dall’Europa sviluppata finirà per costituire una occasione unica di progresso per tutti. Il grido di dolore “ma questo è razzismo!” – di per sé, data la situazione, ai limiti del tragicomico – suona allora improvvisa comprensione, brutale disvelarsi del ruolo complice involontariamente giocato fino a quel momento. 

25Verso la conclusione: il filo nero in cui si inserisce la Nakba

Pappé è assolutamente chiaro e netto quanto condivisibile in conclusione: «lo scopo del progetto sionista è sempre stato quello di costruire e poi difendere una fortezza “bianca” (occidentale) in un mondo “nero” (arabo)» (ivi: 300). Egli entra dunque con decisione nella relazione tra pulizia etnica in Palestina e colonialismo europeo, ha presente la centralità di quest’ultimo, essendo le colonie «il luogo per eccellenza dove i controlli e le garanzie dell’ordine giuridico potevano essere sospesi: il luogo insomma dove la violenza dello “stato di eccezione” era ritenuta qualcosa che operava al servizio della civilizzazione» [18].

Mi inserisco con una mia osservazione: una relazione tra moderni fenomeni genocidari esiste solo nel senso che tutti prendono origine dalla stessa matrice, prodotta dall’Occidente negli ultimi secoli [19], e che è alla base di una variante impressionante di crimini contro il genere umano. Tali varianti divergono tra loro così profondamente da togliere ogni valore concreto alla più parte dei confronti tentati. Se restiamo al primo colonialismo, il manifesto ideologico dei suoi genocidi (seriali) è nel celebre discorso di sir Francis Bacon per cui, come vi sono persone che meritano di essere poste al bando dai Paesi civili, vi sono intere nazioni che meritano di essere poste al bando e proscritte «dalle leggi di natura e dalle nazioni o per diretto comandamenti di Dio» [20]. Come sottolinea mirabilmente Amitav Ghosh, già nella fase aurorale del colonialismo europeo divinità e genocidio si incontrano: l’appello alla guerra santa coloniale è insieme appello a “diversi tipi di genocidio”, che puntualmente ne sortiranno [21].

I bellissimi capitoli finali, dedicati all’ecocidio e al memoricidio della presenza palestinese nella propria terra, e ai sistemi con cui queste due macro-operazioni verranno portate avanti nei decenni successivi alla Nakba, ci guidano al cuore tuttora pulsante del libro. Aprono nel contempo la strada ad un approfondimento del dibattito sulla cui soglia è il caso, per ora, di arrestarsi. Diciamo questo: ancora una volta il filo conduttore del discorso di Pappé, nel condurci (come in fondo lungo tutto il volume), ad un costante sovrapporsi di eventi e sequenze similari tra Nakba e guerra balcanica di alcuni decenni dopo [22], coglie nel segno. Non diversamente, individua il collegamento tra quanto avvenuto in seguito in Palestina e regime dell’apartheid sudafricano [23], fino al momento del crollo di quest’ultimo. Anche in questo caso dobbiamo riconoscere all’autore, credo tra i primi, l’intuizione corretta nel ridurre sprezzantemente il c.d. percorso di pace, con la ignobile retorica che lo accompagnava, a “creazione di bantustan” in Cisgiordania.

9788854523050_0_500_0_75Meno condivisibile, nella pur puntuale e innovativa ricostruzione dell’ecocidio, è l’assenza di collegamento tra questa prassi e quella posta in essere dal colonialismo europeo praticamente dovunque, ma in particolare in Nordamerica e in Australia [24]. Eppure non c’è alcun aspetto dell’occupazione dei territori palestinesi in cui la stretta derivazione del sionismo dal colonialismo europeo (inglese in particolare) appaia altrettanto evidente. Rimandando a successivi approfondimenti, mi limito ad anticipare come, a mio giudizio, risulti ormai impossibile, sottoporre ad analisi scientifica le diverse forme che il nesso colonialismo/ genocidio/divinità, in tutte le sue varianti, ha costruito nell’arco degli ultimi quattro secoli [25], ove si continui a rinunciare all’utilizzo della nozione chiave di genocidio culturale [26].

Per concludere: vi è una ormai diffusa consapevolezza che l’occupazione dei territori palestinesi «funge da laboratorio per una serie di tecniche di controllo, sorveglianza e separazione che oggi vengono diffuse in molti altri luoghi del pianeta»[27]. Nel diffondersi delle “macchine di morte e sterminio” nel mondo contemporaneo, in cui un ruolo crescente è svolto della I.A. (per quanto attiene allo sviluppo di tali macchine come alla distruzione/cancellazione/rifacimento delle memorie), la “occupazione frantumata” della Cisgiordania e la infrastructural  warfare (strategia di guerra infrastrutturale) in corso a Gaza [28] giocano un ruolo primario.  È quanto dire che gli eventi a Gaza e in Cisgiordania scavalcano ormai il terreno del confronto tra tipologie di eccidio, alludono a situazioni e vicende che si preparano a livello globale. Siamo in altre parole a rischio di parlare del nostro stesso futuro: e con questo la rilettura de La pulizia etnica della Palestina ha concluso il suo, per così dire, servizio. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Pappé I., La pulizia etnica della Palestina, Fazi ed., Roma, XVIII ed., 2021. L’edizione originaria, va ricordato, è del 2006 (2008 in italiano) e l’autore non ne ha fatto una seconda.
[2] Pappé I., La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi ed., Roma, 2025.
[3] Per i neo-guelfi addirittura una confederazione a guida papale (sic!).
[4] Il richiamo è a Mbembe A, Necropolitica, Ombre Corte, Verona, 2024 con un saggio di R. Beneduce. Un estratto questa opera è stato (opportunamente) pubblicato da Machina Rivista on-line del 6 febbraio 20026, con una nota introduttiva della redazione.
[5] Sul punto v. De Vido S., On the “Specific Intent” of the Crime of Genocide. Beyond Individual Criminal Responsibility, in Zagato L., Candiotto L., Il genocidio. Declinazioni e risposte di inizio millennio, Giappichelli, Torino, 2019: 47-69.
[6] Pappé I., La pulizia etnica, cit.:14.
[7] Vengono in evidenza due pronunce: Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide Case (Bosnia and Herzegovina v. Serbia and Montenegro), ICJ Reports 2007, 26 febbraio 2007 e Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide Case (Croatia v. Serbia), ICJ Reports 2015, 3 febbraio 2015. Per quanto riguarda le responsabilità individuali sui fatti di Sebreniza, vanno particolarmente ricordate le condanne per genocidio di Radovan Karadzic, già presidente dei serbi di Bosnia (Prosecutor v. Radovan Karadzic, IT-9S-S118-AR98bis.1, Judgment, 24 marzo 2016) e Ratko Mladic, ià comandante militare dei serbi di Bosnia (Prosecutor v. Ratko Mladic, IT-09-92-T- Judgment, 22 novembre 2017)
[8] Come noto, a seguito del ricorso del Sudafrica (e di altri Stati) contro Israele per avere questo omesso di assolvere ai propri obblighi di prevenire e impedire il crimine di genocidio in relazione a quanto in corso a Gaza, pur riservandosi di decidere in merito, la Corte Internazionale di Giustizia ha riconosciuto come verosimili accuse e prove addette, imponendo misure immediate (cui Israele non si è conformata). Rimando per questa parte a: Zagato L., Gaza e altro, su Dialoghi Mediterranei, 2025, n. 74. Va segnalato ancora il rapporto della Commissione indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati compresa Gerusalemme est e Israele nominata dal Consiglio dei diritti umani, pubblicata il 19 settembre 2025 dal titolo “Analisi giuridica della condotta di Israele a Gaza ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la punizione del reato di genocidio” (A/HRC/60/CRP.3). La Commissione ha stabilito (par. 255) che lo Stato di Israele “è responsabile per non aver impedito il genocidio, per aver commesso genocidio e per non aver punito il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza“. Ciò sulla base, inter alia, di rapporti pubblicati negli ultimi anni, dedicati alle operazioni militari effettuate da Israele e dai gruppi armati palestinesi (A/HRC/56/CRP.4, A/HRC/56/CRP.3, A/HRC/56/26), al trattamento dei detenuti e degli ostaggi, e agli attacchi contro strutture e personale medico (A/79/232), all’uso sistematico da parte di Israele di violenza sessuale, riproduttiva e altre forme di violenza di genere (A/HRC/58/CRP.6) e agli attacchi contro strutture scolastiche e siti religiosi e culturali (A/HRC/59/26). Il contenuto (impressionante) di tali due ultimi rapporti è sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico.
[9] De Monticelli R., Umanità violata. La Palestina e l’inferno della ragione, Laterza, Bari, 2024: 143. Si tratta, dice l’autrice, di una identità fondata sulla discriminazione dell’altro come “non-noi”, quindi potenziale minaccia mortale “per noi”. In ciò viene negata proprio la massima conquista etica dell’ebraismo antico, secondo cui “L’altro è me”.
[10] Tale lettura si interseca spesso con quella che vede nei palestinesi attuali i discendenti degli ebrei che non parteciparono alla diaspora, e che si sarebbero in seguito convertiti (all’islamismo come al cristianesimo). Ciò peraltro serve solo a dare giustificazione al ritorno delle terre di Palestina in mano ai veri ebrei (cioè i sionisti), non a modificare la sorte (l’espulsione) decisa per questi (supposti) ebrei degradati.
[11] Caso particolarmente significativo fu il paese di Majaydil, nella zona di Nazareth, abitato da 2000 persone, fuggite all’arrivo degli israeliani. A seguito di un intervento del papa fu concesso ai soli cristiani di rientrare, ma questi si rifiutarono, non cadendo nella trappola. Israele di conseguenza distrusse metà del villaggio e una delle due moschee, mentre la seconda sarebbe stata distrutta qualche decennio dopo. Oggi quindi sono solo i ruderi delle due chiese cristiane a stare a significare che un tempo vi era là una comunità palestinese a Majaydil.
[12] In proposito Pappé parla di urbicidio: alcune pagine, penso a quelle sulla dearabizzazione di Haifa e Giaffa sono drammatiche, diciamo di pesante lettura.
[13] La realtà è ancora più orribile: anche dopo la fine della pulizia etnica ufficiale fu proprio il movimento dei kibbutz c.d. di sinistra, Hashomer Ha-tza’ir, legato al partito di estrema sinistra Mapam (opposizione da sinistra al partito laborista al governo), a richiedere a gran voce anche la terra dei pochi proprietari palestinesi sopravvissuti alle espulsioni e alle requisizioni, e quindi a svolgere una campagna per una ulteriore ripresa delle espulsioni di massa (e sequestri di terre, ovviamente senza risarcimento) (ivi: 259). 
[14] Intendendo con questo che ogni attacco – non rappresaglia, la parola d’ordine ormai era “aggressione” – doveva finire con “occupazione, distruzione e espulsione”. Fonti riportate in nota: 87.
[15] Secondo Pappé si tratterebbe del secondo carico di armi ricevuto dall’Europa dell’est, il primo – sul quale non vengono peraltro forniti dati – risalendo ad inizio ’47. Pare quindi opportuno non discuterne. Precisa è invece l’indicazione sul carico di fine maggio ’48. Non a caso il 24 maggio, un fino a quel momento prudente Ben Gurion annoterà trionfante nel diario: «Noi fonderemo uno Stato cristiano in Libano, il cui confine meridionale sarà il fiume Litani. Piegheremo la Transgiordania, bombarderemo Amman e distruggeremo il suo esercito, e allora la Siria cadrà e se, ciononostante, l’Egitto continuerà a combattere, bombarderemo Porto Said, Alessandria e il Cairo. Questa sarà la nostra vendetta per quello che loro (gli Egiziani, gli Aramei e gli Assiri) fecero ai nostri antenati ai tempi della Bibbia».  Dopo una simile lettura io posso solo chiedermi: ma quelli della “Sinistra per Israele” hanno mai letto estratti del Diario di Ben Gurion? Sanno almeno che questo testo esiste? Prima o dopo potrebbe essere tradotto, andrebbe consigliata una maggior cautela nell’esporsi .
[16] Abbiamo bisogni di terra, non di schiavi!, griderà un comandante miliziano ai notabili di un paese che lo scongiureranno di tenere la popolazione, pronta a servire i nuovi padroni.
[17] Il racconto dettagliato è a pp.249-250, con puntuale richiamo alla trascrizione completa della riunione e all’indicazione della pubblicazione originaria. Naturalmente, la concentrazione in un unico quartiere significava facilitare il lavoro delle bande con ammazzamenti, rapine, stupri.
[18] Mbembe A., Necropolitica, cit.: 30. Qui si innesta l’osservazione di Hanna Arendt a proposito delle stragi coloniali, per cui i “selvaggi” apparivano agli europei fantasmi, spettri irreali., e quando «gli Europei li massacravano, era come se non fossero del tutto consapevoli di commettere» stragi. Arendt H., Le origini del totalitarismo, Ed. Comunità, Milano, 1967: 192.
[19] I primi genocidi coloniali in senso proprio (in cui cioè è presente la mens rea), avvengono a distanza di pochissimi anni in America settentrionale ad opera degli inglesi, contro la tribù dei Pequot, nel 1628-29, e nelle isole della Sonda (genocidio dei bandanesi, qualche anno prima, ad opera degli olandesi). Non si tratta di mettere insieme fenomeni diversi e lontanissimi come potrebbe sembrare: i due eventi mostruosi avvengono nell’ambito di una spietata competizione economica anglo-olandese che, perdurando la guerra dei trent’anni in Europa (in cui entrambe le potenze marittime combattono dalla stessa parte), non può sfociare in confronto militare diretto, come invece avverrà dopo la fine di tale conflitto,  con le tre guerre anglo-olandesi, nella seconda metà del secolo XVII. V. Ghosh A., La maledizione della noce moscata, Neri Pozza ed., Vicenza, 2022: 30 ss. Il genocidio dei Pequot in particolare costituisce «la prima guerra deliberatamente genocida combattuta dagli inglesi in Nord America» (ivi: 32).
[20]Bacon F., An Advertisement Touching a Holy War: 30-33. al sito https://sites.duke.edu/conversions/files/2014/09/Manion_Bacon-on-Holy-War-pdf.
[21] In termini giuridici, la liceità dello sterminio delle genti selvagge da parte delle nazioni civili troverà addirittura una parziale codificazione da parte di De Vattel alla fine del XVIII secolo. Sul punto vedi:  Fenn E., Biological warfare in Eighteenth-Century North America: Beyond Jeffery Amberst. The Journal of American History 86, n.4, 2000:1937. Al sito https://www.Jstor.org/stable/ 2567573. 
[22] Anche nel linguaggio: redenzione è un termine assai usto sia dai sionisti autori della Nakba (in una con “infezioni”, pus”. etc. in riferimento ai palestinesi), sia dai serbi di Bosnia; il grido di trionfo “there never were any mosques in Zvornik!” del sindaco serbo della città bosniaca dopo la distruzione delle 9 moschee della città (riportato a p. 69 in Schairer S., The Intersection of Human Rights and Cultural Property Issues under International Law, in Italian Yearbook of International Law, XI, 2001: 59-99) annuncia non una vittoria dell’oggi, ma una cancellazione/riscrizione dalla storia che redime la città del suo passato islamico, non diversamente da quello intrapreso da Israele in Palestina narrato nelle pagine finali da Pappé e da lui definito “memoricidio”. Cfr anche Zagato L., La protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato all’alba del secondo Protocoillo 1999, Giappichelli, Torino, 2007, passim, in part: 205 ss.
[23] Richiamo quanto scritto sulla stretta collaborazione israelo-sudafricana fino al crollo del regime dell’apartheid (di tale regime Israele fu, fino all’ultimo, l’alleato più fidato. V. Zagato L., Gaza e altro, in Dialoghi Mediterranei, 2025, n. 74.
[24] Dopo essersi soffermato sulla costante opera di trasformazione accelerata dell’ambiente che la colonizzazione inglese portò avanti nei continenti (e che contribuì in maniera decisiva quanto programmata all’estinzione di molte popolazioni native), Ghosh ci ricorda che La guerra dei mondi venne scritta da Wells dopo la conclusione della vittoriosa guerra di sterminio che eliminò gli indigeni dalla Tasmania, avvalendosi della trasformazione forzata dell’ambiente non meno che delle armi. La terra-formazione di cui Ghosh parla (op. cit: 62) nasce quindi dalla fantascienza (e questo lo sapevamo); ma questa si limita a sostituire le neo-Europe dei colonizzatori europei (sempre genocidarie nelle intenzioni, anche se non sempre, per fortuna, negli esiti) con il progetto di neo-Terra ad opera di colonizzatori spaziali.
[25] Abbiamo visto le sue origini nella fase aurorale del primo colonialismo (supra, note 19-21). Quanto al secondo colonialismo, e al suo scorcio finale, v. per tutti Davis M., Olocausti tardovittoriani, Feltrinelli, Milano, 2022.
[26] Genocidio culturale non come conseguenza più o meno casuale del genocidio o della pulizia etnica, e neppure come (banale) segnale del suo approssimarsi, come affermato a suo tempo (in termini quanto meno imprudenti) dalla Corte Internazionale di Giustizia. Intendo genocidio culturale come crimine autonomo, specifico, nel senso, a suo tempo formulato magistralmente da Raphael Lemkin, e presente nei vari progetti di Convenzione del ’48 discussi fino alla sua improvvisa cancellazione dal testo finale sotto la pressione delle Potenze coloniali e post-coloniali. Richiamo sul punto Zagato L., Sull’attualità della nozione di genocidio culturale nel diritto internazionale, in Zagato L., Candiotto L., Il genocidio, cit.:103-12. Ivi, sotto una angolazione antropologica, Ciminelli M.L., Il genocidio culturale come genocidio sui generis: 85-102.
[27] Mbembe A., Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia, Laterza, Bari, 1924: 51. Lo stesso autore sottolinea come checkpoints permanenti e/o volanti, blocchi di cemento per le strade, controllo dello spazio aereo e marittimo, .., frequenti incursioni militari, demolizioni di case, profanazione di cimiteri, sradicamento di uliveti, continue molestie, frammentazione territoriale, etc., per un verso ricordano l’obbrobriosa realtà dei bantustan, per l’altro verso, oltre ad essere un apartheid che poggia su una base metafisico/religiosa peculiare, a causa del suo livello tecnologico avanzato ha sul corpo dei palestinesi effetti molto più devastanti di quanto fosse nel caso dell’apartheid sudafricano ivi: 51-52).
[28] Da assai prima dell’ottobre 2023. Il primo esempio di infrastructural warfare è comunque la guerra del Kosovo: ricordiamo la strategica distruzione del complesso chimico di Pancevo – periferia di Belgrado – con gli strascichi a vita per centinaia di migliaia di persone che ne conseguirono.
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Lauso Zagato, giurista, già docente di Diritto Internazionale e Diritto dell’Unione Europea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è stato anche titolare del corso di Diritti umani e politiche di cittadinanza presso il Corso di laurea specialistica in Interculturalità e cittadinanza sociale della stessa Università. Si è occupato in particolare di problemi legati ai profili internazionali e comunitari della protezione della proprietà intellettuale, di diritto umanitario e di tutela dei beni culturali nei conflitti armati, nonché del patrimonio culturale intangibile e delle identità culturali delle minoranze e dei popoli indigeni. Tra i suoi lavori: La politica di ricerca della Comunità europea (1993); La protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato all’alba del secondo Protocollo 1999 (2007). Ha curato il volume collettaneo Verso una disciplina comune europea del diritto d’asilo (2006) e, più recentemente: Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura (2012 con M. Vecco); Citizens of Europe. Culture e diritti (con M. Vecco); Cultural Heritage. Scenarios 2015-2017 (con S. Pinton); Il genocidio. Declinazioni e risposte di inizio secolo (2018, con L. Candiotto); Lezioni di diritto internazionale ed europeo del patrimonio culturale (2019, con S. Pinton e M. Giampieretti). È stato tra fondatori, e poi Direttore, del Centro studi sui diritti umani, del quale è ancora Direttore onorario. Attualmente coordina il gruppo di ricerca su “La difesa del patrimonio e delle identità/differenze culturali in caso di conflitto armato”, che opera sotto l’egida della Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace. Con l’associazione Faro Venezia, di cui è membro attivo, partecipa poi al dibattito pubblico in corso di approfondimento sulla nozione di patrimonio controverso e sul suo significato nella situazione geopolitica attuale.

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