Raccontare la diversità. Il caso di Prisco di Panion presso la corte di Attila

The feast of Attila, del pittore ungherese Mór Than, ispirato al racconto di Prisco

The feast of Attila, del pittore ungherese Mór Than, ispirato al racconto di Prisco, 1870

  di Federico Furco

Ogni processo migratorio ha ovviamente origini proprie, da ricercare soprattutto nello specifico di ogni contesto socio-politico-economico, ma il campo degli studi comparativi sulle migrazioni umane ci offre la possibilità di avere una visione dell’insieme delle cause che, nella storia moderna e contemporanea, hanno scatenato i flussi migratori. Nel XX secolo si sono osservati, soprattutto, fenomeni migratori indotti da fattori economici, che avvengono in maniera non massiccia, se presi singolarmente, ma che possono arrivare, nel corso del tempo, a causare il popolamento di interi territori; è il caso dell’emigrazione dall’Europa verso il continente americano. Ma altra causa fondamentale delle migrazioni sono stati, e sono tuttora, i conflitti politici, che solitamente danno luogo a flussi migratori assai più concentrati. Ovviamente tutta una serie di altri fattori concorre a definire il processo decisionale che precede ogni migrazione: ad esempio le informazioni sulla destinazione prescelta e sulle vie per raggiungerla, e l’influenza delle strutture politiche (nel punto di partenza, in quello di arrivo o in entrambi) sui potenziali flussi migratori. Non essendo possibile tracciare una linea netta tra motivazioni economiche, tendenzialmente volontarie, e motivazioni politiche, spesso non volontarie, ci si può quindi riferire a un modello con struttura a matrice, dove le scelte si muovono su di un doppio asse (politico/economico e volontario/involontario) e trovano le loro motivazioni dalla combinazione dei quattro fattori sopracitati (Heather 2010: 56-64).

I migranti odierni sono sempre visti con sospetto, raramente ci poniamo nelle condizioni di cercare di capire il dramma che intere popolazioni vivono quotidianamente. Allo stesso modo, non sembriamo interessati a capire veramente chi siano queste persone, quale sia la loro storia personale e cosa li abbia spinti a lasciare la propria terra di origine. Semplicemente, viviamo questa situazione come semplici spettatori passivi, accontentandoci di descrizioni che sempre più spesso derivano da una propaganda volta a farci vedere come nemici o criminali persone che in realtà non conosciamo minimamente. In poche parole, crediamo di sapere già cosa ci aspetta e difficilmente siamo disposti ad accettare spiegazioni differenti; ma quali siano i pericoli ai quali si va incontro quando le identità sono viste come rigide, precostituite e incapaci di ammettere variazioni, è evidente ogni volta che assistiamo a episodi di violenza o di intolleranza. L’identità, pur apparendo spesso come indiscutibile e solida, rinvia invece a qualcosa che in realtà non esiste concretamente: nel momento stesso in cui cerchiamo di definire un’identità, stiamo compiendo un processo di astrazione di idee che possono verosimilmente essere tanto importanti quanto evanescenti, a seconda del punto di vista adottato.

Da sempre, lo sguardo dell’uomo, per non smarrirsi di fronte all’ignoto, ha fatto ricorso alla tradizione, tanto che «prima ancora di essere scoperto, l’altro è stato sognato o immaginato» (Kilani 1997: 89). Queste considerazioni sono valide per ogni epoca storica e, a ben guardare, già Greci e Romani non erano immuni dal vedere i popoli stranieri attraverso la lente deformante dei preconcetti. Le visioni dell’alterità che ci sono state tramandate dall’antichità (ma che in realtà hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare resoconti anche molto più moderni), riflettevano un evidente scarto tra la cultura “portatrice di valori” e le culture subalterne che da questa venivano raccontate. Tutte le descrizioni, oltre a fornire notizie interessantissime che non avremmo mai potuto ottenere altrimenti, riflettevano stereotipi e comportamenti da sempre attribuiti e attribuibili a coloro i quali erano considerati al di fuori della civiltà: si andava da descrizioni fisiche che sottolineavano caratteristiche associabili più alle bestie che agli uomini, a peculiarità del carattere che esaltavano l’irrazionalità, la ferocia e la violenza, da usi e abitudini “da selvaggi” all’incapacità di avere una ancorché minima idea di organizzazione sociale. E tutto ciò ha avuto come risultato la riconferma della superiorità morale, tecnologica, politica ed economica della società che raccontava su quella che veniva raccontata, contribuendo a perpetuare l’idea di supremazia indiscussa che sta alla base degli atteggiamenti definibili a tutti gli effetti come etnocentrici.

Incontro tra Leone il Grande e Attila, Affresco, 1514, Vaticano

Incontro tra Leone il Grande e Attila, Affresco, 1514, Vaticano

I lavori di Leach e Barth negli anni ’50 e ‘60 hanno contribuito alla creazione di un filone di studi antropologici sulle dinamiche di formazione delle identità di gruppo, arrivando alla conclusione –  secondo l’antropologo norvegese –  che la identità è «un costrutto situazionale evanescente, non un dato permanente e immutabile» (Heater 2010: 39). Vicino alle posizioni di Barth è anche Francesco Remotti, quando presenta la realtà come un flusso continuo pieno di possibilità, dal quale vengono poi estratte le alternative che saranno utilizzate per costruire identità distinte e ben differenziate. Se è chiaro il ruolo della cultura ereditaria nella costruzione delle identità, non è tuttavia, quest’ultima, l’unica componente che concorre a formarle, essendo «buona parte dell’uomo (i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue inclinazioni) costruita socialmente […]. Ma proprio perché queste costruzioni si verificano in ambienti sociali, variabili nel tempo e nello spazio, esse non possono non avere un carattere locale» (Remotti 1996: 16): all’idea di un’identità chiusa su se stessa e mai soggetta a cambiamenti, si oppone «l’ariosità delle aperture, dei mutamenti, delle potenzialità alternative» (Remotti 2010:10). Così facendo, si introduce l’idea che il rapporto che l’identità intrattiene con l’alterità diventa essenziale: non più un rapporto di separazione e allontanamento bensì di avvicinamento e compenetrazione.

Mondher Kilani, antropologo svizzero di origine tunisina, ha spesso avuto a che fare con un argomento peculiare, che raramente è stato discusso approfonditamente in ambito antropologico, se non negli ultimi decenni: le condizioni di produzione della conoscenza. Kilani è dell’opinione che, da sempre, si è venuto a creare un forte divario tra il punto di vista di chi osserva e l’oggetto osservato. Appartenendo a una società “dominante” (che solo in quanto dominante ha potuto parlare, a partire da un certo momento storico, di tutto ciò che è “altro”), l’osservatore non assume mai un punto di vista neutro. È sempre portato a paragonare la realtà che osserva alle categorie concettuali che fanno parte della propria cultura di provenienza e che egli padroneggia:

«la comparazione che sottende il lavoro antropologico non può essere considerata – come ad alcuni piace ancora pensare – al pari di un semplice rapporto tra due termini neutri: “Loro” e  “Noi”. La comparazione è molto più di questo, poiché si istituisce tra “Loro” e “Noi che parliamo di loro”» (Kilani 1997: 48).

Se vanno bene per la contemporaneità, queste affermazioni sono a maggior ragione vere per l’epoca antica, quando l’interesse principale dei resoconti non era certo quello di presentare la realtà nella maniera più oggettiva possibile.

Quando Tacito, ereditando una tradizione storiografica che aveva radici già nel V secolo a.C. con Erodoto e le sue Storie, sul finire del I secolo scrisse la più importante monografia etnografica dell’antichità, sulle tribù che abitavano la Germania allora non ancora conquistata, è quasi certo che non abbia composto la propria opera osservandone da vicino l’oggetto; si trattava, infatti, di una raccolta in parte di fonti (soprattutto i Bella Germaniae di Plinio il Vecchio), in parte di informazioni desunte da rapporti militari e da testimonianze di viaggiatori. Anche l’unico resoconto a noi pervenuto sul popolo degli unni prima dell’avvento di Attila, scritto da Ammiano Marcellino nel IV secolo, non si basava certo su un’osservazione diretta, e presentava notizie anacronistiche e fuorvianti. Siamo all’interno di quello che possiamo chiamare un quadro di elaborazione ideologica dell’etnografia, che giustificava il reimpiego di topoi sostanzialmente simili anche per ambiti assai distanti sia dal punto di vista geografico che cronologico. Se Erodoto, Tacito e Ammiano elaboravano un discorso generale e una narrazione accreditata sull’altro pur non avendolo mai visto chiaramente, è perché non avrebbero saputo vederlo altrimenti, se non attraverso un ragionamento che fosse precedente – o che si sostituisse del tutto – alla presa di contatto. Come tutti i loro contemporanei, essi avevano già un’idea prestabilita di quanto andavano raccontando, e nei loro resoconti si aspettavano che i lettori vi riconoscessero una serie di idee e cliché che risalivano agli inizi della storiografia (Kelly 2009: 17-26).

Invasion of the Barbarians or The Huns approaching Rome - Color Painting

Invasion of the Barbarians or The Huns approaching Rome, Ulpiano Checa, 1887

Un’eccezione, da questo punto di vista, è però stata la relazione prodotta da Prisco di Panion a seguito dell’ambasceria del 449 presso la corte di Attila. Non si sa molto sulla vita di questo letterato. Visse all’epoca di Teodosio II (408-450) e seguì Massimino, giovane ufficiale dell’esercito romano, in diverse ambascerie, tra cui quella che ci interessa da vicino. Degli otto libri originari componenti la sua opera, conosciuta comunemente col nome generico di Storia di Attila, ci sono giunti solo 35 frammenti, grazie alle Excerpta de legationibus, una raccolta sulle più importanti ambascerie romane fatta redigere da Costantino VII Porfirogenito (X sec.).

L’ambasceria del 449 nacque con la volontà, da parte della corte di Costantinopoli, di tendere una trappola mortale al sovrano unno, tramite il tentativo di corruzione delle sue guardie personali. Il piano tuttavia, del quale comunque Prisco era, all’epoca dei fatti, all’oscuro, non sarebbe andato a buon fine e sarebbe stato smascherato quasi subito. L’aspetto interessante è però un altro: per la prima volta, infatti, all’interno di un resoconto riguardante la rappresentazione di un popolo barbaro, l’atteggiamento tenuto dall’osservatore non sembrava essere quello a cui la tradizione ci aveva fino ad allora abituati. La descrizione della residenza di Attila, «costruita di travi e di tavole lucidate e cinta da una palizzata di legno fabbricata non come difesa, ma per decorazione» (Bornmann 1979:  152), e di quella del suo braccio destro Onegesio, doveva certamente smentire le credenze, mutuate dalla narrazione di Ammiano, che volevano gli Unni come un popolo che viveva su carri e senza fissa dimora. La presenza di un bagno in pietra adiacente al complesso di abitazioni, seppur molto distante dagli standard degli edifici termali romani, era una evidente prova della volontà, da parte di rappresentanti dell’élite unna, di “romanizzarsi”. Abbiamo già visto il modo in cui la tradizione storiografica avesse, fino ad allora, raccontato i barbari; tuttavia Prisco, nella sua descrizione, si discostò dalla consuetudine. Aveva già avuto modo di osservare da vicino il sovrano unno durante il primo incontro seguito al loro arrivo, ma l’occasione migliore per conoscere i suoi comportamenti sarebbe arrivata qualche giorno più tardi, al banchetto ufficiale al quale i Romani furono invitati.

Detail of Attila, E. Delacroix, 1847

Detail of Attila, E. Delacroix, 1847

Il cerimoniale al quale vennero sottoposti i commensali – ogni invitato, a turno, si alzava in piedi e assaggiava il vino brindando ad Attila – dimostrava la presenza di codici ben definiti che nulla lasciava al caso; allo stesso tempo, la disposizione strategica dei posti a tavola faceva intuire una strutturazione sociale molto più complessa rispetto a quanto ci si poteva aspettare leggendo il resoconto precedente di Ammiano. Prisco era stato fatto accomodare abbastanza distante da Attila, ma questo non aveva impedito allo storico romano di registrare nella propria mente ogni singolo atteggiamento del sovrano. Mentre a tutti gli invitati venivano serviti cibi elaborati su vassoi e bicchieri in oro e argento, Attila aveva preferito cibarsi di sola carne, utilizzando piatti e coppe di legno. Anche il suo abbigliamento rispecchiava una sorta di austerità:

«semplice è anche il suo vestito che si distingueva soltanto per essere pulitissimo. E neppure la spada al suo fianco, né i lacci dei calzari barbarici né le briglie del cavallo erano, come quelli degli altri Sciti, decorati d’oro e di gemme o di qualche altro ornamento prezioso» (Bornmann 1979: 164).

La figura di Attila che ne viene fuori è quella del “buon regnante” a tutti gli effetti, dato che sia il comportamento ai banchetti, sia il modo di vestire, erano molto spesso indicatori, già nella tradizione, del grado di moralità di un uomo politico. Siamo in presenza di una testimonianza che, per la prima volta, si concentra su di un gran numero di somiglianze, più che sulle differenze, riscontrabili tra due mondi raccontati e rappresentati da sempre in maniera radicalmente antitetica.

Tenuto conto che situazioni ed esempi dell’inizio del primo millennio non sono in tutta evidenza automaticamente da applicare all’età moderna, dato che

«la differenza principale fra l’immigrazione antica e quella odierna consiste […] in questo, che in epoca romana il fenomeno si attuava normalmente in forma collettiva e assistita anziché attraverso  una somma di percorsi individuali» (Barbero 2006: XVIII),

ogni tentativo di comparazione diretta viene a perdere qualsiasi presupposto. È però sul tema delle cause dei fenomeni migratori che il passato può aiutare a capire meglio la contemporaneità. Abbiamo visto che le cause che sottostanno alle migrazioni non sono univoche, e che molto spesso queste si intrecciano tra loro inestricabilmente; in questo modo diventa complicato individuare i fattori fondamentali che innescano i processi migratori. Ma è certo che le disparità nei gradi di sviluppo e nella disponibilità di risorse tra due aree (Heather 2010: 63-64), rendono probabile l’attivazione di flussi migratori da una parte verso l’altra. È questa la conclusione fondamentale cui si giunge quando si analizzano le relazioni tra un centro economicamente sviluppato e una periferia decisamente più arretrata, quale doveva essere la Germania dei primi secoli del primo millennio se confrontata all’area controllata dall’Impero, e quale è oggi la parte di mondo non direttamente toccata dai benefici del sistema economico euro-americano.

Infine, per quanto riguarda l’esperienza raccontata da Prisco, si deve ammettere che, nonostante nel suo resoconto non abbia mai voluto marcare troppo la mano sui pur evidenti scarti che dovevano esistere tra le due culture, è davvero improbabile che lo storico reputasse gli Unni allo stesso livello culturale dei Romani. Tuttavia, il suo atteggiamento volto a presentare nella maniera più oggettiva possibile una realtà percepita come del tutto estranea all’idea che della civiltà avevano i suoi contemporanei, ci dà la possibilità di considerarlo a tutti gli effetti come un etnografo sul campo ante litteram, avendo avuto la possibilità di vedere coi propri occhi, e dopo un soggiorno abbastanza prolungato, tutto quello che ha poi raccontato. È questo l’atteggiamento da seguire quando ci si confronta con una realtà poco conosciuta: cercare di abbandonare ogni preconcetto e concentrarsi maggiormente sulle analogie difficilmente osservabili, più che sulle diversità comodamente riscontrabili.

Dialoghi Mediterranei, n.19, maggio 2016 
Riferimenti bibliografici 
A. Barbero, Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano, Laterza Roma Bari, 2006.
F. Bornmann (a cura), Prisci Panitae Fragmenta, Le Monnier Firenze, 1979.
P. Heather, L’Impero e i barbari. Le grandi migrazioni e la nascita dell’Europa, Garzanti Milano,2010.
C. Kelly, Attila e la caduta di Roma, Mondadori Milano, 2009.
M. Kilani, L’invenzione dell’altro. Saggi sul discorso antropologico, Laterza Roma Bari, 1997.
W. Pohl, Migrants, ethnic groups and state building, in Maas, 2014: 247-263.
F. Remotti, Contro l’identità, Laterza Roma-Bari, 1996.
F. Remotti, L’ossessione identitaria, Laterza Roma-Bari, 2010.

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Federico Furco, laureato all’Università di Palermo in Beni Demoetnoantropologici con una tesi in Cultura Greca, frequenta presso l’Università di Bologna il corso di Laurea Magistrale in Ricerca, Tutela e Documentazione del Patrimonio Archeologico. Si occupa di archeologia e cultura del periodo greco-romano, di teatro e drammaturgia dell’antichità nonché di studi sulla gestione dei parchi archeologici.

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