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Remigrazione. Tra velleità e provocazione

di Aldo Aleddatrump-migrants-new

Remigrazione. “What’s that?” avrà chiesto The Donald ai suoi “boys” quando gliene hanno riferito. “Non è che per caso state pensando di far rientrare nel nostro Paese gli immigrati che abbiamo appena spedito fuori? “Al che Rubio, il più acuto, avrà spiegato che si tratterebbe solo di far rientrare nei Paesi di origine tutti, ma veramente tutti, gli immigrati che sono giunti negli Stati Uniti, a loro volta in massa e per qualsiasi ragione, in modo da pareggiare la partita. “Perché non è quello che stiamo facendo quando parliamo di cacciare via questi che delinquono in America, portano via il lavoro agli americani e stanno mettendo in minoranza la razza bianca…e…e votano democratico?” “Certo, precisa Vance, solo che la parte più moderata dei repubblicani è spaventata perché quei cowboys dell’Ice (US Immigration Custom’s Enforcement) hanno finito per uccidere cittadini americani…” “Sicuro, replica Donroe, perché erano democratici e ci volevano fermare”. “Ma hanno fermato e maltrattato anche i bambini”, protesta il Vicepresidente. “Perché da grandi voteranno democratico, perciò è meglio soffocarli nella culla, gli spiega cinicamente il Capo”. “La verità è che la prossima volta che mi candido Presidente – continua colui che secondo la rappresentazione politica del Paese a stelle e strisce da Vicepresidente ha l’unica funzione di suonare tutte le mattine il campanello del Presidente per sapere come sta e presiedere il Senato, senza immischiarsi nei fatti del Capo come fa quello attuale – senza i voti dei moderati, degli evangelici e dei cattolici e degli ispanici che stanno tutti dietro il Papa americano noi… anche Marco, se sarà lui il candidato… non andiamo da nessuna parte”.

Siparietti di questo tipo pare che accadano più di quanto non si creda nella nuova Amministrazione americana davanti al caminetto incoraggiati anche dal paternalismo trumpiano, laddove ai vecchi politici, ingessati nel loro ruolo compassato e cauti anche nelle conversazioni private e nelle metafore, è subentrata con l’immobiliarista una nuova generazione di politici rampanti, narcisisti, egocentrici e diretti  che privilegiano le espressioni più “colorite” e provocatorie nel gergo colloquiale istituzionale. La sostanza è, tornando al tema principale che, scosso l’albero anzitempo, il frutto non è caduto troppo distante ma sicuramente acerbo.

Il fenomeno ha avuto un rigurgito tra il preoccupante e il folkloristico anche in Italia con l’iniziativa immediatamente presa da alcuni deputati leghisti di organizzare in una sede della Camera dei deputati un convegno, appunto, sulla “remigrazione”, poi abortito a seguito dell’iniziativa presa dai parlamentari dell’opposizione di occupare la sala con cartelli contestanti quella dei colleghi della destra estrema. Inutile segnalare l’adesione incondizionata delle destre xenofobe europee all’annuncio della remigrazione, dall’AfD tedesca a Fedez di Orban (a rischio elettorale tra non molto) fino alla Rf di Marine Le Pen e Bardella, anche se quest’ultimo, probabile candidato alle presidenziali,  ha già preso le distanze dalla politica trumpiana (tante volte in Europa si registrasse un rigurgito di patriottismo intorno alla bandiera dell’Unione e all’inno di Beethoven).

76330638007-20240717-t-231148-z-1945508910-hp-1-ek-7-h-1-sfk-1-h-rtrmadp-3-usaelectionrepublicansconventionQuesta, dunque, è la cronaca. In realtà l’obiettivo, apprezzato e perseguito dalle destre di governo e di opposizione nel mondo occidentale è cercare di far digerire all’elettorato più moderato l’espulsione, sì, degli immigrati, condivisa da questo per reazioni per lo più epidermiche (qui si è pure fuori della metafora, giacché anche per taluni italiani conta veramente solo il colore della pelle), il quale elettorato, tuttavia, se magari è cristiano non può condividere gli atteggiamenti più estremi e disumani che abborrono non solo alla sua sensibilità e coscienza personale ma contrastano, cosa non da poco, col messaggio evangelico e l’insegnamento della Chiesa. Se vogliamo, quindi, un politicamente corretto di destra? Se vogliamo, certo. Però…

Però il problema posto in questi termini inverte maliziosamente la portata del fenomeno come gestito fino ad ora, nel senso che ne ribalta specularmente i dati in quanto a quello dell’immigrazione dovrebbe corrispondere un processo uguale e contrario nella misura in cui si prefigge di rimandare indietro la totalità delle persone che sono entrate in un Paese. Ciò contraddirebbe con quanto finora accaduto e accettato anche dall’opinione pubblica più radicalmente contraria all’ingresso degli immigrati, che perlopiù accetta di discernere tra chi mantenere e chi no in una massa indistinta dove sembra esserci di tutto, come al porto di attracco quando dalle imbarcazioni fuoriescono donne, uomini, bambini, vecchi, malati, malavitosi e persone per bene che almeno in quell’occasione vengono accolti tutti senza particolari discriminazioni (anche se quelle magari verranno dopo). In pratica, al netto dei perseguitati politici, di chi fugge dalle guerre e di chi è utile al sistema economico, nel magma buonista l’espulsione dovrebbe riguardare solo particolari soggetti, quelli che non hanno il permesso di soggiorno, i clandestini, chi si è macchiato di particolari reati, i cosiddetti soggetti a rischio sociale, ecc. ecc. Potremmo definire questo una sorta di patto tra chi governa e chi è disposto ad assicurargli la croce nella scheda elettorale.

Nel concetto di remigrazione, invece, ci si prefigge di fare di tutta l’erba un fascio spedendo fuori tutti incondizionatamente come si sta cercando di fare in America. E, come accade in queste circostanze, per realizzare acconciamente i relativi fini, occorre reclutare le persone in grado di eseguire gli ordini se è necessario anche con disinvolta scelleratezza. La qual cosa appare garantita in America reclutando questo personale, senza alcun requisito professionale (il che spiega ciò che è accaduto a Minneapolis), tra le frange più razziste, nativiste e suprematiste dell’estremismo di destra, che laggiù avviene proprio in occasione delle convention di queste fazioni.  

Lo stacco per il salto di qualità, quindi, a parte l’apparente neutralità del termine appare notevole giacché dopo che si è inventato un problema, vale a dire il presunto danno che farebbero gli emigrati al Paese cui si recano, la soluzione, non a caso sponsorizzata da gruppi che dichiarano apertamente filonazisti, si fonda su una generalizzazione appunto di tipo nativista e nazista con l’unica differenza che non ci troviamo più a che fare con delle persone da inviare in un campo di sterminio, come avveniva ai tempi di Hitler, ma nel Paese da cui sono già fuggiti. Che troppo bello non è giacché rientrando tutto può succedere, compresa la morte e la detenzione se si parla di esuli politici, l’emarginazione economica e la frustrante povertà se si tratta di Paesi poveri, incluso lo stigma sociale e la difficoltà che hanno in genere gli emigrati di farsi accettare da un’opinione pubblica interna poco propensa a comprendere perché, partiti come vincitori, sono tornati con la coda tra le gambe.

Il problema di fondo rimane. Riuscirà questa nuova svolta della lotta all’immigrazione ad avere successo? Personalmente ritengo di no, perché a essa sul piano pratico si oppongono tre grandi ostacoli: per primo l’invecchiamento della popolazione proprio nei Paesi dove si vanno affermando queste idee in cui la soluzione più logica e praticabile risiede nell’aprire le frontiere e non chiuderle; in secondo luogo, le conseguenze economiche e, da ultimo, l’impossibilità pratica di attuare operazioni di tale portata da parte degli Stati. Infatti, l’ingresso dei migranti, a meno che non si tratti di operazioni pianificate dei governi, come avveniva in passato, costano poco alle casse statali perché coperte quasi integralmente da chi si accinge ad affrontare questa esperienza, mentre quelle pubbliche consistono in spese di accoglienza, socio-sanitarie e di polizia di chi intende regolare gli ingressi, ma diventano insostenibili quando si pensa di attuare espulsioni di massa, ossia remigrazioni.

Quindi che cosa rimane di questa estrema soluzione inventata dalle destre xenofobe, populiste e filonaziste? Nulla, soprattutto perché il dato fondamentale è la mancanza di una solida base culturale, quand’anche si volesse vedere tutto da una posizione più “pulita” di destra. Il problema di questa ideologia è che essa si erige e si alimenta sull’ignoranza e sulla disinformazione più becera che caratterizza politici e frange più superficiali dell’opinione pubblica. La reazione del pensiero conservatore più attento la si è vista anche in America quando gli squadristi dell’Ice, purtroppo guidati da un discendente di emigrati italiani, tale Bovino (nomen omen), hanno incominciato a portare via gli immigrati dai cantieri edili, dai campi, dalle fabbriche e dalle scuole provocando la protesta degli imprenditori, per cui il Deporter in Chief, Trump, è stato costretto a porre dei limiti all’imperversare di questa sorta di guardia pretoriana stabilendo che certi ambiti non andassero più toccati e che si dovesse limitare a perseguire solo chi si trovava fuori della legge (confini comunque decisi da chi aveva il coltello dalla parte del manico).

15nat-immig-tps-jchb-videosixteenbynine3000-1Quindi, prima constatazione, questa idea non piace all’opinione pubblica perbenista che, non essendo del tutto cieca, riesce a vedere non solo i pro ma anche i contro. Peraltro, mi è obbligo ammettere che, in numerose chiacchierate intorno a questi problemi con elettori di sinistra, non pochi di questi mostrano perplessità circa la presenza di stranieri, magari condizionati da qualche esperienza personale o semplicemente da spettacoli di occupazione degli spazi del proprio quartiere da minoranze etniche ritenute troppo rumorose ed esuberanti.

Quindi il dato più paradossale di questa profonda ignoranza del fenomeno migratorio è trascurare che esso ha permeato la storia dell’umanità, costituendo non solo una costante ma anche una condizione di sviluppo e una discriminante nella misura in cui, come ha dimostrato in Peak Human, Johan Norberg, il mondo storicamente appare dividersi tra chi si è mostrato aperto e chi invece ha preferito chiudersi in sé stesso finendo per rimanere indietro rispetto al primo. Per fermarci all’aspetto economico, riguardo agli Usa, dove tutto è incominciato, i vari Think Tank economici prevedono un crollo consistente del Pil e della produttività qualora si vada a perdere l’apporto di quella fetta di popolazione straniera che rappresenta quasi il 15% del totale. Altro esempio: poco sembra importare al presidente repubblicano, che dell’Intelligenza Artificiale ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia, se l’iniziativa risulterà ancora più nociva allo Stato della “democratica” California, dove ha preso il via questa innovazione, che, se fosse conteggiato a parte, sarebbe la quarta potenza economica del mondo. Infatti, la New Economy della Silicon Valley si basa in larga misura sull’apporto di scienziati, manager e ricercatori stranieri.

Scrivevo nel numero 72 di questa rivista (marzo 2025), rispetto alle dimensioni del problema americano, che già l’affermazione di Trump che parlava di 15/20 milioni di immigrati “undocumented” suonava di imprecisione e propagandismo giacché contrastava con quelli più seri forniti dalle fonti pubbliche laddove al 2022 il “Department of Homeland Security”, per esempio, ne calcolava autorevolmente 11 milioni, mentre la società di consulenza “Oxford Economics”, sempre per lo stesso anno, li faceva scendere a 8.3 milioni, prendendo come riferimento le richieste di asilo da parte di coloro che avevano superato i controlli ai confini. Quindi aggiungevo che «il numero sarebbe destinato a restringersi ancora di più se si considera il fenomeno dei Removals, ossia i lavoratori stagionali (in genere messicani) che, fermati alla frontiera, preferiscono tornare indietro piuttosto che farsi arrestare, magari per riprovarci un’altra volta».

La verità è che l’entourage di Trump – sostiene, per esempio, l’Economist [1]– , comunque non sembra ignorare le difficoltà politiche, legali, logistiche e finanziarie che comporta una Deportazione di massa, memori anche della precedente esperienza realizzata dal Presidente Wight Eisenhower nel 1954 e che andò sotto il nome di Wetback’s  [2] in cui fu messo alla porta 1.1 milione di immigrati. E, in tutti i casi, gli esperti, concordano che ben difficilmente si dovrebbe andare oltre il milione degli espulsi da Obama.

In quella sede sostenevo anche che «rispetto alla pretesa di deportare gli immigrati irregolari criminali […] in America, è appena l’1,4% il numero di chi è stato dichiarato formalmente tale da corti di giustizia americane (e quindi rimandabile indietro, N.d.A.) giacché non si possono toccare quelli su cui pende l’accusa di essere entrati irregolarmente». Infatti, secondo calcoli dell’epoca della polizia di frontiera, ben 1.4 milioni di immigrati condannati sarebbero costretti a rimanere nelle carceri americane oppure fuori da esse in quanto sottoposti a controlli da parte delle autorità con braccialetti elettronici o analoghi strumenti. Non a caso, proprio a fronte di queste difficoltà nel 2024 si riuscì a espellere appena 38 mila immigrati indesiderati [3].

Sottolineavo ancora che, riguardo poi all’annuncio di Trump che una deportazione di massa libererà un numero considerevole di posti di lavoro per gli americani, uno studio dell’Università del Colorado e del “Peterson Institute for International Economics”, dimostra che la più grande espulsione di immigrati irregolari, avvenuta sotto la prima presidenza Trump, ebbe a comportare la perdita di un posto di lavoro per i nativi americani ogni 11 immigrati cacciati via. A questo si aggiunge la stima dello stesso “Peterson Institute”, per cui deportando 1.3 milioni di undocumented workers si avrebbe un calo permanente e strutturale dell’occupazione dello 0,6%.[4]. Poi dai dati del Pew Research Center si evince che la percentuale degli undocumented tra la forza lavorativa americana non raggiunge neanche il 5% su 8,3 milioni di immigrati.

ft_2022-09-08_immigration_01Tornando ai riflessi economici l’effetto prevedibile sarà l’aumento dei prezzi al consumo, che si rifletterà soprattutto nel settore lattiero caseario e nell’allevamento del pollame affidati ai lavoratori stagionali che in questo campo hanno una maggiore dimestichezza, e ultimamente per effetto dell’inflazione e del conseguente aumento dei prezzi dei generi alimentari, si assiste alla fuga dai fast food  (in cui il pasto medio tocca i 14 dollari) con la gente che frequenta maggiormente i supermercati e mangia più in casa. Non disporre di un’importante forza di lavoro come quella rappresentata dagli immigrati significa, oltretutto, ricorrere maggiormente all’automazione con un aumento dei costi che inciderà non poco sulle importazioni. A tale proposito ricercatori della Duke University hanno stabilito che l’esclusione di 500 mila lavoratori stagionali messicani costrinse, negli anni Sessanta, gli Usa a introdurre una maggiore meccanizzazione nei relativi processi con l’evidente difficoltà per i robot, per esempio, a raccogliere prodotti delicati come le fragole e il conseguente aumento dei costi con l’allargamento del deficit americano sulla voce import-export. Eguali timori si prospettano nell’industria delle costruzioni, dove è impiegato 1.5 milioni di immigrati, quasi un terzo della forza lavoro del settore. Uno studio della Utah University ha dimostrato come già le deportazioni di Obama non fecero altro che accentuare la carenza di abitazioni.

È opinione largamente condivisa, infine, che questa politica si risolverà in un danno anche per la finanza pubblica. Infatti, i numeri degli immigrati irregolari sono troppo importanti e gli interessati ormai troppo radicati nel territorio perché non vi siano contraccolpi in questo ambito.  L’impotenza delle istituzioni, nel 2022, si scontrò già col fatto che l’80% degli immigrati irregolari da almeno dieci anni viveva nel Paese e circa 5.7 milioni era costituito da cittadini americani, in gran parte bambini (per ius soli, perché nati in Usa), che avevano per genitore un undocumented contro i quali a rigor di logica, si sarebbe dovuto procedere a una divisione spietata delle famiglie. Cosa che abbiamo visto accadere nell’attuale presidenza Trump non senza l’indignazione di gran parte dell’opinione pubblica. 

Alla luce di questi elementi, l’obiettivo del presidente americano potrebbe essere non tanto di realizzare una deportazione di massa ma, come ventila ancora l’Economist, di creare una deterrenza, che lo stesso Presidente rafforzerebbe con la politica del bastone e della carota (vale a dire di accordi sui dazi e le minacce di intervento militare nei Paesi confinanti e l’eventuale occupazione di terre come la Groenlandia e il Canada), che in effetti a tutt’oggi è quella che pare funzionare un po’. Tuttavia, lo stesso settimanale britannico fa notare come l’analoga operazione degli anni Cinquanta, la Wetback’s di Eisenhower, che aveva l’obiettivo latente di scoraggiare gli ingressi di immigrati irregolari, venne frustrata dal fatto che già dopo alcuni anni i flussi nel Paese avevano ripreso a crescere.

9788815387776_0_900_0_0Il piano di remigrazione appare di difficile attuazione non solo per ragioni logistiche, come l’impossibilità di raccogliere adeguatamente sotto un tetto le masse da espellere, ma anche per mancanza di basi legali, su cui incomincia a trovare difficoltà nei tribunali federali. Sotto quest’ultimo punto di vista se, per esempio, il Presidente volesse utilizzare, come annunciato, le basi militari dovrebbe dichiarare lo stato di emergenza con ulteriore richiesta di fondi non trascurando che l’esercito per legge non può intervenire nelle dinamiche della vita civile (per la quale si dovrebbe applicare una disposizione del 1802, il cosiddetto Insurrection Act che consente alle forze armate di intervenire in caso di insurrezioni, sulla cui estensione alla casistica attuale alcuni tribunali si sono pronunciati negativamente). Sotto il profilo logistico, invece, vi è da aggiungere che trasportare i migranti nei relativi Paesi comporta anche un altro ordine di problemi, come l’accettazione dei governi locali (cosa che attualmente Trump cerca di risolvere con accordi diretti, come con l’India e il Messico, cui mescola minacce con proposte commerciali). In realtà, solo in Canada e in Messico l’espulsione può avvenire attraverso corridoi stradali mentre per gli altri occorrono voli aerei. Nel 2023 il Capo dell’Ice dichiarò al Congresso che, a parte che non tutti gli Stati americani avrebbero accettato di collaborare al trasferimento dei migranti (in particolare quelli dichiaratisi città-santuario), la media del costo di un mezzo aereo all’epoca era di 17 mila dollari l’ora, portando nel complesso l’operazione di remigrazione a 88 miliardi all’anno ossia, con valori del 2024, più dei bilanci messi insieme delle tre agenzie preposte, l’Ice, la Frontiera e la Protezione dei confini.

Se poi passiamo ai problemi di casa nostra ci accorgiamo che, a parte le questioni legali (la cui perseguibilità che l’attuale governo ha voluto scoraggiare stabilendo la fine del patrocinio gratuito per le cause relative), il maggiore ostacolo è rappresentato dal numero della popolazione straniera in Italia che ormai si avvicina al 10%, impossibile quindi anche materialmente da “remigrare” integralmente, anche perché l’apporto all’economia e al funzionamento del nostro Paese si sta rivelando indispensabile. L’ultimo studio della Fondazione Moresso, che da molti anni monitora il problema in Italia [5],  fa notare come con 2,5 milioni di occupati immigrati, che diventano 3,7 milioni se si considerano tutti i nati all’estero, gli stranieri rappresentino il 10,5% della popolazione occupata (d’altronde sono venuti in Italia per lavorare, se non per che cosa?). Così il Pil prodotto da questa fascia è calcolato dalla Fondazione in 177 miliardi di Euro, pari al 9% del valore aggiunto nazionale, con punte del 18% in agricoltura e oltre il 16% nell’edilizia. Atro dato è che gli immigrati, essendo più giovani, incidono appena del 3,5% sulla spesa pubblica (sanità, pensioni, welfare, ecc.) mentre il loro saldo fiscale è positivo per 1,2 miliardi di Euro. Si tratta di dati ben presenti soprattutto agli imprenditori e agli amministratori pubblici italiani che pure danno il loro voto a destra e che, accanto alle persone per bene orientate politicamente in questa direzione, non gradiscono avventurismi come quella delle remigrazioni.

deportation-flightNon più favorevole a politiche di remigrazione appare il quadro europeo in cui si stanno polarizzando fenomeni di estremismo xenofobo e populista, grazie anche al fatto che, secondo le fonti ufficiali, ogni anno nella Ue sembrano entrare 3,5 milioni di stranieri portando la loro presenza in questo spazio geografico a quasi il dieci per cento. Indiscutibilmente in tutti i Paesi europei gli immigrati aumentano i profitti delle aziende in cui sono impiegati soprattutto nell’agricoltura, nell’edilizia e nella logistica ed egualmente danno un contributo rilevante alle casse statali pagando le tasse, contribuendo così ad attenuare la tensione e il disagio economico complessivo, rafforzando indirettamente anche lo stato di diritto.  Un Paese come la Germania ha calcolato che per mantenere gli attuali livelli di crescita ha bisogno di un milione e mezzo di immigrati all’anno. Ciò spiega perché l’Europa, anche in momenti di crescita moderata, continui a costituire la principale attrazione e destinazione delle masse di migranti in tutto il mondo.

Remigrare, pertanto, una massa di tali proporzioni diviene estremamente difficile anche per un’altra serie di ragioni. Intanto perché circa il 20 per cento vive da cinque anni e più in Europa (in Gran Bretagna il 31%) [6] e la metà possiede già la cittadinanza europea. E ciò anche se va riconosciuto che gli immigrati hanno un tasso di occupazione superiore ai nativi solo nei Paesi meridionali del Continente europeo ma inferiore nel Nord Europa, per un complessivo – 7%. Nei Paesi del nord e centro Europa, ciò accadrebbe perché il livello di preparazione professionale è inferiore a quello dei nativi, o per mancanza di titoli o non adeguata opportunità lavorativa rispetto a questi (l’ingegnere che fa il lavapiatti), che si traduce oltretutto in un minore prestigio occupazionale e un reddito inferiore di circa il 10% rispetto ai nativi. Viceversa, nel caso dei Paesi del Sud, come l’Italia, il maggiore inserimento lavorativo degli immigrati è dovuto a che i nativi presentano un tasso di disoccupazione superiore agli altri Paesi.

Solo due parole per concludere. Comunque la si vede e in qualsiasi modo la si rigiri la cosiddetta remigrazione si presenta come un’operazione velleitaria che, predicata esclusivamente da frange di fanatici e irresponsabili politicamente, non può non andare che contro la storia, la ragione e la realtà per cui non merita alcuna attenzione. E, tanto meno, a parere di chi scrive, preoccupazione. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1].Deportation fixation. How far Will Donald Trump go to get rid of illegal immigration The incoming administration. Labour the point. Can America’s economy cope with mass deportation in “The Economist”, January 11th 2025. 
[2]. L’espressione significa letteralmente “culi bagnati” perché si riferiva agli immigrati che attraversavano i corsi d’acqua per entrare in Usa.
[3]. In un paper del “Migration Dialogue” dell’Università della California, Davis, si trova il calcolo che su 2.5 milioni di lavoratori agricoli americani, un milione erano immigrati irregolari, che in massa, a seguito delle restrizioni del Covid, dovettero rientrare nei paesi di origine liberando quindi quei posti di lavoro tanto il governo americano li rimise in bando esortando i cittadini a partecipare, ma solo in 337 si fecero avanti.
[4]. The Economist cit.
[5]. Fondazione Moresso, Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione 2025, Il Mulino 2025.
[6]. Dati del Centro Studi Luca d’Agliano dell’Università di Torino. Osservatorio sulle migrazioni. 2025. 

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Aldo Aledda, esperto di flussi migratori, funzionario pubblico distaccato nei settori delle migrazioni, volontario in associazioni e studioso, segue da tempo anche i temi politici legati al fenomeno migratorio, in particolare quello italiano. Suoi i libri I sardi nel mondo (D’Attena, 1991), Gli italiani nel mondo e le istituzioni pubbliche (Angeli, 2016), Sardi in fuga in Italia e dall’Italia (Angeli, 2024).

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